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LIBRI LITURGICI |
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PRINCIPI E NORME PER LA LITURGIA DELLE ORE |
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COSTITUZIONE APOSTOLICA
CON LA QUALE SI PROMULGA L'UFFICIO DIVINO
RINNOVATO
A NORMA
DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO
II Capitolo III I DIVERSI ELEMENTI DELLA
LITURGIA DELLE ORE I. I salmi
e il loro rapporto con la preghiera cristiana 100. Nella Liturgia delle Ore la
Chiesa prega in gran parte con quei bellissimi canti, che i sacri autori,
sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, hanno composto nell'Antico
Testamento. Per la loro stessa origine, infatti, essi hanno una capacità
tale da elevare la mente degli uomini a Dio, da suscitare in essi pii e
santi affetti, da aiutarli mirabilmente a render grazie a Dio nelle
circostanze prospere, da recare consolazione e fermezza d'animo nelle
avversità. 101. I salmi, tuttavia,
non offrono che un'immagine imperfetta di quella pienezza dei tempi che
apparve in Cristo Signore e dalla quale trae il suo vigore la preghiera
della Chiesa. Pertanto può talvolta accadere che, pur concordando tutti i
cristiani nella somma stima dei salmi, trovino tuttavia qualche
difficoltà, nello stesso tempo in cui cercano di far propri nella
preghiera quei canti venerandi. 102. Ma lo Spirito Santo, sotto la
cui ispirazione i salmisti hanno cantato, assiste sempre con la sua grazia
coloro che eseguono tali inni con fede e buona volontà. È tuttavia
necessario che ciascuno, secondo le sue possibilità, si procuri «una
maggiore formazione biblica, specialmente riguardo ai salmi»1.
Inoltre si deve arrivare ad assimilare bene il modo e il metodo migliore
per pregarli come si conviene. 103. I salmi non sono
letture, né preghiere scritte in prosa, ma poemi di lode. Quindi anche se
talvolta fossero stati eseguiti come letture, tuttavia, in ragione del
loro genere letterario, giustamente furono detti dagli ebrei «Tehillim»,
cioè «cantici di lode» e dai greci «psalmoi» cioè «cantici da eseguire al
suono del salterio». In verità, infatti, tutti i salmi hanno un certo
carattere musicale, che ne determina la forma di esecuzione più consona.
Per cui anche se il salmo viene recitato senza canto, anzi da uno solo e
in silenzio, deve sempre conservare il suo carattere musicale: esso offre
certo un testo di preghiera alla mente dei fedeli, tuttavia tende più a
muovere il cuore di quanti lo cantano, lo ascoltano e magari lo eseguono
con «il salterio e la cetra». 104. Chi dunque vuole salmeggiare con
spirito di intelligenza deve percorrere i salmi versetto per versetto e
rimanere sempre pronto nel suo cuore alla risposta. Così vuole lo Spirito,
che ha ispirato il salmista e che assisterà ogni uomo di sentimenti
religiosi aperto ad accogliere la sua grazia. Per questo la salmodia,
anche se eseguita con tutto quel rispetto che si deve alla maestà di Dio,
deve prorompere dalla gioia del cuore e ispirarsi all'amore, come si
addice a una poesia sacra e a un canto divino, e massimamente alla libertà
dei figli di Dio. 105. Spesso le espressioni del salmo
ci offriranno il modo di pregare più facilmente e con maggior fervore, sia
quando rendiamo grazie a Dio e lo glorifichiamo in
esultanza, sia quando lo supplichiamo dal profondo delle nostre
sofferenze. Tuttavia - soprattutto se il salmo non si rivolge direttamente
a Dio - può sorgere talvolta qualche difficoltà. Il salmista, infatti,
nella sua qualità di poeta spesso parla al popolo rievocando la storia
d'Israele; talvolta interpella altri, e fra questi magari anche creature
prive di ragione. Talora introduce a parlare anche Dio stesso e gli
uomini, e anche, come nel salmo 2, i nemici di Dio. È chiaro quindi che il
salmo non è preghiera Inoltre il carattere
poetico e musicale dei salmi comporta che talvolta siano piuttosto cantati
davanti a Dio anziché svolgersi in discorso diretto a lui, come avverte
san Benedetto: «Consideriamo come ci si deve comportare alla
presenza di Dio e dei suoi angeli, e partecipiamo alla salmodia in modo
che il nostro spirito preghi all'unisono con la nostra
voce»2. 106. Chi recita i salmi apre il suo
cuore a quei sentimenti che i salmi ispirano secondo il loro genere
letterario: di lamentazione, di fiducia, di rendimento di grazie. Questi
generi letterari giustamente sono tenuti in grande considerazione dagli
esegeti. 107. Chi recita i salmi, aderendo al
significato delle parole, presta attenzione all'importanza del testo per
la vita umana dei credenti. Si sa, infatti, che ogni
salmo fu composto in circostanze particolari, alle quali intendono
riferirsi i titoli premessi a ciascuno di essi nel salterio ebraico. Ma in
verità qualunque sia la sua origine storica, ogni salmo ha un proprio
significato, che anche ai nostri tempi non possiamo trascurare. Sebbene
quei carmi siano stati composti molti secoli fa presso popoli orientali,
essi esprimono assai bene i dolori e la speranza, la miseria e la fiducia
degli uomini di ogni tempo e regione, e cantano specialmente la fede in
Dio, la rivelazione e la redenzione. 108. Chi recita i salmi nella
Liturgia delle Ore, li recita non tanto a nome proprio quanto a nome di
tutto il Corpo di Cristo, anzi nella persona di Cristo stesso. Se ciascuno
tiene presente questa dottrina, svaniscono le difficoltà, che chi
salmeggia potrebbe avvertire per la differenza del suo stato d'animo da
quello espresso nel salmo, come accade quando chi è triste e nell'angoscia
incontra un salmo di giubilo, o, al contrario, è felice e si trova di
fronte a un canto di lamentazione. Nella preghiera puramente privata si
può evitare questa dissonanza, perché vi è modo di scegliere il salmo più
adatto al proprio stato d'animo. Nell'Ufficio divino, invece, si ha un
determinato 109. Chi recita i salmi
a nome della Chiesa, deve badare al senso pieno dei salmi, specialmente al
senso messianico, per il quale la Chiesa ha adottato il salterio. Tale
senso messianico è diventato pienamente chiaro nel Nuovo Testamento, anzi
fu posto in piena luce dallo stesso Cristo Signore, quando disse agli
apostoli: «Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella
Legge di Mosè, nei profeti e nei salmi» (Lc 24, 44). Di ciò è esempio
notissimo quel dialogo, riferito da Matteo, circa il Messia, Figlio di
David e suo Signore4 in cui il salmo 109 è riferito al
Messia. Seguendo questa via, i
santi Padri accolsero e spiegarono tutto il salterio come profezia di
Cristo e sulla Chiesa; e con lo stesso criterio i salmi sono stati scelti
nella sacra liturgia. Sebbene talvolta si proponessero alcune
interpretazioni alquanto complicate, tuttavia generalmente sia i Padri che
la liturgia con ragione vedevano nei salmi Cristo che si rivolge al Padre,
o il Padre che parla al Figlio; anzi riconoscevano la voce della Chiesa,
degli apostoli e dei martiri. Questo metodo di
interpretazione fiorì anche nel Medioevo, quando coloro che salmeggiavano
trovavano in molti codici, scritti in quell'epoca, il titolo preposto a
ciascun salmo e così si apriva loro il senso cristologico dei salmi.
L'interpretazione
cristologica non si limita soltanto a quei salmi che sono considerati
messianici, ma si estende a molti altri, nei quali senza dubbio si tratta
di semplici adattamenti, convalidati tuttavia dalla tradizione della
Chiesa. Soprattutto nella
salmodia dei giorni festivi, i salmi sono stati scelti in base a un certo
orientamento cristologico, ad illustrare il quale per lo più vengono
proposte delle antifone tratte dagli stessi salmi. II. Le antifone e
gli altri elementi che aiutano a pregare con i salmi 110. Tre elementi nella
tradizione latina hanno contribuito molto a far comprendere i salmi
e a trasformarli in preghiera cristiana: i titoli, le orazioni dopo
i salmi e soprattutto le antifone. 111. Nel salterio della
Liturgia delle Ore, ad ogni salmo è premesso un titolo sul suo
significato e la sua importanza per la vita umana del credente.
Questi titoli, nel libro della Liturgia delle Ore, sono proposti
unicamente a utilità di coloro che recitano i salmi. Per alimentare
la preghiera alla luce della rivelazione nuova, si aggiunge una
sentenza del Nuovo Testamento o dei Padri che invita a pregare in
senso cristologico. 112. Le orazioni sui salmi
hanno il fine di aiutare coloro che li recitano a interpretarli in
senso soprattutto cristiano. Sono proposte per i singoli salmi nel
Supplemento al libro della Liturgia delle Ore e si possono
liberamente usare, secondo una antica tradizione. Così terminato il
salmo e fatta una pausa di silenzio, l'orazione raccoglie e conclude
i sentimenti di coloro che hanno recitato il salmo. 113. Anche quando
la Liturgia delle Ore è eseguita senza canto, ogni salmo ha la
propria antifona, che si dice ugualmente nella recita individuale.
Le antifone, infatti, aiutano a illustrare il genere letterario del
salmo; trasformano il salmo in preghiera personale: mettono meglio
in luce una frase degna di attenzione, che altrimenti potrebbe
sfuggire; danno un certo tono particolare a qualche salmo a seconda
delle circostanze; anzi, purché si escludano adattamenti
stravaganti, giovano molto all'interpretazione tipologica o festiva;
possono rendere piacevole e varia la recita dei salmi. 114. Le antifone nel salterio
sono composte in modo da poter essere tradotte nelle lingue moderne
anzi da poter essere ripetute dopo ciascuna strofa, secondo quanto è
detto al n. 125. Nell'Ufficio del Tempo ordinario celebrato senza
canto, al posto di queste antifone si possono usare, se si ritiene
opportuno, le sentenze preposte ai salmi (cf n. 111). 115. Quando il
salmo, per la sua lunghezza, si può dividere in più parti entro una
sola e medesima Ora, alle singole parti viene assegnata un'antifona
propria, sia per rendere più varia la recita dei salmi, specialmente
nella celebrazione con il canto sia per comprendere meglio la
ricchezza del salmo; tuttavia è consentito recitare il salmo intero
senza interruzione, usando solo la prima antifona. 116. Vi sono
antifone proprie per i singoli salmi alle Lodi e ai Vespri nel
Triduo pasquale, nei giorni fra le ottave di Pasqua e di Natale,
nelle domeniche del Tempo di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua,
come pure nelle ferie della Settimana santa, del Tempo pasquale e
nei giorni dal 17 al 24 dicembre. 117. Nelle
solennità, l'Ufficio delle letture, le Lodi mattutine, Terza, Sesta, Nona e i
Vespri hanno antifone proprie; altrimenti si prendono dal Comune.
