ORDINAMENTO GENERALE DEL MESSALE ROMANO
La presente pubblicazione contiene l'
«Ordinamento Generale del Messale Romano» secondo la terza edizione tipica,
promulgata il 20 aprile 2000.
Il testo ha ottenuto l'approvazione della
Sede Apostolica con decreto N. 288/03/L del 25 gennaio 2004.
Concorda con
l'originale approvato,
Roma, 4 marzo 2004
Camillo Card.
Ruini
Vicario Generale di Sua Santità
per la diocesi di Roma
Presidente
della Conferenza Episcopale
Italiana
SOMMARIO:
PROEMIO
I -
IMPORTANZA E DIGNITÁ DELLA CELEBRAZIONE EUCARISTIA
II - STRUTTURA,
ELEMENTI E PARTI DELLA MESSA
III - UFFICI E MINISTERI NELLA
MESSA
IV - DIVERSE FORME DI CELEBRAZIONE DELLA MESSA
V -
DISPOSIZIONE E ARREDAMENTO DELLE CHIESE PER LA CELEBRAZIONE DELLA
EUCARISTIA
VI - COSE NECESSARIE PER LA CELEBRAZIONE DELLA
MESSA
VII - LA SCELTA DELLE PARTI DELLA MESSA
VIII - MESSE E
ORAZIONI PER DIVERSE CIRCOSTANZE E MESSE PER I DEFUNTI
IX - GLI
ADATTAMENTI CHE COMPETONO AI VESCOVI DIOCESANI E ALLE CONFERENZE
EPISCOPALI
________________________________________
CONGREGATIO DE CULTU DIVINO
ET DISCIPLINA SACRAMENTORUM
Prot. N. 288/03/L
ITALIÆ
Instante
Eminentissimo Domino Camillo Card. Ruini, Praeside Conferentiae Episcoporum
Italiae, litteris die 23 mensis ianuarii 2003 datis, vigore facultatum huic
Congregationi a Summo Pontifice IOANNE PAULO II tributarum, textum italicum
Institutionis Generalis Missalis Romani, prout in adiecto exstat exemplari,
perlibenter, donec aliter provideatur, probamus seu confirmamus.
In textu
imprimendo mentio fiat de approbatione seu confirmatione ab Apostolica Sede
concessa.
Eiusdem insuper textus impressi duo exemplaria ad hanc
Congregationem transmittantur.
Contrariis quibuslibet
obstantibus.
Ex aedibus Congregationis de Cultu Divino et Disciplina
Sacramentorum, die 25 mensis ianuarii 2004, in festo conversionis S. Pauli,
apostoli.
FRANCISCUS CARD. ARINZE
Praefectus
+ DOMINICUS
SORRENTINO
Archiepiscopus a Secretis
PROEMIO
1. Cristo Signore,
desiderando celebrare con i suoi discepoli il banchetto pasquale, nel quale
istituì il sacrificio del suo Corpo e del suo Sangue, ordinò di preparare una
sala grande e addobbata (Lc 22,12). La Chiesa, quando dettava le norme per
preparare gli animi, disporre i luoghi, fissare i riti e scegliere i testi per
la celebrazione dell'Eucaristia, ha perciò sempre considerato quest'ordine come
rivolto a se stessa.
Allo stesso modo le presenti norme, stabilite in base
alle decisioni del Concilio Ecumenico Vaticano II, come anche il nuovo Messale,
che d'ora in poi la Chiesa di Rito romano utilizzerà per celebrare la Messa,
sono una prova di questa sollecitudine della Chiesa, della sua fede e del suo
amore immutato verso il grande mistero eucaristico, e testimoniano la sua
continua e ininterrotta tradizione, nonostante siano state introdotte alcune
novità.
TESTIMONIANZA DI UNA FEDE IMMUTATA
2. La natura
sacrificale della Messa, solennemente affermata dal Concilio di Trento, in
armonia con tutta la tradizione della Chiesal, è stata riaffermata dal Concilio
Vaticano II, che ha pronunciato, a proposito della Messa, queste significative
parole: «Il nostro Salvatore nell'ultima Cena... istituì il sacrificio
eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, al fine di perpetuare nei secoli,
fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e di affidare così alla sua
diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e
risurrezione»2.
Questo stesso insegnamento del Concilio si ritrova
costantemente nelle formule della Messa. Tale dottrina infatti, enunciata con
precisione in questo testo dell'antico Sacramentario detto Leoniano: «ogni volta
che celebriamo il memoriale di questo sacrificio, si compie l'opera della nostra
redenzione»3, è sviluppata con chiarezza e con cura nelle Preghiere
eucaristiche: in queste Preghiere, quando il sacerdote fa l'anamnesi,
rivolgendosi a Dio in nome di tutto il popolo, gli rende grazie e gli offre il
sacrificio vivo, santo, cioè l'oblazione della Chiesa e la vittima immolata per
la nostra redenzione4, e prega perché il Corpo e il Sangue di Cristo siano un
sacrificio accetto al Padre per la salvezza del mondo intero5.
Così, nel
nuovo Messale, la norma della preghiera (lex orandi) della Chiesa corrisponde
alla sua costante regola di fede (lex credendi); questa ci dice che, fatta
eccezione per il modo di offrire, che è differente, vi è piena identità tra il
sacrificio della croce e la sua rinnovazione sacramentale nella Messa, che
Cristo Signore ha istituito nell'ultima Cena e ha ordinato agli Apostoli di
celebrare in memoria di lui. Ne consegue che la Messa è insieme sacrificio di
lode, d'azione di grazie, di propiziazione e di espiazione.
3. Anche il
mistero mirabile della presenza reale del Signore sotto le specie eucaristiche è
affermato dal Concilio Vaticano II6 e dagli altri documenti del magistero della
Chiesa7, nel medesimo senso e con la medesima dottrina con cui il Concilio di
Trento l'aveva proposto alla nostra fede8. Nella celebrazione della Messa,
questo mistero è posto in luce non soltanto dalle parole stesse della
consacrazione, che rendono Cristo presente per mezzo della transustanziazione,
ma anche dal senso e dall' espressione esteriore di sommo rispetto e di
adorazione di cui è fatto oggetto nel corso della Liturgia eucaristica. Per lo
stesso motivo, il Giovedì santo, nella celebrazione della Cena del Signore, e
nella solennità del Corpo e del Sangue del Signore, il popolo cristiano è
chiamato a onorare in modo particolare, con l'adorazione, questo mirabile
sacramento.
4. La natura del sacerdozio ministeriale, che è proprio del
Vescovo e del presbitero, in quanto offrono il sacrificio nella persona di
Cristo e presiedono l'assemblea del popolo santo, è posta in luce, nella forma
stessa del rito, dal posto eminente del sacerdote e dalla sua funzione. I
compiti di questa funzione sono indicati e ribaditi con molta chiarezza nel
prefazio della Messa crismale del Giovedì santo, giorno in cui si commemora
l'istituzione del sacerdozio. Il testo sottolinea la potestà sacerdotale
conferita per mezzo dell'imposizione delle mani e descrive questa medesima
potestà enumerandone tutti gli uffici: è la continuazione della potestà
sacerdotale di Cristo, Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza.
5. Questa
natura del sacerdozio ministeriale mette a sua volta nella giusta luce un'altra
realtà di grande importanza: il sacerdozio regale dei fedeli, il cui sacrificio
spirituale raggiunge la sua piena realizzazione attraverso il ministero del
Vescovo e dei presbiteri, in unione con il sacrificio di Cristo, unico
Mediatore9. La celebrazione dell'Eucaristia è infatti azione di tutta la Chiesa.
In essa ciascuno compie soltanto, ma integralmente, quello che gli compete,
tenuto conto del posto che occupa nel popolo di Dio. È il motivo per cui si
presta ora maggiore attenzione a certi aspetti della celebrazione che, nel corso
dei secoli, erano stati talvolta alquanto trascurati. Questo popolo è il popolo
di Dio, acquistato dal Sangue di Cristo, radunato dal Signore, nutrito con la
sua Parola; popolo la cui vocazione è di far salire verso Dio le preghiere di
tutta la famiglia umana; popolo che, in Cristo, rende grazie per il mistero
della salvezza, offrendo il suo Sacrificio; popolo infine che, per mezzo della
Comunione al Corpo e al Sangue di Cristo, rafforza la sua unità. Questo popolo è
già santo per la sua origine; ma in forza della sua partecipazione consapevole,
attiva e fruttuosa al mistero eucaristico, progredisce continuamente in
santitàl0.
PROVA DI UNA TRADIZIONE ININTERROTTA
6.
Nell'enunciare le norme per la revisione del rito della Messa, il Concilio
Vaticano II ha ordinato, tra l'altro, che certi riti venissero «riportati
all'antica tradizione dei santi Padri»11: sono le stesse parole usate da san Pio
V nella costituzione apostolica Quo primum, con la quale nel 1570 promulgava il
Messale di Trento. Anche da questa corrispondenza testuale è facile rilevare
come i due Messali romani, benché separati da quattro secoli, conservino una
medesima e identica tradizione. Se poi si tengono presenti gli elementi profondi
di tale tradizione, non è difficile rendersi conto come il secondo Messale
completi egregiamente il primo.
7. In tempi davvero difficili, nei quali
la fede cattolica era stata messa in pericolo circa la natura sacrificale della
Messa, il sacerdozio ministeriale, la presenza reale e permanente di Cristo
sotto le specie eucaristiche, a san Pio V premeva anzitutto salvaguardare una
tradizione relativamente recente ingiustamente attaccata, introducendo meno
cambiamenti possibili nel sacro rito. E in verità, il Messale del 1570 si
differenzia ben poco dal primo Messale stampato nel 1474; e questo, a sua volta,
riprende fedelmente il Messale del tempo di Innocenzo III. Inoltre i manoscritti
della Biblioteca Vaticana, anche se avevano permesso di adottare in certi casi
delle lezioni migliori, non consentirono, in quella diligente ricerca di
«antichi autori degni di fede», di andare al di là di quanto s'era fatto con i
commentari liturgici del Medioevo.
