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S.IORIO. UNA CONTRADA, UNA COMUNITA’

 Osservata dalla piana di Capua la forma strutturale del monte Tifata appare asimmetrica rispetto alla sua base piramidale Infatti il pendio sinistro che si stende verso San Prisco è blandamente scosceso e poco avvolgente .Aspro ed erto è invece il costone di S. Iorio che diramandosi dalla Forcina, si incurva come braccio invasivo, quasi a barrare la via Galatina, protesa al Volturno, che vorticoso ed infido irrompe dal nodo della Palombara. Naturale strettoia difensiva, questa  a riparo di offese naturali o belliche. Porta del Sannio e del Molise, donde la definizione di “fiume di frontiera”. Ed anche di frontiera può definirsi la dorsale di S. Iorio, che segna  verso oriente, il lembo estremo della Campania Felix .

Al di la di questo roccioso braccio, si staglia l’irta mole del versante centrale del Tifata, sulla cui vetta, chiamata S.Nicola, insistono i ruderi del castello di Adenulfo, ove, sembra sia stato ospitato il Papa Giovanni XIII, fondatore dell’archidiocesi di Capua. Il Monte, attraverso profondo solchi vallivi, degrada prima alla fertile “Pianurella” e quindi all’ameno pianoro sul quale troneggia l’eccelsa Basilica Desideriana. Il paesaggio, in verità, è deturpato dalle inveterate ed irregolari attività estrattive delle cave, alle quali, tuttavia bisogna riconoscere il merito di aver assicurato il reddito vitale per varie generazioni  di operai specializzati nella lavorazione delle pietre e del famoso breccillo. Il piazzale antistante domina la vasta regione che partendo dal mare di Mondragone si protende, quasi ad arco, verso i crinali del Massico, degli Musoni, degli Aurunci e dei Callicolani fino ad ancorarsi alla già ricordata stretta del Volturno, ossia S. Iorio.

Superata tale gola, il Volturno placa la sua irruenza e si allarga in grandi volute, preparandosi all’abbraccio della “turrita Capua”. E’ il territorio compreso tra la riva sinistra di queste placide anse ed il pendio terminale della cava di S. Iorio, che interessa ai fini della ricerca effettuata. All’epoca di riferimento, il territorio era animato da laboriose, ferventi comunità agricole che sostanziavano il popolo delle masserie.

La masseria, per definizione è un  vasto podere munito di fabbricati e servizi affidato, secondo le regole del diritto feudale, ad un massaro, figura di potente amministratore fiduciario. Al di là di questa fredda formula giuridica, la masseria costituiva l’ambito vitale di famiglie patriarcali, rette da una rigorosa morale contadina. Lavoro, fedeltà, timore di Dio e pratica dei precetti della Chiesa, rispetto dei ruoli di ciascuno, rapporto di buon vicinato e totale solidarietà; queste le regole condivise ed osservate per intima convinzione. Ogni masseria curava di riservare un angolo del fabbricato alle esigenze religiose della famiglia; un’edicola o una cappellina con l’immagine tutrice più venerata: di solito l’immagine della Madonna.

Sul complesso del tempio di Diana Tifatina, sulle cui rovine è stata edificata la Basilica micaelica, sulla naturale vocazione alla sacralità dei siti, sulla capillare diffusione del culto di divinità  pagane prima e cristiane poi si è sviluppata e tuttora è alimentata una vasta letteratura storica, religiosa, teologica, artistica ed ambientale.

Travalica l’assunto della nostra analisi il soffermarsi su tali aspetti. A noi compete la ricerca documentale per far emergere le radici e l’evoluzione storica della Chiesa Parrocchiale di   S. Antonio, in S. Iorio. l’aver voluto individuare e descrivere lo scenario territoriale entro cui  sono sorti e si nono sviluppati gli eventi che intendiamo conoscere corrisponde alle cennate esigenze. Però, allo scopo di razionalizzare alcune deduzioni, in grado di spiegare il nostro recente passato con valido riferimento  ad un passato  molto più remoto, dobbiamo mutuare dalla storia di Diana Tifatina alcune concezioni relative alla sacralità del Tifata. Gli studiosi antichi, medioevali, moderni e contemporanei  hanno teorizzato gli elementi naturali che secondo inveterate tradizioni, rendono la vocazione alla sacralità del Tifata. La grande quantità di sorgenti d’acqua, i rigogliosi boschi che lo circondano, la luminosità del suo cielo che consente alla luna di specchiarsi nel Volturno  sono le componenti distintive della ierofania del territorio Ed ecco il fulgore del tempio a Diana ed luoghi di culto che costellano l’area perimetrale del Monte. Oggi questi punti di vissuta religiosità si sono trasformati in luoghi residenziali che hanno conservato, nei nomi, l’indicazione del loro originario ruolo. Bellona. Casagiove, Casapulla, Ercole, Marcianise sono piccole ma floride cittadine che testimoniano la fondatezza di quanto a noi tramandato.