Nelle feste si osserva la stessa norma dell'Ufficio delle letture,
alle Lodi mattutine e ai Vespri. 118. Quelle
memorie di santi che le avessero, si celebrano con antifone proprie
(cf n. 235). 119. Le antifone
al Benedictus e al Magnificat nell'Ufficio del
Tempo si prendono dal Proprio del Tempo, se vi sono, altrimenti dal
salterio corrente; nelle solennità e nelle feste si prendono dal
Proprio, se vi sono, altrimenti dal Comune; nelle memorie, che non
hanno antifona propria, si può dire o l'antifona del Comune o quella
della feria corrente. 120. Nel Tempo
pasquale, a tutte le antifone si aggiunge l'«Alleluia», tranne i
casi in cui non si accorda con il senso dell'antifona. III.
Il modo di salmodiare 121. Sono
possibili svariati modi di eseguire i salmi secondo che lo
richiedono il genere letterario, la lunghezza, la lingua,
l'esecuzione individuale o collettiva, la partecipazione del
popolo. La facoltà di
scegliere fra molte soluzioni possibili quella più confacente, giova
non poco a far meglio percepire la fragranza spirituale e artistica
dei salmi. Questi, infatti, non sono stati ordinati quasi fossero
delle semplici quantità di preghiera da far seguire le une alle
altre, ma secondo il criterio del contenuto e del carattere
specifico di ciascuno di essi. 122. I salmi si
cantano o si recitano in modo continuato (cioè in directum), oppure a
versetti o strofe in alternanza tra due cori o parti dell'assemblea,
o in modo responsoriale. Tutto ciò secondo le diverse usanze
confermate dalla tradizione e dall'esperienza. 123. All'inizio di
ogni salmo si premetta sempre l'antifona corrispondente, come viene
indicato sopra ai nn. 113-120. Si mantenga poi l'uso di concluderlo
con il «Gloria al Padre» e il «Come era». Il «Gloria» è infatti una
conclusione adatta, convalidata dalla tradizione e tale da conferire
alla preghiera dell'Antico Testamento un senso laudativo di
carattere cristologico e trinitario. Dopo il salmo, secondo
l'opportunità, si ripete l'antifona. 124. Quando si
recitano salmi più lunghi, questi nel salterio sono suddivisi in
modo da esprimere la struttura ternaria dell'Ora, sempre però nel
pieno rispetto della loro reale linea di pensiero. È bene attenersi a
questa divisione, specialmente nella celebrazione corale in lingua
latina, aggiungendo il «Gloria al Padre» alla fine di ogni
sezione. Tuttavia è
consentito o mantenere questo modo tradizionale, o interporre una
pausa fra le diverse parti del medesimo salmo, o recitare il salmo
intero tutto di seguito con la propria antifona. 125. Quando,
inoltre, il genere letterario del salmo lo consente, vengono
indicate delle divisioni in strofe, in modo che, specialmente se i
salmi vengono cantati in una lingua moderna, si possano eseguire
intercalando l'antifona dopo ogni strofa; in tal caso è sufficiente
aggiungere il «Gloria al Padre» alla fine di tutto il salmo. IV. Criteri di
distribuzione dei salmi nell'Ufficio 126. I salmi sono
distribuiti in un ciclo di quattro settimane. Pochissimi sono quelli
esclusi. Altri, poi, considerati come tradizionalmente più
importanti, sono ripetuti con maggiore frequenza. Alle Lodi
mattutine, ai Vespri e a Compieta sono assegnati salmi adatti alla
rispettiva Ora5. 127. Per le Lodi
mattutine e per i Vespri, Ore particolarmente destinate alla
celebrazione con il popolo, sono stati scelti salmi più adatti a
questo scopo. 128. Per la
Compieta si è tenuto presente la norma data al n.88. 129. Per la
domenica, inclusi l'Ufficio delle letture e l'Ora media, sono stati
scelti quei salmi che, secondo la tradizione, sono più indicati per
esprimere il mistero pasquale. Al venerdì sono stati assegnati
alcuni salmi penitenziali o della Passione. 130. Sono
riservati ai Tempi di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua tre salmi,
cioè il 77, il 104 e il 105, che più chiaramente mettono in luce la
storia della salvezza nell'Antico Testamento come preannuncio di
quella che è portata a compimento nel Nuovo. 131. I tre salmi
57, 82 e 108, nei quali prevale il carattere imprecatorio, vengono
esclusi dal salterio corrente. Così pure alcuni versetti di qualche
salmo sono stati omessi come viene indicato all'inizio del salmo.
L'omissione di questi testi è dovuta unicamente a una certa qual
difficoltà psicologica. Infatti questi stessi salmi imprecatori si
trovano nella pietà del Nuovo Testamento, per esempio
nell'Apocalisse al cap. 6, 10, e in nessun modo intendono indurre a
maledire. 132. I salmi che
sono troppo lunghi per essere contenuti in una sola Ora
dell'Ufficio, sono distribuiti in diversi giorni, nella stessa Ora,
in modo che possano essere recitati integralmente da coloro che non
sono soliti dire le altre Ore. Così il salmo 118, secondo una sua
propria divisione, è distribuito in ventidue giorni all'Ora media,
perché per tradizione era assegnato alle ore diurne. 133. Il ciclo di quattro
settimane del salterio è connesso con l'anno liturgico in modo tale
che dalla prima settimana, tralasciando eventualmente le altre,
venga ripreso alla prima domenica di Avvento, alla prima settimana
del Tempo ordinario, alla prima domenica di Quaresima e alla prima
domenica di Pasqua. Dopo Pentecoste,
poiché nel Tempo ordinario il ciclo del salterio segue la serie
delle settimane, si riprende da quella settimana del salterio che
nel Proprio del Tempo è indicata all'inizio della rispettiva
settimana del Tempo ordinario. 134. Nelle solennità e nelle
feste, nel Triduo pasquale, nei giorni tra le ottave di Pasqua e di
Natale, all'Ufficio delle letture sono assegnati salmi propri, tra
quelli confermati dalla tradizione. La loro idoneità per lo più è
illustrata dall'antifona. Lo stesso avviene anche per l'Ora media in
alcune solennità del Signore e nell'ottava di Pasqua. Alle Lodi
mattutine si prendono i salmi e il cantico della prima domenica del
salterio. Ai primi Vespri delle solennità, i salmi sono della serie
«Laudate» secondo l'uso antico. Ai secondi Vespri delle solennità e
ai Vespri delle feste, i salmi e il cantico sono propri. All'Ora
media delle solennità, eccettuate quelle di cui si è detto sopra,
purché non ricorrano in giorno di domenica, i salmi si prendono fra
quelli detti graduali; all'Ora media delle feste si dicono i salmi
del giorno corrente dei salterio. 135. In tutti gli
altri casi i salmi si prendono dal salterio corrente, a meno che non
vi siano antifone proprie o salmi propri. V. I cantici
dell'Antico e del Nuovo Testamento 136. Alle Lodi tra il primo e
il secondo salmo, si inserisce, come consuetudine, un cantico
dell'Antico Testamento. Oltre la serie già adottata dall'antica
tradizione romana e l'altra introdotta nel Breviario da san Pio X,
nel salterio sono stati ammessi parecchi altri cantici tratti dai
diversi libri dell'Antico Testamento, in modo che ciascun giorno
feriale delle quattro settimane abbia il suo proprio cantico; nelle
domeniche si alternano le due parti del cantico dei «Tre
fanciulli». 137. Ai Vespri, dopo i due
salmi, si inserisce un cantico del Nuovo Testamento, tratto dalle
Lettere o dall'Apocalisse. Sono indicati sette cantici, per i
singoli giorni di ciascuna settimana. Nelle domeniche di Quaresima,
in luogo del cantico alleluiatico dell'Apocalisse, si dice il
cantico dalla prima Lettera di Pietro. Inoltre nella solennità
dell'Epifania e nella festa della Trasfigurazione del Signore, si
dice il cantico indicato a suo luogo, tratto dalla prima lettera a
Timoteo. 138. I cantici
evangelici Benedictus,
Magnifcat, Nunc dimittis abbiano il medesimo onore, la medesima
solennità e dignità di cui si è soliti circondare il Vangelo, quando
si ascolta. 139. Sia la salmodia che le
letture sono disposte secondo la norma costante della tradizione, in
modo che prima si legga l'Antico Testamento, poi l'Apostolo e per
ultimo il Vangelo. VI. La lettura
della Sacra Scrittura a) Lettura della
Sacra Scrittura in genere 140. La lettura della Sacra
Scrittura, che per antica tradizione si fa pubblicamente nella
liturgia, non soltanto nella celebrazione eucaristica, ma anche
nell'Ufficio divino, dev'essere tenuta nella massima considerazione
da tutti i cristiani, perché viene proposta dalla Chiesa stessa, non
a scelta dei singoli o secondo la disposizione più favorevole del
loro animo, ma in ordine al mistero che la Sposa di Cristo «svolge
attraverso il ciclo annuale dall'Incarnazione e dalla Natività fino
all'Ascensione, al giorno di Pentecoste e all'attesa della beata
speranza e del ritorno del Signore»6. Inoltre nella
celebrazione liturgica la lettura della Sacra Scrittura è sempre
accompagnata dalla preghiera, in modo che la lettura porti maggior
frutto e a sua volta la preghiera, specialmente dei salmi, venga
compresa più pienamente e fatta con più intensa pietà in forza della
lettura. 141. Nella Liturgia delle Ore,
viene proposta sia una forma più lunga di lettura della Sacra
Scrittura sia una forma più breve. 142. La lettura più lunga, che
si può fare facoltativamente alle Lodi mattutine e ai Vespri, è
descritta sopra al n. 46. b) Ciclo di
letture bibliche nell'Ufficio delle letture 143. Nel ciclo lezionale
biblico dell'Ufficio delle letture si tiene conto sia di quei tempi
sacri nei quali, per venerabile tradizione, si devono leggere
determinati libri, sia del ciclo lezionale della Messa. La Liturgia
delle Ore è coordinata con quella della Messa, in modo tale che la
lettura della Scrittura nell'Ufficio completi quella della Messa, e
si abbia così un compendio di tutta la storia della salvezza. 144. Ferma
restando l'eccezione di cui al n. 73, il Vangelo nella Liturgia
delle Ore non si legge, perché lo si legge integralmente ogni anno
nella Messa. 145. Si ha un duplice ciclo di
lettura biblica: uno è inserito nel libro della Liturgia delle Ore e
comprende un solo anno; l'altro, facoltativo, è contenuto nel
Supplemento ed è biennale, come quello delle letture assegnate al
Tempo ordinario nella Messa feriale. 146. Il ciclo biennale delle
letture è disposto in modo che ogni anno vengano assegnati alla
Liturgia delle Ore quasi tutti i libri della Sacra Scrittura, come
pure i testi più lunghi e più difficili, meno idonei ad esser letti
nella Messa. Mentre però il Nuovo Testamento si legge integralmente
ogni anno, parte nella Messa, parte nella Liturgia delle Ore, dai
libri dell'Antico Testamento sono state scelte solo quelle parti che
hanno maggiore importanza per la comprensione della storia della
salvezza e per il nutrimento della pietà. La complementarità
fra le letture assegnate alla Liturgia delle Ore e quelle della
Messa esige necessariamente che lo stesso libro ricorra ad anni
alterni nella Messa e nella Liturgia delle Ore o almeno, se si legge
nello stesso anno, che intercorra un certo spazio di tempo. Ciò
perché non vengano assegnati gli stessi testi agli stessi giorni, né
vengano distribuiti gli stessi libri qua e là negli stessi tempi,
cosa che lascerebbe alla Liturgia delle Ore i brani di minore
importanza e turberebbe l'ordine dei testi. 147. Nel Tempo di
Avvento, secondo un'antica tradizione, si leggono brani tratti dal
libro di Isaia, in lettura semicontinua, e ad anni alternati. Vi si
aggiungono il libro di Ruth e alcune profezie del libro di
Michea. Poiché dal 17 al
24 dicembre si leggono pagine assegnate in modo speciale a quei
giorni, si omettono quelle letture della terza settimana di Avvento
eventualmente eccedenti. 148. Dal 29
dicembre al 5 gennaio si legge, nel primo anno, la lettera ai
Colossesi, nella quale l'incarnazione del Signore è presentata
nell'ambito di tutta la storia della salvezza; nel secondo anno si
legge il Cantico dei Cantici, nel quale è simboleggiata l'unione di
Dio e dell'uomo in Cristo: «allora, infatti, Dio Padre celebrò le
nozze di Dio suo Figlio, quando nel grembo della Vergine lo
congiunse alla natura umana, allorché volle che lui che era Dio
prima dei secoli, diventasse uomo alla fine dei
secoli»7. 149. Dal 7 gennaio
al sabato dopo l'Epifania, si leggono i testi escatologici tratti da
Isaia 60-66 e da Baruch; le letture, eventualmente eccedenti, in
quell'anno si omettono. 150. In Quaresima,
nel primo anno si leggono brani dal libro del Deuteronomio e dalla
Lettera agli Ebrei. Nel secondo anno viene offerto un compendio
della storia della salvezza dai libri dell'Esodo, del Levitico e dei
Numeri. La Lettera agli Ebrei interpreta l'antica alleanza alla luce
del mistero pasquale di Cristo. Dalla medesima
Lettera il Venerdì santo «in Passione Domini» si legge il brano sul
sacrificio di Cristo (9, 11-28) e il Sabato santo quello sul riposo
del Signore (4, 1-16). Negli altri giorni della Settimana santa, nel
primo anno si leggono il terzo e il quarto carme del Servo del
Signore dal libro di Isaia, e brani tratti dal libro delle
Lamentazioni; nel secondo anno si legge il profeta Geremia, come
tipo del Cristo sofferente. 151. Nel Tempo
pasquale, eccettuate le domeniche prima e seconda di Pasqua e le
solennità dell'Ascensione e della Pentecoste, si leggono, secondo la
tradizione, nel primo anno la 152. Dal lunedì
dopo la domenica del Battesimo del Signore fino alla Quaresima e dal
lunedì dopo Pentecoste fino all'Avvento, decorre la serie continua
delle trentaquattro settimane del Tempo ordinario. Questa serie viene
interrotta dal Mercoledì delle Ceneri fino al giorno di Pentecoste.
