Respirava l’Amore di Gesù

di François-Marie Léthel

    «Amare Gesù e farlo amare»: questo, in sintesi, il senso della vita di Teresa, che così concepiva la sua missione: «Raccogliere il sangue del Crocifisso e spargerlo sulle anime», cioè «essere sposa di Gesù e madre delle anime».

N egli scritti di Teresa di Lisieux, il nome di Gesù appare più di 1600 volte (mentre la parola "Cristo" è rarissima). Questo nome, che illumina tutto come il sole, significa sempre la Persona del Figlio di Dio, nella sua divinità e nella sua umanità, nel suo Amore infinito.

Come il "poverello" Francesco, la "piccola" Teresa contempla Gesù nell’infinita grandezza della sua divinità, nella Trinità, e nell’estrema povertà e piccolezza della sua umanità durante tutta la sua vita terrestre, dall’Incarnazione alla Croce. In questo paradosso della povertà e piccolezza di Dio, l’Amore infinito si rivela pienamente. Gesù Bambino è "Dio nelle fasce", "Verbo fatto Bambino", il "Divino Fiore" che Maria ha fatto "sbocciare" sulla nostra terra. In lui, Teresa scopre che «il proprio dell’Amore è abbassarsi».

Abbassandosi all’estremo nell’Incarnazione, nella Passione e nell’Eucaristia, Gesù rivela la "follia" del suo Amore per la sua povera creatura, chiamandola ad amarlo alla follia, a farsi piccola e povera per amore di lui. Come Francesco, Teresa ha "sposato" la piccolezza e povertà di Gesù nei misteri del suo abbassamento, vivendo fino in fondo la Parola del Vangelo: «Chi si abbassa sarà innalzato» (Luca 18,14).

Alla fine della sua vita, mentre partecipava pienamente alla Passione, Teresa aveva scritto sul muro della sua cella: «Gesù è il mio unico Amore». Queste parole sono come il riassunto di tutti gli scritti della carmelitana, il suo modo di interpretare il cuore della Rivelazione: «Dio è amore» (1Giovanni 4,8). È sempre Dio in Gesù, ed è un Amore sempre personale: «mio e per me». Teresa è figlia del carmelitano san Giovanni della Croce, che affermava: «Dio stesso è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me». Spesso, negli scritti di Teresa, il nome di Gesù è sinonimo del nome di Dio, con l’alternanza delle espressioni: «mio Dio... mio Gesù».

Poiché «in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Colossesi 2,9), la carmelitana contempla e adora in lui tutte le perfezioni divine: soprattutto la misericordia infinita, ma anche la giustizia, l’onnipotenza, la grandezza, l’eternità, la bellezza. Per lei, Gesù è «l’oceano dell’Amore», la «bellezza suprema». Allo stesso modo, l’Amore di Gesù la fa vivere al cuore della Trinità: «Ah! tu lo sai, Divin Gesù: Ti amo! / Lo Spirito d’Amore m’incendia col suo fuoco. / Amandoti, attiro il Padre» (poesia, Vivere d’Amore). Infatti, è nella festa della Santissima Trinità del 1895 che Teresa scopre «quanto Gesù desidera di essere amato». Per rispondere a questo desiderio, ella si offre come «vittima d’olocausto al suo Amore misericordioso», cioè all’Amore che il Padre ci offre attraverso il Cuore di Gesù, nel fuoco dello Spirito Santo.

L’Amore di Gesù è l’Amore divino, trinitario, ed è allo stesso tempo pienamente umano, dato nella sua santa umanità. Per significare l’umanità di Gesù e la nostra umanità, Teresa usa soprattutto il simbolo biblico del fiore, «fiore dei campi» o «piccolo fiore», un simbolo inesauribile che significa allo stesso tempo la piccolezza e la fragilità dell’uomo nella sua vita terrestre, ma anche la sua bellezza e dignità agli occhi di Dio. Nell’umanità di Gesù, la carmelitana contempla principalmente il cuore e il volto. Come sposa e figlia, vuole rimanere nelle sue braccia e vivere sotto il suo sguardo d’Amore.

Teresa ha la certezza che Gesù l’ha sempre amata personalmente attraverso il suo cuore umano. In questo senso, dice a Gesù Bambino: «Tu pensavi a me», e a Gesù nel Getsemani: «Tu mi vedesti». Così anche lei può amarlo in tutti questi misteri, leggendo il Vangelo con il continuo atto d’Amore: «Gesù ti amo». Mediante questo "respiro", lo Spirito Santo la rende intimamente presente a tutti i misteri di Gesù rivelati nel Vangelo.

