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LIBRI LITURGICI |
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RITO DELLA MESSA |
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COSTITUZIONE
APOSTOLICA
CON LA QUALE SI PROMULGA
IL
MESSALE ROMANO RIFORMATO
A NORMA DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO
II
PAOLO
VESCOVO
SERVO
DEI SERVI DI DIO - A PERPETUA MEMORIA
Il
Messale Romano, promulgato nel 1570 dal Nostro Predecessore san Pio V per
ordine del Concilio di Trento1, è per comune consenso uno dei
numerosi e ammirevoli frutti che quel santo Concilio diffuse in tutta la
Chiesa. Per quattro secoli infatti, non solo ha fornito ai sacerdoti di
rito latino la norma per la celebrazione del Sacrificio eucaristico, ma
venne anche diffuso in quasi tutto il mondo dai predicatori del Vangelo.
Inoltre, innumerevoli santi hanno abbondantemente nutrito la loro pietà
verso Dio attingendo da quel Messale le letture della Sacra Scrittura o le
preghiere, la cui disposizione generale risaliva in gran parte a Gregorio
Magno. Ma da quando si è sviluppato e diffuso nel popolo cristiano il
movimento liturgico che, secondo l'espressione del Nostro Predecessore Pio
XII, di venerata memoria, deve essere considerato come un segno della
provvidenziale disposizione di Dio per gli uomini del nostro tempo, un
passaggio salutare dello Spirito Santo nella sua Chiesa2, si è
sentita l'esigenza che le formule del Messale Romano fossero rivedute e
arricchite. Primo passo di tale riforma è stata l'opera del Nostro
Predecessore Pio XII, con la riforma della Veglia Pasquale e dell'Orda della Settimana
Santa3, che costituì il primo passo dell'adattamento del Messale
Romano alla mentalità contemporanea.
Il
recente Concilio Ecumenico Vaticano II, promulgando la costituzione Sacrosanctum concilium, ha posto
le basi della riforma generale del Messale Romano, stabilendo che:
«L'ordinamento dei testi e dei riti deve essere condotto in modo che le
sante realtà, da essi significate, siano espresse più
chiaramente»4; che: «L'ordinamento rituale della Messa sia
riveduto in modo che apparisca più chiaramente la natura specifica delle
singole parti e la loro mutua connessione, e sia resa più facile la pia e
attiva partecipazione dei fedeli»5; e inoltre: «Perché la mensa
della parola di Dio sia preparata ai fedeli con maggiore abbondanza,
vengano aperti più largamente i tesori della Bibbia»6; e infine
che: «Venga redatto un nuovo rito della concelebrazione da inserirsi nel
Pontificale e nel Messale Romano»7.
Non
bisogna tuttavia pensare che tale revisione del Messale Romano sia stata
improvvisata: le hanno, senza dubbio, aperta la via i progressi che la
scienza liturgica ha compiuto negli ultimi quattro secoli.
Se
infatti, dopo il Concilio di Trento, molto ha contribuito alla revisione
del Messale Romano lo studio degli «antichi manoscritti della Biblioteca
Vaticana e di altri, raccolti da ogni parte», come dice la Costituzione
apostolica Quo primum del
Nostro Predecessore san Pio V, da allora sono state scoperte e pubblicate
le più antiche fonti liturgiche, e nello stesso tempo sono state meglio
conosciute le formule liturgiche della Chiesa Orientale; e così molti
hanno insistito perché tali ricchezze dottrinali e insieme spirituali non
rimanessero nell'oscurità delle biblioteche, ma venissero invece messe in
luce per rischiarare e nutrire la mente e l'animo dei cristiani.
Presentiamo ora, a grandi linee, la nuova composizione del Messale Romano.
Anzitutto, nella Institutio
Generalis, che serve come introduzione al libro, sono esposte le nuove
norme per
la celebrazione del Sacrificio eucaristico, sia per ciò che riguarda i
riti e le funzioni di ciascuno dei partecipanti, sia per ciò che concerne
la suppellettile e i luoghi sacri. L'innovazione maggiore riguarda la
Preghiera eucaristica. Mentre nel rito romano, la prima parte di tale
preghiera, il prefazio, ha assunto lungo i secoli formulari diversi,
l'altra parte invece, chiamata Canon Actionis, ha assunto, tra il
IV e il V secolo, una forma invariabile, al contrario delle liturgie
orientali, che ammettevano una certa varietà nelle loro anafore. In tale
opera, oltre ad avere arricchita la Preghiera eucaristica di un gran
numero di prefazi, presi dall'antica tradizione della Chiesa romana, o
composti ex novo, al fine di
mettere in luce i diversi aspetti del mistero della salvezza e di offrire
più ricchi motivi di azione di grazie, abbiamo deciso di aggiungere alla
medesima Preghiera tre nuovi Canoni. Tuttavia, per motivi di ordine
pastorale, e al fine di facilitare la concelebrazione, abbiamo stabilito
che le parole del Signore siano uguali in ciascun formulario del Canone.
Stabiliamo pertanto che in ciascuna delle Preghiere eucaristiche, esse
siano così espresse: sul pane: Accipite et manducate ex hoc omnes:
Hoc est enim Corpus meum, quod pro vobis tradetur; e sul calice: Accipite et bibite ex eo omnes: Hic
est enim calix Sanguinis mei novi et aeterni testamenti, qui pro vobis et
pro multis effundetur in remissionem peccatorum. Hoc facite in meam
commemorationem.
L'espressione
Mysterium fidei, tolta dal
contesto delle parole del Signore, e detta dal sacerdote, serve come da
introduzione all'acclamazione dei fedeli.
Per
ciò che riguarda l'Ordinario della Messa, i riti, pur conservandone
fedelmente la sostanza, sono stati semplificati8. Si sono pure
tralasciati «quegli elementi che con il passare dei secoli furono
duplicati o meno utilmente aggiunti»9, soprattutto nei riti
dell'offerta del pane e del vino e in quelli della frazione del pane e
della comunione.
Si
sono pure «ristabiliti, secondo la tradizione dei Padri, alcuni elementi
che con il tempo erano andati perduti»10; per esempio
l'omelia11, la preghiera universale o preghiera dei
fedeli12, l'atto penitenziale, cioè l'atto di riconciliazione
con Dio e con i fratelli, all'inizio della Messa, che giustamente è stato
rivalutato.
Secondo
la prescrizione del Concilio Vaticano II, che stabiliva: «In un
determinato numero di anni, si leggano al popolo le parti più importanti
della Sacra Scrittura»13, tutto il complesso delle letture
delle domeniche è suddiviso in un ciclo di tre anni. Inoltre in tutti i
giorni festivi, le letture dell'Epistola e del Vangelo sono precedute da
un'altra lettura tratta dall'Antico Testamento oppure, nel Tempo pasquale,
dagli Atti degli Apostoli. In tal modo è messo più chiaramente in luce lo
sviluppo del mistero della salvezza, a partire dallo stesso testo della
rivelazione.
Tale
larghissima abbondanza di letture bibliche, che propone ai fedeli nei
giorni festivi la parte più importante della Sacra Scrittura, viene
completata da altre parti dei Libri Santi letti nei giorni feriali. Tutto
ciò è ordinato in modo da far aumentare sempre più nei fedeli «quella
fame... d'ascoltare la parola del Signore»14 che, sotto la
guida dello Spirito Santo, spinga il popolo della Nuova Alleanza alla
perfetta unità della Chiesa. Con queste disposizioni nutriamo viva
speranza che sacerdoti e fedeli prepareranno più santamente il loro animo
alla Cena del Signore, e nello stesso tempo, meditando più profondamente
le Sacre Scritture, si nutriranno ogni giorno di più delle parole del
Signore. Secondo quanto è detto dal Concilio Vaticano II, le Sacre
Scritture saranno così per tutti una sorgente perenne di vita spirituale,
un mezzo di prim'ordine per trasmettere la dottrina cristiana e infine
l'essenza stessa di tutta la teologia.
In
questo rinnovamento del Messale Romano oltre ai tre cambiamenti, di cui si
è parlato sopra, e cioè la Preghiera eucaristica, L'Ordo Missae e l'Ordo lectionum Missae anche
altre parti sono state rivedute e considerevolmente modificate: il
Temporale, il Santorale, il Comune dei santi, le Messe rituali e le Messe
votive. Un'attenzione particolare è stata dedicata alle orazioni, che non
solo sono state aumentate di numero, perché le nuove orazioni
rispondessero meglio alle nuove necessità dei tempi, ma anche quelle più
antiche sono state riportate alla fedeltà degli antichi testi. Per
ciascuna feria dei tempi liturgici principali, Avvento, Natale, Quaresima
e Pasqua, si è provveduto a un'orazione propria.