Il lunedì dopo la domenica di Pentecoste si riprende la lettura del
Tempo ordinario da quella settimana che segue la settimana
interrotta per il sopravvenire della Quaresima, omessa la lettura
assegnata alla domenica. Negli anni in cui si hanno solo trentatré
settimane del Tempo ordinario, si omette la settimana che cade
immediatamente dopo la Pentecoste, in modo da leggere sempre le
letture delle ultime settimane, che sono di indole escatologica. I
libri dell'Antico Testamento sono distribuiti secondo la storia
della salvezza: Dio rivela se stesso lungo il corso della vita di
quel popolo, che per successive tappe viene condotto e illuminato.
Pertanto i profeti si leggono intercalati ai libri storici, tenuto
conto del tempo nel quale vissero e insegnarono. Per questo, nel
primo anno la serie delle letture dell'Antico Testamento propone
contemporaneamente libri storici e oracoli dei profeti dal libro di
Giosuè fino ai testi connessi con il tempo dell'esilio incluso. Nel secondo anno,
dopo la lettura della Genesi, da farsi prima della Quaresima, si
riprende la storia della salvezza da dopo l'esilio fino al tempo dei
Maccabei. S'inseriscono nello stesso anno i profeti più recenti, i
libri sapienziali e le narrazioni dei libri di Ester, Tobia e
Giuditta. Le Lettere degli apostoli, che non si leggono nei tempi
speciali, vengono distribuite tenendo conto sia delle letture della
Messa, sia dell'ordine cronologico in cui sono state scritte. 153. Il ciclo di
un solo anno è stato abbreviato in modo che ogni anno si leggano
brani scelti della Sacra Scrittura, tenuti presenti ambedue i cicli
di letture della Messa, ai quali sono di complemento. 154. Alle
solennità e alle feste è assegnata una lettura propria, mancando la
quale si ricorre al Comune dei santi. 155. Le singole pericopi, per
quanto è possibile, conservano una certa unità; pertanto per non
superare una giusta lunghezza, del resto diversa secondo i vari
generi letterari dei libri, talvolta sono omessi alcuni versetti:
cosa che è sempre indicata a suo luogo. Però si può - ed è cosa
lodevole - leggere integralmente il brano su di un testo
approvato. c) Letture
brevi 156. Le letture
brevi, o «capitoli», di cui l'importanza nella Liturgia delle Ore è
stata descritta al n. 45, sono state scelte in modo da esprimere
brevemente ma chiaramente una sentenza o una esortazione. Ne è stata
curata anche la varietà. 157. Sono state perciò fissate
quattro serie settimanali di letture brevi per il Tempo ordinario.
Sono inserite nel salterio, in modo che la lettura cambi ogni giorno
per quattro settimane. Si hanno inoltre delle serie settimanali per
i tempi di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua. Hanno letture
brevi proprie le solennità, le feste e alcune memorie. C'è pure una
serie di una settimana per la Compieta. 158. Nella scelta delle letture
brevi si sono osservati i seguenti criteri: a) secondo la
tradizione, sono stati esclusi i Vangeli; b) per quanto
possibile, fu tenuto presente il carattere particolare della
domenica, del venerdì e anche delle singole Ore;
c) le letture dei
Vespri sono state scelte solo dal Nuovo Testamento, perché seguono
il cantico, che è della stessa origine. VII. La lettura
dei Padri e degli Scrittori ecclesiastici 159. Secondo la tradizione
della Chiesa Romana, nell'Ufficio delle letture, dopo la lettura
biblica, si ha quella dei Padri o degli Scrittori ecclesiastici con
il suo responsorio, a meno che non si debba leggere quella
agiografica (cf nn. 228-239). 160. In questa
lettura vengono proposti testi tratti dagli scritti dei santi Padri,
dei Dottori e di altri Scrittori ecclesiastici appartenenti sia alla
Chiesa Orientale che Occidentale, in modo però da dare la preferenza
ai santi Padri che godono di una particolare autorità nella
Chiesa. 161. Oltre alle letture
assegnate al libro della Liturgia delle Ore per i singoli giorni, si
ha pure un Lezionario facoltativo, nel quale è presentata una
maggiore abbondanza di letture, in modo da aprire più largamente il
tesoro della tradizione della Chiesa a coloro che celebrano
l'Ufficio divino. È data facoltà a ognuno di prendere la seconda
lettura o dal libro della Liturgia delle Ore, o dal Lezionario
facoltativo. 162. Le Conferenze
Episcopali possono inoltre preparare anche altri testi rispondenti
alle tradizioni e alla mentalità della propria regione8
da inserire nel Lezionario facoltativo come supplemento. Questi testi vanno
ricavati dalle opere di Scrittori cattolici distinti per dottrina e
santità di vita. 163. Lo scopo di tale lettura è
principalmente la meditazione della parola di Dio, così come è
accolta dalla Chiesa nella sua tradizione. La Chiesa, infatti, ha
sempre ritenuto necessario spiegare ai fedeli in maniera autentica
la parola di Dio, perché «la linea della interpretazione profetica e
apostolica si svolgesse secondo la norma del senso ecclesiastico e
cattolico»9. 164. Dal contatto
assiduo con i documenti presentati dalla tradizione universale della
Chiesa, i lettori sono condotti a una più profonda meditazione della
Sacra Scrittura e a un soave e vivo amore per essa. Gli scritti dei
santi Padri, infatti, sono splendide testimonianze di quella
meditazione della parola di Dio, prolungatasi per secoli, con la
quale la Sposa del Verbo incarnato, cioè la Chiesa «che ha con sé il
consiglio e lo spirito del suo Sposo e Dio»10 si sforza
di giungere giorno per giorno a una più profonda intelligenza delle
Sacre Scritture. 165. La lettura dei Padri
inoltre aiuta i cristiani a comprendere meglio il significato dei
tempi e delle celebrazioni liturgiche. Apre loro l'accesso alle
inestimabili ricchezze spirituali che formano il prezioso patrimonio
della Chiesa, e insieme presentano il fondamento della vita
spirituale ed un ricchissimo VIII. La lettura
agiografica 166. Col nome di
lettura agiografica si intende sia il testo di qualche Padre o
Scrittore ecclesiastico che tratta espressamente del santo celebrato
o che a esso si può ragionevolmente applicare, sia un brano degli
scritti dello stesso santo, o il racconto della sua vita. 167. Nel comporre
i Propri particolari dei santi, ci si deve attenere sempre alla
verità storica11 ed avere di mira il vero profitto
spirituale di coloro che leggeranno o ascolteranno la lettura
agiografica. Si deve diligentemente evitare ciò che desta soltanto
ammirazione; si ponga invece in luce la spiritualità specifica dei
santi, in una forma accettabile ai nostri tempi, come pure la loro
importanza per la vita e la pietà della Chiesa. 168. Una breve
notizia biografica, che presenta dati puramente storici e descrive
brevemente la vita, è posta prima della lettura stessa, unicamente
per informazione, e quindi non si deve leggere nella
celebrazione. IX. I
responsori 169. Nell'Ufficio
delle letture, alla lettura biblica segue il suo responsorio
proprio, il cui testo è stato scelto dal tesoro della tradizione, o
composto ex nova, al fine
di portare nuova luce per la comprensione della lettura appena
letta, o di inserire la lettura nella storia della salvezza, o di
ricondurre dall'Antico al Nuovo Testamento, o di cambiare la lettura
in preghiera e contemplazione, o, infine, di conferire con la sua
bellezza poetica una piacevole varietà. 170. Così pure
alla seconda lettura è aggiunto un responsorio appropriato; questo,
però, non è strettamente congiunto con il testo della lettura, e
perciò favorisce maggiormente la libertà della meditazione. 171. I responsori
pertanto con le loro parti, da ripetersi anche nella recita
individuale, mantengono il loro valore. La parte però che nel
responsorio si suole ripetere, nella recita senza canto si può
omettere, a meno che la ripetizione non sia richiesta dal senso
stesso. 172. Così pure, ma
in modo più semplice, il responsorio breve alle Lodi mattutine, ai
Vespri e a Compieta, di cui sopra ai nn. 49 e 89, e il versetto a
Terza, Sesta e Nona, sono una risposta alla lettura breve, come una
specie di acclamazione, allo scopo di imprimere più profondamente la
parola di Dio nell'animo di chi ascolta o di chi legge. X.