Col diffondersi del Cristianesimo, lo sradicamento del culto di Diana Tifatina fu difficoltoso e suscita contrapposizioni tenaci e violente anche perché venivano minacciati notevoli interessi di quanti traevano reddito dalle attività di servizio nelle aree dei templi. Qui preme argomentare che, per penetrare in questi ambienti ostili i primi evangelizzatori, forse si avvalsero della metodologia pagana. Il sorgere nella stessa area di numerosi luoghi di culto facilitava la partecipazione ai riti e consentiva alla nascente comunità di cementarsi nella fede, di rafforzarsi e di applicare la rivoluzionaria legge dell’amore.

Il comprensorio sul quale si appunta la nostra ricerca è molto frazionato ed è identificabile, specialmente dai suoi abitanti, secondo denominazioni che derivano da eventi accaduti in sito o dai nomi di feudatari locali o dalla devozione a particolari santi o dalla posizione topografica.

Spaziando con lo sguardo, da est ad ovest, la linea d’orizzonte  delimitata dai crinali dei monti Callicolai e dal Volturno fino all’ansa di Ponticelli, contrassegnata dall’antichissima cappella della Morte, eretta per ricordare il sacco di Capua da parte del Valentino(1501), si  individuano il bosco di San Vito, il ponte rotto (falsamente detto di Annibale) e le masserie De Foschi  Garonna, Gallozzi Stabile, Lucarelli e Ventrone. Più discoste dalla via Galatina le zone agricole denominate “16 moggi”, San Girolamo, Cappella della Scafa: Subito dopo e quasi lambita dal Volturno, la vasta zona del Purgatorio punteggiata dalle masserie Capace Galeota Bencivenga, Natale Pugliese. Più accosto all’altura di S. Iorio si stendono le vaste e fertili tenute della Maresca con le masserie Gambero e Valletta che a loro volta confinano con le località “30 moggie” Selvetella, Masseria Sabatasso, del Barone  e della Ballerina.

L’insieme di luoghi di culto, di contrade, di paesi e cittadine portanti il nome di santi indignava il massone Garibaldi. Nel libro “I Mille”  egli parlando delle posizioni di S. Angelo, di S. Maria, S Tammaro, S. Leucio sottolineava ” io credo saranno i Meridionali degni di essere liberi e prosperi quando avranno cancellato cotesti bruttissimi nomi. Si osservi che anche la posizione di Maddaloni si chiama San. Michele, quindi tutti santi” 

Attraverso i secoli, queste terre sono state calpestate da eserciti invasori, da orde barbariche, da briganti .Molte sanguinose battaglie sono state combattute  quivi. Molti  saccheggi, devastazioni e distruzioni hanno subito. Il Generale Garibaldi, nel libro ora menzionato, riferendosi alla campagna capuana indugiava ad accorate considerazioni:” Da Annibale, vincitore delle supreme legioni di Roma ai giorni nostri le campagne capuane non avevano veduto più fieri conflitti ed il bifolco passando l’aratro in quelle ubertosissime zolle, urterà per molti secoli ancora sui teschi dalla rabbia umana seminati”  già secoli prima, come riportato da molti autori,  Polibio Pit     aveva esclamato ”valle funeraria, colpita da terribile legge potrai ben dire quella del Tifata  che in sì breve spazio divenne tomba di tante genti ad opera dell’uomo” E’ una verità confermata dai fatti. Da recenti scavi effettuati in zona per la costruzione di canali di irrigazione sono venuti alla luce estesi sepolcri in tufo. Subito però sono stati reinterrati.

