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IL MONTE TIFATA - IL TEMPIO DI DIANA TIFATINA - S. ANGELO IN
FORMIS
Nella scorsa
strana e bizzarra estate, punteggiata da alluvioni, uragani,
frane, allagamenti, gli organi di informazione, tra le notizie
di tanti eventi calamitosi, hanno battuto anche quella di una
tromba d'aria, avente le caratteristiche di vero tornado, che,
formatasi nella zona di Capua, ha investito con furia
devastatrice il monte Tifata, danneggiando la Basilica
benedettina di S. Angelo in Formis, di recente restaurata dopo
decenni di degrado.
Scarsa attenzione
ha destato il fenomeno, che peraltro si collocava tra quelli
registrati quotidianamente dalla cronaca, volta ad evidenziare i
danni alle persone, alle strutture cittadine, alle conseguenze
negative sulla produzione agricola, artigianale e industriale.
Vivissima apprensione, invece, ha suscitato l'evento in quanti,
a prescindere dal naturale amore per il patrimonio artistico e
storico nazionale, seguono con peculiare sollecitudine la
conservazione dei sacrari della cultura, delle tradizioni, della
storia, delle credenze, della civiltà meridionale.
E da questa
propensione a prediligere la venerazione per la propria terra,
il cui humus racchiude la memoria degli avi, quella terra nella
quale spazia la propria mente, il proprio sguardo, q uella terra
che percepisce le ansie, i tremori, le emozioni della vita
quotidiana nella sua complessità, scaturisce il bisogno di
tratteggiare una rivisitazione, sia pure sommaria, dello
scenario nel quale si sono connaturati i fatti mitici, storici,
artistici che individuano il nostro glorioso passato.
L'attuale rito
rievocativo attiene al monte Tifata: una piramide a cima aguzza
che sovrasta, signoreggia e protegge la pianura celebrata come
"Campania felix". Posto a cavaliere della via Appia e della via
Latina, è circoscritto a N. E. dal tumultuoso Volturno, che,
lasciate le anguste Valli Sannitiche e superata l'annibalica
stretta di S. Iorio, si acquieta nella pianura campana in vista
del prossimo Mar Tirreno.
Dalla cuspide che
si eleva fino ad oltre 600 metri si visualizza ad
ovest-nord-ovest una rigogliosa pianura, la Campania felix, il
cui confine appare segnato da una linea che, partendo dal mare
di Mondragone, l'antica Sinuessa, e appigliandosi all'imponente
Massico, di oraziana memoria per i decantati vini Falerno e
Cecubo, si estende a semicerchio, quasi librandosi tra terra e
cielo, inseguendo la lieve smerlatura dei monti Ausoni ed
Aurunci fino a lambire, attraverso le cime del monte Maggiore e
dei monti Callicolani, la riva destra del Volturno; là dove la
ricordata stretta di S. Iorio si ancora alla scabrosa costa del
Tifata, detta "Costa del Sole". A sud-sud-est incombe l'acrocoro
Sannita. Inizia dal folto gruppo del Taburno ed è diviso dal
Partenio dalla Sella di Arpaia, corrispondente all'antica Caudio,
presso la quale nel 321 a.C. i Romani furono sconfitti dai
Sanniti di Ponzio Telesino e costretti a passare sotto il giogo
delle Forche Caudine nella località oggi chiamata Forchia.
Oltre, la regina
delle vie, l'Appia, prosegue con immutato tracciato per la
favolosa Puglia sino alla significativa colonna terminale di
Brindisi.
Il panorama è
davvero grandioso, certamente uno dei più suggestivi d'Italia.
Marco Tullio Cicerone, che dimorò in zona, nella seconda
orazione contro Rullo sulla legge agraria esalta con
appassionato vigore il territorio campano definendolo: Al più
bello di questo mondo; l'unico fiorentissimo fondo del popolo
romano, la sorgente della vostra ricchezza, il decoro della
pace, il sussidio della guerra, la base delle entrate, il
granaio delle legioni, la suprema risorsa della carestia".
Dal dotto
lessicografo latino Festo, che compendiò l'opera di Verrio
Flacco sul Significato delle parole latine arcaiche, si apprende
che l'espressione Tifata è identificabile con il concetto di
"bosco di lecci", dal che deriva che quel nome è stato
attribuito al monte perché era tutto ricoperto di lecci, piante
sempreverdi ad alto fusto, con chioma dalle foglie cerose,
simili a quelle della quercia.