Gli inni e gli altri canti non biblici 173. Gli inni, che
già per antichissima tradizione facevano parte dell'Ufficio,
conservano anche ora la loro funzione12. In realtà, per
la loro ispirazione lirica, non solo sono destinati specificamente
alla lode di Dio, ma costituiscono un elemento popolare: anzi, di
solito caratterizzano immediatamente e più che le altre parti
dell'Ufficio, l'aspetto particolare delle Ore e delle singole
celebrazioni muovendo e stimolando gli animi a una pia celebrazione.
Spesso tale efficacia è accresciuta dalla loro bellezza letteraria.
Inoltre gli inni nell'Ufficio sono come il principale elemento
poetico composto dalla Chiesa. 174. L'inno,
secondo la tradizione, si conclude con la dossologia, che di solito
viene diretta alla medesima Persona divina, alla quale è rivolto
l'inno stesso. 175. Nell'Ufficio
del Tempo ordinario, per favorire la varietà, è stato predisposto un
duplice ciclo di inni a tutte le Ore, da usarsi a settimane
alterne. 176. Inoltre,
nell'Ufficio delle letture del Tempo ordinario, è stato introdotto
un duplice ciclo di inni, a seconda che si recitano di notte o di
giorno. 177. Agli inni di nuova
composizione si possono applicare le melodie tradizionali sul
medesimo ritmo e sullo stesso metro. 178. Per quanto riguarda la
celebrazione in una lingua moderna, si da facoltà alle Conferenze
Episcopali di adattare gli inni latini al carattere della propria
lingua, e anche di introdurre inni di nuova
composizione13 purché si addicano veramente al carattere
dell'Ora, o del Tempo o della celebrazione. Inoltre si deve evitare
diligentemente di ammettere delle canzonette popolari, che non hanno
nessun valore artistico e che in verità non si addicono alla dignità
della liturgia. XI. Le preci, la
preghiera del Signore, l'orazione conclusiva a) Invocazioni e
intercessioni alle Lodi e ai Vespri 179. La Liturgia delle Ore
celebra senza dubbio le lodi di Dio. Tuttavia la tradizione sia
giudaica che cristiana non separa dalla lode divina la preghiera di
domanda; anzi non di rado fa in qualche modo scaturire questa da
quella. L'apostolo Paolo raccomanda «che si facciano domande,
suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re
e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere
una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Questa è una
cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro Salvatore, il quale
vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza
della verità» (1Tm 2, 1-4). Questa raccomandazione non di rado è
stata interpretata dai Padri nel senso che si dovessero fare mattina
e sera delle preghiere di intercessione 14. 180. Le intercessioni che sono
state nuovamente introdotte nella Messa di rito romano, si fanno
anche ai Vespri, però in un modo diverso, come è descritto
appresso. 181. Poiché inoltre è
tradizione della preghiera che alla mattina si consacri a Dio tutto
il giorno, alle Lodi mattutine si fanno invocazioni per affidare o
consacrare a Dio la giornata. 182. Con il nome di «preci» si
indicano tanto le intercessioni che si fanno ai Vespri, quanto le
invocazioni che si fanno alle Lodi mattutine per dedicare a Dio la
giornata. 183. Per motivo di varietà, ma
soprattutto per meglio esprimere le molteplici necessità della
Chiesa e degli uomini, secondo i diversi stati, categorie, persone,
condizioni e tempi, si propongono formule diverse di preci per i
singoli giorni del ciclo del salterio del Tempo ordinario, così pure
per i tempi speciali dell'anno liturgico, e per alcune celebrazioni
festive. 184. Le Conferenze Episcopali
hanno il diritto sia di adattare le formule proposte nel libro della
Liturgia Horarum, sia di
approvarne di nuove15, attenendosi però alle norme che
seguono. 185. Come nella preghiera del
Signore, le domande non devono essere disgiunte dalla lode di Dio e
cioè dal riconoscimento della sua gloria, o dal ricordo della storia
della salvezza. 186. Nelle intercessioni dei
Vespri, l'ultima intenzione è sempre per i defunti. 187. Poiché la Liturgia delle
Ore è principalmente preghiera di tutta la Chiesa per tutta la
Chiesa, anzi per la salvezza di tutto il mondo16 è
necessario che nelle preci le intenzioni universali abbiano
senz'altro il primo posto: si preghi cioè per la Chiesa con la sua
gerarchia, per le autorità civili, per coloro che sono afflitti da
povertà, malattia, dolore, per le necessità del mondo intero, cioè
per la pace e per altre circostanze simili. 188. È lecito
tuttavia, sia alle Lodi mattutine, che ai Vespri, aggiungere alcune
intenzioni particolari. 189. Le preci dell'Ufficio sono
strutturate in modo che si possono adattare sia alla celebrazione
con il popolo, sia alla celebrazione in una piccola comunità, sia
alla recita individuale. 190. Nella recita con il popolo
o in comune, le preci sono introdotte da un breve invito da farsi
dal sacerdote o dal ministro per suggerire la risposta invariabile
dell'assemblea. 191. Le intenzioni
poi si enunciano rivolgendosi direttamente a Dio, in modo che
possano servire sia per la celebrazione in comune che per la recita
individuale. 192. Ogni formula
di intenzione consta di due parti, la seconda delle quali può essere
usata come risposta variabile. 193. Si possono
quindi seguire modi diversi. Il sacerdote o il ministro dice l'una e
l'altra parte e l'assemblea risponde con il ritornello o fa una
pausa di silenzio; oppure il sacerdote o il ministro dice solo la
prima parte e l'assemblea la seconda. b) La preghiera
del Signore 194. Alle Lodi
mattutine e ai Vespri, che sono le Ore maggiormente indicate per la
celebrazione con il popolo, il «Padre nostro», per la sua dignità e
secondo una venerabile tradizione, viene recitato dopo le
preci. 195. La preghiera
del Signore, quindi, d'ora in poi si dirà solennemente tre volte al
giorno, cioè alla Messa, alle Lodi mattutine e ai Vespri. 196. Il «Padre
nostro» si dice da tutti, premettendo, se si crede opportuno, una
breve monizione. c) Orazione
conclusiva 197. Alla fine di
tutta l'Ora si dice l'orazione conclusiva che, nella celebrazione
pubblica e con il popolo, a norma della tradizione, spetta al
sacerdote o al diacono17. 198. Questa
orazione, nell'Ufficio delle letture è, di regola, quella propria
del giorno. A Compieta, è sempre indicata nel salterio. 199. Alle Lodi
mattutine e ai Vespri, l'orazione si prende dal Proprio nelle
domeniche, nelle ferie del Tempo di Avvento, Natale, Quaresima e
Pasqua, come pure nelle solennità, feste e memorie. Nelle ferie del
Tempo ordinario si dice invece l'orazione indicata nel ciclo del
salterio, per esprimere il carattere proprio di queste Ore. 200. A Terza,
Sesta e Nona, cioè all'Ora media, l'orazione si prende dal Proprio
nelle domeniche e nelle ferie del Tempo di Avvento, Natale,
Quaresima e Pasqua, come pure nelle solennità e nelle feste. Negli
altri giorni si dicono quelle orazioni che esprimono il carattere di
ciascuna Ora e si trovano nel salterio. XII. Il sacro
silenzio 201. Poiché nelle
azioni liturgiche generalmente si deve avere cura di «osservare a
suo tempo anche il sacro silenzio»18, sia offerta la
possibilità del silenzio anche nella celebrazione della Liturgia
delle Ore. 202. Per
accogliere nei cuori la piena risonanza della voce dello Spirito
Santo, e per unire più strettamente la preghiera personale con la
parola di Dio e con la voce pubblica della Chiesa, si può dunque,
secondo l'opportunità e la prudenza, interporre un intervallo di
silenzio o dopo i singoli salmi, appena ripetuta l'antifona, secondo
un'antica usanza e specialmente se, dopo il silenzio, si aggiunge
l'orazione salmica (cf n. 112); oppure dopo le letture, sia brevi
che lunghe, e precisamente prima o dopo il responsorio. Si deve però
evitare di introdurre momenti di silenzio che deformino la struttura
dell'Ufficio, o rechino molestia o fastidio ai partecipanti. 203. Nella recita
individuale, invece, c'è più ampia possibilità di fermarsi nella
meditazione di qualche formula che stimoli gli effetti dello
spirito, senza che l'Ufficio perda per questo la sua caratteristica
di preghiera pubblica. Capitolo IV LE VARIE
CELEBRAZIONI NEL CORSO DELL'ANNO I. La celebrazione
dei misteri del Signore a) La
domenica 204. L'Ufficio
della domenica comincia dai primi Vespri, nei quali tutte le parti
si prendono dal salterio, eccetto quelle assegnate come
proprie. 205. Quando una
festa del Signore si celebra in domenica, ha i primi Vespri
propri. 206. Circa il modo di fare,
secondo l'opportunità, le celebrazioni vigiliari delle domeniche, si
è detto al n. 73. 207. È quanto mai
opportuno che, dove è possibile, si celebrino con il popolo almeno i
Vespri, secondo un'antichissima consuetudine1. b) Il Triduo
pasquale 208. Nel Triduo pasquale,
l'Ufficio si celebra come è descritto nel Proprio del Tempo. 209. Coloro però che
partecipano alla Messa vespertina «della Cena del Signore» o alla
celebrazione della Passione del Signore al Venerdì santo, non dicono
i Vespri del rispettivo giorno. 210. Al venerdì «in Passione
Domini» e al Sabato santo, prima delle Lodi mattutine si faccia, per
quanto è possibile, la celebrazione in modo pubblico e con il
popolo, dell'Ufficio delle letture. 211. La Compieta del Sabato
santo si dice solo da coloro che non intervengono alla Veglia
pasquale. 212. La Veglia
pasquale tiene il posto dell'Ufficio delle letture; coloro che non
intervengono alla solenne Veglia pasquale, recitino di essa almeno
quattro letture con i canti e le orazioni. È bene scegliere le
letture dell'Esodo, di Ezechiele, dell'Apostolo e del Vangelo.
Seguono l'inno Te Deum e
l'orazione del giorno. 213. Le Lodi della
domenica di Risurrezione si dicono da tutti. Conviene che i Vespri
siano celebrati nel modo più solenne, per festeggiare il tramonto di
un giorno così sacro e per commemorare le apparizioni nelle quali il
Signore si mostrò ai suoi discepoli. Là dove è ancora
in vigore, si conservi con la massima diligenza la tradizione
particolare di celebrare, nel giorno di Pasqua, i Vespri
battesimali, durante i quali, mentre si cantano i salmi, si fa la
processione al fonte. c) II Tempo
pasquale 214. La Liturgia
delle Ore riceve il carattere pasquale dall'acclamazione «Alleluia»
con la quale si conclude la maggior parte delle antifone (cf n.
120); inoltre dagli inni, dalle antifone, dalle preci speciali, e
infine dalle letture proprie assegnate a ciascuna Ora. d) II Natale del
Signore 215. Nella notte
del Natale del Signore conviene che prima della Messa si celebri la
Veglia solenne con l'Ufficio delle letture. La Compieta non si dice
da coloro che intervengono a questa Veglia. 216. Le Lodi nel giorno del Natale
si dicono regolarmente prima della Messa dell'aurora. e) Le altre
solennità e feste del Signore 217. Per ordinare
l'Ufficio nelle solennità e nelle feste del Signore, si osservi, con
le debite varianti, quanto si dice sotto, ai nn. 225-233. II.
