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Secondo gli studi più recenti, il titolo di Madonna di Costantinopoli sarebbe legato all'immagine della “Madre di Dio” come l’aveva definita il Concilio di Efeso del 431, detta Hodigìtria, cioè alla icona di Maria venerata a Costantinopoli nella chiesa degli odigos (delle guide), così chiamata perché sorgeva presso un monastero dove abitavano le guide incaricate di accompagnare quelli che erano affetti da malattie agli occhi presso una fonte non lontana, che si riteneva potesse restituire il dono della vista. Questa chiesa era la più importante delle tre che Pulcheria, sorella dell’imperatore d’Oriente Teodosio II (408-450), aveva edificato a Costantinopoli in onore della Vergine “theotokos” (Madre di Dio). Questa immagine l’aveva inviata da Antiochia alla cognata Pulcheria la moglie di Teodosio II Eudocia, la quale nel 438 intraprese un viaggio in Terra Santa per sciogliere il voto che aveva fatto quando la figlia Licia Eudoxia, il 23 ottobre del 424, era stata fidanzata con Valentiniano, figlio del visigoto Ataulfo e di Galla Placidia, proclamato imperatore d’Occidente il 23 ottobre 425. L’icona era costituita da una testa di Madonna con il Bambino, dipinta su tavola in Palestina con la tecnica dell’encausto e veniva considerata un ritratto della Vergine realizzato dall’evangelista Luca, ritenuto ritrattista della Madonna. Tale icona, giunta a Costantinopoli, fu completata nella sua iconografia e quindi divenne una tavola raffigurante l’intera figura di Maria. Del ritratto di Maria attribuito a S. Luca, a Costantinopoli sarebbe stata eseguita una copia su tela, dipinta in “controparte” per cui il Bambino venne a trovarsi nel braccio destro della Madonna. Tale copia sarebbe stata inviata da Eudocia, al suo ritorno a Costantinopoli, all’imperatore Valentiniano III e sua moglie Eudoxia a Ravenna tra il 439 e il 440. Dagli stessi sovrani sarebbe stata portata a Roma e conservata nel palazzo del Palatino, dal quale sarebbe poi passata nella vicina chiesa di S. Maria Antiqua ai piedi del Palatino, dove sarebbe stata copiata in uno degli affreschi, e da questa sarebbe passata nella chiesa di S. Maria Nova, oggi di S. Francesca Romana. Da quest’ immagine deriverebbe quella denominata “Salus populi Romani”, anch’essa attribuita a S. Luca, venerata nella Cappella Paolina della Basilica di S. Maria Maggiore. Ma le vicende della Hodigìtria di Costantinopoli non sarebbero finite. Infatti quando nel 1261 Baldovino II, re latino di Costantinopoli, dovette fuggire dalla città sopra una nave veneziana, avrebbe portato con sé la testa del grande quadro dell’Hodigìtria che dal 1206 era conservato nel monastero del Pantokrator, quartier generale dei Veneziani, quale reliquia più preziosa perché considerata la patrona dell’Impero. Possedere questa immagine significava infatti assicurarsene la protezione. “Essa era la patrona dell’Impero e del popolo, il vero palladio di Costantinopoli. Averla con sé significava assicurarsene la protezione e poter alimentare la speranza di un ritorno nella città che alla Vergine era cara”. Baldovino, naturalmente, non poteva portare con sé tutta la grande icona dell’Hodigìtria per cui ne staccò la testa che era quella mandata a Costantinopoli da Eudocia, e considerata ritratto della Madonna eseguito da S. Luca. Questa, poi, secondo la Sinossi della diocesi di Policastro sarebbe stata donata da Baldovino alla pronipote Caterina di Valois, moglie di Filippo d’Angiò, principe di Taranto e figlio di Carlo II d’Angiò re di Napoli. Nel 1310 Caterina a sua volta donò quell’immagine alla cappella che aveva fatto erigere nell’abazia benedettina di Montevergine. La Sinossi conclude “Da allora moltissime chiese e cappelle furono dedicate a Dio in questo regno in onore della Beata Vergine Hodigitria, volgarmente chiamata di Costantinopoli per l’immagine portata da quella città”.
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