Quale annuncio di Cristo ai
giovani?
di don Raffaele D’Agosto
I tempi
difficili come quello che stiamo vivendo sono tempi di
purificazione, tempi che hanno bisogno di percorsi di fede che
riscoprano l’essenziale.
Resistere a questa azione di purificazione, impedire a Dio di condurci
verso la novità che germoglierà da questo tempo, significa disporsi a
cedere alla tentazione di quelle scelte di decadenza che si manifestano
nella mancanza di vigore, nella superficialità di chi si dedica ai
particolari, perché ha perso di vista il cuore, o perché il cuore della
fede non ci parla più.
Una Chiesa che vive del Signore e del Vangelo è
diversa da una Chiesa tenuta insieme, di fatto, solo da un senso di
appartenenza generato da una causa comune, impegni comuni, iniziative
condivise; è diversa da una Chiesa in cui si confonde il Vangelo con una
delle culture ad esso ispirate e alla fine quasi inesorabilmente
destinate a risucchiare l’azione ecclesiale. Paolo ci direbbe che non
c’è più né giudeo né greco e che ogni cultura, nel suo particolarismo,
appare relativa di fronte al carattere universale del Vangelo. Il
Vangelo è libertà e non è legato a nessuna cultura, a nessuna forma
storica, a nessuna istituzione, perché le trascende tutte nella sua
assolutezza e universalità. Radicati in esso, ci sentiamo coinvolti
nella stessa libertà e resi leggeri dalla sua forza.
Ciò che ci
tiene nella Chiesa è la prospettiva di quella speranza
straordinariamente umana che il Vangelo ha fatto balenare davanti ai
nostri occhi un giorno e che, istante dopo istante, ci viene svelata in
modo sempre più chiaro e profondo.
Ciò che ci
tiene nella Chiesa è il Signore, e non le cose che facciamo nel suo
nome. Con la leggerezza che la vita riceve dalla libertà del Vangelo e
dal radicamento nel mistero del Signore, la Chiesa affronta con fiducia
il tempo in cui vive, qualsiasi ne siano le caratteristiche, perché
guidata dalla certezza che lo Spirito è all’opera nella storia umana,
incessantemente. La legge dello Spirito è quella di chi opera in
profondità, là dove l’azione è invisibile. Dunque nel nascondimento e
nel mistero: quello del cuore delle persone, della storia profonda dei
popoli, nel mistero della vita della Chiesa stessa.
I tempi
difficili sono anche i tempi della
radicalità: “riconoscere
che il Signore è tutto”. Dio è tutto non in senso materiale, ma è il
tutto nell’ordine dell’amore. Quando una persona è presa da un grande
amore, questo le cambia la prospettiva e il tono delle cose che si sono
sempre fatte. Le cose sono le stesse, ma l’animo ha leggerezza che le
cose non possono dare. Il problema non riguarda la fede delle singole
persone, ma il divenire del loro cammino cristiano compiuto insieme,
nella comunione ecclesiale. E non si tratta tanto di fare dichiarazioni
verbali relative al posto del Signore nella comunità, ma come realtà
posta accanto alle tante cose che rendono piena, e talvolta affannata,
la vita di parrocchie e diocesi; non si tratta di porre questo
convincimento accanto ai nostri giudizi sulla storia, su ciò che accade,
ma un convincimento che sta al fondo di tutto; che riempie tutto
l’orizzonte e non accetta concorrenti nel dare significato a quanto
accade.
Radicalità
significa anche assumere sul serio il carattere pasquale della vita
cristiana. La Pasqua, nella vita del
Signore Gesù, è espressione della totalità del dono di sé. Il Vangelo di
Giovanni, narrando l’episodio dell’ultima cena, lo introduce con queste
parole: avendo amato i suoi, li
amò fino alla fine. Noi crediamo che il Signore abbia amato i suoi e
ciascuno di noi, ma facciamo fatica a cogliere la portata di quel
fino alla fine, e ad
accertarne le conseguenze. Eppure è proprio quel fino alla fine che
rende la Pasqua
un amore “da Dio”, secondo la misura di Dio.
