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S.IORIO.
UNA CONTRADA, UNA COMUNITA’
Osservata dalla piana di
Capua la forma strutturale del monte Tifata appare asimmetrica
rispetto alla sua base piramidale Infatti il pendio sinistro che
si stende verso San Prisco è blandamente scosceso e poco
avvolgente .Aspro ed erto è invece il costone di S. Iorio che
diramandosi dalla Forcina, si incurva come braccio invasivo,
quasi a barrare la via Galatina, protesa al Volturno, che
vorticoso ed infido irrompe dal nodo della Palombara. Naturale
strettoia difensiva, questa a riparo di offese naturali o
belliche. Porta del Sannio e del Molise, donde la definizione di
“fiume di frontiera”. Ed anche di frontiera può definirsi
la dorsale di S. Iorio, che segna verso oriente, il lembo
estremo della Campania Felix .
Al di la di questo roccioso
braccio, si staglia l’irta mole del versante centrale del
Tifata, sulla cui vetta, chiamata S.Nicola, insistono i ruderi
del castello di Adenulfo, ove, sembra sia stato ospitato il Papa
Giovanni XIII, fondatore dell’archidiocesi di Capua. Il Monte,
attraverso profondo solchi vallivi, degrada prima alla fertile
“Pianurella” e quindi all’ameno pianoro sul quale troneggia
l’eccelsa Basilica Desideriana. Il paesaggio, in verità, è
deturpato dalle inveterate ed irregolari attività estrattive
delle cave, alle quali, tuttavia bisogna riconoscere il merito
di aver assicurato il reddito vitale per varie generazioni di
operai specializzati nella lavorazione delle pietre e del famoso
breccillo. Il piazzale antistante domina la vasta regione
che partendo dal mare di Mondragone si protende, quasi ad arco,
verso i crinali del Massico, degli Musoni, degli Aurunci e dei
Callicolani fino ad ancorarsi alla già ricordata stretta del
Volturno, ossia S. Iorio.
Superata tale gola, il
Volturno placa la sua irruenza e si allarga in grandi volute,
preparandosi all’abbraccio della “turrita Capua”. E’ il
territorio compreso tra la riva sinistra di queste placide anse
ed il pendio terminale della cava di S. Iorio, che interessa ai
fini della ricerca effettuata. All’epoca di riferimento, il
territorio era animato da laboriose, ferventi comunità agricole
che sostanziavano il popolo delle masserie.
La masseria, per definizione
è un vasto podere munito di fabbricati e servizi affidato,
secondo le regole del diritto feudale, ad un massaro, figura di
potente amministratore fiduciario. Al di là di questa fredda
formula giuridica, la masseria costituiva l’ambito vitale di
famiglie patriarcali, rette da una rigorosa morale contadina.
Lavoro, fedeltà, timore di Dio e pratica dei precetti della
Chiesa, rispetto dei ruoli di ciascuno, rapporto di buon
vicinato e totale solidarietà; queste le regole condivise ed
osservate per intima convinzione. Ogni masseria curava di
riservare un angolo del fabbricato alle esigenze religiose della
famiglia; un’edicola o una cappellina con l’immagine tutrice più
venerata: di solito l’immagine della Madonna.
Sul complesso del tempio di
Diana Tifatina, sulle cui rovine è stata edificata la Basilica
micaelica, sulla naturale vocazione alla sacralità dei siti,
sulla capillare diffusione del culto di divinità pagane prima e
cristiane poi si è sviluppata e tuttora è alimentata una vasta
letteratura storica, religiosa, teologica, artistica ed
ambientale.
Travalica l’assunto della
nostra analisi il soffermarsi su tali aspetti. A noi compete la
ricerca documentale per far emergere le radici e l’evoluzione
storica della Chiesa Parrocchiale di S. Antonio, in S. Iorio.
l’aver voluto individuare e descrivere lo scenario territoriale
entro cui sono sorti e si nono sviluppati gli eventi che
intendiamo conoscere corrisponde alle cennate esigenze. Però,
allo scopo di razionalizzare alcune deduzioni, in grado di
spiegare il nostro recente passato con valido riferimento ad un
passato molto più remoto, dobbiamo mutuare dalla storia di
Diana Tifatina alcune concezioni relative alla sacralità del
Tifata. Gli studiosi antichi, medioevali, moderni e
contemporanei hanno teorizzato gli elementi naturali che
secondo inveterate tradizioni, rendono la vocazione alla
sacralità del Tifata. La grande quantità di sorgenti d’acqua, i
rigogliosi boschi che lo circondano, la luminosità del suo cielo
che consente alla luna di specchiarsi nel Volturno sono le
componenti distintive della ierofania del territorio Ed ecco il
fulgore del tempio a Diana ed luoghi di culto che costellano
l’area perimetrale del Monte. Oggi questi punti di vissuta
religiosità si sono trasformati in luoghi residenziali che hanno
conservato, nei nomi, l’indicazione del loro originario ruolo.