8. Oggi, invece, questa «tradizione
dei santi Padri», tenuta presente dai revisori responsabili del Messale di san
Pio V, si è arricchita di innumerevoli studi di eruditi. Dopo la prima edizione
del Sacramentario detto Gregoriano nel 1571, gli antichi sacramentari romani e
ambrosiani sono stati oggetto di numerose edizioni critiche; lo stesso si dica
degli antichi libri liturgici ispanici e gallicani, che hanno fatto riscoprire
un buon numero di preghiere fino allora sconosciute, ma di non poca importanza
sotto l'aspetto spirituale.
Le tradizioni dei primi secoli, anteriori alla
formazione dei riti d' Oriente e d' Occidente, sono ora meglio conosciute,
grazie alla scoperta di un buon numero di documenti liturgici.
Inoltre, il
progresso degli studi patristici ha permesso di approfondire la teologia del
mistero eucaristico attraverso l'insegnamento di Padri eminenti nell' antichità
cristiana, come sant'Ireneo, sant' Ambrogio, san Cirillo di Gerusalemme, san
Giovanni Crisostomo.
9. La «tradizione dei santi Padri» esige dunque che
non solo si conservi la tradizione trasmessa dai nostri predecessori immediati,
ma che si tenga presente e si approfondisca fin dalle origini tutto il passato
della Chiesa e si faccia un' accurata indagine sui modi molteplici con cui
l'unica fede si è manifestata in forme di cultura umana e profana così diverse
tra loro, quali erano quelle in uso nelle regioni abitate da Semiti, Greci e
Latini. Questo approfondimento più vasto ci permette di constatare come lo
Spirito Santo accordi al popolo di Dio un'ammirevole fedeltà nel conservare
immutato il deposito della fede, per quanto varie siano le preghiere e i
riti.
ADATTAMENTO ALLE NUOVE CONDIZIONI
10. Il nuovo Messale,
mentre attesta la norma della preghiera della Chiesa romana e salvaguarda il
deposito della fede trasmesso dai recenti Concili, segna a sua volta una tappa
di grande importanza nella tradizione liturgica.
Quando i Padri del Concilio
Vaticano II ripresero le formulazioni dogmatiche del Concilio di Trento, le loro
parole risuonarono in un' epoca ben diversa nella vita del mondo. Per questo in
campo pastorale essi hanno potuto dare suggerimenti e consigli che sarebbero
stati impensabili quattro secoli prima.
11. Il Concilio di Trento aveva
già riconosciuto il grande valore catechistico contenuto nella celebrazione
della Messa, ma non poteva trarne tutte le conseguenze pratiche. In realtà molti
chiedevano che venisse concesso l'uso della lingua volgare nella celebrazione
del sacrificio eucaristico. Ma dinanzi a tale richiesta il Concilio, considerate
le circostanze di allora, riteneva suo dovere riaffermare la dottrina
tradizionale della Chiesa, secondo la quale il sacrificio eucaristico è
anzitutto azione di Cristo stesso: ne consegue che la sua efficacia non dipende
affatto da come vi partecipano i fedeli. Ecco perché si espresse con queste
parole decise e insieme misurate: «Benché la Messa contenga un ricco
insegnamento per il popolo dei fedeli, i Padri non hanno ritenuto opportuno che
venga celebrata indistintamente in lingua volgare»12. E condannò chi osasse
affermare che «non si deve ammettere il rito della Chiesa romana, in forza del
quale una parte del canone e le parole della consacrazione vengono dette a bassa
voce; o che la Messa si deve celebrare soltanto in lingua volgare»13. Nondimeno,
se da una parte proibì l'uso della lingua parlata nella Messa dall' altra ordinò
ai pastori di supplirvi con un' opportuna catechesi: «Perché il gregge di Cristo
non soffra la fame... il santo Concilio ordina ai pastori e a tutti quelli che
hanno cura d'anime di soffermarsi frequentemente, nel corso della celebrazione
della Messa, o personalmente o per mezzo di altri, su questo o quel testo della
Messa, e di spiegare, tra le altre cose, il mistero di questo santissimo
Sacrificio specialmente nelle domeniche e nei giorni festivi»14.
12.
Convocato perché la Chiesa adattasse ai nostri tempi i compiti della sua
missione apostolica, il Concilio Vaticano II ha, come quello di Trento,
esaminato profondamente la natura didattica e pastorale della Liturgia15. E
poiché non v'è ormai nessun cattolico che neghi la legittimità e l'efficacia del
rito compiuto in lingua latina, il Concilio ha ammesso senza difficoltà che
«l'uso della lingua parlata può riuscire spesso di grande utilità per il popolo»
e l'ha quindi autorizzatal6. L'entusiasmo con cui questa decisione è stata
dovunque accolta, ha portato, sotto la guida dei Vescovi e della stessa Sede
Apostolica, alla concessione che tutte le celebrazioni liturgiche con
partecipazione di popolo si possono fare in lingua viva, per rendere più facile
la piena intelligenza del mistero celebrato.
13. Tuttavia, poiché l'uso
della lingua parlata nella sacra Liturgia è soltanto uno strumento, anche se
molto importante, per esprimere più chiaramente la catechesi del mistero
contenuto nella celebrazione, il Concilio Vaticano II ha insistito perché si
mettessero in pratica certe prescrizioni del Concilio di Trento che non erano
state dovunque osservate, come il dovere di fare l'omelia nelle domeniche e nei
giorni festivi17; e la possibilità di intercalare ai riti determinate
monizioni18. Soprattutto, però, il Concilio Vaticano II, nel consigliare «quella
partecipazione perfetta alla Messa, per la quale i fedeli, dopo la Comunione del
sacerdote, ricevono il Corpo del Signore dal medesimo sacrificio»19, ha portato
al compimento di un altro voto dei Padri tridentini, che, cioè, per partecipare
più pienamente all'Eucaristia, «nelle singole Messe i presenti si comunicassero
non solo con l'intimo fervore dell'anima, ma anche con la recezione sacramentale
dell'Eucaristia»20.
14. Mosso dal medesimo spirito e dallo stesso zelo
pastorale, il Concilio Vaticano II ha potuto riesaminare le decisioni di Trento
a proposito della Comunione sotto le due specie. Poiché attualmente nessuno
mette in dubbio i principi dottrinali sul pieno valore della Comunione sotto la
sola specie del pane, il Concilio ha permesso in alcuni casi la Comunione sotto
le due specie, con la quale, grazie alla forma più chiara del segno
sacramentale, si ha modo di penetrare più profondamente il mistero al quale i
fedeli partecipano21.
15. In questo modo, mentre la Chiesa rimane fedele
al suo compito di maestra di verità, conservando «le cose vecchie» cioè il
deposito della tradizione, assolve pure il suo compito di esaminare e adottare
con prudenza «le cose nuove» (Cf. Mt 13,52). Una parte del nuovo Messale adegua
più visibilmente le preghiere della Chiesa ai bisogni del nostro tempo. Tali
sono specialmente le Messe rituali e quelle per varie necessità, nelle quali si
fondono felicemente tradizione e novità. Pertanto, mentre sono rimaste intatte
molte espressioni attinte alla più antica tradizione della Chiesa e rese
familiari dallo stesso Messale Romano nelle sue varie edizioni, molte altre sono
state adattate alle esigenze e alle condizioni attuali. Altre infine, come le
orazioni per la Chiesa, per i laici, per la santificazione del lavoro umano, per
l'unione di tutti i popoli e per certe necessità proprie del nostro tempo, sono
state interamente composte ex novo, traendo i pensieri e spesso anche i termini
dai recenti documenti conciliari.
Così pure, in vista di una presa di
coscienza della situazione nuova del mondo contemporaneo, è sembrato che non si
recasse offesa alcuna al venerabile tesoro della tradizione, modificando alcune
espressioni dei testi antichi, allo scopo di meglio armonizzare la lingua con
quella della teologia attuale e perché esprimessero in verità la presente
situazione della disciplina della Chiesa. Per questo motivo sono stati cambiati
alcuni modi di esprimersi, che risentivano di una certa mentalità sull'
apprezzamento e sull'uso dei beni terrestri, e altri ancora che mettevano in
rilievo una forma di penitenza esteriore propria della Chiesa di altri
tempi.
Le norme liturgiche del Concilio di Trento sono state, dunque, su
molti punti, completate e integrate dalle norme del Concilio Vaticano II; il
Concilio ha così condotto a termine gli sforzi fatti per accostare i fedeli alla
Liturgia, sforzi condotti per quattro secoli e con più intensità in un' epoca
recente, grazie soprattutto allo zelo liturgico promosso da san Pio X e dai suoi
successori.
1 CONC. ECUM. TRIDENTINO, Sess. XXII, 17 settembre
1562, Denz.-Schönm. 1738-1759.
2 CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla
sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 47; Costituzione dogmatica sulla
Chiesa, Lumen Gentium, nn. 3,28; Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale,
Presbyterorum Ordinis, nn. 2,4, 5.
3 Messa vespertina «Nella Cena del
Signore», orazione sulle offerte. Cf. Sacramentarium Veronense, ed. L. C.
Mohlberg, n. 93.
4 Cf. Preghiera eucaristica III.
5 Cf. Preghiera
eucaristica IV.
6 CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, nn. 7, 47; Decreto sulla vita e sul ministero
sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, nn. 5, 18.