Insieme alla Vergine Maria e a Maria Maddalena, Teresa sta vicino a Gesù Crocifisso per partecipare alla sua opera di salvezza di tutta l’umanità. La sua missione è di «raccogliere il sangue di Gesù e spargerlo sulle anime», cioè di essere «sposa di Gesù e madre delle anime». E questa apertura all’infinito, la carmelitana la vive sempre nella sua comunione più personale, più intima, con Gesù Sposo. Secondo le sue proprie parole, la sua missione in cielo come in terra sarà sempre la stessa: «Amare Gesù e farlo amare».

François-Marie Léthel

 

Fece della sua cella una frontiera missionaria

di Giovanna della Croce

Settant’anni fa, Teresa fu proclamata "patrona delle missioni"

S ono passati settant’anni dal 14 dicembre 1927, quando Pio XI ha dichiarato Teresa Martin «Patrona principale, assieme a san Francesco Saverio, di tutti i missionari e di tutte le missioni cattoliche del mondo».

La scelta di questa giovane contemplativa, che non ha mai lasciato la cella del suo monastero, poteva essere una sorpresa per il mondo cattolico, non sufficientemente preparato per comprendere il valore della preghiera. Invece Teresa, con la promessa di «passare il suo cielo a far del bene sulla terra», ha conquistato sempre di più il mondo e il cuore dei missionari. La stessa Chiesa afferma d’aver ricevuto da lei e di ricevere tuttora «un forte impulso missionario», e l’apprezza «come punto di partenza per un nuovo slancio apostolico», come Paolo VI ribadiva nel 1977.

Fin dall’infanzia, Teresa Martin si è interessata per le missioni, sentendosi animata da un grande e sempre crescente desiderio di salvare le anime. Sua sorella Celina racconta che, durante il viaggio in Italia, la quattordicenne Teresa sfogliava avidamente alcune pagine degli Annali delle suore missionarie. Ma presto si interruppe: «Non voglio continuare. Sento già abbastanza l’ardente anelito di farmi missionaria. Dove andrei a finire, se lo alimentassi con le descrizioni di questo apostolato? ...No, voglio farmi carmelitana». La vita nel chiostro non impedisce di vivere l’ideale missionario, e di viverlo più intensamente, su un livello più alto, puramente spirituale, non soltanto come «missionaria d’azione» ma come «missionaria d’amore e di penitenza» (Lettera, 23-6-1896).

In questa prospettiva, l’attività missionaria di una monaca contemplativa supera tutte le frontiere e rende possibile un apostolato universale, unicamente basato sull’amore, in cui si realizzano tutti i desideri. Con infinito giubilo Teresa esclama: «Nonostante la mia piccolezza, vorrei illuminare le anime come i profeti, i dottori, ho la vocazione di essere apostolo. Vorrei percorrere la terra, predicare il tuo nome, Gesù, piantare sul suolo infedele la tua croce gloriosa, ma, o Amato, una sola missione non mi basterebbe. Vorrei al tempo stesso annunciare il Vangelo nelle cinque parti del mondo, e fino nelle isole più remote. Vorrei essere missionaria non soltanto per qualche anno, ma vorrei esserlo stata fin dalla creazione del mondo, ed esserlo fino alla consumazione dei secoli. Ma vorrei, soprattutto, versare il mio sangue fino all’ultima goccia» (MB, 251).

Per qualche tempo, la giovane carmelitana nutre la speranza di poter partecipare alla fondazione di un nuovo Carmelo in terra di missione. La malattia, la tubercolosi, esclude la realizzazione del progetto. Ma Teresa ha la gioia di prendere contatti con due seminaristi, aspiranti missionari: Maurizio Bellière della diocesi di Bayeux, e il padre Adolfo Roulland della Società delle Missioni estere di Parigi.

Teresa racconta che, nel 1895, la sua priora, madre Agnese di Gesù, le leggeva la lettera del seminarista Bellière che «chiedeva una sorella la quale si dedicasse in modo particolare alla salvezza dell’anima sua e l’aiutasse con preghiere e sacrifici quando fosse missionario» (MC, 330). Immensamente felice e vedendo attuato il desiderio nascosto di avere un fratello sacerdote, Teresa diventa sua sorella spirituale.