Sta qui il cuore dell’evangelizzazione, di cui la Chiesa è debitrice al mondo. Al fervore del
rinnovamento dei metodi e degli strumenti, che impegnano persone e
comunità nella loro creatività e nella loro dedizione, non può dunque
corrispondere un rinnovamento profondo anche dello spirito e degli
atteggiamenti dell’evangelizzazione, unico impegno attorno a cui
raccogliere l’azione della Chiesa. Il primato dell’evangelizzazione, che
la Chiesa ha via via riscoperto, quando si è resa conto
che la fede non poteva essere data per scontata, comporta anche
ritrovare la centralità della persona del Signore Gesù e del suo
mistero, della sua misericordia, della sua compassione, della sua
mitezza, del suo amore per tutti, a cominciare dai più poveri; comporta
la bellezza e la forza di una umanità vissuta nella prospettiva del
Vangelo; significa riscoprire il senso della parola della croce, come
parola d’amore capace di giungere fino alla fine. L’evangelizzazione
sarà soprattutto comunicare e condividere la gioia del Vangelo e
mostrarne la bellezza. E si esprimerà nella capacità della Chiesa di
amare il mondo con cuore materno, mostrando effettivamente, in pura
perdita di sé, che le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce
degli uomini di oggi, sono anche le sue.
PROPOSTE DI PROSPETTIVE
PASTORALI
Una Chiesa per il nostro tempo:
-
è una Chiesa disposta a “convertirsi
all’umanità”: quella del Signore, così poco considerata, apprezzata,
contemplata… come via per incontrarlo nell’esistenza, come mistero
del suo condividere la nostra stessa umanità; la nostra umanità, da
educare, da formare, da far crescere, perché il nostro essere
cristiani non è a lato rispetto a noi, alla nostra storia, alle
nostre qualità umane, che costituiscono il linguaggio più ordinario
e comune per parlare del Vangelo, mostrandolo.
-
è una Chiesa con i “laici”, perché desiderosa di
assumere come punto di vista quello dal confine in poi, per vedere
la vita così come la si vede stando in mezzo alla gente, con gli
occhi delle persone comuni, quelli che rendono i problemi non delle
astrazioni da studiare, ma delle porzioni di vita da assumere.
-
è una Chiesa che si pensa con generosità nella
prospettiva del Vangelo. Non solo le grandi strategie ecclesiali
della Chiesa ufficiale, quelle che appassionano i media e che
finiamo anche noi con il ritenere essenziale; ma lo stile delle
comunità cristiane che ciascuno di noi incontra quando va in
parrocchia, o frequenta le associazioni o i movimenti di cui
fa parte. È lo stile della vita quotidiana delle comunità quello che
convince o meno del Vangelo le persone che le guardano vivere e
persino quelle che le frequentano: è la loro umanità, la loro
accoglienza, la loro generosità, ma ancor prima, è lo stile dei
rapporti tra le persone, l’assenza dei personalismi, l’impegno a
evitare divisioni generate da futili motivi.
DIO È FEDELE
Il discepolo che vive attingendo al tesoro della sua vita mostra a tutti
la stabilità che l’amore può donare, la libertà e la forza di cui
arricchisce l’esistenza, gli orizzonti che esso apre a chi non smette di
comprendersi di essere amato da Dio e, al tempo stesso, si radica nella
certezza che questo amore è fedele e non può venir meno. Nei momenti in
cui ci sembra che lo slancio dell’amore si affievolisca dentro di noi,
quando ci sembra che il calcolo umano vinca sulla disponibilità a
fidarci, possa lo Spirito, che sempre viene in aiuto alla nostra
debolezza, pregare in noi per ravvivare la certezza che l’amore che ci
fa vivere non verrà mai meno: Dio è fedele! Come potrà, lui che ha dato
il suo Figlio, abbandonarci nell’oscurità del nostro cuore opaco o nel
freddo di un cuore di pietra? E allora, nulla potrà mai separarci
dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore (Rm 8, 39). Dio è
fedele!
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