Bellona. Casagiove, Casapulla, Ercole, Marcianise sono piccole
ma floride cittadine che testimoniano la fondatezza di quanto a
noi tramandato.
Col diffondersi del
Cristianesimo, lo sradicamento del culto di Diana Tifatina fu
difficoltoso e suscita contrapposizioni tenaci e violente anche
perché venivano minacciati notevoli interessi di quanti traevano
reddito dalle attività di servizio nelle aree dei templi. Qui
preme argomentare che, per penetrare in questi ambienti ostili i
primi evangelizzatori, forse si avvalsero della metodologia
pagana. Il sorgere nella stessa area di numerosi luoghi di culto
facilitava la partecipazione ai riti e consentiva alla nascente
comunità di cementarsi nella fede, di rafforzarsi e di applicare
la rivoluzionaria legge dell’amore.
Il comprensorio sul quale si
appunta la nostra ricerca è molto frazionato ed è
identificabile, specialmente dai suoi abitanti, secondo
denominazioni che derivano da eventi accaduti in sito o dai nomi
di feudatari locali o dalla devozione a particolari santi o
dalla posizione topografica.
Spaziando con lo sguardo, da
est ad ovest, la linea d’orizzonte delimitata dai crinali dei
monti Callicolai e dal Volturno fino all’ansa di Ponticelli,
contrassegnata dall’antichissima cappella della Morte, eretta
per ricordare il sacco di Capua da parte del Valentino(1501),
si individuano il bosco di San Vito, il ponte rotto (falsamente
detto di Annibale) e le masserie De Foschi Garonna, Gallozzi
Stabile, Lucarelli e Ventrone. Più discoste dalla via Galatina
le zone agricole denominate “16 moggi”, San Girolamo, Cappella
della Scafa: Subito dopo e quasi lambita dal Volturno, la vasta
zona del Purgatorio punteggiata dalle masserie Capace Galeota
Bencivenga, Natale Pugliese. Più accosto all’altura di S. Iorio
si stendono le vaste e fertili tenute della Maresca con le
masserie Gambero e Valletta che a loro volta confinano con le
località “30 moggie” Selvetella, Masseria Sabatasso, del Barone
e della Ballerina.
L’insieme di luoghi di culto,
di contrade, di paesi e cittadine portanti il nome di santi
indignava il massone Garibaldi. Nel libro “I Mille” egli
parlando delle posizioni di S. Angelo, di S. Maria, S Tammaro,
S. Leucio sottolineava ” io credo saranno i Meridionali degni
di essere liberi e prosperi quando avranno cancellato cotesti
bruttissimi nomi. Si osservi che anche la posizione di
Maddaloni si chiama San. Michele, quindi tutti santi”
Attraverso i secoli, queste
terre sono state calpestate da eserciti invasori, da orde
barbariche, da briganti .Molte sanguinose battaglie sono state
combattute quivi. Molti saccheggi, devastazioni e distruzioni
hanno subito. Il Generale Garibaldi, nel libro ora menzionato,
riferendosi alla campagna capuana indugiava ad accorate
considerazioni:” Da Annibale, vincitore delle supreme legioni
di Roma ai giorni nostri le campagne capuane non avevano veduto
più fieri conflitti ed il bifolco passando l’aratro in quelle
ubertosissime zolle, urterà per molti secoli ancora sui teschi
dalla rabbia umana seminati” già secoli prima, come
riportato da molti autori, Polibio Pit aveva
esclamato ”valle funeraria, colpita da terribile legge potrai
ben dire quella del Tifata che in sì breve spazio divenne tomba
di tante genti ad opera dell’uomo” E’ una verità confermata
dai fatti. Da recenti scavi effettuati in zona per la
costruzione di canali di irrigazione sono venuti alla luce
estesi sepolcri in tufo. Subito però sono stati reinterrati.
