Pastorale Vocazionale e Giovanile
Quindici
anni fa, era il 1994, si convocato dalla Organizzazione delle Nazioni
Unite, celebrava l’Anno della
Famiglia e Giovanni Paolo II indirizzava a tutte le famiglie una
commovente
Lettera alle famiglie per
ergersi ancora una volta in difesa dell’istituto famigliare, attaccato
in modo tenace e virulento in tanti luoghi.
Cosa resta di quell’anno di grazia della Chiesa
Universale e di quella Lettera?
Scriveva Giovanni Paolo II
nella
Redemptor hominis
«“L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere
incomprensibile, la sua vita è priva di senso, e non gli viene rivelato
l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa
proprio, se non vi partecipa vivamente»
Nella lettera insisteva
sulla piena realizzazione dell’uomo mediante l’amore vero, la cui
essenza si trova nel dono sincero di sé, perché non esiste amore senza
sacrificio». Ma com’è possibile imparare ad amare e a donarsi
generosamente? Niente muove tanto ad amare, diceva san Tommaso, quanto
il sapersi amati. Ed è proprio la famiglia —comunione di persone dove
regna l’amore gratuito, disinteressato e generoso— il luogo dove si
impara ad amare. L’amore reciproco degli sposi si prolunga nell’amore
per i figli. Infatti, la famiglia
—“più di qualunque altra realtà
umana”— è l’ambito in cui l’uomo è amato per sé stesso e impara
a vivere
“il dono sincero di sé”
(n. 11).
I nostri giovani imparano ancora nella famiglia ad
amare? Nella famiglia si sentono accolti come dono del Signore?
Quindi, la famiglia in quanto scuola di amore: a
patto, però, che sappia conservare la propria identità, e cioè una
comunità stabile di amore fra un uomo e una donna, fondata sul
matrimonio e aperta alla vita. Quando vengono meno l’amore, la fedeltà o
la generosità verso i figli, la famiglia si sfigura. E le conseguenze
non si fanno attendere: per gli adulti, la solitudine; per i figli,
l’abbandono; e per tutti, la vita diventa un territorio inospitale. Per
questo, conclude Giovanni Paolo II,
“nessuna società umana può
correre il rischio del permissivismo in questioni di fondo concernenti
l’essenza del matrimonio e della famiglia” (n. 17): parole che
non sono profezia, ma constatazione.
Giovanni Paolo II convocava tutte le famiglie, anche quelle che si
trovano in difficoltà, perché siano fedeli alla propria vocazione di
servizio alla vita e alla piena umanità dell’uomo, fondamento di
una civiltà dell’amore.
A chi avesse timore delle esigenze che comporta questa fedeltà, il Papa
dice: “Non abbiate paura dei rischi! Le forze divine sono di gran
lunga più potenti delle vostre difficoltà! Smisuratamente più grande del
male che opera nel mondo è l’efficacia del sacramento della
Riconciliazione” (n. 18).
Giovanni Paolo II si rivolgeva alla famiglia come
“una comunità che prega”,
che si rivolge a Dio, in cui ritrova la sua gioia, la forza per i
momenti difficili, il vigore necessario per esercitare
la missione —eccelsa e ardua—
della paternità e della maternità.
È commovente constatare quanto il Papa si attende
dalla preghiera delle famiglie!
I genitori affrontano oggi la “missione eccelsa e
ardua” della paternità e della maternità?
Giovanni Paolo II si riferisce, inoltre, alla
necessità di riconoscere il valore insostituibile del lavoro della donna
nel focolare domestico: “La fatica della donna, che dopo aver dato alla
luce un figlio, lo nutre, lo cura e si preoccupa della sua educazione,
specialmente nei primi anni, è così grande che non può temere il
confronto con alcun lavoro professionale”, e “deve quindi ottenere un
riconoscimento, anche economico” (n. 17). Peraltro, sappiamo bene che
l’amore della madre in casa è un dono impagabile, tesoro che si conserva
per sempre nel cuore.
Come dobbiamo riflettere quando crediamo non
realizzate le donne che si dedicano completamente alla famiglia come
realizzazione della propria vita che diventa servizio completo alla
costruzione e all’edificazione della civiltà dell’amore. Come del resto
è lodevole quella maternità che concilia,con l’intraprendenza tipica
delle donne, lavoro e vita della famiglia. In diverse occasioni, il
Santo Padre affermava di
considerare la famiglia
“la protagonista principale della
costruzione della pace”, su cui egli stesso eleva la voce con
accenti sempre più intensi. È la pace nelle famiglie che porterà la pace
nel mondo. Nella Basilica di San Pietro, davanti ad un’immagine della
Vergine, Madre del Bell’Amore, Regina della Pace, Madonna del Perpetuo
Soccorso, rimane accesa una candela che è il simbolo dell’orazione dei
cristiani per la pace. Voglia il Cielo che la famiglia cristiana accenda
una luce nei cuori di molti uomini e di molte donne, e faccia ritrovare
nella famiglia la felicità che tanto anelano.
Il Diacono Permanente
Antonello Gaudino