La celebrazione dei santi 218. Le
celebrazioni dei santi sono disposte in modo che non prevalgano sui
giorni festivi e sui tempi sacri che commemorano i misteri della
salvezza2, né impediscano spesso il ciclo della salmodia
e della lettura della parola di Dio, o causino ripetizioni indebite.
Salvo tale criterio, il culto dei santi viene promosso nella maniera
più consona alla sua importanza. Su questi principi si basano sia la
riforma del Calendario fatta per disposizione del Concilio Vaticano
II, sia l'insieme delle norme che regolano la celebrazione dei santi
nella Liturgia delle Ore, descritte nei numeri seguenti. 219. Le
celebrazioni dei santi sono o solennità, o feste, o memorie. 220. Le memorie
sono alcune obbligatorie altre facoltative. Per stabilire se
convenga o no celebrare una memoria facoltativa nell'Ufficio con il
popolo o in comune, si tenga conto del bene comune o di una vera
devozione dell'assemblea stessa e non del solo presidente. 221. Se nel
medesimo giorno occorrono diverse memorie facoltative, se ne può
celebrare una sola, omettendo le altre. 222. Le solennità,
ed esse soltanto, si trasferiscono, a norma delle rubriche. 223. Le norme che
seguono valgono tanto per i santi iscritti nel Calendario Romano
generale, quanto per quelli iscritti nei calendari particolari. 224. I rispettivi
Comuni dei santi suppliscono le parti proprie, che eventualmente
mancassero. 1. Modo di
ordinare l'Ufficio nelle solennità 225. Le solennità
hanno i primi Vespri nel giorno precedente. 226. Nei Vespri,
sia primi che secondi, l'inno, le antifone, la lettura breve con il
suo responsorio, l'orazione conclusiva, sono Nei secondi
Vespri, i salmi e il cantico sono propri. Le preci sono proprie o
del Comune. 227. Nelle Lodi
mattutine, l'inno, le antifone, la lettura breve con il suo
responsorio, l'orazione conclusiva sono propri; in mancanza di parti
proprie, si ricorre al Comune. I salmi invece si devono prendere
dalla domenica prima nel salterio. Le preci sono proprie o del
Comune. 228. Nell'Ufficio
delle letture tutte le parti sono proprie: l'inno, le antifone con i
salmi, le letture con i responsori. La prima lettura è biblica, la
seconda agiografica. Se si tratta di un santo che ha solo un culto
locale e non ha parti speciali neppure nel Proprio del luogo, si
prende tutto dal Comune. Al termine dell'Ufficio delle letture si
dice l'inno Te Deum e
l'orazione propria. 229. All'Ora
media, cioè Terza, Sesta e Nona, salvo indicazioni diverse, si dice
l'inno quotidiano; i salmi sono scelti fra quelli graduali, con
l'antifona propria; in domenica però i salmi si prendono dalla
domenica prima nel salterio; la lettura breve e l'orazione
conclusiva sono proprie. Tuttavia in alcune solennità del Signore si
propongono salmi speciali. 230. A Compieta,
tutto è della domenica, rispettivamente dopo i primi e dopo i
secondi Vespri. 2. Modo di
ordinare l'Ufficio nelle feste 231. Le feste non
hanno i primi Vespri, a meno che non si tratti di feste del Signore
che cadono in domenica. All'Ufficio delle letture, alle Lodi
mattutine, e ai Vespri, si fa tutto come nelle solennità.
232. All'Ora
media, cioè Terza, Sesta e Nona, si dice l'inno quotidiano; i salmi
con le loro antifone si dicono dalla feria, a meno che una ragione
particolare o la tradizione non richieda che all'Ora media si dica
l'antifona propria, ciò che verrà indicato a suo luogo. La lettura
breve e l'orazione conclusiva sono proprie. 233. La Compieta
si dice come nei giorni ordinari. 3. Modo di ordinare l'Ufficio nelle
memorie dei santi 234. Tra la memoria
obbligatoria e la memoria facoltativa, se questa effettivamente si
celebra, non c'è alcuna differenza nel modo di ordinare l'Ufficio, a
meno che non si tratti di memorie facoltative che cadono
eventualmente nei tempi privilegiati. a) Memorie
occorrenti nei giorni ordinari 235. Nell'Ufficio delle
letture, alle Lodi mattutine e ai Vespri: a) i salmi con le
loro antifone si prendono dalla feria corrente, a meno che non vi
siano antifone proprie o salmi propri che, nel caso, vengono
indicati nei singoli luoghi; b) l'antifona
dell'Invitatorio, l'inno, la lettura breve, le antifone al Benedictus e al Magnificat, le preci, se
sono proprie, si devono dire del santo, altrimenti si prendono o dal
Comune o dalla feria corrente; c) l'orazione
conclusiva si deve dire del santo; d) nell'Ufficio delle letture, la
lettura biblica con il suo responsorio è della Scrittura corrente;
la seconda lettura è agiografica con il suo responsorio proprio o
del Comune; se però la lettura non fosse propria, si prende dai
testi dei Padri del giorno corrente. Non si dice il Te Deum. 236. Nell'Ora media, cioè
Terza, Sesta e Nona e a Compieta, non si fa nulla del santo, ma
tutto è della feria. b) Memorie
occorrenti nei tempi speciali 237. Nelle domeniche, nelle
solennità e nelle feste, come pure nel Mercoledì delle Ceneri, nella
Settimana santa e durante l'ottava di Pasqua, non si fa nulla delle
memorie eventualmente occorrenti. 238. Nelle ferie dal 17 al 24
dicembre, come pure durante l'ottava di Natale e nelle ferie di
Quaresima, non si celebra alcuna memoria obbligatoria, neppure nei
calendari particolari. Quelle, invece,
che occasionalmente occorrono durante il Tempo di Quaresima, in
quell'anno si considerano come memorie facoltative. 239. Nei medesimi
tempi, se qualcuno vorrà celebrare un santo che in quel giorno è
iscritto come memoria: a) nell'Ufficio
delle letture, dopo la lettura dei Padri dal Proprio del Tempo con
il suo responsorio aggiunga la lettura agiografica propria con il
suo responsorio e concluda con l'orazione del santo; b) inoltre alle
Lodi mattutine e ai Vespri, dopo l'orazione conclusiva, omessa la
conclusione, può aggiungere l'antifona (propria o dal Comune) e
l'orazione del santo. c) Memoria di
Santa Maria in sabato 240. Nei sabati
del Tempo ordinario, nei quali sono permesse le memorie facoltative,
si può celebrare, con il medesimo rito, la memoria facoltativa di
Santa Maria con la sua lettura propria. III. Calendario da
usare e facoltà di scegliere qualche Ufficio o qualche sua
parte a) Calendario da
usare 241. L'Ufficio in coro e in
comune si deve celebrare secondo il calendario proprio, cioè della
diocesi, o della famiglia religiosa, o delle singole
Chiese3. I membri delle famiglie religiose si uniscono
con la comunità della Chiesa locale nel celebrare la Dedicazione
della chiesa cattedrale e i Patroni principali della circoscrizione
minore e maggiore ove risiedono4. 242. Ogni chierico
o religioso, obbligato per qualsiasi titolo all'Ufficio divino e che
partecipa all'Ufficio celebrato in comune secondo un calendario o un
rito diverso dal suo, soddisfa in questo modo al suo obbligo per
quanto riguarda quella parte dell'Ufficio. 243. Nella
celebrazione individuale si può seguire o il calendario del luogo o
il calendario proprio, eccetto nelle solennità e nelle feste
proprie5. b) Facoltà di
scegliere qualche Ufficio 244. Nelle ferie
che ammettono la celebrazione di una memoria facoltativa, per giusta
causa si può celebrare con il medesimo rito (cf nn. 234-235),
l'Ufficio di qualche santo iscritto in quel giorno nel Martirologio
Romano o nella sua Appendice debitamente approvata. 245. Eccetto che
nelle solennità, nelle domeniche di Avvento, Quaresima e Pasqua, nel
Mercoledì delle Ceneri, nella Settimana santa, durante l'ottava di
Pasqua e nel 2 novembre, per causa pubblica o per devozione si può
celebrare, in tutto o in parte, un Ufficio votivo: ciò può avvenire,
per esempio, a motivo di un pellegrinaggio, di una festa locale,
della solennità esterna di qualche santo. c) Facoltà di
scegliere alcuni formulari 246. In alcuni
casi particolari, si possono scegliere nell'Ufficio formulari
diversi da quelli occorrenti, purché resti integro l'ordinamento
generale di ciascuna Ora e si osservino le regole che seguono. 247. Nell'Ufficio
delle domeniche, delle solennità, delle feste del Signore iscritte
nel calendario generale, delle ferie di Quaresima e della Settimana
santa, dei giorni fra l'ottava di Pasqua e di Natale, come pure
delle ferie dal 17 al 24 dicembre incluso, non si possono mai
cambiare quei formulari che sono propri o appropriati a questa
celebrazione; tali sono le antifone, gli inni, le letture, i
responsori, le orazioni e, molto spesso, anche i salmi. Ai salmi
domenicali della settimana corrente, si possono sostituire, se lo si
ritiene opportuno, i salmi domenicali di un'altra settimana, anzi,
se si tratta di Ufficio con il popolo, anche altri, scelti allo
scopo di guidare gradualmente il popolo alla comprensione dei
salmi. 248. Nell'Ufficio
delle letture dev'essere sempre tenuta in onore la lettura corrente
della Sacra Scrittura. Vale anche per l'Ufficio il desiderio della
Chiesa «che in un determinato numero di anni, si legga al popolo la
parte più importante delle Sacre Scritture»6. Tenuti
presenti questi principi, nei Tempi di Avvento, Natale, Quaresima e
Pasqua non venga omesso il ciclo delle letture della Scrittura, che
viene proposto per l'Ufficio delle letture. Durante il Tempo
ordinario, invece, si possono scegliere in qualche giorno o per
alcuni giorni continui, per giusta causa, le letture fra quelle che
sono assegnate ad altri giorni o anche fra altre letture bibliche,
per esempio, quando si fanno gli esercizi spirituali o convegni
pastorali o preghiere per l'unità della Chiesa, o altre circostanze
simili. 249. Se talvolta
la lettura continua viene interrotta per qualche solennità, o festa,
o per una celebrazione particolare, si potrà, nella medesima
settimana e tenendo presente l'ordinamento di tutta la settimana, o
unire le parti che sono state omesse, con altre, oppure stabilire
quali brani siano da preferire ad altri. 250. Nel medesimo
Ufficio delle letture, alla seconda lettura assegnata ad un