Il poeta latino
Silio Italico, autore del poema Punica, immaginò questi boschi
lussureggianti e ricchi di selvaggina come teatro di lotte tra
fiere ed amò definirli "stanza dei leoni". Alla vetta del nostro
monte, chiamato anche S. Nicola, spesso coperta di nuvole, gli
agricoltori volgevano lo sguardo per divinare il tempo sereno o
burrascoso. Ancora oggi, nelle campagne, si usa dire "quando S.
Nicola fa cappa, se oggi non piove domani non scappa".
Finora è stato
prospettato un quadro propedeutico al fulcro sostanziale della
rievocazione proposta; necessaria introduzione alla conoscenza
del teatro operativo delle vicende storiche che affascinandoci
ci sospinge verso l'orgoglio dell'oggi.
Ordunque, si sa
che a "destra del monte Tifata dalla parte d'Oriente e
propriamente nelle sue radici fu edificato un grande, spazioso e
magnifico tempio ad onore della dea Diana, detto di Diana
Tifatina". Così Francesco Granata nel 1752 inizia, nell'opera
Storia civile della fedelissima città di Capua,
l'illustrazione relativa al monte Tifata. Prima però di
riservare l'attenzione in via esclusiva al tempio di Diana,
occorre dedicare rapidi cenni al centro gravitazionale che,
nella cavea, attrae e determina, da protagonista, i fatali
movimenti dell'evoluzione storica di un popolo e della sua
contrada. Nella celebrata pianura campana sono ubicate varie
città; tra esse primeggia Capua, la fiera, superba antagonista
di Roma. Capua "la speciosa", che nelle celebri vie Albana e
Seplasia esprimeva il massimo del lusso e del vizio che la
ponevano come sublime attrazione. La Capua che, secondo
Cicerone, è da annoverare tra le più antiche, le più ricche e le
più eccellenti del mondo ("Maiores vestri tres tantum urbis in
terris omnibus Carthaginem, Corinthum, Capuam statuerunt
imperii gravitatem nomen posse sustinere").
Velleio Patercolo
fa nascere Capua cinquant'anni prima di Roma: invero essa vanta
natali ancora più remoti. Il mito della fondazione di Capua
si ricollega alle grandi migrazioni dei popoli antichi
dell'Asia e dell'Etruria. I Beli di Assiria, sotto la guida e
l'impulso del loro capo Belo, nella ricerca di siti adatti alla
sopravvivenza, si fermarono in questi luoghi e vi costituirono
un agglomerato di villaggi che, per il suo tracciato
discontinuo, chiamarono "Volturnum". Successivamente, quasi un
secolo prima della fondazione di Roma, un capo etrusco di nome
Osco, seguito da una moltitudine di gente alla ricerca di nuovi
spazi, visto un luogo boscoso e ameno, decise di prendervi
stabile dimora. Alla decisione contribuì, in maniera
determinante, la vista di un falcone che venne a posarsi nella
zona prescelta: oracolo favorevole, che non poteva essere
disconosciuto. Quindi Osco si alleò con i vicini Beli ed insieme
fondarono una nuova città, chiamata Osca. Gli abitanti, detti
Osci, avevano come divinità un serpente, animale che
successivamente fu assunto nello stemma antico della città di
Capua. Alla fine della guerra di Troia, il cugino di Enea,
Capis, alla testa di un folto gruppo di troiani, giunse in
Campania ed assoggettò la città di Osca. Dopo averla ampliata,
fortificata e dotata di molti edifici pubblici e privati, ne
modificò il nome in Capua. Così almeno narra Virgilio. Svetonio
racconta che nell'area capuana fu trovata, in un monumento
ritenuto il sepolcro di Capis, una tavola di bronzo riportante
un'iscrizione greca. Lucano, parlando di Pompeo che all'inizio
della guerra civile con Cesare si era trasferito a Capua, lo
chiamava "colono dardano".
Ai nostri fini,
che Capua sia stata fondata dai Beli o dagli Etruschi o dai
Troiani è soltanto un'accattivante dissertazione. E' importante
rilevare, invece, che Capua fu la capitale dell'Italia
meridionale etrusca e che per assolvere a tale destinazione fu
costruita in una posizione ideale: in pianura, poco discosta dal
mare, protetta dal fiume Volturno e da un antemurale poderoso
come il Tifata. Tale posizione consentì alla città di diventare
un grande centro politico, commerciale e militare. E' naturale
che nei suoi dintorni si sviluppassero fortificazioni, luoghi di
culto ed anche di svago, di villeggiatura e di cura. Il Tifata
assolse egregiamente a tutti questi compiti. La sua area
perimetrale era punteggiata di templi dedicati alle varie
divinità: nella parte orientale primeggiavano quelli dedicati a
Giove, ad Apollo, a Marte, ad Ercole.