Questa rapida panoramica del territorio tifatino consente di meglio focalizzare quel ristretto settore che dipartendosi dall’odierna via IV Novembre sbocca al pianoro della cava di S. Iorio. Snodo questo di sentieri, di cupe, di mulattiere adducenti al fiume, al bosco, al monte, alla campagna. Già l’ho definito “di frontiera” questo scabro poggio ed è un dato inoppugnabile. Anche dal punto di vista climatico segna un confine. Quando al quadrivio è sereno a S. Iorio spira un vento freddo e c’è nebbia. O il Contrario. Un detto popolare lo conferma: Si S. Iuori gngrogna te fa carè i dete cu tutte l’ogne Se S. Iorio si arrabbia ti fa cadere le dita con tutte le unghie. Ben lo sapevano i contadini che nei tempi andati, all’alba raccoglievano con le mani indifese le olive cadute per le violente raffiche di tramontana, spiranti dalla gola della palombara:

Il sito ove confluiscono questi vari itinerari raccoglie tutti gli elementi naturali ai quali abbiamo accennato per essere adatto alla preghiera, alla meditazione, alla comunione delle persone e delle famiglie residenti nelle zone circostanti. Erano devote di San Michele, di San  Teodoro, di San Vito, di San Anatolia, ma una particolare venerazione era riservata al San Giorgio, il cavaliere vincitore del Drago,. Il Santo protettore degli ordini equestri.

Giancarlo Bova, emerito cultore e studioso di Capua e del suo territorio, nel suo libro “Capua Cristiana Sotterranea” dedica un’appendice a S:Angelo in Formis. Da lui apprendiamo che” nelle vicinanze del tempio micaelico sorge i monte S: Giorgii, modesta altura chiamata Vulgo S. Iorio”. Altra testimonianza fornita dallo stesso autore è datata 26 agosto 1518. Da un atto notarile si rileva che per la costruzione di tre fontane nella città di Capua, si stabili che le acque da utilizzare “ ritrovano in la montagna di Sancto Nicola(seu Tifata) di Sancto Angelo e de Sanco Georgico(seu Iorio)”. Appare quindi, acclarato che il nome di S. Iorio dato alla nostra contrada è una deformazione dialettale di S,Giorgio. E’ un santo della Nicomedia, nativo di Lidda, città della Palestina, una delle più fiorenti comunità cristiane. Non abbiamo molte notizie circa la sua vita. E’ certamente legenda la sua lotta contro il drago e la liberazione della figlia del Re dal  sacrificio di essere  data  in pasto al terribile drago e la città da questo costante terribile minaccia.

Sicuramente, però il cavaliere S. Giorgio ai tempi delle persecuzioni di Diocleziano si fece animoso sostenitore dei cristiani e, per questo condannato, torturato e decapitato, E’ bene precisare che l’epoca sulla quale stiamo spigolando questi flashs storici è la fine del secolo buio, tra il X e il XIII secolo. Il culto di S. Giorgio, di S. Michele di S. Teodoro e di S. Vito fu incrementato al tempo delle Crociate alle quali parteciparono molti Capuani: Si ricordi che alla prima Crociata (1096), partecipò un certo Randone  di Capua, il quale, di ritorno, sano e salvo, da Gerusalemme, eresse a Bellona, sul monte Reggeto una chiesa in onore di Santa Maria ad Jerusalem. Da allora ad oggi, noi di questa terra ci rechiamo in quella chiesa nei martedì delle settimane  seguenti la Pasqua.

Parimenti intenso era il culto di San. Vito, dal quale prese il nome il bosco adiacente al Mons S. Giorgio ad una vasta estensione di terreno oltre il Volturno, caratterizzato da uno stato paludoso idoneo a richiamare i fagiani in transito e ad allevarli. Anche San Vito fu martirizzato durante le persecuzioni di Diocleziano. Sappiamo che nel quinto secolo in Sicilia, in Sardegna ed a Roma si trovano templi a lui dedicati. Nel medioevo, il suo culto era diffuso per i suoi poteri taumaturgici contro l’idrofobia ed il cosiddetto ballo di S. Vito.