Il
testo del Graduale romano, almeno per quanto riguarda il canto, non è
stato cambiato. Ma, per una migliore comprensione, è stato restaurato il
salmo responsoriale, a cui spesso si riferiscono sant'Agostino e san Leone
Magno, e sono state adattate le antifone d'ingresso e di comunione per le
Messe lette. Infine, vogliamo qui riassumere efficacemente quanto abbiamo
finora esposto sul nuovo Messale Romano. Il Nostro Predecessore san Pio V,
promulgando l'edizione ufficiale del Messale Romano, lo presentò al popolo
cristiano come fattore di unità liturgica e segno della purezza del culto
della Chiesa. Allo stesso modo noi abbiamo accolto nel nuovo Messale
legittime varietà e adattamenti, secondo le norme del Concilio Vaticano
II15; tuttavia confidiamo che questo Messale sarà accolto dai
fedeli come mezzo per testimoniare e affermare l'unità di tutti, e che per
mezzo di esso, in tanta varietà di lingue, salirà al Padre celeste, per
mezzo del nostro Sommo Sacerdote Gesù Cristo, nello Spirito Santo, più
fragrante di ogni incenso, una sola e identica preghiera.
Le
prescrizioni di questa Costituzione andranno in vigore il 30 novembre del
corrente anno, prima domenica di Avvento. Quanto abbiamo qui stabilito e
ordinato vogliamo che rimanga valido ed efficace, ora e in futuro,
nonostante quanto vi possa essere di contrario nelle Costituzioni e negli
Ordinamenti Apostolici dei Nostri Predecessori e in altre disposizioni,
anche degne di particolare menzione e deroga.
Dato
a Roma, presso San Pietro,
il
3 aprile 1969, giovedì nella Cena del Signore,
sesto
anno del Nostro Pontificato.
PAOLO
PP.
VI
PRINCIPI
E NORME
PROEMIO
1.
Appressandosi a celebrare con i suoi discepoli il banchetto pasquale, nel
quale istituì il Sacrificio del suo Corpo e del suo Sangue, Cristo Signore
ordinò di preparare una sala grande e addobbata (Le 22, 12). Quest'ordine
la Chiesa l'ha sempre considerato rivolto a se stessa quando dettava le
norme per preparare gli animi, disporre i luoghi, fissare i riti e
scegliere i testi per la celebrazione dell'Eucaristia. Anche le presenti
norme, stabilite in base alle decisioni del Concilio Ecumenico Vaticano
II, come anche il nuovo Messale, che la Chiesa di rito romano userà d'ora
innanzi per celebrare la Messa, sono una prova di questa sollecitudine,
della Chiesa, della sua fede e del suo amore immutato verso il grande
mistero eucaristico, e testimoniano la sua continua e ininterrotta
tradizione, nonostante vi siano state introdotte alcune novità.
Testimonianza
di una fede immutata
2.
La natura sacrificale della Messa, solennemente affermata dal Concilio di
Trento, in armonia con tutta la tradizione della Chiesa1, è
stata riaffermata dal Concilio Vaticano II, che ha pronunziato, a
proposito della Messa, queste significative parole: «II nostro Salvatore
nell'ultima Cena... istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del
suo Sangue, al fine di perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il
Sacrificio della Croce, e di affidare così alla sua diletta sposa, la
Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione»2.
Questo
insegnamento del Concilio lo si ritrova costantemente nelle formule della
Messa. Dice il Sacramentario Leoniano: «Ogni volta che celebriamo il
memoriale di questo sacrificio, si compie l'opera della nostra
redenzione»3; ebbene, la dottrina espressa con precisione in
questa frase è sviluppata con chiarezza e con cura nelle Preghiere
eucaristiche: in queste Preghiere, quando il sacerdote fa l'anamnesi,
rivolgendosi a Dio in nome di tutto il popolo, gli rende grazie e gli
offre il sacrificio vivo, santo, cioè l'oblazione della Chiesa e la
vittima per la cui immolazione Dio ha voluto essere placato4, e
prega perché il Corpo e il Sangue di Cristo siano un sacrificio accetto al
Padre per la salvezza del mondo intero5. Così, nel nuovo
Messale, la regola della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua
costante regola di fede; questa ci dice che, fatta eccezione per il modo
di offrire, e che è differente, vi è piena identità tra il sacrificio
della Croce e la sua rinnovazione sacramentale nella Messa, che Cristo
Signore ha istituito nell'ultima Cena e ha ordinato agli Apostoli di
celebrare in memoria di lui; e per conseguenza, la Messa è insieme
sacrificio di lode, d'azione di grazie, di propiziazione e di
espiazione.
3.
Anche il mistero mirabile della presenza reale del Signore sotto le specie
eucaristiche è affermato dal Concilio Vaticano II6 e dagli
altri documenti del magistero della Chiesa7, nel medesimo senso
e con la medesima dottrina con cui il Concilio di Trento l'aveva proposto
alla nostra fede8. Nella celebrazione della Messa, questo
mistero è posto in luce non soltanto dalle parole stesse della
consacrazione, che rendono il Cristo presente per mezzo della
transustanziazione, ma anche dal senso e dall'espressione esterna di sommo
rispetto e di adorazione di cui è fatto oggetto nel corso della liturgia
eucaristica.
Per
lo stesso motivo, al Giovedì Santo, nella Cena del Signore, e nella
solennità del Corpo e del Sangue del Signore, il popolo cristiano è
chiamato a onorare in modo particolare, con l'adorazione, questo
ammirabile sacramento.
4.
Quanto alla natura del sacerdozio ministeriale, che è proprio del
presbitero, in quanto egli offre il sacrificio nella persona di Cristo e
presiede l'assemblea del popolo santo, essa è posta in luce,
nell'espressione stessa del rito, dal posto eminente del sacerdote e dalla
sua funzione. I compiti di questa funzione sono indicati e ribaditi con
molta chiarezza nel prefazio della Messa crismale del Giovedì Santo,
giorno in cui si commemora l'istituzione del sacerdozio. Il testo
sottolinea la potestà sacerdotale conferita per mezzo dell'imposizione
delle mani, e descrive questa medesima potestà enumerandone tutti gli
uffici: è la continuazione della potestà sacerdotale di Cristo, Pontefice
sommo della Nuova Alleanza.
5.
Questa natura del sacerdozio ministeriale mette a sua volta nella giusta
luce un'altra realtà di grande importanza: il sacerdozio regale dei
fedeli, il cui sacrificio spirituale raggiunge la sua perfezione
attraverso il ministero dei presbiteri, in unione con il sacrificio di
Cristo, unico Mediatore9. La celebrazione dell'Eucaristia è
infatti azione di tutta la Chiesa; in essa ciascuno compie soltanto, ma
integralmente, quello che gli rompete, tenuto conto del posto che egli
occupa nel popolo di Dio. E il motivo per cui si presta ora una maggiore
attenzione a certi aspetti della celebrazione che, nel corso dei secoli,
erano stati talvolta alquanto trascurati. Questo popolo è il popolo di
Dio, acquistato dal Sangue di Cristo, riunito dal Signore, nutrito con la
sua Parola; popolo la cui vocazione è di far salire verso Dio le preghiere
di tutta la famiglia umana; popolo che, in Cristo, rende grazie per il
mistero della salvezza, offrendo il suo Sacrificio; popolo infine che per
mezzo della comunione al Corpo e al Sangue di Cristo, rafforza la sua
unità. Questo popolo è già santo per la sua origine; ma in forza della sua
partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa al mistero eucaristico,
progredisce continuamente in santità10.
Prova
di una tradizione ininterrotta
6.
Nell'enunciare le norme per la revisione del rito della Messa, il Vaticano
II ha ordinato, tra l'altro, che certi riti venissero «riportati
all'antica tradizione dei santi Padri»11: sono le stesse parole
usate da san Pio V nella lettera apostolica Quo primum con la quale nel 1570
promulgava il Messale di Trento. Anche da questo incontro verbale è facile
rilevare come i due Messali romani, benché separati da quattro secoli,
conservino una medesima e identica tradizione. Se poi si tengono presenti
gli elementi profondi di questa tradizione, non è difficile rendersi conto
come il secondo Messale completi egregiamente il primo.
7.
In tempi davvero difficili, nei quali la fede cattolica era stata messa in
pericolo circa la natura sacrificale della Messa, il sacerdozio
ministeriale, la presenza reale e permanente di Cristo sotto le specie
eucaristiche, a san Pio V premeva anzitutto salvaguardare una tradizione
relativamente recente ingiustamente attaccata, introducendo il meno
possibile di cambiamenti nel sacro rito. E in verità, il Messale del 1570
si differenzia ben poco dal primo Messale stampato nel 1474; e questo, a
sua volta, riprende fedelmente il Messale del tempo di Innocenze III.