determinato giorno, si può sostituire, per un giusto motivo, un
altro brano del medesimo tempo, desunto dal libro della Liturgia
delle Ore, o dal Lezionario facoltativo (n. 161). Inoltre nei giorni
feriali del Tempo ordinario e, se si ritiene opportuno, anche nel
Tempo di Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua, si può fare una
lettura quasi continua di un'opera di qualche Padre, che risponda
allo spirito biblico e liturgico. 251. Le letture
brevi, come pure le orazioni, i canti e le preci che sono proposti
per le ferie di un tempo particolare, si possono dire in altre ferie
del medesimo tempo. 252. Sebbene a
ognuno debba stare a cuore l'osservanza di tutto il ciclo del
salterio distribuito per quattro settimane7, tuttavia per
motivi di opportunità sia spirituale che pastorale, invece dei salmi
assegnati a un dato giorno, si possono dire i salmi della stessa Ora
assegnati a un altro giorno. Vi sono anche alcune circostanze
occasionali, nelle quali è lecito scegliere i salmi adatti e altre
parti in forma di Ufficio votivo. Capitolo V RITI DA OSSERVARE
NELLA CELEBRAZIONE IN COMUNE I. Vari uffici da
compiere 253. Nella celebrazione della
Liturgia delle Ore, come in tutte le altre azioni liturgiche,
«ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio,
si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del
rito e le norme liturgiche, è di sua competenza»1. 254. Se presiede il vescovo,
specialmente nella chiesa cattedrale, sia circondato dal suo
presbiterio e dai ministri con la partecipazione plenaria e attiva
del popolo. In qualunque celebrazione con il popolo, di norma,
presieda il sacerdote o il diacono, e vi siano anche i
ministri. 255. Il sacerdote o il diacono
che presiede la celebrazione, può indossare la stola sopra il camice
o la cotta; il sacerdote anche il piviale. Nulla vieta inoltre che
nelle maggiori solennità più sacerdoti indossino il piviale e i
diaconi la dalmatica. 256. È compito del
sacerdote o del diacono che presiede dare inizio, dalla sua sede,
all'Ufficio con il versetto d'introduzione; iniziare la preghiera
del Signore; recitare l'orazione conclusiva; salutare il popolo,
benedirlo e congedarlo. 257. Può recitare le preci o il
sacerdote o il ministro. 258. In mancanza del sacerdote
o del diacono, colui che presiede l'Ufficio è soltanto uno tra
uguali; non entra in presbiterio, non saluta, né benedice il
popolo. 259. Coloro che adempiono
l'ufficio di lettore proclamano le letture, sia lunghe che brevi,
stando in piedi e nel luogo adatto. 260. L'intonazione delle
antifone, dei salmi e degli altri canti venga fatta da un cantore o
dai cantori. Per quanto riguarda la salmodia, si osservino le norme
date sopra, ai nn. 121-125. 261. Mentre si esegue alle Lodi
mattutine e ai Vespri il cantico evangelico, si può incensare
l'altare e poi anche il sacerdote e il popolo. 262. L'obbligo del coro
riguarda la comunità, non il luogo della celebrazione, che non è
necessariamente la chiesa, soprattutto se si tratta di quelle Ore
che si celebrano senza solennità. 263. Tutti i partecipanti
stanno in piedi: a)
all'introduzione dell'Ufficio divino e ai versetti d'introduzione di
ogni Ora; b) all'inno; c) al cantico
evangelico; d) mentre si
dicono le preci, la preghiera del Signore e l'orazione
conclusiva. 264. Tutti
ascoltano le letture stando seduti, fatta eccezione per il
Vangelo. 265. Mentre si
dicono i salmi e gli altri cantici con le loro antifone, l'assemblea
sta o seduta o in piedi, secondo le consuetudini. 266. Tutti si
segnano col segno della croce dalla fronte al petto e dalla spalla
sinistra alla destra: a) all'inizio
delle Ore, quando si dice: «O Dio, vieni a salvarmi»; b) all'inizio dei
cantici tratti dal Vangelo: Benedictus, Magnificat, Nunc
dimittis. Tutti si segnano
sulle labbra all'inizio dell'Invitatorio, alle parole «Signore, apri
le mie labbra». II. Il canto
nell'Ufficio 267. Nelle rubriche e nelle
norme del presente documento, le espressioni «dire», «recitare» e
simili, si possono riferire o al canto o al parlato, secondo i
principi qui sotto indicati. 268. «La celebrazione in canto
dell'Ufficio divino è la forma più consona alla natura di questa
preghiera ed è segno di una maggiore solennità e di una più profonda
unione dei cuori nel celebrare la lode di Dio. Questa forma è
vivamente raccomandata a coloro che celebrano l'Ufficio divino in
coro o in comune»2. 269. Quello che il
Concilio Vaticano II afferma riguardo al canto liturgico3
vale per ogni azione liturgica, ma principalmente per la Liturgia
delle Ore. Sebbene infatti
tutte e singole le parti siano state rinnovate in modo che si
possano recitare con frutto anche individualmente, tuttavia molte di
esse, e specialmente i salmi, i cantici, gli inni, i responsori,
sono di genere lirico e perciò non esprimono pienamente il loro
senso se non con il canto. 270. Nella
celebrazione della Liturgia delle Ore il canto, dunque, non si deve
considerare come un certo ornamento che si aggiunge alla preghiera
quasi dall'esterno, ma piuttosto come qualcosa che scaturisce dal
profondo dell'anima che prega e loda Dio, e manifesta in modo pieno
e perfetto il carattere comunitario del culto cristiano. Sono quindi degne
di lode le assemblee cristiane di qualsiasi genere che si sforzano
di praticare più spesso possibile questa forma di preghiera. A
questo scopo si devono istruire con la dovuta catechesi e con
l'esercizio sia i chierici che i religiosi come pure i fedeli,
affinché siano in grado di cantare con gaudio dello spirito le Ore,
specialmente nei giorni festivi. Siccome però non è facile celebrare
in canto l'intero Ufficio e d'altra parte la lode della Chiesa non è
riservata, né per la sua origine, né per la sua natura, ai chierici
o ai monaci, ma appartiene a tutta la comunità cristiana, si devono
tener presenti simultaneamente diversi principi, perché la
celebrazione in canto della Liturgia delle Ore si possa svolgere
bene e splenda per autenticità e decoro. 271. Prima di
tutto conviene che si ricorra al canto almeno nelle domeniche e
nelle feste, ponendo così in risalto, nella misura in cui si adotta,
i vari gradi di solennità. 272. Così pure,
poiché non tutte le Ore sono della medesima importanza, conviene che
anche mediante il canto si dia maggior rilievo a quelle che sono
veramente i cardini dell'Ufficio, cioè le Lodi mattutine e i
Vespri. 273. Inoltre,
anche se la celebrazione tutta in canto è la più raccomandabile
sempre, purché naturalmente si distingua per arte e devozione,
tuttavia in vari casi si potrà seguire utilmente il criterio della
gradualità, anzitutto, come è ovvio, per motivi pratici, ma poi
anche perché in questa maniera sarà più facile corredare le singole
componenti di quelle forme di canto che garantiscano loro il genuino
significato nativo e la funzione autentica, evitando di livellarle
tutte su un medesimo stampo. In tal modo la
Liturgia delle Ore non apparirà più come un bel monumento dell'età
passata, da conservare intatto per l'ammirazione degli intenditori,
ma rivivrà in forme nuove, si affermerà sempre più e diverrà segno e
testimonianza di comunità piene di vita e di freschezza. Il principio della
solennizzazione progressiva è quello che ammette vari gradi
intermedi tra l'Ufficio cantato integralmente e la semplice recita
di tutte le parti. Questo criterio offre una grande e gradevole
varietà di soluzioni. Nell'applicarlo si deve tener conto delle
caratteristiche del giorno e dell'Ora che si celebra, della natura
dei singoli elementi che costituiscono l'Ufficio, delle proporzioni
e del tipo della comunità, come pure del numero dei cantori
disponibili in tali circostanze. Per questa
maggiore varietà di forme, la lode pubblica della Chiesa, si potrà
celebrare in canto più frequentemente che prima e godrà di
un'adattabilità più estesa alle diverse circostanze. Anzi c'è da
sperare davvero che si possano trovare sempre nuove vie e nuove
maniere rispondenti alla nostra epoca, come del resto è sempre
avvenuto anche in passato nella vita della Chiesa. 274. Nelle azioni
liturgiche che si celebrano in canto e in lingua latina, il canto
gregoriano, in quanto proprio della Liturgia Romana, abbia, a parità
di condizioni, i primo posto4. Tuttavia «la Chiesa non
esclude dalle azioni liturgiche nessun genere di musica sacra,
purché corrisponda allo spirito dell'azione 275. Poiché la
Liturgia delle Ore si può celebrare in lingua moderna, «si ponga uno
speciale impegno nel preparare le melodie da usarsi nel canto
dell'Ufficio divino in lingua viva»6. 276. Nulla vieta,
però, che in una medesima celebrazione si cantino alcune parti in
una lingua e altre in un'altra7. 277. Quali siano
le parti alle quali dare eventualmente la precedenza e la preferenza
del canto si deduce dalle genuine esigenze della celebrazione
liturgica, che vuole il pieno rispetto del significato e della
natura di ciascuna componente e del canto medesimo. Vi sono,
infatti, formule che richiedono il canto per loro stessa
natura8. Tali sono prima di
tutto le acclamazioni, le risposte ai saluti del sacerdote e dei
ministri e le risposte alle preci litaniche, e inoltre le antifone e
i salmi, come pure i versetti intercalari o ritornelli, gli inni e i
cantici9. 278. È risaputo
che i salmi (cf nn. 103-120) sono strettamente connessi con la
musica; lo dimostra la tradizione sia giudaica che cristiana. In
verità alla piena comprensione di molti salmi contribuisce non poco
il fatto che essi vengano cantati o almeno siano sempre considerati
in questa luce poetica e musicale. Pertanto, se è possibile, è da
preferirsi questa forma, almeno nei giorni e nelle Ore principali, e
secondo il carattere proprio dei salmi. 279. I diversi
modi di eseguire la salmodia sono descritti sopra, ai nn. 121-123.