Questa rapida panoramica del
territorio tifatino consente di meglio focalizzare quel
ristretto settore che dipartendosi dall’odierna via IV Novembre
sbocca al pianoro della cava di S. Iorio. Snodo questo di
sentieri, di cupe, di mulattiere adducenti al fiume, al bosco,
al monte, alla campagna. Già l’ho definito “di frontiera” questo
scabro poggio ed è un dato inoppugnabile. Anche dal punto di
vista climatico segna un confine. Quando al quadrivio è sereno a
S. Iorio spira un vento freddo e c’è nebbia. O il Contrario. Un
detto popolare lo conferma: Si S. Iuori gngrogna te fa carè i
dete cu tutte l’ogne Se S. Iorio si arrabbia ti fa cadere le
dita con tutte le unghie. Ben lo sapevano i contadini che nei
tempi andati, all’alba raccoglievano con le mani indifese le
olive cadute per le violente raffiche di tramontana, spiranti
dalla gola della palombara:
Il sito ove confluiscono
questi vari itinerari raccoglie tutti gli elementi naturali ai
quali abbiamo accennato per essere adatto alla preghiera, alla
meditazione, alla comunione delle persone e delle famiglie
residenti nelle zone circostanti. Erano devote di San Michele,
di San Teodoro, di San Vito, di San Anatolia, ma una
particolare venerazione era riservata al San Giorgio, il
cavaliere vincitore del Drago,. Il Santo protettore degli ordini
equestri.
Giancarlo Bova, emerito
cultore e studioso di Capua e del suo territorio, nel suo libro
“Capua Cristiana Sotterranea” dedica un’appendice a S:Angelo in
Formis. Da lui apprendiamo che” nelle vicinanze del tempio
micaelico sorge i monte S: Giorgii, modesta altura chiamata
Vulgo S. Iorio”. Altra testimonianza fornita dallo stesso autore
è datata 26 agosto 1518. Da un atto notarile si rileva che per
la costruzione di tre fontane nella città di Capua, si stabili
che le acque da utilizzare “ ritrovano in la montagna di Sancto
Nicola(seu Tifata) di Sancto Angelo e de Sanco Georgico(seu
Iorio)”. Appare quindi, acclarato che il nome di S. Iorio dato
alla nostra contrada è una deformazione dialettale di S,Giorgio.
E’ un santo della Nicomedia, nativo di Lidda, città della
Palestina, una delle più fiorenti comunità cristiane. Non
abbiamo molte notizie circa la sua vita. E’ certamente legenda
la sua lotta contro il drago e la liberazione della figlia del
Re dal sacrificio di essere data in pasto al terribile drago
e la città da questo costante terribile minaccia.
Sicuramente, però il
cavaliere S. Giorgio ai tempi delle persecuzioni di Diocleziano
si fece animoso sostenitore dei cristiani e, per questo
condannato, torturato e decapitato, E’ bene precisare che
l’epoca sulla quale stiamo spigolando questi flashs storici è la
fine del secolo buio, tra il X e il XIII secolo. Il culto di S.
Giorgio, di S. Michele di S. Teodoro e di S. Vito fu
incrementato al tempo delle Crociate alle quali parteciparono
molti Capuani: Si ricordi che alla prima Crociata (1096),
partecipò un certo Randone di Capua, il quale, di ritorno, sano
e salvo, da Gerusalemme, eresse a Bellona, sul monte Reggeto una
chiesa in onore di Santa Maria ad Jerusalem. Da allora ad oggi,
noi di questa terra ci rechiamo in quella chiesa nei martedì
delle settimane seguenti la Pasqua.
Parimenti intenso era il
culto di San. Vito, dal quale prese il nome il bosco adiacente
al Mons S. Giorgio ad una vasta estensione di terreno oltre il
Volturno, caratterizzato da uno stato paludoso idoneo a
richiamare i fagiani in transito e ad allevarli. Anche San Vito
fu martirizzato durante le persecuzioni di Diocleziano. Sappiamo
che nel quinto secolo in Sicilia, in Sardegna ed a Roma si
trovano templi a lui dedicati. Nel medioevo, il suo culto era
diffuso per i suoi poteri taumaturgici contro l’idrofobia ed il
cosiddetto ballo di S. Vito.