Inoltre i manoscritti della Biblioteca Vaticana, anche se avevano permesso
di adottare in certi casi delle lezioni migliori, non consentirono in
quella diligente ricerca di «antichi autori fede degni», di andare al di
là di quanto s'era fatto con i commentari liturgici del Medioevo.
8.
Attualmente, al contrario, questo «ordinamento dei santi Padri» tenuto
presente dai revisori responsabili del Messale di san Pio V, si è
arricchito di innumerevoli studi di eruditi. Dopo la prima edizione del
Sacramentario Gregoriano nel 1571, gli antichi sacramentari romani e
ambrosiani sono stati oggetto di numerose edizioni critiche; lo stesso si
dica degli antichi libri liturgici spagnoli e gallicani, che han fatto
riscoprire un buon numero di preghiere fino allora ignorate, ma di non
poca importanza sotto l'aspetto spirituale.
Data
poi la scoperta di un buon numero di documenti liturgici, sono pure,
attualmente, meglio conosciute le tradizioni dei primi secoli, anteriori
alla formazione dei riti d'Oriente e d'Occidente. Inoltre, il progresso
degli studi patristici ha permesso di appurare la teologia del mistero
eucaristico attraverso l'insegnamento di Padri eminenti nell'antichità
cristiana, come sant'Ireneo, sant'Ambrogio, san Crillo di Gerusalemme, san
Giovanni Crisostomo.
9.
La «tradizione dei santi Padri» esige dunque che non solo si conservi la
tradizione trasmessa dai nostri predecessori immediati, ma che si tenga
presente e si approfondisca fin dalle origini tutto il passato della
Chiesa e si faccia un'accurata indagine sui modi molteplici con cui
l'unica fede si è manifestata in forme di cultura umana e profana così
diverse tra loro, quali erano quelle in uso nelle regioni abitate da
semiti, greci e latini. Questo approfondimento più vasto ci permette di
constatare come lo Spirito Santo accordi al popolo di Dio un'ammirevole
fedeltà nel conservare immutato il deposito della fede, per grande che sia
la varietà delle preghiere e dei riti.
Adattamento
alle nuove condizioni
10.
Il nuovo Messale mentre attesta la lex orandi della Chiesa romana e
salvaguarda il deposito della fede trasmesso dai recenti Concili, segna a
sua volta una tappa di grande importanza nella tradizione liturgica.
Quando
i Padri del Concilio Vaticano II ripresero le formulazioni dogmatiche del
Concilio di Trento, le loro parole risuonarono in un'epoca ben diversa
nella vita del mondo; è per questo che nel campo pastorale essi hanno
potuto dare dei suggerimenti e dei consigli, che sarebbero stati
impensabili quattro secoli prima.
11.
Il Concilio di Trento aveva già riconosciuto il grande valore catechetico
contenuto nella celebrazione della Messa, ma non poteva trame tutte le
conseguenze pratiche. In realtà si chiedeva da molti che venisse concesso
l'uso della lingua volgare nella celebrazione del sacrificio eucaristico.
Ma dinanzi a tale richiesta, il Concilio, considerate le circostanze di
allora, riteneva suo dovere riaffermare la dottrina tradizionale
della
Chiesa,
secondo la quale il sacrificio eucaristico è anzitutto azione di Cristo
stesso: per conseguenza, la sua efficacia non dipende affatto dal modo di
partecipazione dei fedeli. Ecco perché si espresse con queste parole
decise e misurate insieme: «Benché la Messa contenga un ricco insegnamento
per il popolo dei fedeli, i Padri non hanno ritenuto opportuno, che venga
celebrata indistintamente in lingua volgare»12. E condannò chi
osasse affermare che «non si deve ammettere il rito della Chiesa romana,
in forza del quale una parte del canone e le parole della consacrazione
vengono dette a bassa voce; o che la Messa si debba celebrare in lingua
volgare»13. Nondimeno, se da un lato proibì l'uso della lingua
parlata nella Messa, dall'altro ordinò ai pastori di supplirvi con
un'opportuna catechesi: «Perché il gregge di Cristo non soffra la fame...
il santo Concilio ordina ai pastori e a tutti quelli che hanno cura
d'anime di soffermarsi frequentemente, nel corso della celebrazione della
Messa, o personalmente o per mezzo di altri, su questo o quel testo della
Messa, e di spiegare, tra l'altro, il mistero di questo santissimo
Sacrificio, specialmente nelle domeniche e nei giorni
festivi»14.
12.
Convocato perché la Chiesa adattasse ai nostri tempi i compiti della sua
missione apostolica, il Concilio Vaticano II ha, come quello di Trento,
esaminato profondamente la natura didattica e pastorale della
liturgia15. E poiché non v'è ormai nessun cattolico che neghi
la legittimità e l'efficacia del rito compiuto in lingua latina, il
Concilio ha ammesso senza difficoltà che «l'uso della lingua parlata può
riuscire spesso di grande utilità per il popolo», e l'ha quindi
permessa16. L'entusiasmo con cui questa decisione è stata
dappertutto accolta, ha portato, sotto la guida dei vescovi e della stessa
sede apostolica, alla concessione che tutte le celebrazioni liturgiche con
partecipazione di popolo si possano fare in lingua viva, per rendere più
facile l'intelligenza piena del mistero celebrato.
13. Tuttavia, poiché l'uso della
lingua parlata nella sacra liturgia è soltanto uno strumento, anche se
molto importante, per esprimere più chiaramente la catechesi del mistero
contenuto nella celebrazione, il Concilio Vaticano II ha insistito perché
si mettessero in pratica certe prescrizioni del Concilio di Trento che non
erano state dappertutto osservate, come il dovere di fare l'omelia nelle
domeniche e nei giorni festivi17; e la possibilità di
intercalare ai riti determinate esortazioni18. Soprattutto però
il Concilio Vaticano II, nel consigliare «quella partecipazione perfetta
alla Messa per la quale i fedeli dopo la comunione del sacerdote ricevono
il Corpo del Signore dal medesimo sacrificio»19, ha portato al
compimento di un altro voto dei Padri Tridentini, che, cioè, per
partecipare più pienamente all'Eucaristia «nelle singole Messe i presenti
si comunicassero non solo con l'intimo fervore dell'anima, ma anche con la
recezione sacramentale dell'Eucaristia»20.
14. Indotto dal medesimo spirito e
dallo stesso zelo pastorale, il Concilio Vaticano II ha potuto riesaminare
le decisioni di Trento a proposito della comunione sotto le due specie.
Poiché attualmente nessuno mette in dubbio i principi dottrinali sul pieno
valore della comunione sotto la sola specie del pane, il Concilio ha
permesso in alcuni casi la comunione sotto le due specie, con la quale,
grazie a una presentazione più chiara del segno sacramentale, si ha modo
di penetrare più profondamente il mistero al quale i fedeli
partecipano21.
15. In questo modo, mentre la Chiesa
rimane fedele al suo compito di maestra di verità conservando «ciò che è
vecchio» cioè il deposito della Tradizione, assolve pure il suo compito di
esaminare e adottare con prudenza «ciò che è nuovo» (cf Mt 13, 52).
Una
parte del nuovo Messale adegua più visibilmente le preghiere della Chiesa
ai bisogni del nostro tempo; tali sono specialmente le
Messe rituali e quelle per varie necessità, nelle quali si fondono
felicemente tradizione e novità. Pertanto, mentre sono rimaste intatte
molte espressioni attinte alla più antica tradizione della Chiesa e rese
familiari dallo stesso Messale Romano nelle sue varie edizioni, molte
altre sono state adattate alle esigenze e alle condizioni attuali. Altre
infine, come le orazioni per la Chiesa, per i laici, per la santificazione
del lavoro umano, per l'unione di tutti i popoli, e per certe necessità
proprie del nostro tempo, sono state interamente composte ex novo, traendo i pensieri e
spesso anche i termini dai recenti documenti conciliari.
Così
pure, in vista di una presa di coscienza della situazione nuova del mondo
contemporaneo, è sembrato che non si recasse offesa alcuna al venerabile
tesoro della Tradizione modificando alcune espressioni dei testi antichi,
allo scopo di meglio armonizzare la lingua con quella della teologia
attuale e perché esprimessero in verità la presente situazione della
disciplina della Chiesa.
Per
questo motivo sono stati cambiati alcuni modi di esprimersi, che
risentivano di una certa mentalità sull'apprezzamento e sull'uso dei beni
terrestri, e altri ancora che mettevano in rilievo una forma di penitenza
esteriore propria della Chiesa di altri tempi.