7 Cf. Pio XII, Lett. enc.
Humani generis, 12 agosto 1950: AAS 42 (1950) 570-571; PAOLO VI, Lett. enc.
Mysterium fidei, 3 settembre 1965: AAS 57 (1965) 762-769; Solenne professione di
fede, 3 giugno 1968, nn. 24-26: AAS 60 (1968) 442-443; SACRA CONGREGAZIONE DEI
RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, nn. 3f, 9: AAS 59
(1967) 543, 547.
8 CONC. ECUM. TRIDENTINO, Sess. XIII, 11 ottobre 1551,
Denz.-Schönm. 1635-1661.
9 CONC. ECUM. VATICANO II, Decreto sulla vita e sul
ministero sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, n. 2.
l0 CONC. ECUM. VATICANO
II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 11.
11
lbidem, n. 50.
12 CONC. ECUM. TRIDENTINO, Sess. XXII, Dottrina sul santissimo
sacrificio della Messa, cap. 8, Denz.-Schönn 1749.
13 lbidem, can. 9,
Denz.-Schönm. 1759.
14 lbidem, cap. 8, Denz.-Schönm. 1749.
15 CONC. ECUM.
VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n.
33.
16 lbidem, n. 36.
17 Cf. ibidem, n. 52.
18 Cf. ibidem, n. 35, §
3.
19 Ibidem, n. 55.
20 CONC. ECUM. TRIDENTINO, Sess. XXII, Dottrina sul
santissimo sacrificio della Messa, cap. 6, Denz.-Schönm. 1747.
21 Cf. Conc.
ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n.
55.
Capitolo I
IMPORTANZA E DIGNITÁ
DELLA
CELEBRAZIONE EUCARISTICA
16. La celebrazione della
Messa, in quanto azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato,
costituisce il centro di tutta la vita cristiana per la Chiesa universale, per
quella locale, e per i singoli fedeli22. Nella Messa, infatti, si ha il culmine
sia dell'azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli
uomini rendono al Padre, adorandolo per mezzo di Cristo Figlio di Dio nello
Spirito Santo23. In essa inoltre la Chiesa commemora, nel corso dell'anno, i
misteri della redenzione, in modo da renderli in certo modo presenti24. Tutte le
altre azioni sacre e ogni attività della vita cristiana sono in stretta
relazione con la Messa, da essa derivano e ad essa sono ordinate25.
17. È
perciò di somma importanza che la celebrazione della Messa, o Cena del Signore,
sia ordinata in modo tale che i sacri ministri e i fedeli, partecipandovi
ciascuno secondo il proprio ordine e grado, traggano abbondanza di quei
frutti26, per il conseguimento dei quali Cristo Signore ha istituito il
sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue e lo ha affidato, come
memoriale della sua passione e risurrezione, alla Chiesa, sua dilettissima
sposa27.
18. Si potrà ottenere davvero questo risultato, se, tenuto conto
della natura e delle altre caratteristiche di ogni assemblea liturgica, tutta la
celebrazione verrà ordinata in modo tale da portare i fedeli a una
partecipazione consapevole, attiva e piena, esteriore e interiore, ardente di
fede, speranza e carità; partecipazione vivamente desiderata dalla Chiesa e
richiesta dalla natura stessa della celebrazione, e alla quale il popolo
cristiano ha diritto e dovere in forza del battesimo28.
19. Non sempre si
possono avere la presenza e l'attiva partecipazione dei fedeli, che manifestano
più chiaramente la natura ecclesiale della celebrazione29. Sempre però la
celebrazione eucaristica ha l'efficacia e la dignità che le sono proprie, in
quanto è azione di Cristo e della Chiesa, nella quale il sacerdote compie il suo
ministero specifico e agisce sempre per la salvezza del popolo.
Perciò a lui
si raccomanda di celebrare anche ogni giorno, avendone la possibilità, il
sacrificio eucaristico30.
20. Poiché inoltre la celebrazione
dell'Eucaristia, come tutta la Liturgia, si compie per mezzo di segni sensibili,
mediante i quali la fede si alimenta, s'irrobustisce e si esprime31, si deve
avere la massima cura nello scegliere e nel disporre quelle forme e quegli
elementi che la Chiesa propone, e che, considerate le circostanze di persone e
di luoghi, possono favorire più intensamente la partecipazione attiva e piena, e
rispondere più adeguatamente al bene spirituale dei fedeli.
21. Pertanto
questo Ordinamento si propone di esporre i principi generali per lo svolgimento
della celebrazione dell'Eucaristia, e di presentare le norme per regolare le
singole forme di celebrazione32.
22. Ora, nella Chiesa particolare, la
celebrazione dell'Eucaristia è l'atto più importante.
Il Vescovo diocesano
infatti, primo dispensatore dei misteri di Dio nella Chiesa particolare a lui
affidata, è la guida, il promotore e il custode di tutta la vita liturgica33.
Nelle celebrazioni che si compiono sotto la sua presidenza, soprattutto in
quella eucaristica, celebrata con la partecipazione del presbiterio, dei diaconi
e del popolo, si manifesta il mistero della Chiesa. Perciò questo tipo di
celebrazione eucaristica deve fungere da modello per tutta la diocesi.
Deve
essere quindi impegno del Vescovo fare in modo che i presbiteri, i diaconi e i
fedeli comprendano sempre più il senso autentico dei riti e dei testi liturgici
e così siano condotti ad una attiva e fruttuosa celebrazione dell'Eucaristia.
Allo stesso fine presti attenzione perché cresca la dignità delle medesime
celebrazioni. A questo scopo risulta di grande importanza promuovere la cura per
la bellezza del luogo sacro, della musica e dell'arte.
23. Inoltre,
perché la celebrazione corrisponda maggiormente alle norme e allo spirito della
sacra Liturgia e se ne avvantaggi l'efficacia pastorale, in questo Ordinamento
generale e nel Rito della Messa vengono esposti le scelte e gli adattamenti
possibili.
24. Questi adattamenti, che per lo più consistono nella scelta
di alcuni riti o testi, cioè di canti, letture, orazioni, monizioni e gesti che
siano più rispondenti alle necessità, alla preparazione e alla capacità di
comprensione dei partecipanti, spettano al sacerdote celebrante. Tuttavia, il
sacerdote ricordi di essere il servitore della sacra Liturgia e che nella
celebrazione della Messa a lui non è consentito aggiungere, togliere o mutare
nulla a proprio piacimento34.
25. Inoltre, nel Messale, a suo luogo (Cf.
nn. 387, 388-393) sono indicati alcuni adattamenti che, secondo la Costituzione
sulla sacra Liturgia, competono rispettivamente al Vescovo diocesano o alla
Conferenza Episcopale35.
26. Per quanto riguarda le variazioni e gli
adattamenti più profondi, rispondenti alle tradizioni e alla cultura di popoli e
regioni, e da introdurre per utilità o necessità secondo l'art. 40 della
Costituzione sulla sacra Liturgia, si osservi quanto è stabilito nell'Istruzione
«Liturgia Romana e inculturazione»36 e ai numeri 395-399 del presente
documento.
22 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla
sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 41; Costituzione dogmatica sulla
Chiesa, Lumen Gentium, n. 11; Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale,
Presbyterorum Ordinis, nn. 2, 5, 6; Decreto sull'ufficio pastorale dei Vescovi,
Christus Dominus, n. 30; Decreto sull'ecumenismo, Unitatis redintegratio, n. 15;
SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio
1967, nn. 3e, 6: AAS 59 (1967) 542, 544-545.
23 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II,
Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. l0.
24 Cf.
ibidem, n. 102.
25 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra
Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. l0; Decreto sulla vita e sul ministero
sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, n. 5.
26 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II,
Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, nn. 14,
19,26,28,30.
27 Cf. ibidem, n. 47.
28 Cf. ibidem, n. 14.
29 Cf. ibidem,
n. 41.
30 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Decreto sulla vita e sul ministero
sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, n. 13; CIC, can. 904.
31 Cf. CONC. ECUM.
VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n.
59.
32 Per la celebrazione della Messa in situazioni particolari si osservi
quanto stabilito: per le Messe nei gruppi particolari cf. SACRA CONGREGAZIONE
PER IL CULTO DIVINO, Istruzione Actio pastoralis, 15 maggio 1969: AAS 61 (1969)
806-811; per le Messe con i fanciulli cf. Direttorio delle Messe con ifanciulli,
l novembre 1973: AAS 66 (1974) 30-46; sul modo di unire le Ore dell'Ufficio con
la Messa cf. Principi e norme per la Liturgia delle Ore, nn. 93-98; sul modo di
unire alcune benedizioni e l'incoronazione dell'immagine della beata Vergine
Maria con la Messa cf. RITUALE ROMANO, Benedizionale, Premesse generali, n. 28;
RITUALE ROMANO, Rito per l'incoronazione dell'immagine della beata Vergine
Maria, nn. 10, 14.
33 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Decreto sull'ufficio
pastorale dei Vescovi, Christus Dominus, n. 14; Costituzione sulla sacra
Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 41.
34 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II,
Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 22.
35 Cf.
CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum
Concilium, n. 38; PAOLO VI, Cost. Ap. Missale Romanum, 3 aprile 1969.
36
CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione
Varietates legitimae, 25 gennaio 1994: AAS 87 (1995)
288-314.
Capitolo II
STRUTTURA, ELEMENTI
E PARTI DELLA MESSA
I. STRUTTURA GENERALE DELLA
MESSA
27. Nella Messa o Cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a
riunirsi insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di
Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio
eucaristico37. Per questo raduno locale della santa Chiesa vale perciò in modo
eminente la promessa di Cristo: «Là dove sono due o tre radunati nel mio nome,
io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Infatti nella celebrazione della Messa,
nella quale si perpetua il sacrificio della croce38, Cristo è realmente presente
nell'assemblea riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola
e in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche39.