La loro varietà non deve essere dettata tanto da
circostanze esterne, quanto piuttosto, dal diverso genere di quei
salmi che ricorrono nella medesima celebrazione. Secondo questo
criterio i salmi sapienziali e storici si prestano forse meglio a
essere ascoltati, mentre, al contrario, quelli di lode e di
rendimento di grazie comportano per sé il canto in comune. Quel che conta più
di tutto è che la celebrazione non si leghi a schemi rigidi e
artificiosi, non obbedisca solo a norme puramente formali, ma
risponda allo spirito autentico dell'azione che si compie. Il primo scopo da
raggiungere è infatti quello di formare gli animi all'amore per la
preghiera genuina della Chiesa e di rendere gioiosa la celebrazione
della lode di Dio (cf Sal 146). 280. Gli inni
possono alimentare la preghiera anche di chi recita le Ore, se
davvero si distinguono per dottrina e arte; tuttavia per sé sono
destinati al canto. Pertanto si raccomanda che nella celebrazione
comunitaria siano eseguiti, per quanto è possibile, in questa
forma. 281. Il
responsorio breve dopo la lettura alle Lodi mattutine e ai Vespri,
di cui al n. 49, di per sé è destinato al canto, e precisamente al
canto del popolo. 282. Anche i
responsori dell'Ufficio delle letture, per il loro carattere e la
loro funzione richiedono il canto. Tuttavia, nella struttura
dell'Ufficio, sono stati composti in modo da mantenere il loro
valore anche nella recita individuale e privata. Si potrà usare più
frequentemente il canto per quelli che sono corredati da melodie più
semplici e più facili, che non per altri pur provenienti da fonti
liturgiche. 283. Le letture,
sia lunghe che brevi, per sé non sono destinate al canto. Nella
proclamazione si deve usare ogni impegno per eseguirle in una forma
decorosa, con una pronunzia chiara e distinta e insomma per fare in
modo che tutti possano ascoltarle e comprenderle bene. Di conseguenza
l'unica forma accettabile per le letture è quella che facilita
l'ascolto delle parole e la comprensione del testo. 284. I testi
assegnati a chi presiede, come sono le orazioni, non escludono un
certo tono cantato, purché ovviamente sia confacente e decoroso. Ciò
sarà possibile specialmente nella lingua latina. Più difficile,
invece, sarà in alcune lingue moderne, a meno che il canto usato non
permetta di far percepire meglio a tutti le parole del testo. TABELLA DEI GIORNI
LITURGICI estratta dalle
Norme generali sull'anno liturgico e sul calendario
nn. 59-61 La precedenza tra
i giorni liturgici, quanto alla loro celebrazione, è regolata
esclusivamente dalla seguente tabella. I 1. Il Triduo
pasquale della Passione e Risurrezione del Signore. 2. Il Natale del
Signore, l'Epifania, l'Ascensione e la Pentecoste. Le domeniche di
Avvento, di Quaresima e di Pasqua. Il Mercoledì delle
Ceneri. Le ferie della
Settimana santa, dal lunedì al giovedì incluso. I giorni fra
l'ottava di Pasqua. 3. Le solennità
del Signore, della beata Maria Vergine, dei santi iscritte nel
calendario generale. La Commemorazione
di tutti i fedeli defunti. 4. Le solennità
proprie e cioè: a) la solennità
del Patrono principale del luogo o del paese o della città; b) la solennità
della Dedicazione e dell'anniversario della Dedicazione della
propria chiesa; c) la solennità
del Titolare della propria chiesa; d) la solennità o
del Titolare, o del Fondatore o del Patrono principale dell'Ordine o
della Congregazione. II 5. Le feste del
Signore iscritte nel calendario generale. 6. Le domeniche
del Tempo di Natale e le domeniche del Tempo ordinario. 7. Le feste della
beata Vergine Maria e dei santi iscritte nel calendario
generale. 8. Le feste
proprie, e cioè: a) la festa del
Patrono principale della diocesi; b) la festa
dell'anniversario della Dedicazione della chiesa cattedrale; c) la festa del
Patrono principale della regione o della provincia, della nazione,
di un territorio più ampio; d) la festa del
Titolare, del Fondatore, del Patrono principale dell'Ordine o della
Congregazione e della provincia religiosa, salvo quanto è disposto
al n. 4d; e) le altre feste
proprie di qualche Chiesa; f) le altre feste
iscritte nel calendario di ciascuna diocesi, o dell'Ordine o della
Congregazione. 9. Le ferie di
Avvento dal 17 al 24 dicembre compreso. I giorni fra l'ottava di
Natale. Le ferie di Quaresima. III 10. Le memorie
obbligatorie iscritte nel calendario generale. 11. Le memorie
obbligatorie proprie, e cioè: a) le memorie del
Patrono secondario del luogo, della diocesi, della regione o della
provincia, della nazione, di un territorio più ampio, dell'Ordine o
della Congregazione e della provincia religiosa; b) le altre
memorie obbligatorie proprie di qualche chiesa;
c) le altre
memorie obbligatorie iscritte nel calendario di ciascuna diocesi o
dell'Ordine o della Congregazione. 12. Le memorie
facoltative, le quali tuttavia si possono celebrare anche nei giorni
elencati nel n. 9, però nel modo particolare descritto in «Principi
e Norme» per la Messa e per l'Ufficio. In questo stesso
modo, come memorie facoltative, si possono celebrare le memorie
obbligatorie che eventualmente ricorrono nelle ferie di
Quaresima. 13. Le ferie di
Avvento, fino al 16 dicembre incluso. Le ferie del Tempo di Natale,
dal 2 gennaio al sabato dopo l'Epifania. Le ferie del Tempo
pasquale, dal lunedì dopo l'ottava di Pasqua al sabato prima della
Pentecoste incluso. Le ferie del Tempo ordinario. Occorrenza e
concorrenza delle celebrazioni Se nello stesso
giorno cadono più celebrazioni, Si celebra l'Ufficio di quella che
nella tabella dei giorni liturgici occupa il posto superiore.
Tuttavia, le solennità impedite da un giorno liturgico che ha la
precedenza si trasferiscano al primo giorno libero dalle
celebrazioni elencate ai nn. 1-8 nella tabella della precedenza,
salvo quanto è stabilito al n. 5 delle Norme per l'anno liturgico.
Le altre celebrazioni impedite per quell'anno si omettono. Se nello stesso
giorno si devono celebrare i Vespri dell'Ufficio corrente e i primi
Vespri del giorno seguente, prevalgono i Vespri della celebrazione
che nella tabella dei giorni liturgici ha un posto superiore; in
caso di parità, si celebrano i Vespri del giorno corrente. BENEDIZIONE DEGLI
OLI La Conferenza
Episcopale Italiana pone alcune premesse di tipo teologico, che
completano le indicazioni presenti nel documento della S.
Congregazione, per evidenziare il significato del simbolismo
biblico-liturgico dell'olio nella prospettiva di una sua
valorizzazione pastorale e di una comprensione del suo uso
nell'ambito della vita sacramentale della Chiesa. Dalla globalità
delle indicazioni teologico-liturgico-pastorale, si possono cogliere
alcuni punti di riflessione. 1. Si sottolinea
il gesto della benedizione degli oli nel contesto della Pasqua di
Cristo, unto del Padre, perché siano segno del dono dello Spirito.
L'unzione crismale acquista tutta la sua significazione salvifica
nella luce dei misteri di Cristo che sacramentalmente è presente
nella celebrazione liturgica e offre il vero significato ai diversi
gesti di unzione, a seconda dei diversi sacramenti o
sacramentali. L'azione stessa
dello Spirito Santo, espressa in modo mirabile nell'atto
dell'unzione, pone in luce come l'azione del Cristo sia sempre
collegata con quella dello Spirito. 2. Si rimarca come
il mistero dell'olio qualifichi alcuni punti nevralgici della vita
cristiana, dal Battesimo in poi, significando l'inserimento in
Cristo e nello Spirito dal battezzato. 3. Entrambe le
introduzioni presentano in tutta la sua chiarezza il valore
ecclesiale della Messa crismale, come espressione della vitalità
carismatica e ministeriale della comunità del popolo di Dio. La
centralità del vescovo, attorno a cui si ritrovano il presbiterio e
i fedeli, indica il mistero dell'unità della Chiesa locale. 4. Le Premesse
sottolineano che pastoralmente la Messa crismale, con la vitalità di
significato della benedizione degli oli, si colloca a conclusione di
tutto l'itinerario quaresimale, durante il quale la comunità
cristiana è stata chiamata a camminare ecclesialmente nello Spirito
per crescere in Cristo, l'unto del Padre. L'accoglienza
degli oli nelle comunità parrocchiali diviene l'espressione della
comunione che si è costruita nel cammino quaresimale, in particolar
modo attraverso lo sviluppo della viva relazionalità con il
vescovo. 5. Alla luce della
visione della liturgia propria del Vaticano II, che sottolinea
l'importanza del segno significante e santificante (cf SC 7), appare
impellente l'esigenza di comprendere in profondità il valore del
segno dell'olio e del gesto dell'ungere. Lo sfondo storico-salvifico
insieme con la lettura cristologica e pentecostale permettono di
dare un'autentica valorizzazione all'olio e pongono in risalto la
centralità della sua benedizione, nella prospettiva di sottolineare
tutto il clima messianico che determina ogni celebrazione liturgica
come tutta la vita della comunità cristiana. CONFERENZA
EPISCOPALE ITALIANA SACRA CONGREGATIO
PRO SACRAMENTE ET CULTU DIVINO Prot. n.
555/80 Questa versione
italiana dei riti della Benedizione degli oli e
della Dedicazione della
chiesa e dell'altare è stata approvata secondo le delibere
dell'Episcopato ed ha ricevuto la conferma da parte della Sacra
Congregazione per i Sacramenti e il Culto Divino, con Decreto n. CD
302/80 del 18 giugno 1980. La presente edizione deve essere
considerata «tipica» per la lingua italiana, ufficiale per l'uso
liturgico. I nuovi riti della Benedizione degli oli e
della Dedicazione della
chiesa e dell'altare si potranno adoperare appena pubblicati;
diventeranno obbligatori dal 16 aprile 1981, giovedì santo. Roma, 3 luglio
1980, festa di san Tommaso apostolo. anastasio
A. card. ballestkero,
arcivescovo di Torino presidente della Conferenza
Episcopale Italiana SACRA
CONGREGATIO Prot. CD
302/80 ITALIAE Instante
Eminentissimo Domino Anastasio A. card. Ballestrero, archiepiscopo
Taurinensi, praeside Coetus Episcoporum Italiae, litteris die 30
ianuarii 1980 datis, vigore facultatum huic Sacrae Congregationi a
Summo Pontifice Ioanne Paulo II tributarum, interpretationem
italicam Ordinis benedicendi
oleum catechumenorum et infirmorum et conficiendi chrisma necnon
Ordinis dedicationis
ecclesiae et altaris, prout in adnexo exstat esemplari, libenter
probamus seu confirmamus. In textu imprimendo mentio fiat de
confirmatione ab Apostolica Sede concessa. Eiusdem insuper textus
impressi duo exemplaria ad hanc Sacram Congregationem
transmittantur. Contrariis quibuslibet minime obstantibus. Ex
aedibus Sacrae Congregationis pro
Sacramentis et Cultu Divino, die 18 anni
1980. Vergilius
noè, a secretis a. Iacobus
R. card. Knox,
praefectus CONFERENZA
EPISCOPALE ITALIANA Premessa I testi della
benedizione del crisma, dell'olio degli infermi e dei catecumeni,
tradotti in lingua italiana e riuniti in un unico volume con i
formulari per la dedicazione della chiesa e dell'altare, sono
occasione per richiamare principi dottrinali e suggerire direttive
pastorali in ordine a una puntuale catechesi e a una adeguata
valorizzazione di questi antichi sacramentali che la Chiesa continua
a celebrare con particolare solennità. Benedizione degli
oli L'olio, come
l'aria, l'acqua, la luce, appartiene a quelle realtà elementari del
cosmo che meglio esprimono i doni del Dio creatore, redentore e
santificatore1. L'olio è sostanza
terapeutica, aromatica e conviviale: medica le ferite, profuma le
membra, allieta la mensa2. Questa natura dell'olio è
assunta nel simbolismo biblico-liturgico ed è caricata di un
particolare valore per esprimere l'unzione dello Spirito che risana,
illumina, conforta, consacra e permea di doni e di carismi tutto il
corpo della Chiesa3. La liturgia della benedizione degli
oli esplicita questo simbolismo primordiale e ne precisa il senso
sacramentale. Giustamente la Messa del crisma si colloca in
prossimità dell'annuale celebrazione del Cristo morto, sepolto e
risuscitato. Dal mistero pasquale, cuore e centro dell'intera storia
della salvezza, scaturiscono i sacramenti e sacramentali che
significano e realizzano l'unità organica di tutta la vita
cristiana4. La benedizione del
crisma da il nome di Messa crismale a questa liturgia, che si
celebra di consueto il Giovedì santo nella chiesa cattedrale (n. 9).