Le
norme liturgiche del Concilio di Trento sono state, dunque, su molti
punti, completate e integrate dalle norme del Concilio Vaticano II; il
Concilio ha così condotto a termine gli sforzi fatti per accostare i
fedeli alla liturgia, sforzi condotti per quattro secoli e con più
intensità in un'epoca recente, grazie soprattutto allo zelo liturgico
promosso da san Pio X e dai suoi successori.
Capitolo
I
IMPORTANZA
E DIGNITÀ DELLA
CELEBRAZIONE EUCARISTICA
1.
La celebrazione della Messa, in quanto azione di Cristo e del popolo di
Dio gerarchicamente ordinato, costituisce il centro di tutta la vita
cristiana per la Chiesa universale, per quella locale, e per i singoli
fedeli1. Nella Messa infatti si ha il culmine sia dell'azione
con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini
rendono al Padre, adorandolo per mezzo di Cristo Figlio di
Dio2. In essa inoltre la Chiesa commemora, nel corso dell'anno,
i misteri della redenzione, in modo da renderli in certo modo
presenti3. Tutte le altre azioni sacre e ogni attività della
vita cristiana sono in stretta relazione con la Messa, da essa derivano e
ad essa sono ordinate4.
2.
È perciò di somma importanza che la celebrazione della Messa, o Cena del
Signore, sia ordinata in modo che i ministri e i fedeli, partecipandovi
ciascuno secondo il proprio ordine e grado, traggano abbondanza di quei
frutti5, per il conseguimento dei quali Cristo Signore ha
istituito il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue e lo ha
affidato, come memoriale della sua passione e risurrezione, alla Chiesa,
sua dilettissima sposa6.
3.
Si potrà ottenere davvero questo risultato, se, tenuto conto della natura
e delle altre caratteristiche di ogni assemblea, tutta la celebrazione
verrà ordinata in modo tale da portare i fedeli a una partecipazione
consapevole, attiva e piena, esterna ed interna, ardente di fede, speranza
e carità; partecipazione vivamente desiderata dalla Chiesa e richiesta
dalla natura stessa della celebrazione, e alla quale il popolo cristiano
ha diritto e dovere in forza del Battesimo7.
4.
Non sempre si può avere la presenza e l'attiva partecipazione dei fedeli,
che manifestano più chiaramente la natura ecclesiale dell'azione
liturgica8; sempre però la celebrazione eucaristica ha
l'efficacia e la dignità che le sono proprie, in quanto è azione di Cristo
e della Chiesa9, e il sacerdote vi agisce sempre per la
salvezza del popolo.
5.
Poiché inoltre la celebrazione dell'Eucaristia, come tutta la liturgia, si
compie per mezzo di segni sensibili, mediante i quali la fede si alimenta,
s'irrobustisce e si esprime10, si deve avere la massima cura
nello scegliere e nel disporre quelle forme e quegli elementi che la
Chiesa propone, e che, considerate le circostanze di persone e di luoghi,
possono favorire più intensamente la partecipazione attiva e piena e
rispondere più adeguatamente al bene dei fedeli.
6.
Pertanto questa «Istruzione» si propone di esporre i principi generali per
l'ordinamento della celebrazione dell'Eucaristia, e presentare le norme
per regolare le singole forme di celebrazione11. Le Conferenze
Episcopali, secondo la Costituzione sulla Sacra Liturgia, possono
prescrivere, per il loro territorio, delle norme che tengano conto delle
tradizioni e della cultura propria dei loro popoli, delle regioni e delle
diverse comunità12.
Capitolo
II
STRUTTURA,
ELEMENTI E PARTI DELLA
MESSA
I.
Struttura generale della Messa
7.
Nella Messa o Cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a riunirsi
insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di
Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio
eucaristico13.
Per
questa riunione locale della santa Chiesa vale perciò in modo eminente la
promessa di Cristo: «Là dove sono due o tre radunati nel mio nome, io sono
in mezzo a loro» (Mt 18, 20). Infatti nella celebrazione della Messa,
nella quale si perpetua il sacrificio della Croce14, Cristo è
realmente presente nell'assemblea dei fedeli riunita in suo nome, nella
persona del ministro, nella sua Parola e in modo sostanziale e permanente
sotto le specie eucaristiche15.
8.
La Messa è costituita da due parti, la «liturgia della Parola» e la
«liturgia eucaristica»; esse son così strettamente congiunte tra di loro
da formare un unico atto di culto16. Nella Messa, infatti,
viene imbandita tanto la mensa della parola di Dio quanto la mensa del
Corpo di Cristo, e i fedeli ne ricevono istruzione e ristoro17.
Ci sono inoltre alcuni riti che iniziano e altri che concludono la
celebrazione.
II.
I diversi elementi della Messa
Lettura
della parola di Dio e sua spiegazione
9.
Quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura, Dio stesso parla al suo
popolo e Cristo, presente nella sua parola, annunzia il Vangelo.
Per
questo, le letture della parola di Dio, che costituiscono un elemento
importantissimo della Liturgia, si devono ascoltare da tutti con
venerazione. E benché la parola di Dio nelle letture della sacra Scrittura
sia rivolta a tutti gli uomini di ogni epoca e sia da essi intelligibile,
tuttavia la sua efficacia viene accresciuta
da un'esposizione viva e attuale, cioè dall'omelia, che è considerata
parte dell'azione liturgica18.
Le
orazioni e le altre farti che spettano al sacerdote
10. Tra le parti proprie del
sacerdote, occupa il primo posto la Preghiera eucaristica, culmine di
tutta la celebrazione. Seguono poi le orazioni, cioè: l'orazione di inizio
(o colletta), l'orazione sulle offerte e l'orazione dopo la comunione.
Queste preghiere dette dal sacerdote nella sua qualità di presidente
dell'assemblea nella persona di Cristo, sono rivolte a Dio a nome
dell'intero popolo santo e di tutti i presenti19. Perciò
giustamente si chiamano «orazioni presidenziali».
11. Spetta ugualmente al sacerdote,
per il suo ufficio di presidente dell'assemblea radunata, formulare alcune
monizioni e proporre le formule di introduzione e di conclusione previste
nel rito medesimo. Di loro natura queste monizioni non esigono di essere
pronunziate alla lettera, nella formulazione presentata nel Messale; per
cui potrà essere opportuno l'adattarle in qualche modo, almeno in alcuni
casi, alle vere condizioni della comunità20. Così pure spetta
al sacerdote che presiede annunziare la parola di Dio e impartire la
benedizione finale. Egli può inoltre intervenire con brevissime parole,
all'inizio della celebrazione, per introdurre i fedeli alla Messa del
giorno; alla liturgia della Parola, prima delle letture; alla Preghiera
eucaristica, prima di iniziare il prefazio; prima del congedo, per
concludere l'intera azione sacra.
12. La natura delle parti
«presidenziali» esige che esse siano proferite a voce alta e chiara e che
siano ascoltate da tutti con attenzione21. Perciò mentre il
sacerdote le dice, non si devono sovrapporre altre orazioni o canti, e
l'organo e altri strumenti musicali devono tacere.
13. Il sacerdote formula preghiere
non soltanto come presidente a nome di tutta la comunità, ma talvolta
anche a titolo personale, per poter compiere il proprio ministero con
maggior attenzione e pietà. Tali preghiere si dicono sottovoce.
Altre
formule che ricorrono nella celebrazione
14. Poiché la celebrazione della
Messa, per sua natura, ha carattere «comunitario»22, grande
rilievo assumono i dialoghi tra il celebrante e l'assemblea dei fedeli, e
le acclamazioni23. Infatti questi elementi non sono soltanto
segni esteriori della celebrazione comunitaria, ma favoriscono ed
effettuano la comunione tra il sacerdote e il popolo.
15. Le acclamazioni e le risposte
dei fedeli al saluto del sacerdote e alle orazioni, costituiscono quel
grado di partecipazione attiva che i fedeli riuniti devono porre in atto
in ogni forma di Messa per esprimere e ravvivare l'azione di tutta la
comunità24.
16. Altre parti, assai utili per
manifestare e favorire la partecipazione attiva dei fedeli, spettano
all'intera assemblea: sono soprattutto l'atto penitenziale, la professione
di fede, la preghiera universale (detta anche preghiera dei fedeli) e la
preghiera del Signore (cioè il Padre nostro).
17. Infine, tra le altre
formule:
a)
alcune costituiscono un rito o un atto a sé stante, come l'inno Gloria, il
salmo responsoriale, l'Alleluia e il versetto prima del Vangelo (canto al
Vangelo), il Santo (Sanctus), l'acclamazione dell'anamnesi e il canto dopo
la comunione;
b)
altre, invece, accompagnano qualche rito, come i canti d'ingresso, di
offertorio, quelli che accompagnano la «frazione» o atto di spezzare il
pane (Agnello di Dio - Agnus Dei) e la comunione.