28. La
Messa è costituita da due parti, la «Liturgia della Parola» e la «Liturgia
eucaristica»; esse sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico
atto di culto40. Nella Messa, infatti, viene imbandita tanto la mensa della
parola di Dio quanto la mensa del Corpo di Cristo, e i fedeli ne ricevono
istruzione e ristoro41. Ci sono inoltre alcuni riti che iniziano e altri che
concludono la celebrazione.
II. I DIVERSI ELEMENTI DELLA
MESSA
Lettura della parola di Dio e sua spiegazione
29. Quando
nella Chiesa si legge la sacra Scrittura, Dio stesso parla al suo popolo e
Cristo, presente nella sua parola, annunzia il Vangelo.
Per questo tutti
devono ascoltare con venerazione le letture della parola di Dio, che
costituiscono un elemento importantissimo della Liturgia. E benché la parola di
Dio nelle letture della sacra Scrittura sia rivolta a tutti gli uomini di ogni
epoca e sia da essi intelligibile, tuttavia una sua più piena comprensione ed
efficacia viene favorita da un'esposizione viva e attuale, cioè dall'omelia, che
è parte dell'azione liturgica42.
Le orazioni e le altre parti che
spettano al sacerdote
30. Tra le parti proprie del sacerdote, occupa il
primo posto la Preghiera eucaristica, culmine di tutta la celebrazione. Seguono
poi le orazioni, cioè: l'orazione di inizio (o colletta), l'orazione sulle
offerte e l'orazione dopo la Comunione. Queste preghiere, dette dal sacerdote
nella sua qualità di presidente dell'assemblea nella persona di Cristo, sono
rivolte a Dio a nome dell'intero popolo santo e di tutti i presenti43. Perciò
giustamente si chiamano «orazioni presidenziali».
31. Spetta ugualmente
al sacerdote, per il suo ufficio di presidente dell'assemblea radunata,
formulare alcune monizioni previste nel rito medesimo. Quando è previsto dalle
rubriche, al celebrante è permesso adattarle in parte affinché rispondano alla
comprensione dei partecipanti. Tuttavia il sacerdote faccia in modo di
conservare sempre il senso della monizione proposta nel Messale e la esprima con
poche parole. Così pure spetta al sacerdote che presiede guidare la
proclamazione della parola di Dio e impartire la benedizione finale. Egli può
inoltre intervenire con brevissime parole, per introdurre i fedeli alla Messa
del giorno, dopo il saluto iniziale e prima dell' atto penitenziale; alla
Liturgia della Parola, prima delle letture; alla Preghiera eucaristica, prima di
iniziare il prefazio, naturalmente mai nel corso della Preghiera stessa; prima
del congedo, per concludere l'intera azione sacra.
32. La natura delle
parti «presidenziali» esige che esse siano proferite a voce alta e chiara e che
siano ascoltate da tutti con attenzione44. Perciò, mentre il sacerdote le dice,
non si devono sovrapporre altre orazioni o canti, e l'organo e altri strumenti
musicali devono tacere.
33. Il sacerdote infatti, in quanto presidente,
formula le preghiere a nome della Chiesa e della comunità riunita, talvolta
invece anche a titolo personale, per poter compiere il proprio ministero con
maggior attenzione e pietà. Tali preghiere, che sono proposte prima della
proclamazione del Vangelo, alla preparazione dei doni, prima e dopo la Comunione
del sacerdote, si dicono sottovoce.
Altre formule che ricorrono nella
celebrazione
34. Poiché la celebrazione della Messa, per sua natura, ha
carattere «comunitario»45, grande rilievo assumono i dialoghi tra il sacerdote e
i fedeli riuniti e le acclamazioni46. Infatti questi elementi non sono soltanto
segni esteriori della celebrazione comunitaria, ma favoriscono e realizzano la
comunione tra il sacerdote e il popolo.
35. Le acclamazioni e le risposte
dei fedeli al saluto del sacerdote e alle orazioni, costituiscono quel grado di
partecipazione attiva che i fedeli riuniti devono porre in atto in ogni forma di
Messa, per esprimere e ravvivare l'azione di tutta la comunità47.
36.
Altre parti, assai utili per manifestare e favorire la partecipazione attiva dei
fedeli, spettano all'intera assemblea convocata; sono soprattutto l'atto
penitenziale, la professione di fede, la preghiera universale (detta anche
preghiera dei fedeli) e la preghiera del Signore (cioè il Padre
nostro).
37. Infine, tra le altre formule:
a) alcune costituiscono un
rito o un atto a sé stante, come l'inno Gloria, il salmo responsoriale,
l'Alleluia e il versetto prima del Vangelo (canto al Vangelo), il Santo,
l'acclamazione dell'anamnesi e il canto dopo la Comunione;
b) altre, invece,
accompagnano qualche rito, come i canti d'ingresso, di offertorio, quelli che
accompagnano la frazione del pane (Agnello di Dio) e la Comunione.
Il
modo di proclamare i vari testi
38. Nei testi che devono essere
pronunziati a voce alta e chiara dal sacerdote, dal diacono, dal lettore o da
tutti, la voce deve corrispondere al genere del testo, secondo che si tratti di
una lettura, di un'orazione, di una monizione, di un'acclamazione, di un canto;
deve anche corrispondere alla forma di celebrazione e alla solennità della
riunione liturgica. Inoltre si tenga conto delle caratteristiche delle diverse
lingue e della cultura specifica di ogni popolo.
Nelle rubriche e nelle norme
che seguono, le parole «dire» oppure «proclamare» devono essere intese in
riferimento sia al canto che alla recita, tenuto conto dei principi sopra
esposti.
Importanza del canto
39. I fedeli, che si radunano
nell'attesa della venuta del loro Signore, sono esortati dall'apostolo a cantare
insieme salmi, inni e cantici spirituali (Cf. Col 3,16). Infatti il canto è
segno della gioia del cuore (Cf. At 2,46). Perciò dice molto bene sant'
Agostino: «Il cantare è proprio di chi ama»48, e già dall'antichità si formò il
detto: «Chi canta bene, prega due volte».
40. Nella celebrazione della
Messa si dia quindi grande importanza al canto, ponendo attenzione alla
diversità culturale delle popolazioni e alle possibilità di ciascuna assemblea
liturgica. Anche se non è sempre necessario, per esempio nelle Messe feriali,
cantare tutti i testi che per loro natura sono destinati al canto, si deve
comunque fare in modo che non manchi il canto dei ministri e del popolo nelle
celebrazioni domenicali e nelle feste di precetto.
Nella scelta delle parti
destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e
soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal
lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo
insieme49.
41. A parità di condizioni, si dia la preferenza al canto
gregoriano, in quanto proprio della Liturgia romana. Gli altri generi di musica
sacra, specialmente la polifonia, non sono affatto da escludere, purché
rispondano allo spirito dell'azione liturgica e favoriscano la partecipazione di
tutti i fedeli50.
Poiché sono sempre più frequenti le riunioni di fedeli di
diverse nazionalità, è opportuno che sappiano cantare insieme, in lingua latina,
e nelle melodie più facili, almeno le parti dell'ordinario della Messa,
specialmente il simbolo della fede e la preghiera del
Signore51.
Gesti e atteggiamenti del corpo
42. I gesti e
l'atteggiamento del corpo sia del sacerdote, del diacono e dei ministri, sia del
popolo devono tendere a far sì che tutta la celebrazione risplenda per decoro e
per nobile semplicità, che si colga il vero e pieno significato delle sue
diverse parti e si favorisca la partecipazione di tutti52. Si dovrà prestare
attenzione affinché le norme, stabilite da questo Ordinamento generale e dalla
prassi secolare del Rito romano, contribuiscano al bene spirituale comune del
popolo di Dio, più che al gusto personale o all'arbitrio.
L'atteggiamento
comune del corpo, da osservarsi da tutti i partecipanti, è segno dell'unità dei
membri della comunità cristiana riuniti per la sacra Liturgia: manifesta infatti
e favorisce l'intenzione e i sentimenti dell'animo di coloro che
partecipano.
43. I fedeli stiano in piedi dall'inizio del canto di
ingresso, o mentre il sacerdote si reca all'altare, fino alla conclusione
dell'orazione di inizio (o colletta), durante il canto dell' Alleluia prima del
Vangelo; durante la proclamazione del Vangelo; durante la professione di fede e
la preghiera universale (o preghiera dei fedeli); e ancora dall' invito Pregate
fratelli prima dell' orazione sulle offerte fino al termine della Messa, fatta
eccezione di quanto è detto in seguito.
Stiano invece seduti durante la
proclamazione delle letture prima del Vangelo e durante il salmo responsoriale;
all'omelia e durante la preparazione dei doni all'offertorio; se lo si ritiene
opportuno, durante il sacro silenzio dopo la Comunione.
S'inginocchino poi
alla consacrazione, a meno che lo impediscano lo stato di salute, la
ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli
motivi. Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione, facciano un profondo
inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione.
Spetta però
alle Conferenze Episcopali adattare i gesti e gli atteggiamenti del corpo,
descritti nel Rito della Messa, alla cultura e alle ragionevoli tradizioni dei
vari popoli secondo le norme del diritto53. Nondimeno si faccia in modo che tali
adattamenti corrispondano al senso e al carattere di ciascuna parte della
celebrazione. Dove vi è la consuetudine che il popolo rimanga in ginocchio dall'
acclamazione del Santo fino alla conclusione della Preghiera eucaristica e prima
della Comunione, quando il sacerdote dice Ecco l'Agnello di Dio, tale uso può
essere lodevolmente conservato.