Infatti, secondo l'antica tradizione, è funzione propria del
vescovo, «una fra le principali manifestazioni della pienezza del
sacerdozio» (n. 1). La Messa crismale è quasi epifania della Chiesa,
corpo di Cristo organicamente strutturato che nei vari ministeri e
carismi5 esprime, per la grazia dello Spirito, i doni
nuziali di Cristo alla sua sposa pellegrina nel
mondo6. La nuova
fisionomia attribuita dalla riforma post-conciliare alla Messa
crismale rende ancor più evidente il clima di una vera festa del
sacerdozio ministeriale all'interno di tutto il popolo sacerdotale e
orienta l'attenzione verso il Cristo, il cui nome significa
«consacrato per mezzo dell'unzione»7. Dal senso
cristologico dell'unzione crismale, deriva il principio costitutivo
della consacrazione dei fedeli e conseguentemente il nome di
«cristiani»8. L'unzione di Spirito Santo, ricevuta da
Gesù nell'incarnazione9 e nella teofania sul
Giordano10, è partecipata a tutti i membri della Chiesa
per mezzo del Battesimo11 e della
Cresima12. All'unzione
spirituale del Cristo sacerdote, re e profeta13 si
richiama anche la solenne epiclesi del rito che consacra a titolo
speciale il vescovo, i presbiteri e i diaconi a servizio del popolo
sacerdotale, dal quale essi sono assunti e per il quale sono
costituiti ministri. I testi della
Messa crismale si aprono emblematicamente con l'acclamazione a
Cristo «che ha fatto di noi un regno e ci ha costituito sacerdoti
per Dio, suo Padre»14, e sviluppano con Ecco perché;
insieme al crisma, sono benedetti anche l'olio dei catecumeni per
quanti lottano per vincere lo spirito del male17 in vista
degli impegni del Battesimo e l'olio degli infermi per l'unzione
sacramentale di coloro che nella malattia compiono in sé ciò che
manca alla passione redentrice del Cristo18. Così dal
Capo si diffonde in tutte le membra della Chiesa e si espande nel
mondo il buon odore di Cristo19. Celebrando con il
vescovo questa liturgia, i presbiteri della Chiesa locale
intervengono come «testimoni e cooperatori del ministero del sacro
crisma» (n. 13), attraverso il gesto silenzioso dell'estensione
della mano destra durante la preghiera di benedizione (n. 22). Così l'unica
celebrazione che comprende sia il rito eucaristico che quello
crismale, manifesta la stretta unione dei presbiteri e dei diaconi
con il vescovo nel sacerdozio ministeriale20, insieme
alla realtà dell'unico sacerdozio battesimale che, secondo la
dottrina richiamata dal Concilio, è il fondamento stesso del
sacerdozio ministeriale21. Il richiamo
dottrinale può suggerire alcuni orientamenti pastorali, utili a
rinnovare la comprensione di questi riti che dalla chiesa
cattedrale, luogo proprio della loro celebrazione, devono suscitare
intensa partecipazione in ogni comunità parrocchiale, con
qualificata presenza e in comunione di spirito. Nella Messa crismale
si delinea così la più vasta convocazione, che si estende non solo
ai ministri ordinati (presbiteri e È opportuno che il
vescovo dia personalmente, prima del congedo, le ampolle degli oli
santi ai parroci o almeno ad alcuni di essi in rappresentanza delle
zone pastorali. Nella Messa vespertina parrocchiale della Cena del
Signore, gli oli santi, benedetti in cattedrale, saranno accolti
dalle comunità come un dono che esprime la comunione nell'unica fede
e nell'unico Spirito, e conservati in una particolare custodia
adatta e degna con la scritta «Oli santi» o altra simile. Roma, 3 luglio
1980. SACRA
CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO Prot. n.
3133/70 DECRETO Portata a termine
la revisione dei riti del Messale Romano per la Settimana santa, si
è ritenuto opportuno fare i necessari ritocchi anche al rito del
Pontificale Romano da usarsi nella Messa crismale per la benedizione
dell'olio dei catecumeni, degli infermi e del crisma. Questa Sacra
Congregazione per il Culto Divino ha pertanto riveduto il detto
rito, e ora, dopo che il Sommo Pontefice Paolo VI l'ha approvato con
la sua autorità apostolica, lo promulga e dispone che d'ora in poi
esso venga usato in luogo del rito che si trova nel Pontificale
Romano. Le Conferenze Episcopali ne cureranno l'edizione nella
lingua nazionale e la sottoporranno alla conferma di questa Sacra
Congregazione. Nonostante qualsiasi cosa in contrario. Dalla sede della
Sacra Congregazione per Culto Divino, 3 dicembre
1970. A. bugnini, segretario
Benno card. Gut,
prefetto PREMESSE 1. Il vescovo
dev'essere considerato come il grande sacerdote del suo gregge: da
lui in certo qual modo scaturisce e promana la vita dei suoi fedeli
in Cristo1. La Messa crismale,
che il vescovo concelebra con i presbiteri delle diverse zone della
diocesi e durante la quale benedice il santo crisma e gli altri oli,
è considerata una delle principali manifestazioni della pienezza del
sacerdozio del vescovo e un segno della stretta unione dei
presbiteri con lui. Infatti con il crisma consacrato dal vescovo
vengono unti i neo-battezzati e segnati in fronte i candidati alla
Confermazione. A sua volta, l'unzione con l'olio dei catecumeni
prepara e predispone i catecumeni stessi al Battesimo. E infine
l'olio degli infermi reca ai malati sostegno e conforto nelle loro
infermità. 2. La liturgia
cristiana ha fatto suo l'uso dell'Antico Testamento; venivano
infatti consacrati con l'unzione i re, i sacerdoti e i profeti; essi
erano così figura di Cristo, il cui nome significa Unto del Signore.
Allo stesso modo, l'unzione con il sacro crisma dimostra nel segno
che i cristiani, inseriti per mezzo del Battesimo nel mistero
pasquale di Cristo, con lui morti, sepolti e
risuscitati2, partecipano al suo sacerdozio regale e
profetico, e ricevono per mezzo della Confermazione l'unzione
spirituale dello Spirito Santo, che vien loro dato. All'unzione con
l'olio dei catecumeni viene esteso l'effetto degli esorcismi: i
battezzandi ne ricevono vigore per rinunziare al diavolo e al
peccato, prima di appressarsi al fonte e rinascervi a vita
nuova. I. La materia
sacramentale 3. Materia adatta
del sacramento è l'olio d'oliva, o, secondo casi particolari, altro
olio vegetale. 4. Il crisma si
prepara con olio e aromi o sostanze profumate. 5. La preparazione
del crisma si può fare privatamente prima della benedizione o anche
dal vescovo durante l'azione liturgica. II. Il
ministro 6. La benedizione
del crisma è riservata soltanto al vescovo. 7. L'olio dei
catecumeni, se le Conferenze Episcopali hanno ritenuto opportuno
conservarne l'uso, viene benedetto insieme con gli altri oli dal
vescovo nella Messa crismale. In caso però di Battesimo degli
adulti, anche ai presbiteri è data facoltà di benedire l'olio dei
catecumeni prima dell'unzione nel grado corrispondente del
catecumenato. 8. L'olio per
l'Unzione degli infermi dev'essere benedetto a questo scopo dal
vescovo o da un presbitero che ne abbia facoltà per diritto, o per
speciale concessione della Santa Sede. Possono benedire a norma di
diritto l'olio per l'Unzione degli infermi: a) coloro che a
norma di diritto sono equiparati al vescovo diocesano; b) in caso di
necessità, qualsiasi presbitero, ma solo nella stessa celebrazione
del sacramento. III. Il giorno
della benedizione 9. La benedizione
dell'olio degli infermi, dell'olio dei catecumeni e del crisma vien
fatta normalmente dal vescovo il Giovedì della Settimana santa nella
Messa propria che si celebra al mattino. 10. Se notevoli difficoltà si
frapponessero alla riunione del clero e del popolo con il loro
vescovo, la benedizione si può anticipare ad altro giorno, ma sempre
in prossimità della Pasqua e con il formulario della Messa
propria. IV. Il momento
della benedizione nel corso dell'azione liturgica 11. In conformità
con la tradizione latina, la benedizione dell'olio degli infermi si
fa prima della conclusione della Preghiera eucaristica; la
benedizione dell'olio dei catecumeni e del crisma si fa dopo la
comunione. 12. È tuttavia
consentito, per ragioni pastorali, compiere tutto il rito di
benedizione dopo la liturgia della Parola, conservando però l'ordine
indicato nel rito stesso.
______________ 1) SC 90. 2) RB 19. 3) Cf RB 19.
4) Mt 22, 44 ss. 5) Cf SC 91. 6) SC 102. 7) S. Gregorio M., Homilia 34 in Evangelia: PL
76, 1282. 8) Cf SC 38. 9) S. vincenzo lirinense, Commonitorium, 2: PL
50,640. 10) S. bernardo, Sermo 3 in vigilia Nativitatis,
1: PL 183 (ed. 1879), 94. 11)
Cf SC 92c. 12) Cf SC 93. 13) SC 38. 14) Così, p. es.,
s. giovanni
crisostomo, In Epist.
ad Tim. I, Homilia 6: PG 62, 530. 15)
Cf SC 38. 16)
SC 83, 89. 17) Ct sotto, n.
256. 18) SC 30.
______________ 1) Cf SC 100 2) Cf SC 111. 3) Cf Norme generali per l'ordinamento
dell'anno liturgico e del calendario, n. 52 (cf pp. 588-589).
4)
Cf ibid., n.52c(cf p. 588). 5) Cf Tabella dei
giorni liturgici, nn. 4. 8 (cf pp. 701-702). 6) SC 51. 7) Cf sopra, nn. 100-109.
______________ 1) SC 28. 2)
MS 37; cf SC 99. 3) Cf SC 113. 4) Cf SC 116. 5)
MS 9; cf SC 116. 6)
MS 41; cf 54-61. 7)
MS 51. 8)
Cf MS 6. 9)
Cf MS 16a, 38.
______________
1) Cf Sir 39, 26.
2) Is 1,6; 61, 3; Lc 7, 46.
3) Sal 88, 21; 1Gv 2, 20.
4) Cf SC 61.
5) Cf 1Cor 12, 27.
6) Cf Ef 5, 27.
7) Cf Lc 4, 18; At 10, 38; Eb 1, 9.
8) At 11, 26.
9) Cf Lc 1, 35.
10) Cf Gv 1, 32.
11) Cf At 1, 5.
12) Cf Ef 1, 13.
13) Cf Sal 109, 4; Eb 5, 6. 14) Messale Romano, Messa
crismale, Ant. d'ingresso, ed. tip. it. 1973, p. 123; cf Ap 1, 6.
15) Cf SC 5; LG 2. 16) SC 60. 17) Cf S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, 21, Mistagogiche, 3: PG 33, 1087-1094. 18) Cf Mc 6, 13;
Col 1,24.
19) Cf 2Cor 2, 14.
20) Cf LG 28-29. 21) Cf LG 10. 22) Cf Sacramentarium Gelasianum,
nn. 349-394, ed. L.C.
MOHLBERG, Herder, Roma 1960. 23) PO 5.
______________ ______________ 1)
Cf SC 42. 2)
SC 6. 3) Cf Gc 5,
14.
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VESCOVO
servo dei servi di dio - a perpetua
memoria
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