In
qual modo proclamare i vari testi
18.
Nei
testi che devono esser pronunziati a voce alta e chiara dal sacerdote, dai
ministri, o da tutti, la voce deve corrispondere al genere del testo
secondo che si tratti di una lettura, di un'orazione, di una monizione, di
un'acclamazione, di un canto; deve anche corrispondere alla forma di
celebrazione e alla solennità della riunione liturgica. Inoltre si tenga
conto delle caratteristiche delle diverse lingue e della cultura specifica
di ogni popolo.
Nelle
rubriche e nelle norme che seguono, le parole «dire» oppure «proclamare»
devono essere intese in riferimento sia al canto che alla recita, tenuto
conto dei principi sopra esposti.
Importanza
del canto
19.
I fedeli che si radunano nell'attesa della venuta del loro Signore, sono
esortati dall'Apostolo a cantare insieme salmi, inni e cantici spirituali
(cf Col 3, 16). Infatti il canto è segno della gioia del cuore (cf At 2,
46). Perciò dice molto bene sant'Agostino: «Il cantare è proprio di chi
ama»25, e già dall'antichità si formò il detto: «Chi canta
bene, prega due volte». Nelle celebrazioni si dia quindi grande importanza
al canto, tenuto conto della diversità culturale delle popolazioni e della
capacità di ciascun gruppo anche se non è sempre necessario cantare tutti
i testi che per loro natura sono destinati al canto. Nella scelta delle
parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior
importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote
o dai ministri con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo
insieme26. Poiché sono sempre più frequenti le riunioni di
fedeli di diverse nazionalità, è opportuno che sappiano cantare insieme,
in lingua latina, e nelle melodie più facili, almeno le parti
dell'Ordinario della Messa, specialmente il Simbolo della fede e la
preghiera del Signore (Padre nostro)27.
Gesti
e atteggiamenti del corpo
20. L'atteggiamento comune del
corpo, che tutti i partecipanti al rito sono invitati a prendere, è il
segno della comunità e dell'unità dell'assemblea: esso esprime e favorisce
l'intenzione e i sentimenti dell'animo dei partecipanti28.
21. Per ottenere l'uniformità nei
gesti e negli atteggiamenti, i fedeli seguano le indicazioni che vengono
date dal diacono, o dal sacerdote, o da un altro ministro, durante la
celebrazione. Inoltre, in tutte le Messe, salvo indicazioni in contrario,
i fedeli stiano in piedi dall'inizio del canto di ingresso, o mentre il
sacerdote si reca all'altare, fino alla conclusione dell'orazione di
inizio (o colletta), durante il canto dell'Alleluia prima del Vangelo;
durante la proclamazione del Vangelo; durante la professione di fede e la
preghiera universale (o preghiera dei fedeli); dall'orazione sulle offerte
fino al termine della Messa, fatta eccezione di quanto è detto in seguito.
Stiano invece seduti durante la proclamazione delle letture prima del
Vangelo e durante il salmo responsoriale; all'omelia e durante la
preparazione dei doni all'offertorio; se lo si ritiene opportuno, durante
il sacro silenzio dopo la comunione. S'inginocchino poi alla
consacrazione, a meno che lo impediscano o la ristrettezza del luogo, o il
gran numero dei presenti, o altri motivi ragionevoli.
Spetta
però alle Conferenze Episcopali adattare i gesti e gli atteggiamenti del
corpo, descritti nel Rito della Messa romana, alla cultura dei vari
popoli29. Nondimeno si faccia in modo che tali adattamenti
corrispondano al senso e al carattere di ciascuna parte della
celebrazione.
22.
Fra i gesti sono comprese anche le azioni e gli atteggiamenti del
sacerdote nel recarsi all'altare, quelle per la presentazione dei doni e
per la comunione dei fedeli. Conviene che queste azioni siano fatte in
modo decoroso, mentre si eseguono canti appropriati, secondo le norme
stabilite per i singoli movimenti.
Il
silenzio
23. Si deve anche osservare, a suo
tempo, il sacro silenzio, come parte della celebrazione30. La
sua natura dipende dal momento in cui ha luogo nelle singole celebrazioni.
Così, durante l'atto penitenziale e dopo l'invito alla preghiera, il
silenzio aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l'omelia, è un richiamo
a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la comunione, favorisce
la preghiera interiore di lode e di ringraziamento.
III.
Le singole parti della Messa
A)
RITI DI INTRODUZIONE
24.
Le parti che precedono la liturgia della Parola, cioè l'introito, il
saluto, l'atto penitenziale, il Kyrie eleison, il Gloria e l'orazione (o
colletta), hanno un carattere di inizio, di introduzione e di
preparazione.
Scopo
di questi riti è che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità, e si
dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio e a celebrare degnamente
l'Eucaristia.
L'introito
25. Quando il popolo è riunito,
mentre il sacerdote fa il suo ingresso con i ministri, si inizia il canto
d'ingresso. La funzione propria di questo canto è quella di dare inizio
alla celebrazione, favorire l'unione dei fedeli riuniti, introdurre il
loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività, e
accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri.
26. Il canto viene eseguito alternativamente dalla schola e dal popolo, o dal cantore e dal popolo, oppure tutto quanto dal popolo o dalla sola schola. Si può utilizzare sia l'antifona con un suo canto, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all'azione sacra,
al carattere del giorno o del tempo, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale.
Se
all'introito non ha luogo il canto, l'antifona proposta dal Messale Romano
viene letta o dai fedeli, o da alcuni di essi, o dal lettore, o anche
dallo stesso sacerdote dopo il saluto.
Saluto
all'altare e al popolo radunato
27.
Giunti in presbiterio, il sacerdote e i ministri salutano l'altare. In
segno di venerazione, il sacerdote e il diacono lo baciano e il sacerdote
lo può incensare secondo l'opportunità.
28.
Terminato il canto d'ingresso, il sacerdote e tutta l'assemblea si segnano
col segno di croce. Poi il sacerdote con il saluto annunzia alla comunità
riunita la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del
popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata.
Atto
penitenziale
29.
Salutato il popolo, il sacerdote, o un altro ministro che ne sia capace,
può fare una brevissima introduzione alla Messa del giorno. Quindi il
sacerdote invita all'atto penitenziale, che viene compiuto da tutta la
comunità mediante la confessione generale, e si conclude con l'assoluzione
del sacerdote.
Kyrie
eleison
30.
Dopo l'atto penitenziale ha inizio il Kyrie eleison, a meno che non sia
già stato detto durante l'atto penitenziale. Essendo un canto col quale i
fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia, di solito
viene eseguito da tutti, in alternanza tra il popolo e la schola o un cantore. Ogni
acclamazione di solito si dice due volte; ma non si esclude che, in
considerazione dell'indole delle diverse lingue o della composizione
musicale o di circostanze particolari, sia ripetuto un maggior numero di
volte, o intercalato da un breve «tropo». Se il Kyrie eleison non viene
cantato, si recita.
Gloria
in excelsis
31.
Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa,
radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l'Agnello.
Viene cantato da tutta l'assemblea, o dal popolo alternativamente con la
schola oppure dalla schola. Se non lo si canta, viene
recitato da tutti, insieme o alternativamente.
Lo
si canta o si recita nelle domeniche fuori del Tempo di Avvento e
Quaresima; e inoltre nelle solennità e feste, e in particolari
celebrazioni più solenni.
Orazione
conclusiva dei riti di introduzione (o colletta)
32.
Poi il sacerdote invita il popolo a pregare; e tutti insieme con il
sacerdote stanno per qualche momento in silenzio, per prendere coscienza
di essere alla presenza di Dio e per poter formulare nel proprio cuore la
preghiera personale. Quindi il sacerdote dice l'orazione, chiamata
comunemente «colletta». Per mezzo di essa viene espresso il carattere
della celebrazione e con le parole del sacerdote si rivolge la preghiera a
Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo. Il popolo, unendosi
alla preghiera ed esprimendo il suo assenso, fa sua l'orazione con
l'acclamazione Amen. Nella Messa si dice una sola colletta; la stessa cosa
vale anche per l'orazione sulle offerte e dopo la comunione. La colletta
termina con la conclusione lunga, e cioè:
-
se è rivolta al Padre: Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che
è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i
secoli dei secoli;
-
se è rivolta al Padre, ma verso la fine dell'orazione medesima si fa
menzione del Figlio: Egli è Dio (opp. che è Dio) e vive e regna con te,
nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli;
-
se è rivolta al Figlio: Tu che sei Dio e vivi e regni con Dio Padre,
nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
invece
l'orazione sulle offerte e l'orazione dopo la comunione hanno la
conclusione breve, e cioè:
-
se è rivolta al Padre: Per Cristo nostro Signore;
-
se è rivolta al Padre, ma verso la fine dell'orazione medesima si fa
menzione del Figlio: Egli vive e regna nei secoli dei secoli;
-
se è rivolta al Figlio: Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.