Per ottenere l'uniformità nei gesti e negli
atteggiamenti del corpo in una stessa celebrazione, i fedeli seguano le
indicazioni che il diacono o un altro ministro laico o lo stesso sacerdote danno
secondo le norme stabilite nel Messale.
44. Fra i gesti sono comprese
anche le azioni e le processioni: quella del sacerdote che, insieme al diacono e
ai ministri, si reca all'altare; quella del diacono che porta all'ambone
l'Evangeliario o il Libro dei Vangeli prima della proclamazione del Vangelo;
quella con la quale i fedeli presentano i doni o si recano a ricevere la
Comunione. Conviene che tali azioni e processioni siano fatte in modo decoroso,
mentre si eseguono canti appropriati, secondo le norme stabilite per ognuna di
esse.
Il silenzio
45. Si deve anche osservare, a suo tempo, il
sacro silenzio, come parte della celebrazione54. La sua natura dipende dal
momento in cui ha luogo nelle singole celebrazioni. Così, durante l'atto
penitenziale e dopo l'invito alla preghiera, il silenzio aiuta il raccoglimento;
dopo la lettura o l'omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è
ascoltato; dopo la Comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e di
supplica.
Anche prima della stessa celebrazione è bene osservare il silenzio
in chiesa, in sagrestia, nel luogo dove si assumono i paramenti e nei locali
annessi, perché tutti possano prepararsi devotamente e nei giusti modi alla
sacra celebrazione.
III - LE SINGOLE PARTI DELLA MESSA
A)
RITI DI INTRODUZIONE
46. I riti che precedono la Liturgia della
Parola, cioè l'introito, il saluto, l'atto penitenziale, il Kyrie eleison, il
Gloria e l'orazione (o colletta), hanno un carattere di inizio, di introduzione
e di preparazione.
Scopo di questi riti è che i fedeli, riuniti insieme,
formino una comunità, e si dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio e a
celebrare degnamente l'Eucaristia.
In alcune celebrazioni, connesse con la
Messa secondo le norme dei libri liturgici, si omettono i riti iniziali o si
svolgono in maniera particolare.
L'introito
47. Quando il
popolo è radunato, mentre il sacerdote fa il suo ingresso con il diacono e i
ministri, si inizia il canto d'ingresso. La funzione propria di questo canto è
quella di dare inizio alla celebrazione, favorire l'unione dei fedeli riuniti,
introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività, e
accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri.
48. Il canto
viene eseguito alternativamente dalla schola e dal popolo, o dal cantore e dal
popolo, oppure tutto quanto dal popolo o dalla sola schola. Si può utilizzare
sia l'antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale romanum o nel
Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all'azione sacra, al carattere
del giorno o del tempo55, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza
Episcopale.
Se all'introito non ha luogo il canto, l'antifona proposta dal
Messale Romano viene letta o dai fedeli, o da alcuni di essi, o dal lettore, o
altrimenti dallo stesso sacerdote che può anche adattarla a modo di monizione
iniziale (Cf. n. 31).
Saluto all'altare e al popolo
radunato
49. Giunti in presbiterio, il sacerdote, il diacono e i ministri
salutano l'altare con un profondo inchino.
Quindi, in segno di venerazione,
il sacerdote e il diacono lo baciano e il sacerdote, secondo l'opportunità,
incensa la croce e l'altare.
50. Terminato il canto d'ingresso, il
sacerdote, stando in piedi alla sede, con tutta l'assemblea si segna col segno
di croce. Poi il sacerdote con il saluto annunzia alla comunità radunata la
presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano
il mistero della Chiesa radunata.
Salutato il popolo, il sacerdote, o il
diacono o un ministro laico, può fare una brevissima introduzione alla Messa del
giorno.
Atto penitenziale
51. Quindi il sacerdote invita
all'atto penitenziale, che, dopo una breve pausa di silenzio, viene compiuto da
tutta la comunità mediante una formula di confessione generale, e si conclude
con l'assoluzione del sacerdote, che tuttavia non ha lo stesso valore del
sacramento della Penitenza.
La domenica, specialmente nel tempo pasquale, in
circostanze particolari, si può sostituire il consueto atto penitenziale, con la
benedizione e l'aspersione dell' acqua in memoria del
Battesimo56.
Kyrie eleison
52. Dopo l'atto penitenziale ha
sempre luogo il Kyrie eleison, a meno che non sia già stato detto durante l'atto
penitenziale. Essendo un canto col quale i fedeli acclamano il Signore e
implorano la sua misericordia, di solito viene eseguito da tutti, in alternanza
tra il popolo e la schola o un cantore.
Ogni acclamazione viene ripetuta
normalmente due volte, senza escluderne tuttavia un numero maggiore, in
considerazione dell'indole delle diverse lingue o della composizione musicale o
di circostanze particolari. Quando il Kyrie eleison viene cantato come parte
dell' atto penitenziale, alle singole acclamazioni si fa precedere un
«tropo».
Gloria
53. Il Gloria è un inno antichissimo e
venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e
supplica Dio Padre e l'Agnello. Il testo di questo inno non può essere
sostituito con un altro. Viene iniziato dal sacerdote o, secondo l'opportunità,
dal cantore o dalla schola, ma viene cantato o da tutti simultaneamente o dal
popolo alternativamente con la schola, oppure dalla stessa schola. Se non lo si
canta, viene recitato da tutti, o insieme o da due cori che si alternano.
Lo
si canta o si recita nelle domeniche fuori del tempo di Avvento e Quaresima; e
inoltre nelle solennità e feste, e in celebrazioni di particolare
solennità.
Colletta
54. Poi il sacerdote invita il popolo a
pregare e tutti insieme con lui stanno per qualche momento in silenzio, per
prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e poter formulare nel cuore le
proprie intenzioni di preghiera. Quindi il sacerdote dice l'orazione, chiamata
comunemente «colletta», per mezzo della quale viene espresso il carattere della
celebrazione. Per antica tradizione della Chiesa, l'orazione colletta è
abitualmente rivolta a Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo57 e
termina con la conclusione trinitaria, cioè più lunga, in questo modo:
- se è
rivolta al Padre: Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e
vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei
secoli
- se è rivolta al Padre, ma verso la fine dell' orazione medesima si
fa menzione del Figlio: Egli è Dio e vive e regna con te, nell'unità dello
Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli
- se è rivolta al Figlio: Tu sei
Dio e vivi e regni con Dio Padre, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i
secoli dei secoli
Il popolo, unendosi alla preghiera, fa propria l'orazione
con l'acclamazione Amen
Nella Messa si dice sempre una sola colletta.
B)
LITURGIA DELLA PAROLA
55. Le letture scelte dalla sacra Scrittura con i
canti che le accompagnano costituiscono la parte principale della Liturgia della
Parola; l'omelia, la professione di fede e la preghiera universale o preghiera
dei fedeli sviluppano e concludono tale parte. Infatti nelle letture, che
vengono poi spiegate nell' omelia, Dio parla al suo popolo58, gli manifesta il
mistero della redenzione e della salvezza e offre un nutrimento spirituale;
Cristo stesso è presente, per mezzo della sua Parola, tra i fedeli 59. Il popolo
fa propria questa Parola divina con il silenzio e i canti, e vi aderisce con la
professione di fede. Così nutrito, prega nell' orazione universale per le
necessità di tutta la Chiesa e per la salvezza del mondo intero.
Il
silenzio
56. La Liturgia della Parola deve essere celebrata in modo da
favorire la meditazione; quindi si deve assolutamente evitare ogni forma di
fretta che impedisca il raccoglimento. In essa sono opportuni anche brevi
momenti di silenzio, adatti all'assemblea radunata, per mezzo dei quali, con
l'aiuto dello Spirito Santo, la parola di Dio venga accolta nel cuore e si
prepari la risposta con la preghiera. Questi momenti di silenzio si possono
osservare, ad esempio, prima che inizi la stessa Liturgia della Parola, dopo la
prima e la seconda lettura, e terminata l'omelia60.
Le letture
bibliche
57. Nelle letture viene preparata ai fedeli la mensa della
parola di Dio e vengono loro aperti i tesori della Bibbia61. Conviene quindi che
si osservi l'ordine delle letture bibliche, con il quale è messa meglio in luce
l'unità dei due Testamenti e della storia della salvezza; non è permesso quindi
sostituire con altri testi non biblici le letture e il salmo responsoriale, che
contengono la parola di Dio62.
58. Nella celebrazione della Messa con il
popolo, le letture si proclamano sempre dall' ambone.
59. Il compito di
proclamare le letture, secondo la tradizione, non è competenza specifica di
colui che presiede, ma di altri ministri. Le letture quindi siano proclamate da
un lettore, il Vangelo sia invece proclamato dal diacono o, in sua assenza, da
un altro sacerdote. Se non è presente un diacono o un altro sacerdote, lo stesso
sacerdote celebrante legga il Vangelo; e se manca un lettore idoneo, il
sacerdote celebrante proclami anche le altre letture.
Dopo le singole letture
il lettore pronuncia l'acclamazione, e il popolo riunito con la sua risposta dà
onore alla parola di Dio, accolta con fede e con animo grato.
60. La
lettura del Vangelo costituisce il culmine della Liturgia della Parola. La
stessa Liturgia insegna che si deve dare ad essa massima venerazione, poiché la
distingue dalle altre letture con particolare onore: sia da parte del ministro
incaricato di proclamarla, che si prepara con la benedizione o con la preghiera;
sia da parte dei fedeli, i quali con le acclamazioni riconoscono e professano
che Cristo è presente e parla a loro, e ascoltano la lettura stando in piedi;
sia per mezzo dei segni di venerazione che si rendono
all'Evangeliario.