Accomunata alla venerazione per san Giorgio era quella del Vescovo San Teodoro il cui nome significa “dono di Dio”. Era nato a Sicea in Galazia, regione contrale della odierna Turchia, nella seconda metà del sesto secolo. Il suo protettore fu S. Giorgio. Da grande scavò una grotta sotto la cappella dedicata a qual Santo e vi si ritirò per pregare. Fatti miracolosi accadevano intorno a quella tana tanto che il Vescovo locale lo elevò al sacerdozio. Fu pellegrino in Terra  Santa e visse da anacoreta. Promosse la fondazione di una comunità che pose sotto la protezione di S. Giorgio. Morì nel 613. Venne glorificato perché facente onore al suo nome era stato un “dono di Dio”.

Un tratto singolare emerge dall’esame di personaggi così esemplari: tutti i Santi oggetto di devozione in questa zona sono stati martirizzati durante le persecuzioni di imperatori romani d’oriente. Constatazione questa  che induce a riflettere su i forti vincoli che univano la Campania a Bisanzio.

L’orizzonte della nostra voglia di conoscenza si allarga sempre più ma non possiamo discostarci da quell’esile filo al cui capo c’è la Chiesa di S. Antonio.

 Le fonti documentali reperite in ambito diocesano e l’impegno degli operatori didattici di S. Angelo in Formis hanno determinato l’approdo ad alcuni punti fondamentali per proseguire nella ricerca e nell’approfondimento degli eventi che certamente hanno influito sulla evoluzione dell’epoca medioevale moderna. Poco sappiamo del dopo. Dalla conoscenza degli eventi che hanno caratterizzato la storia civile e militare della nostra contrada si può affermare che nonostante tanti sovvertimenti si è determinata una stabilizzazione nella progressione dello sviluppo culturale, sociale e religioso della comunità insediatasi nel territorio Tifatino. Le invasioni, il susseguirsi di dinastie,  la fondazione di alti poteri, l’alternarsi di lotte e di pacificazioni hanno segnato senza dubbio, caratteri, valori, tradizioni.

Gli storici proseguono nel loro inarrestabile impegno di sedimentare la cronaca e fare emergere la Storia. Noi nel nostro ristretto ambito vorremmo indagare sulla partecipazione della nostra comunità ad eventi come la Vandea italiana, quando i contadini si opponevano alle ingiustizie e difendevano il loro credo con forconi e tridenti gridando “Viva maria2, alla rivoluzione giacobbina, ai moti risorgimentali, alla guerra civile che i vincitori hanno declassato a brigantaggio. Il resto è contemporaneità.

Sono  fuggevoli ma suggestivi approcci ad altre analisi. Ora soffermiamoci sulla seconda parte della nostra indagine che mira a rendere identificabile il nostro recente passato di comunità religiosa autonoma, ossia svincolata dalla parrocchia di S. Michele e quindi dalle pertinenze della Basilica Micaeliana. Si tratta di puntualizzare le fasi storiche della costruzione di una chiesa che testimonia nei fatti , l’esistenza di una comunità organizzata in un preciso territorio, caratterizzata da comunanza di interessi, di sentimenti, di ideali e di culto. Invero i punti salienti accertati vertono sull’ampliamento di una precedente cappella, sul riconoscimento di una entità parrocchiale ben identificabile e determinata a veder assicurati e ripetuti i suoi diritti alla pratica del culto ed alla scelta di un santo protettore. Questi due elementi, pietre d’angolo per ulteriori ricerche, sono stati indiscutibilmente individuati e fissati. E’ un risultato rilevante che merita apprezzamento.

Il primo ottobre 1960 sulle balze della collina di S. Iorio, attorno alla cappella ivi esistente, si scontrarono le truppe borboniche del Maresciallo Afan de Rivera ed i Garibaldini del generale Medici. La sconfitta di Re Francesco II segnò la fine del Regno delle Due Sicilie e l’annessione delle sue province al Piemonte. Da S. Iorio furono promulgati i risultati del plebiscito di annessione. Dalle batterie posizionate sulla collina di S. Iorio il Generale Federico Menabrea, sperimentò le nuove artiglierie munite di canne rigate, sottoponendo la città di Capua al violento bombardamento che ne provocò la resa. Lo sconvolgimento politico che conseguì a questi eventi, il nuovo assetto amministrativo del territorio, l’estensione a queste zone della legislazione piemontese e il ricordato stato  di guerra civile che si protrasse per circa dieci anni, portarono miseria e disoccupazione. Emersero nuovi ceti sociali, nuove forme di proprietà terriere, nuove modalità previdenziali. Fu il momento delle congreche religiose e delle società di mutuo soccorso che ad esse si opponevano. Ciò che confortava era la saldezza del sentimento religioso, l’attaccamento alle tradizioni, la difesa del riformismo liberale, permeato di massoneria. In questa positiva realtà si pose il fervore di iniziative e di  intraprese finalizzate a consolidare ed ad ampliare la chiesa di S. Iorio, a fissarne le prospettive di azione pastorale.