B)
LITURGIA DELLA PAROLA
33.
Le letture scelte dalla sacra Scrittura con i canti che le accompagnano,
costituiscono la parte principale della liturgia della Parola; l'omelia,
la professione di fede e la preghiera universale o preghiera dei fedeli
sviluppano e concludono tale parte. Infatti nelle letture, che vengono poi
spiegate nella omelia, Dio parla al suo popolo31, gli manifesta
il mistero della redenzione e della salvezza e offre un nutrimento
spirituale; Cristo stesso è presente per mezzo della sua parola, tra i
fedeli32. Il popolo fa propria questa parola divina con i canti
e vi aderisce con la professione di fede; così nutrito, prega
nell'orazione universale per le necessità di tutta la Chiesa e per la
salvezza del mondo intero.
Le
letture bibliche
34.
Con le letture si offre ai fedeli la mensa della parola di Dio e si aprono
loro i tesori della Bibbia33. Poiché secondo la tradizione
l'ufficio di proclamare le letture non spetta al presidente ma ad uno dei
ministri, conviene che, d'ordinario, il diacono, o, in sua assenza, un
altro sacerdote legga il Vangelo; un lettore invece legga le altre
letture. Mancando però il diacono o un altro sacerdote, leggerà il Vangelo
lo stesso sacerdote celebrante34.
35.
Alla lettura del Vangelo si deve il massimo rispetto; lo insegna la
liturgia stessa, perché la distingue dalle altre letture con particolari
onori: sia da parte del ministro incaricato di proclamarla che si prepara
con la benedizione o con la preghiera; sia da parte dei fedeli, i quali
con le acclamazioni riconoscono e professano che Cristo è presente e parla
a loro, e ascoltano la lettura stando in piedi; sia per mezzo dei segni di
venerazione che si rendono al libro dei Vangeli.
I
canti tra le letture
36.
Alla prima lettura segue il salmo responsoriale, o graduale, che è parte
integrante della liturgia della Parola. Il salmo, d'ordinario, è preso dal
Lezionario, perché ogni testo salmodico è direttamente connesso con la
relativa lettura: pertanto la scelta del salmo dipende dalle letture.
Nondimeno, perché il popolo più facilmente possa ripetere il ritornello,
sono stati scelti alcuni testi comuni di ritornelli e di salmi per i
diversi tempi dell'anno e per le diverse categorie di santi; questi testi
si possono utilizzare al posto di quelli corrispondenti alle letture ogni
volta che il salmo viene cantato.
Il
salmista o cantore del salmo, canta o recita i versetti del salmo
all'ambone o in altro luogo adatto; l'assemblea sta seduta e ascolta, e
partecipa di solito con il ritornello, a meno che il salmo non sia cantato
o recitato per intero senza ritornello. Se si canta, oltre al salmo
designato sul Lezionario, si può utilizzare o il graduale del Graduale romanum, oppure un salmo
responsoriale o alleluiatico del Graduale simplex, così come sono
indicati in tali libri.
37.
Alla seconda lettura segue l'Alleluia o un altro canto, a seconda del
tempo liturgico.
a)
L'Alleluia si canta in qualsiasi Tempo, tranne che in Quaresima. Può
essere iniziato o da tutti, o dalla schola, o da un cantore e, se è il
caso, lo si ripete. I versetti si scelgono dal Lezionario oppure dal
Graduale.
b)
L'altro canto è costituito da un versetto prima del Vangelo, oppure da un
altro salmo o tratto, come si trovano nel Lezionario o nel Graduale.
38.
Quando vi è una sola lettura prima del Vangelo:
a)
nel Tempo in cui si canta l'Alleluia, si può utilizzare o il salmo
alleluiatico, oppure il salmo e l'Alleluia con il suo versetto, o solo il
salmo o solo l'Alleluia;
b)
nel tempo in cui l'Alleluia non si canta, si può eseguire o il salmo o il
versetto prima del Vangelo (cioè il canto al Vangelo).
39.
Il salmo dopo la lettura, se non viene cantato, deve essere letto ad alta
voce; invece l'Alleluia e il versetto prima del Vangelo, se non si
cantano, si possono tralasciare.
40.
La sequenza è facoltativa, eccetto nei giorni di Pasqua e di
Pentecoste.
L'omelia
42.
Nelle domeniche e nelle feste di precetto si deve tenere l'omelia in tutte
le Messe con partecipazione di popolo; non si può omettere senza una
ragione grave. Negli altri giorni è raccomandata specialmente nelle ferie
di Avvento, di Quaresima e del Tempo pasquale; così pure nelle altre feste
e circostanze nelle quali è più numeroso il concorso del popolo alla
chiesa37.
L'omelia
di solito sia tenuta personalmente dal sacerdote celebrante.
La
professione di fede
43.
Il Simbolo, o professione di fede, nella celebrazione della Messa, ha lo
scopo di suscitare nell'assemblea, dopo l'ascolto della parola di Dio
nelle letture e nell'omelia, una risposta di assenso, e di richiamare alla
mente la regola della fede, prima di incominciare la celebrazione
dell'Eucaristia.
44.
Il Simbolo deve esser recitato dal sacerdote insieme con il popolo nelle
domeniche e nelle solennità; si può dire anche in particolari celebrazioni
più solenni. Se viene cantato, si canti normalmente da tutti o a cori
alterni.
La
preghiera universale
45.
Nella preghiera universale, o preghiera dei fedeli, il popolo, esercitando
la sua funzione sacerdotale, prega per tutti gli uomini. È conveniente che
nelle Messe con partecipazione di popolo vi sia normalmente questa
preghiera, nella quale si elevino suppliche per la santa Chiesa, per i
governanti, per coloro che si trovano in necessità, per tutti gli uomini e
per la salvezza di tutto il mondo38.
46.
La successione delle intenzioni sia ordinariamente questa:
a)
per le necessità della Chiesa;
b)
per i governanti e per la salvezza di tutto il mondo; e) per quelli che si
trovano in difficoltà; d) per la comunità locale.
Tuttavia
in qualche celebrazione particolare, per esempio nella Confermazione, nel
Matrimonio, nelle Esequie, la successione delle intenzioni può venire
adattata maggiormente alla circostanza particolare.
47.
Spetta al sacerdote celebrante guidare la preghiera, invitare, con una
breve monizione, i fedeli a pregare, e concludere la preghiera con un
orazione. Sarà bene che le intenzioni siano proposte da un diacono o da un
cantore, o da qualche altra persona39. Tutta l'assemblea
esprime la sua preghiera o con un'invocazione comune, dopo che sono state
presentate le intenzioni, oppure pregando in silenzio.
C)
LITURGIA EUCARISTICA
48.
Nell'ultima Cena Cristo istituì il sacrificio e convito pasquale per mezzo
del quale è reso di continuo presente nella Chiesa
il sacrificio della Croce, allorché il sacerdote che rappresenta Cristo
Signore, compie ciò che il Signore stesso fece e affidò ai discepoli
perché lo facessero in memoria di lui40. Cristo infatti prese
il pane e il calice, rese grazie, spezzò il pane e li diede ai suoi
discepoli, dicendo: «Prendete, mangiate, bevete; questo è il mio Corpo;
questo è il calice del mio Sangue. Fate questo in memoria di me». Perciò
la Chiesa ha disposto tutta la celebrazione della liturgia eucaristica in
vari momenti, che corrispondono a queste parole e gesti di Cristo.
Infatti:
1.
Nella preparazione dei doni, vengono portati all'altare pane e vino con
acqua, cioè gli stessi elementi che Cristo prese tra le sue mani.
2.
Nella Preghiera eucaristica si rendono grazie a Dio per tutta l'opera
della salvezza, e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di
Cristo.
3.
Mediante la frazione di un unico pane si manifesta l'unità dei fedeli, e
per mezzo della comunione i fedeli si cibano del Corpo e del Sangue del
Signore, allo stesso modo con il quale gli Apostoli li hanno ricevuti
dalle mani di Cristo stesso.
La
preparazione dei doni
49. All'inizio della liturgia
eucaristica si portano all'altare i doni, che diventeranno il Corpo e il
Sangue di Cristo. Prima di tutto si prepara l'altare, o mensa del Signore,
che è il centro di tutta la liturgia eucaristica41, ponendovi
sopra il corporale, il purificatoio, il messale e il calice, se non viene
preparato alla credenza.