Il Salmo responsoriale
61. Alla prima
lettura segue il salmo responsoriale, che è parte integrante della Liturgia
della Parola e che ha grande valore liturgico e pastorale, perché favorisce la
meditazione della parola di Dio.
Il salmo responsoriale deve corrispondere a
ciascuna lettura e deve essere preso normalmente dal Lezionario.
Conviene che
il salmo responsoriale si esegua con il canto, almeno per quanto riguarda la
risposta del popolo. Il salmista, quindi, o cantore del salmo canta o recita i
versetti del salmo all'ambone o in altro luogo adatto; tutta l'assemblea ascolta
restando seduta, e partecipa di solito con il ritornello, a meno che il salmo
non sia cantato o recitato per intero senza ritornello. Ma perché il popolo
possa più facilmente ripetere il ritornello, sono stati scelti alcuni testi
comuni di ritornelli e di salmi per i diversi tempi dell'anno e per le diverse
categorie di Santi. Questi testi si possono utilizzare al posto di quelli
corrispondenti alle letture ogni volta che il salmo viene cantato. Se il salmo
non può essere cantato, venga proclamato nel modo più adatto a favorire la
meditazione della parola di Dio.
Al posto del salmo assegnato nel Lezionario
si può cantare o.il responsorio graduale tratto dal Graduale romanum, oppure un
salmo responsoriale o alleluiatico dal Graduale simplex, così come sono indicati
nei rispettivi libri.
L'acclamazione prima della lettura del
Vangelo
62. Dopo la lettura che precede immediatamente il Vangelo, si
canta l' Alleluia o un altro canto stabilito dalle rubriche, come richiede il
tempo liturgico. Tale acclamazione costituisce un rito o atto a sé stante, con
il quale l'assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per parlare
nel Vangelo e con il canto manifesta la propria fede. Viene cantato da tutti
stando in piedi, sotto la guida della schola o del cantore, e se il caso lo
richiede, si ripete; il versetto invece viene cantato dalla schola o dal
cantore.
a) L'Alleluia si canta in qualsiasi tempo, tranne in Quaresima. I
versetti si scelgono dal Lezionario oppure dal Graduale.
b) In tempo di
Quaresima, al posto dell'Alleluia si canta il versetto posto nel Lezionario
prima del Vangelo. Si può anche cantare un altro salmo o tratto, come si trova
nel Graduale.
63. Quando vi è una sola lettura prima del Vangelo:
a)
nel tempo in cui si canta l'Alleluia, si può utilizzare o il salmo alleluiatico,
oppure il salmo e l'Alleluia con il suo versetto,
b) nel tempo in cui non si
canta l'Alleluia, si può eseguire o il salmo e il versetto prima del Vangelo o
il salmo soltanto.
c) l'Alleluia e il versetto prima del Vangelo, se non si
cantano, si possono tralasciare.
64. La Sequenza, che, tranne nei giorni di
Pasqua e Pentecoste, è facoltativa, si canta prima
dell'Alleluia.
L'omelia
65. L'omelia fa parte della liturgia
ed è vivamente raccomandata63: è infatti necessaria per alimentare la vita
cristiana. Essa deve consistere nella spiegazione o di qualche aspetto delle
letture della sacra Scrittura, o di un altro testo dell' Ordinario o del Proprio
della Messa del giorno, tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia
delle particolari necessità di chi ascolta64.
66. L'omelia di solito sia
tenuta personalmente dal sacerdote celebrante. Talvolta, potrà essere da lui
affidata a un sacerdote concelebrante e, secondo l'opportunità, anche al
diacono; mai però a un laico65. In casi particolari e per un giusto motivo
l'omelia può essere tenuta anche dal Vescovo o da un presbitero che partecipa
alla celebrazione anche se non può concelebrare.
Nelle domeniche e nelle
feste di precetto l'omelia si deve tenere e non può essere omessa se non per un
grave motivo in tutte le Messe con partecipazione di popolo. Negli altri giorni
è raccomandata, specialmente nelle ferie di Avvento, di Quaresima e del tempo
pasquale; così pure nelle altre feste e circostanze nelle quali è più numeroso
il concorso del popolo alla chiesa66.
È opportuno, dopo l'omelia, osservare
un breve momento di silenzio.
La professione di fede
67. Il
simbolo, o professione di fede, ha come fine che tutto il popolo riunito
risponda alla parola di Dio, proclamata nella lettura della sacra Scrittura e
spiegata nell'omelia; e perché, recitando la regola della fede, con una formula
approvata per l'uso liturgico, torni a meditare e professi i grandi misteri
della fede, prima della loro celebrazione nell' Eucaristia.
68. Il
simbolo deve essere cantato o recitato dal sacerdote insieme con il popolo nelle
domeniche e nelle solennità; si può dire anche in particolari celebrazioni più
solenni.
Se si proclama in canto, viene intonato dal sacerdote o, secondo
l'opportunità, dal cantore o dalla schola; ma viene cantato da tutti insieme o
dal popolo alternativamente con la schola.
Se non si canta, viene recitato da
tutti insieme o a cori alterni.
La preghiera universale
69.
Nella preghiera universale, o preghiera dei fedeli, il popolo risponde in certo
modo alla parola di Dio accolta con fede e, esercitando il proprio sacerdozio
battesimale, offre a Dio preghiere per la salvezza di tutti. È conveniente che
nelle Messe con partecipazione di popolo vi sia normalmente questa preghiera,
nella quale si elevino suppliche per la santa Chiesa, per i governanti, per
coloro che portano il peso di varie necessità, per tutti gli uomini e per la
salvezza di tutto il mondo67.
70. La successione delle intenzioni sia
ordinariamente questa:
a) per le necessità della Chiesa;
b) per i
governanti e per la salvezza di tutto il mondo;
c) per quelli che si trovano
in difficoltà;
d) per la comunità locale.
Tuttavia in qualche celebrazione
particolare, per esempio nella Confermazione, nel Matrimonio, nelle Esequie, la
successione delle intenzioni può venire adattata maggiormente alla circostanza
particolare.
71. Spetta al sacerdote celebrante guidare dalla sede la
preghiera. Egli la introduce con una breve monizione, per invitare i fedeli a
pregare, e la conclude con un' orazione. Le intenzioni che vengono proposte
siano sobrie, formulate con una sapiente libertà e con poche parole, ed
esprimano le intenzioni di tutta la comunità. Le intenzioni si leggono dall'
ambone o da altro luogo conveniente, da parte del diacono o del cantore o del
lettore o da un fedele laico68.
Il popolo invece, stando in piedi, esprime la
sua supplica con una invocazione comune dopo la formulazione di ogni singola
intenzione, oppure pregando in silenzio.
C) LITURGIA
EUCARISTICA
72. Nell'ultima Cena Cristo istituì il sacrificio e convito
pasquale per mezzo del quale è reso continuamente presente nella Chiesa il
sacrificio della croce, allorché il sacerdote, che rappresenta Cristo Signore,
compie ciò che il Signore stesso fece e affidò ai discepoli, perché lo facessero
in memoria di lui69.
Cristo infatti prese il pane e il calice, rese grazie,
spezzò il pane e li diede ai suoi discepoli, dicendo: «Prendete, mangiate,
bevete; questo è il mio Corpo; questo è il calice del mio Sangue. Fate questo in
memoria di me». Perciò la Chiesa ha disposto tutta la celebrazione della
Liturgia eucaristica in vari momenti, che corrispondono a queste parole e gesti
di Cristo. Infatti:
1) Nella preparazione dei doni, vengono portati
all'altare pane e vino con acqua, cioè gli stessi elementi che Cristo prese tra
le sue mani.
2) Nella Preghiera eucaristica si rendono grazie a Dio per tutta
l'opera della salvezza, e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di
Cristo.
3) Mediante la frazione del pane e per mezzo della Comunione i
fedeli, benché molti, si cibano del Corpo del Signore dall'unico pane e ricevono
il suo Sangue dall'unico calice, allo stesso modo con il quale gli Apostoli li
hanno ricevuti dalle mani di Cristo stesso.
La preparazione dei
doni
73. All'inizio della Liturgia eucaristica si portano all'altare i
doni, che diventeranno il Corpo e il Sangue di Cristo.
Prima di tutto si
prepara l'altare, o mensa del Signore, che è il centro di tutta la Liturgia
eucaristica70, ponendovi sopra il corporale, il purificatoio, il Messale e il
calice, se non viene preparato alla credenza.
Poi si portano le offerte: è
bene che i fedeli presentino il pane e il vino; il sacerdote, o il diacono, li
riceve in luogo opportuno e adatto e li depone sull' altare. Quantunque i fedeli
non portino più, come un tempo, il loro proprio pane e vino destinati alla
Liturgia, tuttavia il rito della presentazione di questi doni conserva il suo
valore e il suo significato spirituale.
Si possono anche fare offerte in
denaro, o presentare altri doni per i poveri o per la Chiesa, portati dai fedeli
o raccolti in chiesa. Essi vengono deposti in luogo adatto, fuori della mensa
eucaristica.
74. Il canto all'offertorio (Cf. n. 37, b) accompagna la
processione con la quale si portano i doni; esso si protrae almeno fino a quando
i doni sono stati deposti sull'altare. Le norme che regolano questo canto sono
le stesse previste per il canto d'ingresso (Cf. n. 48).
È sempre possibile
accompagnare con il canto i riti offertoriali, anche se non si svolge la
processione con i doni.
75. Il sacerdote depone il pane e il vino
sull'altare pronunciando le formule prescritte; egli può incensare i doni posti
sull'altare, quindi la croce e lo stesso altare, per significare che l'offerta
della Chiesa e la sua preghiera si innalzano come incenso al cospetto di Dio.