Nel 1896 giunge al Carmelo di Lisieux la domanda di padre Roulland, e madre Maria di Gonzaga chiede a Teresa se «vuole occuparsi degli interessi spirituali di questo missionario, che dev’essere ordinato sacerdote», prossimo a partire per la Cina. Con un po’ di esitazione, chiedendosi se poteva essere sorella spirituale di due sacerdoti missionari, Teresa si convince presto che «lo zelo di una carmelitana deve abbracciare il mondo» e si unisce spiritualmente a loro, volendo dare a loro tutto quello che il Signore le aveva dato.

Pochi giorni dopo aver ricevuto la lettera di Bellière, Teresa compone una preghiera, in cui fa una riflessione sul modo con cui intende dare aiuto al «fratello spirituale», futuro sacerdote e missionario. «Sono indegna di questo favore», ma avendo ricevuto «la grazia di lavorare in modo speciale per la santificazione di un’anima destinata al sacerdozio, con gioia vi offro per essa tutte le preghiere e i sacrifici di cui posso disporre; vi chiedo, o mio Dio, di non guardare ciò che sono, ma ciò che dovrei o vorrei essere: una religiosa tutta infiammata del vostro amore».

Ecco il segreto dell’esistenza carmelitana di Teresa: è la missionaria che sulla «montagna del Carmelo» supplica Dio di rendere vittorioso il fratello missionario, immerso nel combattimento per conquistare le anime. Ma la giovane contemplativa di Lisieux dispone ancora di un altro dono più grande: quello di poter trasmettere l’amore che ha ricevuto da Dio, cioè la sua esperienza dell’infinito amore divino e della misericordia di Dio, affinché il giovane Bellière lo sperimenti come lei, in un incontro personale, liberante, che cambia tutto. «Come spariscono le distanze! ... I miei minimi atti, questo mio soffrire, fanno amare Dio fino al di là dei mari» (Poesia, 2 febbraio 1897).

L’esperienza dell’amore, che vuole servirsi di lei per espandersi in tutto il mondo, fa comprendere a Teresa di avere un posto nel cuore della Chiesa, lo stesso posto che occupa il Signore. Nella convinzione di essere l’amore nel cuore della Chiesa, Teresa scopre la pienezza della sua vocazione, una vocazione che come l’amore «racchiude tutti i tempi e tutti i luoghi» (MB, 254).

È la vocazione «missionaria» di una contemplativa che si comunica in tutto il mondo. Missionarietà e contemplazione non si oppongono, anzi, alla luce dell’amore di Dio che attraverso la creatura vuole espandersi verso tutti gli uomini, si completano. «Un’anima infiammata d’amore non può restare inattiva» (MC, 320).

Giovanna della Croce

Dottore della Chiesa

di Guy Gaucher
vescovo ausiliare di Bayeux e Lisieux
(traduzione di Bruno Pistocchi)

Attesa da decenni, sostenuta da una convincente documentazione e da una cinquantina di Conferenze episcopali di tutto il mondo e da migliaia di firme, la proclamazione avverrà il prossimo 19 ottobre a Roma.

N on si tratta di un’estemporanea e pia fissazione spuntata tra i dibattiti sulle questioni importanti del nostro mondo odierno; tanto meno della rivendicazione di un’onorificenza in più per «la più grande santa dei tempi moderni» (san Pio X), la patrona delle missioni universali (Pio XI, 1927), la patrona secondaria della Francia (Pio XII, 1944), la patrona della Missione di Francia (1941)... Si tratta più semplicemente della ripresa di una documentazione avviata nel 1932 da un gesuita dell’Azione popolare, padre Gustave Desbuquois (1869-1959). Al Congresso di Lisieux del giugno 1932, assistito da padre Petitot, padre Martin, Louis de la Trinité, padre Thellier de Poncheville, padre de Tonquedec, François Veuillot, alla presenza del cardinale Verdier e di molte altre personalità, chiese il dottorato per santa Teresa di Lisieux, canonizzata nel 1925.

Padre Léon Merklen riprese la richiesta su La Croix del 7 luglio 1982 e la richiesta è stata accolta a livello mondiale. Madre Maria dell’Incarnazione, un’orsolina di Trois-Rivières (Canada), d’accordo con il suo vescovo monsignor Cloutier, ha scritto a tutti i vescovi del mondo. Ha raccolto così centinaia di sottoscrizioni dai cinque continenti (tutti i testi si trovano negli archivi del Carmelo di Lisieux).