Accomunata alla venerazione
per san Giorgio era quella del Vescovo San Teodoro il cui nome
significa “dono di Dio”. Era nato a Sicea in Galazia, regione
contrale della odierna Turchia, nella seconda metà del sesto
secolo. Il suo protettore fu S. Giorgio. Da grande scavò una
grotta sotto la cappella dedicata a qual Santo e vi si ritirò
per pregare. Fatti miracolosi accadevano intorno a quella tana
tanto che il Vescovo locale lo elevò al sacerdozio. Fu
pellegrino in Terra Santa e visse da anacoreta. Promosse la
fondazione di una comunità che pose sotto la protezione di S.
Giorgio. Morì nel 613. Venne glorificato perché facente onore al
suo nome era stato un “dono di Dio”.
Un tratto singolare emerge
dall’esame di personaggi così esemplari: tutti i Santi oggetto
di devozione in questa zona sono stati martirizzati durante le
persecuzioni di imperatori romani d’oriente. Constatazione
questa che induce a riflettere su i forti vincoli che univano
la Campania a Bisanzio.
L’orizzonte della nostra
voglia di conoscenza si allarga sempre più ma non possiamo
discostarci da quell’esile filo al cui capo c’è la Chiesa di S.
Antonio.
Le fonti documentali
reperite in ambito diocesano e l’impegno degli operatori
didattici di S. Angelo in Formis hanno determinato l’approdo ad
alcuni punti fondamentali per proseguire nella ricerca e
nell’approfondimento degli eventi che certamente hanno influito
sulla evoluzione dell’epoca medioevale moderna. Poco sappiamo
del dopo. Dalla conoscenza degli eventi che hanno caratterizzato
la storia civile e militare della nostra contrada si può
affermare che nonostante tanti sovvertimenti si è determinata
una stabilizzazione nella progressione dello sviluppo culturale,
sociale e religioso della comunità insediatasi nel territorio
Tifatino. Le invasioni, il susseguirsi di dinastie, la
fondazione di alti poteri, l’alternarsi di lotte e di
pacificazioni hanno segnato senza dubbio, caratteri, valori,
tradizioni.
Gli storici proseguono nel
loro inarrestabile impegno di sedimentare la cronaca e fare
emergere la Storia. Noi nel nostro ristretto ambito vorremmo
indagare sulla partecipazione della nostra comunità ad eventi
come la Vandea italiana, quando i contadini si opponevano alle
ingiustizie e difendevano il loro credo con forconi e tridenti
gridando “Viva maria2, alla rivoluzione giacobbina, ai moti
risorgimentali, alla guerra civile che i vincitori hanno
declassato a brigantaggio. Il resto è contemporaneità.
Sono fuggevoli ma suggestivi
approcci ad altre analisi. Ora soffermiamoci sulla seconda parte
della nostra indagine che mira a rendere identificabile il
nostro recente passato di comunità religiosa autonoma, ossia
svincolata dalla parrocchia di S. Michele e quindi dalle
pertinenze della Basilica Micaeliana. Si tratta di puntualizzare
le fasi storiche della costruzione di una chiesa che testimonia
nei fatti , l’esistenza di una comunità organizzata in un
preciso territorio, caratterizzata da comunanza di interessi, di
sentimenti, di ideali e di culto. Invero i punti salienti
accertati vertono sull’ampliamento di una precedente cappella,
sul riconoscimento di una entità parrocchiale ben identificabile
e determinata a veder assicurati e ripetuti i suoi diritti alla
pratica del culto ed alla scelta di un santo protettore. Questi
due elementi, pietre d’angolo per ulteriori ricerche, sono stati
indiscutibilmente individuati e fissati. E’ un risultato
rilevante che merita apprezzamento.
Il primo ottobre 1960 sulle
balze della collina di S. Iorio, attorno alla cappella ivi
esistente, si scontrarono le truppe borboniche del Maresciallo
Afan de Rivera ed i Garibaldini del generale Medici. La
sconfitta di Re Francesco II segnò la fine del Regno delle Due
Sicilie e l’annessione delle sue province al Piemonte. Da S.