Dopo l'incensazione dei doni e dell'altare, anche il sacerdote, in ragione del
sacro ministero, e il popolo, per la sua dignità battesimale, possono ricevere
l'incensazione dal diacono o da un altro ministro.
76. Quindi il
sacerdote si lava le mani a lato dell'altare; con questo rito si esprime il
desiderio di purificazione interiore.
L'orazione sulle
offerte
77. Deposte le offerte sull'altare e compiuti i riti che
accompagnano questo gesto, il sacerdote invita i fedeli a unirsi a lui nella
preghiera e pronunzia l'orazione sulle offerte: si conclude così la preparazione
dei doni e ci si prepara alla Preghiera eucaristica.
Nella Messa si dice
un'unica orazione sulle offerte, che si conclude con la formula breve: Per
Cristo nostro Signore; se invece essa termina con la menzione del Figlio: Egli
vive e regna nei secoli dei secoli.
Il popolo, unendosi alla preghiera, fa
propria l'orazione con l'acclamazione Amen.
La Preghiera
eucaristica
78. A questo punto ha inizio il momento centrale e culminante
dell'intera celebrazione, la Preghiera eucaristica, ossia la preghiera di azione
di grazie e di santificazione. Il sacerdote invita il popolo a innalzare il
cuore verso il Signore nella preghiera e nell'azione di grazie, e lo associa a
sé nella solenne preghiera, che egli, a nome di tutta la comunità, rivolge a Dio
Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo. Il significato di questa
Preghiera è che tutta l'assemblea dei fedeli si unisca insieme con Cristo nel
magnificare le grandi opere di Dio e nell' offrire il sacrificio. La Preghiera
eucaristica esige che tutti l'ascoltino con riverenza e silenzio.
79. Gli
elementi principali di cui consta la Preghiera eucaristica si possono
distinguere come segue:
a) L'azione di grazie (che si esprime particolarmente
nel prefazio): il sacerdote, a nome di tutto il popolo santo, glorifica Dio
Padre e gli rende grazie per tutta l'opera della salvezza o per qualche suo
aspetto particolare, a seconda della diversità del giorno, della festa o del
Tempo.
b) L'acclamazione: tutta l'assemblea, unendosi alle creature celesti,
canta il Santo. Questa acclamazione, che fa parte della Preghiera eucaristica, è
proclamata da tutto il popolo col sacerdote.
c) L'epiclesi: la Chiesa implora
con speciali invocazioni la potenza dello Spirito Santo, perché i doni offerti
dagli uomini siano consacrati, cioè diventino il Corpo e il Sangue di Cristo, e
perché la vittima immacolata, che si riceve nella Comunione, giovi per la
salvezza di coloro che vi parteciperanno.
d) Il racconto dell'istituzione e
la consacrazione: mediante le parole e i gesti di Cristo, si compie il
sacrificio che Cristo stesso istituì nell'ultima Cena, quando offrì il suo Corpo
e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, li diede a mangiare e a
bere agli Apostoli e lasciò loro il mandato di perpetuare questo mistero.
e)
L'anamnesi: la Chiesa, adempiendo il comando ricevuto da Cristo Signore per
mezzo degli Apostoli, celebra il memoriale di Cristo, commemorando specialmente
la sua beata passione, la gloriosa risurrezione e l'ascensione al cielo.
f)
L'offerta: nel corso di questo stesso memoriale la Chiesa, in modo particolare
quella radunata in quel momento e in quel luogo, offre al Padre nello Spirito
Santo la vittima immacolata. La Chiesa desidera che i fedeli non solo offrano la
vittima immacolata, ma imparino anche ad offrire se stessi71 e così portino a
compimento ogni giorno di più, per mezzo di Cristo Mediatore, la loro unione con
Dio e con i fratelli, perché finalmente Dio sia tutto in tutti72.
g) Le
intercessioni: con esse si esprime che l'Eucaristia viene celebrata in Comunione
con tutta la Chiesa, sia celeste che terrena, e che l'offerta è fatta per essa e
per tutti i suoi membri, vivi e defunti, i quali sono stati chiamati a
partecipare alla redenzione e alla salvezza ottenuta per mezzo del Corpo e del
Sangue di Cristo.
h) La dossologia finale: con essa si esprime la
glorificazione di Dio; viene ratificata e conclusa con l'acclamazione del
popolo: Amen.
Riti di Comunione
80. Poiché la celebrazione
eucaristica è un convito pasquale, conviene che, secondo il comando del Signore,
i fedeli ben disposti ricevano il suo Corpo e il suo Sangue come cibo
spirituale. A questo mirano la frazione del pane e gli altri riti preparatori,
che dispongono immediatamente i fedeli alla Comunione.
Preghiera del
Signore
81. Nella Preghiera del Signore si chiede il pane quotidiano, nel
quale i cristiani scorgono un particolare riferimento al pane eucaristico, e si
implora la purificazione dai peccati, così che realmente i santi doni vengano
dati ai santi. Il sacerdote rivolge l'invito alla preghiera, che tutti i fedeli
dicono insieme con lui; ma soltanto il sacerdote vi aggiunge l'embolismo, che il
popolo conclude con la dossologia. L'embolismo, sviluppando l'ultima domanda
della preghiera del Signore, chiede per tutta la comunità dei fedeli la
liberazione dal potere del male. L'invito, la preghiera del Signore, l'embolismo
e la dossologia, con la quale il popolo conclude l'embolismo, si cantano o si
dicono ad alta voce.
Rito della pace
82. Segue il rito della
pace, con il quale la Chiesa implora la pace e l'unità per se stessa e per
l'intera famiglia umana, e i fedeli esprimono la Comunione ecclesiale e l'amore
vicendevole, prima di comunicare al Sacramento.
Spetta alle Conferenze
Episcopali stabilire il modo di compiere questo gesto di pace secondo l'indole e
le usanze dei popoli. Conviene tuttavia che ciascuno dia la pace soltanto a chi
gli sta più vicino, in modo sobrio.
Frazione del pane
83. Il
sacerdote spezza il pane eucaristico, con l'aiuto, se è necessario, del diacono
o di un concelebrante. Il gesto della frazione del pane, compiuto da Cristo
nell'ultima Cena, che sin dal tempo apostolico ha dato il nome a tutta l'azione
eucaristica, significa che i molti fedeli, nella Comunione dall'unico pane di
vita, che è il Cristo morto e risorto per la salvezza del mondo, costituiscono
un solo corpo (1 Cor 10,17). La frazione del pane ha inizio dopo lo scambio di
pace e deve essere compiuta con il necessario rispetto, senza però che si
protragga oltre il tempo dovuto e le si attribuisca esagerata importanza. Questo
rito è riservato al sacerdote e al diacono.
Il sacerdote spezza il pane e
mette una parte dell' ostia nel calice, per significare l'unità del Corpo e del
Sangue di Cristo nell'opera della salvezza, cioè del Corpo di Cristo Gesù
vivente e glorioso. Abitualmente l'invocazione Agnello di Dio viene cantata
dalla schola o dal cantore, con la risposta del popolo, oppure la si dice almeno
ad alta voce. L'invocazione accompagna la frazione del pane, perciò la si può
ripetere tanto quanto è necessario fino alla conclusione del rito. L'ultima
invocazione termina con le parole dona a noi la
pace
Comunione
84. Il sacerdote si prepara con una preghiera
silenziosa a ricevere con frutto il Corpo e il Sangue di Cristo. Lo stesso fanno
i fedeli pregando in silenzio. Quindi il sacerdote mostra ai fedeli il pane
eucaristico sulla patena o sul calice e li invita al banchetto di Cristo; poi
insieme con loro esprime sentimenti di umiltà, servendosi delle prescritte
parole evangeliche.
85. Si desidera vivamente che i fedeli, come anche il
sacerdote è tenuto a fare, ricevano il Corpo del Signore con ostie consacrate
nella stessa Messa e, nei casi previsti, facciano la Comunione al calice (Cf. n.
284), perché, anche per mezzo dei segni, la Comunione appaia meglio come
partecipazione al sacrificio in atto73.
86. Mentre il sacerdote assume il
Sacramento, si inizia il canto di Comunione: con esso si esprime, mediante
l'accordo delle voci, l'unione spirituale di coloro che si comunicano, si
manifesta la gioia del cuore e si pone maggiormente in luce il carattere
«comunitario» della processione di coloro che si accostano a ricevere
l'Eucaristia. Il canto si protrae durante la distribuzione del Sacramento ai
fedeli74. Se però è previsto che dopo la Comunione si esegua un inno, il canto
di Comunione s'interrompa al momento opportuno.
Si faccia in modo che anche i
cantori possano ricevere agevolmente la Comunione.
87. Per il canto alla
Comunione si può utilizzare o l'antifona del Graduale romanum, con o senza
salmo, o l'antifona col salmo del Graduale simplex, oppure un altro canto
adatto, approvato dalla Conferenza Episcopale. Può essere cantato o dalla sola
schola, o dalla schola o dal cantore insieme col popolo.
Se invece non si
canta, l'antifona alla Comunione proposta dal Messale può essere recitata o dai
fedeli, o da alcuni di essi, o dal lettore, altrimenti dallo stesso sacerdote
dopo che questi si è comunicato, prima di distribuire la Comunione ai
fedeli.
88. Terminata la distribuzione della Comunione, il sacerdote e i
fedeli, secondo l'opportunità, pregano per un po' di tempo in silenzio. Tutta
l'assemblea può anche cantare un salmo, un altro cantico di lode o un
inno.