Memoria di questi
templi sono le attuali cittadine site alle falde del monte:
Casagiove, Casapulla, Marcianise, Ercole. Ad occidente erano
operanti i templi di Cerere nella località oggi detta
Casacellole ed a Bellona, là dove oggi è fiorente l'industriosa
cittadina di Bellona. Però la centralità, l'eminenza della zona
sacra è costituita dal tempio di Diana Tifatina, collocato a
mezza costa del monte Tifata, orientata ad Ovest, verso il mare,
verso Capua, verso la pianura chiusa dal Massico.
Non è possibile
dare indicazioni temporali circa l'istituzione del tempio,
perché i culti religiosi nascono e si accompagnano con la
costituzione di agglomerati umani. Sul Tifata Diana
arricchisce la sua specificità rispetto all'Artemide greca
perché si umanizza, si inserisce con partecipazione e
sollecitudine nelle vicende quotidiane dei suoi devoti.
Acquisisce nomi ed
aggettivazioni per essere perfettamente individuata: "Diana
Trivia", per ricordare che (come scrisse Cicerone in De natura
deorum) nacque insieme ad Apollo, figlia della Luna e di Giove.
Fu appellata "Casta Diana" perché, gelosa della sua verginale
purezza, "fuggiva le conversazioni degli uomini e viveva
ritirata nei boschi, ove vestita succintamente ed armata di
arco e faretra attendeva alla caccia".
L'appellativo,
però, che richiama il mito di Capua "Dardana" è quello di "Dea
fasciale". Quando Agamennone si recò in Aulide allo scopo di
partire per la guerra di Troia fu trattenuto da venti contrari.
L'indovino Calcante affermò che occorreva placare Artemide
sacrificando la figlia di un re. Agamennone allora decise di
sacrificare la figlia Ifigenia che l'accompagnava. Artemide,
però, la sostituì con una cerva e la portò in Taulide ove
divenne sua sacerdotessa. Oreste, fratello di Ifigenia,
perseguitato dalle Furie, ricevette l'ordine di recarsi in
Taulide per prelevare il simulacro di Artemide e portarlo in
Attica. Appena giunto in compagnia di Pilade stava per essere
sacrificato alla dea perché straniero, ma la sorella Ifigenia lo
riconobbe e ne concertò la fuga. Per poterla attuare, dovettero
uccidere Toante, re del Chersonese in Taulide. La fuga, per
volere della dea, si concluse nei folti boschi del Tifata, ove
depositarono un fascio nel quale avevano nascosto il simulacro
della dea stessa; donde l'appellativo di "Diana fasciale". I
Capuani accolsero il simulacro con entusiasmo e consacrarono
Diana come loro potentissima dea tutelare. Provvidero ad erigere
un tempio ricchissimo, che in breve tempo divenne famoso in
tutta Italia, non solo per la caccia, ma anche per le numerose
sorgenti di acque minerali, termali e sulfuree che sgorgavano
dai pendii del monte. Nel tempo, lungo la via Addiana che
partendo da Capua, in prosecuzione della rinomata via Albana,
raggiungeva la zona sacra del tempio, sorsero moltissime
sontuose ville di grandi personaggi romani, come Cicerone,
Vespasiano, Vitellio, Faustina Pompeo ed altri. L'importanza si
accrebbe per la creazione di moltissimi stabilimenti termali
tanto da richiedere un apparato di servizi assicurati da
appositi addetti chiamati "locator thermarum" o "thermarius".