Iorio furono promulgati i risultati del plebiscito di
annessione. Dalle batterie posizionate sulla collina di S. Iorio
il Generale Federico Menabrea, sperimentò le nuove artiglierie
munite di canne rigate, sottoponendo la città di Capua al
violento bombardamento che ne provocò la resa. Lo sconvolgimento
politico che conseguì a questi eventi, il nuovo assetto
amministrativo del territorio, l’estensione a queste zone della
legislazione piemontese e il ricordato stato di guerra civile
che si protrasse per circa dieci anni, portarono miseria e
disoccupazione. Emersero nuovi ceti sociali, nuove forme di
proprietà terriere, nuove modalità previdenziali. Fu il momento
delle congreche religiose e delle società di mutuo soccorso che
ad esse si opponevano. Ciò che confortava era la saldezza del
sentimento religioso, l’attaccamento alle tradizioni, la difesa
del riformismo liberale, permeato di massoneria. In questa
positiva realtà si pose il fervore di iniziative e di
intraprese finalizzate a consolidare ed ad ampliare la chiesa di
S. Iorio, a fissarne le prospettive di azione pastorale.
La ricerca che presentiamo ha
illustrato in maniera efficace i risultati conseguiti.
Conosciamo, ora, date, nomi ed operatori protagonisti delle
tappe che dal 1862 sono approdate alla raggiante realtà di oggi.
Ci riferiamo alla cornice ossia all’ente , all’edificio ed alla
sostanziale consistente concretezza della comunità della quale
portiamo orgoglio e vanto. Le fasi concernenti la donazione
dell’area necessaria per la costruzione di una chiesa e quella
successiva per l’esercizio del culto sono state alquanto
tempestose dato il carattere ostico di Padre Bonaventura da
Casanova che si era autoproclamato titolare della cappella. Era
un francescano riformato dei Frati Bigi di padre Ludovico da
Caloria, al quale il professore Lucarelli aveva donato la
cappella, l’abitazione, un pozzo ed un moggio di montagna.
L’imprecisione di alcune notizie relative alla costruzione della
chiesa e alle sua erezione in parrocchia non sono lesivi dell’
autenticità dei dati fondamentali. A noi preme porre in risalto
le motivazioni, veramente esaltanti di alcune decisioni che per
il momento storico in cui sono state manifestate sono da
considerarsi coraggiose ed eroiche. Con lettera datata 8 ottobre
1862, il professore Gaetano Lucarelli comunicava all’Arcivescovo
di Capua di aver donato, in contrada S. Iorio, un suolo per
edificare una chiesa dedicata alla Beata Vergine degli Angeli,
ed avendo gli abitanti già provveduto alla raccolta fondi
necessari lo invitava a presenziare alla cerimonia della posa
della prima pietra. Nel caso di impedimento lo pregava di
delegare allo scopo Padre Bonaventura da Casanova. Chiedeva
inoltre di affidare la vigilanza sulla esecuzione dei lavori al
medesimo Padre Bonaventura. Il complesso invito venne rivolto
perché “i fedeli anelano al momento di vedere attuata
un’opera che certifica la loro pità e religione” lo stesso
professor Lucarelli, con atto datato 1864, notificava ad Vicario
Capitolare dell’Archidiocesi di Capua, don Benedetto della Corte
di voler cedere donare a frate
Ludovico da Caloria, superiore della Pia Opera della pala in
Napoli una “ casa composta di quattro stanze, un
pozzo, una chiesetta ed un moggio di montagna” la donazione
veniva fatta per “provvedere ai bisogni urgentissimi di tanti
infelici abitanti di quella contrada, di procurare loro sicuri
mezzi di sussistenza facendo istruire i fanciulli nel catechismo
di Nostra Santa Religione, nelle lettere e nei mestieri. Il
caritatevolissimo Frate, oltre agli accattoncelli ed orfanelli
ai quali darà tetto e vitto, soddisfarà pure all’istruzione di
sapere a tutti fanciulli del villaggio e delle masserie
adiacenti acciocché con sana morale e con accorte fatiche si
fughi per sempre la miseria e il vizio” Da notare che
la donazione era rigidamente condizionata all’obbligo che vi
dimorassero i “Frati del Terzo Ordine di S. Francesco d’Assisi
detti Frati Bigi” con l’aggravante che nel caso di soppressione
di tale ordine la proprietà sarebbe ritornata al donante o ai
suoi eredi. Questo vincolo sta ad indicare la decisa ed
esclusiva volontà del prof. Lucarelli di voler aiutare i
fanciulli di S. Iorio.
Tra il 1862 e il 1873 si
colloca un periodo difficile per incomprensioni, interferenze ed
anche interessi. Tesissimi erano i rapporti con il Parroco di S.
Angelo in Formis ed il Frate Bonaventura. L’intervento della
curia Arcivescovile di Capua fu necessaria e rigorosa. Il Padre
Bonaventura venne sottoposto a processo per aver benedetto la
Cappella e celebrata la S. Messa non rispettando la
giurisdizione della Curia sulla nuova entità ecclesiale. La
sentenza fu l’interdizione del Frate e della Cappella. Questi
comportamenti, giudicati ostili dalla popolazione di S.