Poi
si portano le offerte: i fedeli - cosa lodevole - presentano il pane e il
vino; il sacerdote, o il diacono, in luogo opportuno e adatto, li riceve e
li depone sull'altare, recitando le formule prescritte. Quantunque i
fedeli non portino più, come un tempo, il loro proprio pane e vino
destinati alla liturgia, tuttavia il rito di presentare questi doni
conserva il suo calore e il suo significato spirituale.
Si
possono anche fare offerte in denaro, o presentare altri doni per i poveri
o per la Chiesa, portati dai fedeli o raccolti in chiesa. Essi vengono
deposti in luogo adatto, fuori della mensa eucaristica.
50. Il canto all'offertorio
accompagna la processione con la quale si portano i doni; esso si protrae
almeno fino a quando i doni sono stati deposti sull'altare. Le norme che
regolano questo canto sono le stesse che per il canto d'ingresso (n. 26).
L'antifona di offertorio, se non si canta, viene tralasciata.
51. Si può fare l'incensazione dei
doni posti sull'altare stesso, per significare che l'offerta della Chiesa
e la sua preghiera si innalzano come incenso al cospetto di Dio. Dopo
l'incensazione dei doni e dell'altare, anche il sacerdote e il popolo
possono ricevere l'incensazione dal diacono o da un altro ministro.
52. Quindi il sacerdote si lava le
mani; con questo rito si esprime il desiderio di purificazione
interiore.
53. Deposte le offerte sull'altare e
compiuti i riti che accompagnano questo gesto, il sacerdote invita i
fedeli a unirsi a lui nella preghiera e pronunzia l'orazione sulle
offerte: si conclude così la preparazione dei doni e si prelude alla
Preghiera eucaristica.
La
Preghiera eucaristica
54.
A questo punto ha inizio il momento centrale e culminante dell'intera
celebrazione, vale a dire la Preghiera eucaristica, cioè la preghiera di
azione di grazie e di santificazione. Il sacerdote invita il popolo a
innalzare il cuore verso il Signore nella preghiera e nell'azione di
grazie, e lo associa a sé nella solenne preghiera, che egli, a nome di
tutta la comunità, rivolge al Padre per mezzo di Gesù Cristo. Il
significato di questa preghiera è che tutta l'assemblea si unisca insieme
con Cristo nel magnificare le grandi opere di Dio e nell'offrire il
sacrificio.
55. Gli elementi principali di cui
consta la Preghiera eucaristica, si possono distinguere come
segue:
a) L'azione di
grazie (che si esprime specialmente nel prefazio): il sacerdote, a
nome di tutto il popolo santo, glorifica
Dio
Padre e gli rende grazie per tutta l'opera della salvezza o per qualche
suo aspetto particolare, a seconda della diversità del giorno, della festa
o del Tempo.
b)
L'acclamazione: tutta
l'assemblea, unendosi alle creature celesti, canta o recita il Santo
(Sanctus). Questa acclamazione, che fa parte della Preghiera eucaristica,
è pronunziata da tutto il popolo col sacerdote.
c)
L'epiclesi: la Chiesa implora
con speciali invocazioni la potenza divina, perché i doni offerti dagli
uomini vengano consacrati, cioè diventino il Corpo e il Sangue di Cristo,
e perché la vittima immacolata, che si riceve nella comunione, giovi per
la salvezza di coloro che vi parteciperanno.
d)
Il racconto dell'istituzione e la
consacrazione: mediante le parole e i gesti di Cristo, si compie il
sacrificio che Cristo stesso istituì nell'ultima Cena, quando offrì il suo
Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, lo diede a
mangiare e a bere agli Apostoli e lasciò loro il mandato di perpetuare
questo mistero.
e)
L'anamnesi: la Chiesa,
adempiendo il comando ricevuto da Cristo Signore per mezzo degli Apostoli,
celebra la memoria di Cristo, ricordando soprattutto la sua beata
passione, la gloriosa risurrezione e l'ascensione al ciclo.
f)
Sofferta: nel corso di questa
stessa memoria la Chiesa, in modo particolare quella radunata in quel
momento e in quel luogo, offre al Padre nello Spirito Santo la vittima
immacolata. La Chiesa desidera che i fedeli non solo offrano la vittima
immacolata, ma anche imparino ad offrire se stessi e così portino ogni
giorno più a compimento, per mezzo di Cristo Mediatore, la loro unione con
Dio e con i fratelli, perché finalmente Dio sia tutto in
tutti42.
g)
Le intercessioni: in esse si
esprime che l'Eucaristia viene celebrata in comunione con tutta la Chiesa,
sia celeste che terrestre, e che l'offerta è fatta per essa e per tutti i
suoi membri, vivi e defunti, i quali sono stati chiamati a partecipare
alla redenzione e alla salvezza acquistata per mezzo del Corpo e del
Sangue di Cristo.
h)
La dossologia finale che
esprime la glorificazione di Dio: essa viene ratificata e conclusa con
l'acclamazione del popolo.
La
Preghiera eucaristica esige che tutti l'ascoltino con rispetto e in
silenzio, e vi partecipino con le acclamazioni previste nel rito.
Riti
di comunione
56.
Poiché la celebrazione eucaristica è un convito pasquale, conviene che,
secondo il comando del Signore, i fedeli ben disposti ricevano il suo
Corpo e il suo Sangue come cibo spirituale43.
A
questo mirano la frazione del pane e gli altri riti preparatori che
dispongono immediatamente i fedeli alla comunione.
a)
La preghiera del Signore (o Padre nostro): in essa si chiede il pane
quotidiano, nel quale i cristiani scorgono anche un riferimento al pane
eucaristico, e si implora la purificazione dei peccati, così che realmente
«i santi doni vengano dati ai santi». Il sacerdote rivolge l'invito alla
preghiera, che tutti i fedeli dicono insieme con lui; ma soltanto il
sacerdote vi aggiunge l'embolismo, che il popolo conclude con la
dossologia. L'embolismo, sviluppando l'ultima domanda della preghiera del
Signore, chiede per tutta la comunità dei fedeli la liberazione dal potere
del male.
L'invito
(o monizione), la preghiera del Signore, l'embolismo e la dossologia, con
la quale il popolo conclude l'embolismo, si cantano o si dicono ad alta
voce.
b)
Segue il rito della pace, con il quale i fedeli implorano la pace e
l'unità per la Chiesa e per l'intera famiglia umana, ed esprimono fra di
loro l'amore vicendevole, prima di partecipare all'unico pane.
Le
Conferenze Episcopali stabiliranno il modo di compiere questo gesto di
pace secondo l'indole e le usanze delle popolazioni.
c)
II gesto della frazione del pane, compiuto da Cristo nell'ultima Cena, sin
dal tempo apostolico ha dato il nome a tutta l'azione eucaristica. Questo
rito non ha soltanto una ragione pratica, ma significa che noi, pur
essendo molti, diventiamoun solo corpo nella comunione a un solo pane di
vita, che è Cristo (1 Cor 10, 17).
d)
llimmixtio: il celebrante mette
nel calice una piccola porzione dell'ostia.
e)
Agnello di Dio (Agnus Dei): mentre si compie la frazione del pane e l'immixtio, si canta dalla schola o dal cantore l'invocazione
Agnello di Dio (Agnus Dei), alla quale risponde il popolo; oppure la si
dice ad alta voce. Si può ripetere questa invocazione quante volte è
necessario per accompagnare la frazione del pane. L'ultima invocazione
termina con le parole dona a noi la pace (dona nobis pacem).
f)
La preparazione personale del sacerdote: il celebrante si prepara con una
preghiera silenziosa a ricevere con frutto il Corpo e il Sangue di Cristo.
Lo stesso fanno i fedeli pregando in silenzio.
g)
Quindi il celebrante mostra ai fedeli il pane eucaristico che sarà
ricevuto nella comunione e li invita al banchetto di Cristo; poi insieme
con essi esprime sentimenti di umiltà, servendosi delle parole del
Vangelo.
h)
Si desidera vivamente che i fedeli ricevano il Corpo del Signore con ostie
consacrate nella stessa Messa, e nei casi previsti, facciano la comunione
al calice, perché anche per mezzo dei segni, la comunione appaia meglio
come partecipazione al sacrificio in atto44.
i)
Mentre il sacerdote e i fedeli si comunicano, si esegue il canto di
comunione; esso ha lo scopo di esprimere mediante l'accordo delle voci
l'unione spirituale di coloro che si comunicano, dimostrare la gioia del
cuore e rendere più fraterna la processione di coloro che si accostano a
ricevere il Corpo di Cristo. Il canto comincia mentre il sacerdote si
comunica, e si protrae per un certo tempo, durante la comunione dei
fedeli. Se però è previsto che dopo la comunione si eseguisca un inno, il
canto di comunione s'interrompa al momento opportuno. Come canto di
comunione si può utilizzare o l'antifona del Graduale romanum, con o senza
salmo, o l'antifona col salmo del Graduale simplex, oppure un altro
canto adatto, approvato dalla
Conferenza Episcopale. Può essere cantato o dalla sola schola, o dalla schola o dal cantore insieme col
popolo. Se invece non si canta, l'antifona di comunione proposta dal
Messale viene recitata o dai fedeli, o da alcuni di essi, o dal lettore,
se no dallo stesso sacerdote dopo che questi si è comunicato, prima di
distribuire la comunione ai fedeli.
j)
Ultimata la distribuzione della comunione il sacerdote e i fedeli, secondo
l'opportunità, pregano per un po' di tempo in silenzio. Si può anche fare
cantare da tutta l'assemblea un inno, un salmo o un altro canto di
lode.
k)
Nell'orazione dopo la comunione, il sacerdote chiede i frutti del mistero
celebrato. Il popolo fa sua l'orazione con l'acclamazione Amen.
