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I PADRI DELLA CHIESA |
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INDICE DEGLI AUTORI DISPONIBILI |
Scrittori ecclesiastici antichi, che si sono distinti per dottrina ortodossa e santità dì vita e sono riconosciuti dalla Chiesa come testimoni della tradizione divina. I. NOZIONE.
Il nome di Padri è di origine orientale. Gli antichi
popoli d'Oriente, infatti, onoravano con questo appellativo i maestri,
considerati come autori della vita intellettuale, originata dal loro
insegnamento. In tale senso i discepoli delle scuole profetiche furono
denominati filii prophetarum, e il loro maestro fu detto Pater (I Reg. 10,
12; 1 Sam. 40, 35); s. Paolo si dice "padre" dei nuovi convertiti (I Cor. 4,
5).
Tenendo conto delle varie determinazioni a cui andò
soggetto questo appellativo, quattro
elementi entrano a formarne il concetto: Praticamente il nome di Padri si estende talvolta, in senso largo, ad alcuni scrittori della prima età che non furono santi, o che, in qualche momento della loro produzione, non furono ortodossi, come, p. es. , Tertulliano, Origene, Eusebio di Cesarea. Gli eminenti servigi resi da tali uomini, per altri motivi, spiegano le eccezioni: a costoro più propriamente si addice il titolo di "scrittori ecclesiastici". La categoria dei P. della C. si identifica solo in parte con quella dei Dottori della Chiesa (v.), per i quali se non è necessaria la nota dell'antichità, è però richiesta una eminens eruditio e il riconoscimento esplicito da parte della Chiesa. II. AUTORITA'.
L'importanza dei P. della C. non è soltanto di ordine
letterario o storico, ma soprattutto si fonda sulla loro dottrina, desunta
dalla Tradizione come fonte di fede. Ciò deriva dalla connessione
strettissima che essi ebbero con il magistero infallibile della Chiesa.
Furono in gran parte vescovi e la loro azione intellettuale fu come il
respiro della Chiesa stessa. Ai loro tempi costituivano di fatto il
magistero o almeno la parte principale di esso, in quanto tutta la Chiesa
docente e discente mirava ad
essi, delegava loro la propria difesa, ne accoglieva gli scritti e li
circondava di approvazione e di lode. Questo complesso di circostanze li
costituiva voce autorevole nella Chiesa e legava il loro operato alla
responsabilità del suo magistero. Se avessero errato, l'organo stesso
dell'infallibilità sarebbe stato compromesso. Da ciò si deduce che i P.
della C. hanno tutti i requisiti per essere considerati testimoni garantiti
e qualificati della inalterata tradizione divina.
Per valutare convenientemente l'autorità dei P. della
C., i teologi sogliono proporre le seguenti norme: III. EPOCA DEI PADRI. E' delimitata entro i confini dell'antichità cristiana sopra stabiliti, e si suddivide in tre periodi d'ineguale estensione, ma sotto certi aspetti di eguale importanza. 1. Periodo delle origini. - Arriva fino al Concilio di Nicea (325) ed è quello che maggiormente interessa la critica moderna, la cui attenzione è rivolta in modo particolare alle origini cristiane. Appartengono a quest'epoca i Padri Apostolici, i cui scritti, sebbene scarsi di valore letterario o filosofico, riflettono tuttavia l'eco immediata della predicazione apostolica, ed informano come venne intesa e realizzata fin dagli inizi la costituzione impressa da Cristo alla sua Chiesa. Tale autorità è condivisa solo in parte dai Padri apologisti del sec. II, e ancor meno dai Padri controversisti del secolo successivo; in compenso questi ultimi offrono i primi saggi di sistemazione dottrinale, che ne fanno dei veri precursori dei grandi maestri del periodo aureo. 2. Periodo aureo. - E' il più breve, in quanto termina con la morte di s. Agostino (431), ma è anche quello del massimo splendore della letteratura patristica. Crisi dottrinali profonde, come l'ariana e la pelagiana, travagliarono in questo tempo la Chiesa. I Padri di quest'epoca, impegnati nelle grandi dispute, seppero dare un contributo decisivo alla sistemazione della scienza teologica. Emergono tra essi le figure di s. Atanasio, s. Basilio, s. Gregorio Nazianzeno, s. Giovanni Crisostomo, considerati come i Dottori massimi della Chiesa orientale; mentre in Occidente dominano incontrastati s. Girolamo, il Dottore delle Scritture, s. Ambrogio, il Dottore dell'indipendenza della Chiesa, s. Agostino, che non è soltanto il Dottore della Grazia, ma il Dottore universale, colui che per vari secoli fu il principale, se non l'unico ispiratore del pensiero cristiano occidentale. 