Velleio Patercolo, essendo della zona, parla molto
dettagliatamente di queste terme e del Tifata, esaltandone
l'amenità del clima, l'aria sanissima e la salubrità delle
acque. Tra i reperti archeologici degni di essere ricordati c'è
un marmo posto dal senatore romano Mecio Probo, il quale
afflitto da seri malanni recuperò la salute dopo le cure
termali: " ... quod hoc in loco anceps periculum sustinuerit et
bonam valetudinem reciperaverit". I beni acquisiti dal
santuario durante gli anni furono tali e tanti che per la loro
amministrazione fu creata un'apposita prefettura, come risulta
dal "Limite Gracchiano", rinvenuto in località Calcarone, posto
a segnare il confine tra i beni del tempio ed il territorio
capuano prima e romano poi. Il Granata, nell'opera già citata,
descrive la magnificenza del tempio di Diana Tifatina. Così
sappiamo che era composto di più navate affrescate, sostenute da
colonne di finissimo marmo, di alabastro e di porfido. Aveva le
finestre con doppio cristallo smaltato ed effigiato. Nei suoi
pressi esisteva un circo, ove si svolgevano giochi circensi in
onore della dea. Inoltre, apposite stanze erano riservate alle
sacerdotesse ed al "locator" che presiedeva all'assegnazione dei
posti nelle terme, nel circo e nei bagni. Altre stanze erano
destinate ai Deputati che, in numero di dodici, dirigevano la
vita del tempio. Sembra che in prossimità del tempio vi fosse
anche un magnifico lago, così come nel luogo detto ad Arcum
Dianae esistesse un pago molto popolato. La presenza del lago si
rileva anche da alcuni codici di Festo e dalla Tavola
peutingeriana. Le capacità di divinazione delle sacerdotesse di
Diana venivano esaltate da alcune acque, presenti nei pressi del
tempio, ricche di sostanze gassose che alteravano i lineamenti e
sconvolgevano la capigliatura delle sacerdotesse provocando
enorme presa sui fedeli. Ancora oggi, volendo indicare una donna
dal volto stralunato e dalla chioma arruffata, si dice "sembra
una Ianara", ossia sacerdotessa di "Iana", altro nome che i
Romani diedero a Diana. Oggi, purtroppo, dalla roccia non
sgorgano più né i cocenti e deleteri gas né le acque termali e
minerali. Per spaventosi sismi, terribili frane e sconvolgimenti
dell'ecosistema le sorgenti hanno subìto variazioni profonde e
molte si sono esaurite.
Lo splendore di
questo centro religioso poteva gareggiare con il tempio di
Diana Efesina, alla cui costruzione aveva contribuito tutto il
mondo asiatico. Del tempio, che ha formato oggetto di attenti,
approfonditi ed ampi studi in tutte le epoche, rimangono
soltanto le fondamenta, alcune iscrizioni lapidarie e frammenti
di affreschi che rappresentano Diana. Nel Medioevo, decaduta
l'antica Capua, i Longobardi sui ruderi della vecchia Casilinum
edificarono la nuova Capua. Nella stessa epoca il comprensorio
del tempio di Diana con altri complessi abitativi esistenti
assunse il nome di S. Angelo in Formis o ad Formas, che evocava
la ricchezza delle sorgenti acquifere (forma sta per acqua) e
l'arcangelo Michele, titolare della Basilica benedettina,
edificata sulle fondamenta del tempio di Diana tra il VII e il
IX secolo.
Al Tifata occorre
dedicare ancora alcuni cenni come luogo di bivacchi militari e
di battaglie. Sul Tifata sostò e si accampò con il suo esercito
Silla nella marcia verso Roma. Di qui mosse per affrontare e
vincere il console Norbano, partigiano di Mario. Per tale
vittoria Silla donò a Diana Tifatina molte terre delimitate da
lapidi terminali che al tempo di Augusto furono rinnovate, come
risulta da alcune iscrizioni trovate in loco: "fines locorum
dicator Dianae", "Tifatinae a Cornelio sulla ex forma divi
Augusti restituit". Su questo stesso monte per lungo tempo e per
due volte si accampò Annibale con il suo esercito. La prima
volta dopo la vittoria di Canne, quando divisò di isolare Roma
prostrata dalla sconfitta e trovò come alleata soltanto Capua.