La documentazione, però, non venne accolta da Pio XI, peraltro un Papa molto teresiano, per un’unica ragione: Teresa era una donna. Nel febbraio del 1923, aveva già rifiutato il dottorato di santa Teresa d’Avila per la stessa ragione: obstat sexus. Solo nel 1970 Paolo VI fece il passo coraggioso di accettare il dottorato di due donne, santa Teresa d’Avila e Caterina da Siena. Ora è aperta la strada anche per la "piccola" Teresa: è santa, ha una dottrina universale (questo è l’argomento maggiore), la Chiesa quindi può pronunciarsi.

La documentazione è già voluminosa e si compone di tutto ciò che i Papi hanno detto «della piccola via dell’infanzia», da Benedetto XV a Giovanni Paolo II. Questi, pellegrino a Lisieux, il 28 giugno 1980, dichiarò davanti a 80.000 persone: «Di Teresa di Lisieux, si può dire con convinzione che lo Spirito di Dio ha permesso al suo cuore di rivelare direttamente agli uomini del nostro tempo il mistero fondamentale, la realtà fondamentale del Vangelo: il fatto di aver ricevuto realmente "uno spirito di figli adottivi che ci fa gridare: Abbà, Padre! "La piccola via" è la via della "santa infanzia". In questa via, c’è contemporaneamente la conferma e il rinnovamento della verità più fondamentale e più universale. Quale verità del messaggio evangelico è infatti più fondamentale e più universale di questa: Dio è nostro Padre e noi siamo suoi figli?».

Una lettera del cardinale Yves Congar rivela che era decisamente a favore di questo dottorato. Ma sarebbe necessario citare i lavori di tutti i teologi, dal padre Petitot al padre Hans Urs von Balthasar, passando per l’abbé André Combes, padre Marie-Eugène de l’Enfant Jésus, padre François de Sainte Marie, editore del Manuscrits autobiographiques (1956), padre Durwell, padre Louis Bouyer, eccetera. Oggi disponiamo di tutti gli scritti di Teresa ( Édition du Centenaire, Cerf-DDB, 1971-1988) e dei suoi Derniers en tretiens (oltre 850 parole raccolte dalle sue sorelle).

Una nuova fase degli studi teresiani si è aperta con la possibilità del dottorato di questa giovane donna di ventiquattro anni. Nel suo tempo essa operò una vera e propria rivoluzione spirituale che è sfociata nei grandi testi del Vaticano II: ritorno a Cristo incarnato, riscoperta dell’amore misericordioso del Padre espresso dal Figlio, ascolto dello Spirito Santo, ecclesiologia di comunione, mariologia, ritorno alla Parola di Dio e addirittura l’ecumenismo. Ma soprattutto un cammino verso la santità possibile per i poveri, i piccoli, gli handicappati, gli "esclusi". Con la fiducia "ardita", "temeraria" nella bontà di Dio, venuto, non per i giusti, ma per i peccatori...

Teresa non offre una santità al ribasso. Non è meno esigente di san Giovanni dalla Croce. Ma è così vicina che sa toccare i cuori e le menti per guidarle al Cristo Salvatore, il Figlio di Dio fatto bambino, uomo, crocifisso sotto Ponzio Pilato, risorto per sempre. Il suo nome esprime la sua vocazione: Teresa del Bambino Gesù e del Santo Volto. «Cattolicità di Santa Teresa! Questa figlia del Carmelo diventò un vero teologo. Parlò da maestra della croce, dell’Eucaristia, del sacerdozio». Con questa formula che resterà, il cardinale Verdier, arcivescovo di Parigi, nel 1932, a Lisieux, osò dire che accanto a quella basilica materiale era necessario elevare a Teresa una basilica spirituale «di cui i suoi scritti offrono il materiale».

Che direbbe oggi, dopo questi sessant’anni che hanno dimostrato come Teresa dicesse la verità: «Ah! Se dei dotti che hanno passato la loro vita nello studio fossero venuti a interrogarmi, certamente si sarebbero stupiti di vedere una bambina di quattordici anni capire i segreti della perfezione, segreti che con tutta la loro scienza non avevano scoperto, perché per possederli occorre essere poveri in spirito!...» (MA, 49). Oggi, circa 50 Conferenze episcopali di tutto il mondo hanno chiesto al Papa di proclamare santa Teresa di Lisieux dottore della Chiesa. La loro richiesta è appoggiata da oltre 250.000 firme provenienti da 107 Paesi.

All’alba del Terzo millennio, la proclamazione della carmelitana di Lisieux a "Dottore della Chiesa" è un segno per il mondo intero e in particolare per i giovani e le donne.

Guy Gaucher
vescovo ausiliare di Bayeux e Lisieux
(traduzione di Bruno Pistocchi)