Iorio,determinarono un clima di competizione tra le due
comunità. Competizione che dal campo strettamente religioso si
estese a tutte le attività. Questo clima influenzò notevolmente
l’evoluzione dei costumi e della cultura del paese. Chi scrive
ha vissuto questa stagione e ricorda che, a cura della gioventù
di S. Iorio, venne pubblicato un giornalino che fomentava
polemiche e pettegolezzi fra le comunità contendenti. Il
giornale, a dimostrare che non c’era malevolenza nell’iniziativa
si titolava: Vache e Press. Lo stato di interdizione turbò molto
i fedeli e creò animosità che richiamò l’attenzione del Sindaco
di Capua, il quale si preoccupò di chiedere direttamente
all’Arcivescovo di autorizzare la celebrazione di una Messa nei
giorni festivi, nella Cappella interdetta.
Gradevole per la sensibilità
umana oltre che politica la motivazione addotta dal Sindaco a
giustificazione della sua iniziativa: “la distanza che
intercede da S .Iorio alla Chiesa Parrocchiale, fa sì che molti
dei villici della contrada, sia per il cattivo tempo nello
inverno, sia pel troppo calore nella està perdono la Messa”.
Il parroco di S .Angelo Don Dioniso Leopardi, nel dare il suo
consenso non mancò di sottolineare che la Cappella sta
sotto interdetto a causa della esorbitanza del Padre Bonaventura
da Casanova”. Da notare ancora che i cittadini della
contrada si obbligarono a sostenere volontariamente tutte
le spese necessarie “ per la conservazione della Cappella,
quante volte la medesima resta aperta al divin culto” .
Superate tutte le incombenze formali, l’Eccellentissimo
Arcivescovo Francesco Saverio Apuzzo, con decretazione del 28
novembre 1873, accolse la richiesta ed elevò la Chiesa di S.
Iorio al rango di” succursale parrocchiale”. Nella massa
documentale attinente a questo poco simpatica contesa è stata
trovata una prima menzione di una statua di S .Antonio da
Padova. Infatti in una elencazione dell’arredo esistente nella
Cappella datata 5 dicembre 1873 essa compare come “ sita
sull’altarino in cornu evengelii”. Anche la posizione del
Frate Bonaventura da Casanova si legalizzo con l’ordine
impartitogli il 1° marzo 1881 dal Ministro Provinciale dei Frati
Bigi, Padre Cherubino da Casalnuovo, di “ stare nella casa di
S .Iorio fino a chè per altra circostanza non sarete altrove
destinato”
L’escursione nel passato si
esaurisce in una breve cronologia di eventi che vanno
dall’ampliamento della Chiesa alla sua erezione in parrocchia.
Siamo agli inizi del Novecento, quando lo scenario in cui è
chiamato ad operare la chiesa si va modificando. Il paese si
spande, la popolazione aumenta, La lottizzazione di vaste aree
seminative prospicienti la via Galatina, favorisce una sorta di
urbanizzazione ed il ruolo delle masserie declina. Si sviluppa
un bracciantato agricolo, il cui insediamento è in paese. Questi
fattori, sommati fra loro, sono fondanti di nuove relazione;
fanno sorgere uno spirito di città ed i costumi si adeguano. Ed
ecco che le pure esigenze di preghiera si accompagnano al
bisogno di socializzare. La comunità si organizza e necessita di
maggiori spazi e di più tempi. Di più intenso dialogo. Ed ecco
allora la nuova società, l’umanità nuova, alla quale occorre
riservare altre analisi.
Le piaggie di Campania amena”
ricordate dal Tasso sono proiettate a divenire fucina di
progresso.
Le ricerche di qualsiasi
disciplina non si esauriscono mai perché l’uomo è assetato di
conoscenza. Questa è la pedana che consentirà nuovi balzi e
nuovi cimenti ai quali, in umiltà, intendiamo accostarci. Ai
lettori chiediamo condiscendenza per ineludibili errori e
comprensione per involontarie omissioni. L’ impegno a continuare
assolve e certamente porterà a conseguire l’esaltante obiettivo
di ampliare, arricchire ed approfondire un semplice recente
passato per collocarlo nella Storia,
Prosper procede!
Girolamo Garonna |