La seconda quando, dopo la conquista di Taranto, si recò sul
Tifata in soccorso di Capua assediata dai Romani. Esistono
vestigia della permanenza del Cartaginese in questa zona: i
resti di un ponte in muratura sul Volturno chiamato dal volgo
Ponte di Annibale ed un "padiglione", che ne ricorda
l'accampamento, come conferma anche Livio: "Castra quae in
Tifatis erant". Il Tifata è stato dunque teatro di sanguinose
contese militari: abbiamo menzionato quelle di Annibale, quelle
di Mario e di Silla, ma sono da ricordare ancora quelle dei
Sanniti, dei Sedicini, di Marcello e di Sempronio Gracco, di
Quinto Fulvio, dei barbari Odoacre, Teodorico, Belisario,
Narsete, Butilino, e poi dei Longobardi, dei Saraceni; tutti
portarono distruzione e morte. Già Polibio aveva delineato il
Tifata come "Valle funeraria, colpita da terribile legge, che in
sì breve spazio divenne tomba di tante nobili opere dell'uomo,
di tante memorie, di tante genti". La stessa accorata
considerazione svolse il generale Garibaldi nella parte delle
sue memorie dedicata alla battaglia del Volturno, combattuta il
primo ottobre 1860 su questo monte: "Da Annibale vincitore delle
superbe legioni ai giorni nostri le campagne campane non avevano
certo veduto più fiero conflitto ed il bifolco passando l'aratro
su quelle zolle ubertose urterà per molto tempo ancora nei
teschi dalla rabbia umana seminati". La battaglia del Volturno
fu classificata come quella conclusiva delle grandi imprese
risorgimentali sancendo l'unità d'Italia sotto lo scettro di
Casa Savoia. L'esercito borbonico sconfitto a Capua si ritirò a
Gaeta, ove diede dimostrazione di grande dignità ed eroismo.
L'esercito meridionale fu condannato all'inazione e,
misconosciuto, subì l'onta dello scioglimento. Ancora una volta
il Tifata protagonista, perché da queste balze, dopo la
vittoria, il 15 ottobre 1860 Giuseppe Garibaldi indirizzò il
noto messaggio di pace e di unione alle potenze europee. Anche
nella guerra 1943-1945, la barriera combinata del Tifata e del
Volturno determinò una violenta battaglia tra l'esercito
americano proteso alla conquista di Roma e l'esercito tedesco in
lenta e puntigliosa ritirata. Come il tempio di Diana Eufesina
iniziò la decadenza con l'arrivo dell'apostolo Paolo, così la
presenza a Capua del vescovo Prisco determinò la conversione al
cristianesimo di larga parte del popolo, con il conseguente
progressivo abbandono del culto a Diana. I sacerdoti della
divinità pagana denunciarono la questione al proconsole romano,
il quale martirizzò S. Prisco, santo ancora oggi molto venerato
nel territorio. Come già accennato, i resti del tempio pagano
passarono ai monaci benedettini di Cassino, che lo trasformarono
in monastero. Dopo molti anni, divenne badia concistoriale sotto
il titolo di S. Angelo in Formis. Fino a quando, nel 1072, il
principe Riccardo donò, ai benedettini di Montecassino, retti
dall'abate Desiderio, assurto poi al pontificato con il nome di
Vittore III, il cenobio di S. Angelo in Formis. L'abate
Desiderio rivolse tutte le sue cure alla chiesa, che riedificò,
ampliò e arricchì di pregevolissimi affreschi, che si conservano
tuttora e che formano un patrimonio artistico inestimabile,
specialmente oggi che, dopo la distruzione di Montecassino,
costituisce l'unica testimonianza dell'arte dell'XI secolo in
Italia meridionale.
Oltre che per i
pregi, gli affreschi hanno dato luogo ad un dibattito di estrema
importanza: le origini di una scuola pittorica nel Mezzogiorno
d'Italia prima di Cimabue e di Giotto. Alla discussione hanno
partecipato studiosi di tutto il mondo, ma specialmente
tedeschi. Le analisi più recenti hanno dimostrato in modo
inconfutabile l'esistenza di un'arte formatasi nell'Italia
meridionale, sulla quale si è sviluppato il Rinascimento del
XIII e del XIV secolo. Gli affreschi di S. Angelo in Formis
sono l'opera di artisti meridionali di scuola bizantina, che non
hanno copiato o pedestremente seguito le regole loro insegnate,
ma hanno interpretato secondo una personale e geniale
ispirazione, autenticamente meridionale. Con passionale
incisività il Vecchioni ha sostenuto che esiste una linea di
originalità e di continuità che lega "le pitture della Magna
Grecia, gli affreschi di Pompei, i dipinti delle grotte di
Puglia, le rappresentazioni pittoriche delle chiese degli
Abruzzi, della Campania e del Sannio fino alle opere
rinascimentali". L'intendimento di queste note era quello di
consegnare alla riflessione dei lettori un angolo di
Mezzogiorno, scrigno di inesauribili e preziosi tesori.
Ecco il Tifata,
questa piramide calcarea che come un libro monumentale,
sommariamente sfogliato, attende di essere letto fino in fondo
perché costituisce un compendio di civiltà, dalla quale proviene
fierezza e stimolo ad approfondire la ricerca delle radici, per
farne guida di azione e di comportamento.
Girolamo Garonna |