3. Periodo della decadenza. - Si estende dalla morte di s. Agostino fino al termine dell'evo patristico. E' un periodo di lento decadimento, causato dalle invasioni barbariche in Occidente, e dal dispotismo degli imperatori in Oriente. Le grandi opere vennero quasi del tutto a mancare, e quelle poche che si scrissero risentono la stanchezza e la mancanza di originalità. Ciò non impedisce che emergano ancora qua e là figure grandissime, come quelle di s. Giovanni Damasceno e di s. Gregorio Magno. Ma queste non sono che felici eccezioni, che non distruggono l'impressione dell'insieme. L'importanza dei Padri di quest'epoca consiste soprattutto nell'aver conservato i tesori dell'antico sapere teologico, cosicché, posti come anello di congiunzione tra il mondo antico che tramonta. e quello nuovo che s'inizia, ebbero il merito di porre i fondamenti della successiva civiltà medievale. IV. STUDIO DEI PADRI.Di queste figure di scrittori e pensatori si occupano due scienze importanti, che comunemente sogliono considerarsi come distinte: la patrologia, che studia il momento storico-letterario dei Padri, cioè direttamente gli scritti e, in relazione ad essi, la vita dei singoli autori; la patristica, che riguarda l'aspetto dottrinale, e si considera come l'esposizione sistematica delle prove dedotte dagli scritti patristici in dimostrazione dei dogma (v. PATROLOGIA E PATRISTICA). V. LINGUA DEI PADRI.Fino a quasi tutto il sec. II la lingua dei Padri fu il greco. Ciò non fa meraviglia, se si pensa che il cristianesimo reclutò i suoi primi seguaci fra elementi di origine prevalentemente orientale. Il greco inoltre era in quel tempo la lingua internazionale per eccellenza, compresa non solo in Oriente, ma ancora in tutte le regioni bagnate dal Mediterraneo, almeno per quanto riguarda il ceto colto. Era del resto la lingua che, per l'alto grado del suo sviluppo, meglio si prestava ad esprimere la ricchezza del pensiero cristiano. Dopo il sec. III, nell'Oriente, pur restando sempre in onore il greco, vennero usati anche idiomi locali, specialmente l'armeno e il siriaco, mentre nell'Occidente, a partire dall'anno 380, incominciarono le prime manifestazioni letterarie in lingua latina; questa in seguito diventò la lingua esclusiva dei Padri occidentali. I più antichi documenti patristici restano fuori dalla tradizione letteraria greca. Da principio, infatti, sull'esempio dei redattori della versione dei Settanta e degli agiografi neotestamentari, i Padri, per meglio adattarsi all'intelligenza del popolo, si servirono del greco volgare della coiné, quale si era sviluppato in Alessandria, sotto l'influsso dei circoli giudeo-ellenistici. Ma già negli apologisti del sec. II si riscontra un certo avvicinamento alle norme linguistiche tradizionali. Fu Clemente Alessandrino ad operare il distacco definitivo dalle forme popolari: dopo di lui, l'utilizzazione degli autori classici rientrò nella prassi comune dei Padri greci, e il sec. IV, che vide un vero fiorire di umanesimo cristiano, produsse capolavori tali del pensiero cristiano che, per la purezza della lingua, possono gareggiare con i più autentici modelli della letteratura greca. Per quanto riguarda l'uso del latino, è già stata rilevata la sua tardiva comparsa tra i Padri occidentali, dovuta non solo alle cause sopra accennate, ma ancora all'indole stessa di questo idioma che, a differenza del greco, è poco malleabile per esprimere idee nuove e astratte. In compenso, sotto l'influenza creatrice degli scrittori cristiani, specialmente di Tertulliano e s. Cipriano, la lingua di Roma entrò in una nuova fase di sviluppo. Il suo lessico, di cui Seneca aveva già lamentato la povertà, si arricchì sostanzialmente di elementi nuovi, derivati in parte dal tesoro linguistico greco, in parte da molti idiotismi dell'epoca e da forme in uso nella tecnica giuridica, e finalmente da neologismi. Ne risultò il latino ecclesiastico, lingua freschissima, piena di vita, strumento docile del pensiero. Per lungo tempo questo latino dei Padri venne ingiustamente disprezzato dagli eruditi, quasi che la letteratura latina avesse detto la sua ultima parola verso la fine del sec. II. I più recenti studi sulla lingua di s. Cipriano, s. Ambrogio, s. Girolamo, s. Agostino e altri hanno dimostrato che i Padri non hanno scritto in maniera indegna dei migliori rappresentanti della latinità classica, pur avendo fatto uso di termini e costruzioni inedite. Per opera loro la letteratura latina, rinnovellata dall'ideale evangelico, da romana si è fatta cristiana; ad essi anzi spetta quasi esclusivamente il merito di aver conservato alto, in tempo di decadenza letteraria, il prestigio della cultura e delle lettere di Roma. |
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