D) RITI DI CONCLUSIONE
57.
I riti di conclusione comprendono:
a)
Il saluto e la benedizione del sacerdote, che in alcuni giorni e in certe
circostanze si può arricchire e sviluppare con Iterazione sul popolo» o
con un'altra formula più solenne.
b)
Il congedo propriamente detto, con il quale si scioglie l'assemblea,
perché ognuno ritorni alle sue occupazioni lodando e benedicendo il
Signore.
Capitolo
III
UFFICI
E MINISTERI NELLA MESSA
58.
Nell'assemblea, che si riunisce per la Messa, ciascuno ha il diritto e il
dovere di recare la sua partecipazione in diversa misura a seconda della
diversità di ordine e di compiti45. Pertanto tutti, sia i
ministri che i fedeli, compiendo il proprio ufficio, facciano tutto e
soltanto ciò che è di loro competenza46: così che la stessa
disposizione della celebrazione manifesti la Chiesa costituita nei suoi
diversi ordini e ministeri.
I.
Uffici e ministeri dell'Ordine sacro
59. Ogni legittima celebrazione
dell'Eucaristia è diretta dal vescovo, o personalmente, o per mezzo dei
presbiteri suoi collaboratori47. Quando il vescovo è presente a
una Messa con partecipazione di popolo, è bene che presieda lui stesso
l'assemblea, e che associ a sé i presbiteri nella celebrazione, per quanto
è possibile concelebrando con loro.
Questo
si fa non tanto per accrescere la solennità esteriore del rito, ma per
esprimere con maggior chiarezza il mistero della Chiesa, sacramento di
unità48.
Se
il vescovo non celebra l'Eucaristia, ma ne affida il compito a un
presbitero, è bene che sia lui a presiedere la liturgia della Parola e a
impartire la benedizione alla fine della Messa.
60. Anche il sacerdote che nella
comunità dei fedeli è insignito del potere derivategli dall'Ordine sacro
di offrire il sacrificio nella persona di Cristo49, presiede
l'assemblea riunita, ne dirige la preghiera, annuncia a essa il messaggio
della salvezza, si associa il popolo nell'offerta del sacrificio a Dio
Padre per Cristo nello Spirito Santo, distribuisce ai fratelli il pane
della vita eterna e partecipa con essi al banchetto. Pertanto, quando
celebra l'Eucaristia, deve servire Dio e il popolo con dignità e umiltà, e
nel modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine, deve far
sentire ai fedeli la presenza viva di Cristo.
61. Tra i ministri ha il primo posto
il diacono, il cui ordine già dagli inizi della Chiesa fu tenuto in grande
onore. Nella Messa il diacono ha come ufficio proprio: l'annunciare il
Vangelo e talvolta predicare la parola di Dio, proporre ai fedeli le
intenzioni della preghiera universale, servire il sacerdote, distribuire
ai fedeli l'Eucaristia, specialmente sotto la specie del vino, ed
eventualmente indicare all'assemblea i gesti e gli atteggiamenti da
assumere.
______________
1)
Cf Cost. ap. Quo
primum, 14.7.1570.
2)
Cf Pio XII, Allocuzione ai partecipanti al primo
Congresso internazionale di pastorale liturgica di Assisi, 22.9.1956:
AAS 48 (1956), p. 712.
3) Cf S. CONGR.DEI RITI, Decr. Dominicae resurrectionis, 9.2.1951: AAS 43 (1951), pp. 128 ss; Decr. Maxima redemptionis nostrae mysteria, 16.11.1955: AAS 47 (1955), pp. 838 ss.
4)
SC 21.
5)
SC 50.
6)
SC 51.
7) SC 57.
8)
Cf SC 50.
9)
SC 50.
10) SC 50.
11)
Cf SC 52.
12)
Cf SC 53.
13)
SC 51.
14) Am 8,11.
15)
Cf SC 38-40.
______________
1)
Sess. XXII, Doctrina de ss.
Missae
sacrificio: DS
1738-1759.
2)
SC 47; cf LG 3, 28; PO 2, 4, 5.
3)
Cf Sacramentarium veronense,
ed. L.C.
MOHLBERG, n. 93.
5)
Cf Preghiera eucaristica IV.
6)
SC 7, 47; PO 5, 18.
7)
Cf Pio XII, Lett. enc. Humani generis: AAS 42 (1950), pp.
570-571; MF: EV II, 421-432;
PAOLO VI, Sollemnis professio
fidei, 30.6.1968, nn. 24-26: EV III, 560-562; EM 3f, 9.
8)
Cf Sess. XIII, Decretum de ss.
Eucaristia:
DS
1635-1661.
9)
Cf PO 2.
10)
Cf SC 11.
11)
Cf SC 50.
12) Conc. TRIO., sess. XXII, Doctrina de ss. Missae sacrificio, cap.
8:
DS 1749.
13)
Ibid., cap. 9: DS 1750.
14)
Ibid., cap. 8: DS 1749.
15)
Cf SC 33.
16)
SC 36.
17)
SC 52.
18)
SC 35, 3.
19)
SC 55.
20)
Sess. XXII,
Doctrina de ss. Missae
sacrificio, cap.
6: DS 1747.
______________
1)
Cf SC 41; LG 11; PO 2, 5, 6; CD 30; UR 15; EM 3e, 6.
2)
Cf SC 10.
3)
Cf SC 102.
4)
Cf PO 5; SC 10.
5)
Cf SC 14, 19, 26, 28, 30.
6)
Cf SC 47.
7)
Cf SC 14.
8)
Cf SC 41.
9)
Cf PO 13.
10)
Cf SC 59.
11)
Cf per le Messe nei gruppi particolari: AcP; per le Messe con i fanciulli:
PB (cf pp. 286 ss); sul modo di unire le Ore dell'Ufficio con la Messa:
IGLH 93-98 (cf pp. 663-665)
12)
SC 37-40.
13)
Cf PO 5; SC 33.
14)
Cf Conc. trid., sess.
XXII,
Doctrina de ss. Missae
sacrificio, cap.
1: DS 1739-1742; Paolo VI,
Sollemnis professio fidei,
30.6.1968, n. 24: EV III, 560.
15)
Cf SC 7; MF: EV II, 424; EM 9.
16)
Cf SC 56; EM 10
17)
Cf SC 48, 51; DV 21; PO 4.
18)
Cf SC 7, 33, 52.
19)
Cf SC 33.
20)
Cf S. congr. per
il culto divino, Lett.
circ. Eucharistiae participationem,
27.4.1973, n. 14: EV IV 2492
21)
Cf MS 14
22)
Cf SC 26, 27; EM 3d.
23)
Cf SC 30.
24)
Cf MS 16a.
25)
Sermo 336, 1: PL 38, 1472.
26)
Cf. MS 7, 16; Messale Romano, Ordinamento dei canti
della Messa, ed. tip. 1972, «Premesse»: EV IV, 1669 ss
27)
Cf SC 54; IOe 59; MS 47.
28)
Cf SC 30.
29)
Cf SC 39.
30
Cf SC 30; MS 17.
31) Cf SC 33.
32)
Cf SC 7.
33)
Cf SC 51.
34)
Cf IOe 50.
35)
Cf SC 52.
36)
Cf IOe 54.
37)
Cf IOe 53.
38)
Cf SC 53.
39)
Cf IOe 56.
40)
Cf SC 47; EM 3a, b.
41)
Cf IOe 91; EM 24.
42)
Cf SC 48; PO 5.
43)
Cf EM 12, 33a.
44)
Cf EM 31, 32; sulla facoltà di comunicarsi due volte nello stesso giorno:
cf CIC, c. 917.
45)
Cf SC 14, 26.
46)
Cf SC 28.
47)
Cf LG 26, 28; SC 42.
48)
Cf SC 26.
49) Cf PO 2; LG 28.
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