La ricerca che presentiamo ha illustrato in maniera efficace i risultati conseguiti. Conosciamo, ora, date, nomi ed operatori protagonisti delle tappe che dal 1862 sono approdate alla raggiante realtà di oggi. Ci riferiamo alla cornice  ossia all’ente , all’edificio ed alla sostanziale consistente concretezza della comunità della quale portiamo orgoglio e vanto. Le  fasi concernenti la donazione dell’area necessaria per la costruzione di una chiesa e quella successiva per l’esercizio del culto sono state alquanto tempestose dato il carattere ostico di Padre Bonaventura da Casanova che si era autoproclamato titolare della cappella. Era un francescano riformato dei Frati Bigi di padre Ludovico da Caloria, al quale il professore Lucarelli aveva donato la cappella, l’abitazione, un pozzo ed un moggio di montagna. L’imprecisione di alcune notizie relative alla costruzione della chiesa e alle sua erezione in parrocchia non sono lesivi dell’ autenticità dei dati fondamentali. A noi preme porre in risalto le motivazioni, veramente esaltanti di alcune decisioni che per il momento storico in cui sono state manifestate sono da considerarsi coraggiose ed eroiche. Con lettera datata 8 ottobre 1862, il professore Gaetano Lucarelli comunicava all’Arcivescovo di Capua di aver donato, in contrada S. Iorio, un suolo per edificare una chiesa dedicata alla Beata Vergine degli Angeli, ed avendo gli abitanti già provveduto alla raccolta fondi necessari lo invitava a presenziare alla cerimonia della posa della prima pietra. Nel caso di impedimento lo pregava di delegare allo scopo Padre Bonaventura da Casanova. Chiedeva inoltre di affidare la vigilanza sulla esecuzione dei lavori al medesimo Padre Bonaventura. Il complesso invito venne rivolto perché “i fedeli anelano al momento di vedere attuata un’opera che certifica la loro pità e religione” lo stesso professor Lucarelli, con atto datato 1864, notificava ad Vicario Capitolare dell’Archidiocesi di Capua, don Benedetto della Corte di voler cedere donare a frate Ludovico da Caloria, superiore della Pia Opera della pala in Napoli una “ casa composta di quattro stanze, un pozzo, una chiesetta ed un moggio di montagna” la donazione veniva fatta per “provvedere ai bisogni urgentissimi di tanti infelici abitanti di quella contrada, di procurare loro sicuri mezzi di sussistenza facendo istruire i fanciulli nel catechismo di Nostra Santa Religione, nelle lettere e nei mestieri. Il caritatevolissimo Frate, oltre agli accattoncelli ed orfanelli ai quali darà tetto e  vitto, soddisfarà pure all’istruzione di sapere a tutti fanciulli del villaggio e delle masserie adiacenti acciocché con sana morale e con accorte fatiche si fughi per sempre la miseria e il vizio” Da notare che la donazione era rigidamente condizionata all’obbligo che vi dimorassero i “Frati del Terzo Ordine di S. Francesco d’Assisi detti Frati Bigi” con l’aggravante che nel caso di soppressione di tale ordine la proprietà sarebbe ritornata al donante o ai suoi eredi. Questo vincolo sta ad indicare la decisa ed esclusiva volontà del prof. Lucarelli di voler aiutare i fanciulli di S. Iorio.

Tra il 1862 e il 1873 si colloca un periodo difficile per incomprensioni, interferenze ed anche interessi. Tesissimi erano i rapporti con il Parroco di S. Angelo in Formis ed il Frate Bonaventura. L’intervento della curia Arcivescovile di Capua fu necessaria e rigorosa. Il Padre Bonaventura venne sottoposto a processo per aver benedetto la Cappella e celebrata la S. Messa non rispettando la giurisdizione della Curia sulla nuova entità ecclesiale. La sentenza fu l’interdizione del Frate e della Cappella. Questi comportamenti, giudicati ostili dalla popolazione di S. Iorio,determinarono un clima di competizione tra le due comunità. Competizione che dal campo strettamente religioso si estese a tutte le attività. Questo clima influenzò notevolmente l’evoluzione dei costumi e della cultura del paese. Chi scrive ha vissuto questa stagione e ricorda che, a cura della gioventù di S. Iorio, venne pubblicato un giornalino che fomentava polemiche e pettegolezzi fra le comunità contendenti. Il giornale, a dimostrare che non c’era malevolenza nell’iniziativa si titolava: Vache e Press. Lo stato di interdizione turbò molto i fedeli e creò animosità che richiamò l’attenzione del Sindaco di Capua, il quale si preoccupò di chiedere direttamente all’Arcivescovo di autorizzare la celebrazione di una Messa nei giorni festivi, nella Cappella interdetta.

Gradevole per la sensibilità umana oltre che politica la motivazione addotta dal Sindaco a giustificazione della sua iniziativa: “la distanza che intercede da S .Iorio alla Chiesa Parrocchiale, fa sì che molti dei villici della contrada, sia per il cattivo tempo nello inverno, sia pel troppo calore nella està perdono la Messa”. Il parroco di S .Angelo Don Dioniso Leopardi, nel dare il suo consenso non mancò di sottolineare che la Cappella sta sotto interdetto a causa della esorbitanza del Padre Bonaventura da Casanova”. Da notare ancora che i cittadini della contrada si obbligarono a sostenere volontariamente tutte le spese necessarie “ per la conservazione della Cappella, quante volte la medesima resta aperta al divin  culto” . Superate tutte le incombenze formali, l’Eccellentissimo Arcivescovo Francesco Saverio Apuzzo, con decretazione del 28 novembre 1873, accolse la richiesta ed elevò la Chiesa di S. Iorio al rango di” succursale parrocchiale”. Nella massa documentale attinente a questo poco simpatica contesa è stata trovata una prima menzione di una statua di S .Antonio da Padova. Infatti in una elencazione dell’arredo esistente nella Cappella datata 5 dicembre 1873 essa compare come “ sita sull’altarino in cornu evengelii”. Anche la posizione del Frate Bonaventura da Casanova si legalizzo con l’ordine impartitogli il 1° marzo 1881 dal Ministro Provinciale dei Frati Bigi, Padre Cherubino da Casalnuovo, di “ stare nella casa di S .Iorio fino a chè per altra circostanza non sarete altrove destinato”

L’escursione nel passato si esaurisce in una breve cronologia di eventi che vanno dall’ampliamento della Chiesa alla sua erezione in parrocchia. Siamo agli inizi del Novecento, quando lo scenario in cui è chiamato ad operare la chiesa si va modificando. Il paese si spande, la popolazione aumenta, La lottizzazione di vaste aree seminative prospicienti la via Galatina, favorisce una sorta di urbanizzazione ed il ruolo delle masserie declina. Si sviluppa un bracciantato agricolo, il cui insediamento è in paese. Questi fattori, sommati fra loro, sono fondanti di nuove relazione; fanno sorgere uno spirito di città ed i costumi si adeguano. Ed ecco che le pure esigenze di preghiera si accompagnano al bisogno di socializzare. La comunità si organizza e necessita di maggiori spazi e di più tempi. Di più intenso dialogo. Ed ecco allora la nuova società, l’umanità nuova, alla quale occorre riservare altre analisi.

Le piaggie di Campania amena” ricordate dal Tasso sono proiettate a divenire fucina di progresso.

Le ricerche di qualsiasi disciplina non si esauriscono mai perché l’uomo è assetato di conoscenza. Questa è la pedana che consentirà nuovi balzi e nuovi cimenti ai quali, in umiltà, intendiamo accostarci. Ai lettori chiediamo condiscendenza per ineludibili errori e comprensione per involontarie omissioni. L’ impegno a continuare assolve e certamente porterà a conseguire l’esaltante obiettivo di ampliare, arricchire ed approfondire un semplice recente passato per collocarlo nella Storia,

Prosper procede!

Girolamo Garonna