89. Per completare la preghiera del popolo di Dio e anche per
concludere tutto il rito di Comunione, il sacerdote recita l'orazione dopo la
Comunione, nella quale invoca i frutti del mistero celebrato.
Nella Messa si
dice una sola orazione dopo la Comunione, che termina con la conclusione breve,
cioè:
- se è rivolta al Padre: Per Cristo nostro Signore;
- se è rivolta
al Padre, ma verso la fine dell'orazione medesima si fa menzione del Figlio:
Egli vive e regna nei secoli dei secoli;
se è rivolta al Figlio: Tu che vivi
e regni nei secoli dei secoli. Il popolo fa sua l'orazione con l'acclamazione
Amen.
D) RITI DI CONCLUSIONE
90. I riti di conclusione
comprendono:
a) brevi avvisi, se necessari;
b) il saluto e la benedizione
del sacerdote, che in alcuni giorni e in certe circostanze si può arricchire e
sviluppare con l'orazione sul popolo o con un'altra formula più solenne;
c)
il congedo del popolo da parte del diacono o del sacerdote, perché ognuno
ritorni alle sue opere di bene lodando e benedicendo Dio;
d) il bacio
dell'altare da parte del sacerdote e del diacono e poi l'inchino profondo
all'altare da parte del sacerdote, del diacono e degli altri ministri.
31 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Decreto sulla vita e sul ministero
sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, n. 5; Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, n. 33.
38 CONC. ECUM. TRIDENTINO, Sess. XXII,
Dottrina sul santissimo sacrificio della Messa, cap. l, Denz. Schönm. 1740; cf.
PAOLO VI, Solenne professione di fede, 3 giugno 1968, n. 24: AAS 60 (1968)
442.
39 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, n. 7; PAOLO VI, Lett. enc. Mysterium fidei, 3 settembre
1965: AAS 57 (1965) 764; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum
mysterium, 25 maggio 1967, n. 9: AAS 59 (1967) 547.
40 Cf. CONC. ECUM.
VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 56;
SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio
1967, n. 3: AAS 59 (1967) 542.
41 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione
sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 48, 51; Costituzione dogmatica
sulla divina Rivelazione, Dei verbum, n. 21; Decreto sulla vita e sul ministero
sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, n. 4.
42 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II,
Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, nn. 7, 33, 52.
43
Cf. ibidem, 33.
44 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Musicam
sacram, 5 marzo 1967, n. 14: AAS 59 (1967) 304.
45 Cf. CONC. ECUM. VATICANO
II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, nn. 26-27; SACRA
CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n.
3: AAS 59 (1967) 542.
46 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla
sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 30.
47 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI
RITI, Istruzione Musicam sacram, 5 marzo 1967, n. 16 a: AAS 59 (1967) 305.
48
S. AGOSTINO DI IPPONA, Sermo 336,1: PL 38, 1472.
49 Cf. SACRA CONGREGAZIONE
DEI RITI, Istruzione Musicam sacram, 5 marzo 1967, nn. 7, 16: AAS 59 (1967) 302,
305.
50 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, n. 116; cf. anche il n. 30.
51 Cf. ibidem, n. 54; Cf.
SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione lnter oecumenici, 26 settembre 1964, n.
59: AAS 56 (1964) 891; cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Musicam
sacram, 5 marzo 1967, n. 47: AAS 59 (1967) 314.
52 Cf. CONC. ECUM. VATICANO
II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 30, 34; cf.
anche il n. 21.
53 Cf. ibidem, n. 40; CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA
DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione Varietates legitimae, 25 gennaio 1994, n.
41: AAS 87 (1995) 304.
54 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla
sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 30; cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI,
Istruzione Musicam sacram, 5 marzo 1967, n. 17: AAS 59 (1967) 305.
55 Cf.
GIOVANNI PAOLO II, Lett. Ap. Dies Domini, 31 maggio 1998, n. 50: AAS 90 (1998)
745.
56 Cf. MESSALE ROMANO, Appendice II.
57 Cf. TERTULLIANO, Adversus
Marcionem, IV, 9: CCSL 1,560; ORIGENE, Disputatio cum Heracleida, n. 4, 24: SCh
67, 62; Statuta Concilii Hipponensi Breviata, 21: CCSL 149, 39.
58 Cf. CONC.
ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n.
33.
59 Cf. ibidem, n. 7.
60 MESSALE ROMANO, Lezionario, seconda edizione
tipica, Introduzione, n. 28.
61 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione
sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium. n. 51.
62 Cf. GIOVANNI PAOLO
II, Lett. Ap. Vìcesimus quintus annus, 4 dicembre 1988, n. 13: AAS 81 (1988)
910.
63 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, n. 52; CIC, can. 767, § 1.
64 Cf. SACRA CONGREGAZIONE
DEI RITI, Istruzione Inter oecumenici, 26 settembre 1964, n. 54: AAS 56 (1964)
890.
65 Cf. CIC, can. 767, § 1; PONTIFICIA COMMISSIONE PER L'INTERPRETAZIONE
AUTENTICA DEL CIC, risposta al dubbio circa il can. 767, § 1: AAS 79 (1987)
1249; Istruzione interdicasteriale su alcune questioni circa la collaborazione
dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti, Ecclesiae de mysterio, 15 agosto
1997, art. 3: AAS 89 (1997) 864.
66 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI,
Istruzione Inter oecumenici, 26 settembre 1964, n. 53: AAS 56 (1964) 890.
67
Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum
Concilium, n. 53.
68 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Inter
oecumenici, 26 settembre 1964, n. 56: AAS 56 (1964) 890.
69 Cf. CONC. ECUM.
VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 47;
SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio
1967, nn. 3a, b: AAS 59 (1967) 540-541.
70 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI,
Istruzione Inter oecumenici, 26 settembre 1964, n. 91: AAS 56 (1964) 898;
Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 24: AAS 59 (1967)
554.
71 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, n. 48; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione
Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 12: AAS 59 (1967) 548-549.
72 Cf.
CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum
Concilium, n, 48; Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale, Presbyterorum
Ordinis, n. 5; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium,
25 maggio 1967, n. 12: AAS 59 (1967) 548-549.
73 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI
RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, nn. 31, 32: AAS 59
(1967) 558-559; SACRA CONGREGAZIONE PER LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione
Immensae caritatis, 29 gennaio 1973, n. 2: AAS 65 (1973) 267-268.
74 Cf.
SACRA CONGREGAZIONE PER I SACRAMENTI E IL CULTO DIVINO, Istruzione Inestimabile
donum, 3 aprile 1980, n. 17: AAS 72 (1980) 338.
Capitolo III
UFFICI
E MINISTERI DELLA MESSA
91. La
celebrazione eucaristica è azione di Cristo e della Chiesa, cioè del popolo
santo riunito e ordinato sotto la guida del Vescovo. Perciò essa appartiene
all'intero Corpo della Chiesa, lo manifesta e lo implica; i suoi singoli membri
poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, dei
compiti dell'attiva partecipazione75. In questo modo il popolo cristiano,
«stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è
acquistato», manifesta il proprio coerente e gerarchico ordine76. Tutti perciò,
sia ministri ordinati sia fedeli laici, esercitando il loro ministero o ufficio,
compiano solo e tutto ciò che è di loro competenza77.
I. UFFICI
DELL'ORDINE SACRO
92. Ogni legittima celebrazione dell'Eucaristia è
diretta dal Vescovo, o personalmente, o per mezzo dei presbiteri suoi
collaboratori78.
Quando il Vescovo è presente a una Messa con partecipazione
di popolo, è molto opportuno che celebri egli stesso l'Eucaristia e che associ a
sé nell' azione sacra i presbiteri, come concelebranti. Questo si fa non tanto
per accrescere la solennità esteriore del rito, ma per esprimere con maggior
chiarezza il mistero della Chiesa, «sacramento di unità» 79.
Se il Vescovo
non celebra l'Eucaristia, ma ne affida il compito ad altri, allora è bene che
lui stesso, indossati la croce pettorale, la stola e il piviale sopra il camice,
presieda la Liturgia della Parola e impartisca la benedizione alla fine della
Messa80.
93. Anche il presbitero, che nella Chiesa ha il potere di
offrire il sacrificio nella persona di Cristo in virtù della sacra potestà
dell'Ordine81, presiede il popolo fedele radunato in quel luogo e in quel
momento, ne dirige la preghiera, annuncia ad esso il messaggio della salvezza,
lo associa a sé nell' offerta del sacrificio a Dio Padre per Cristo nello
Spirito Santo, distribuisce ai fratelli il pane della vita eterna e lo condivide
con loro. Pertanto, quando celebra l'Eucaristia, deve servire Dio e il popolo
con dignità e umiltà, e, nel modo di comportarsi e di pronunziare le parole
divine, deve far percepire ai fedeli la presenza viva di Cristo.
94. Il
diacono, in forza della sacra ordinazione ricevuta, occupa il primo posto dopo
il presbitero tra coloro che esercitano un ministero nella celebrazione
eucaristica. Infatti il sacro Ordine del diaconato già nella primitiva età
apostolica fu tenuto in grande onore nella Chiesa82. Nella Messa il diacono ha
come ufficio proprio: annunciare il Vangelo e talvolta predicare la parola di
Dio, proporre ai fedeli le intenzioni della preghiera universale, servire il
sacerdote, preparare l'altare e prestare servizio alla celebrazione del
sacrificio, distribuire ai fedeli l'Eucaristia, specialmente sotto la specie del
vino, ed eventualmente indicare al popolo i gesti e gli atteggiamenti da
assumere.
II. I COMPITI DEL POPOLO DI DIO
95. I fedeli nella
celebrazione della Messa formano la gente santa, il popolo che Dio si è
acquistato e il sacerdozio regale, per rendere grazie a Dio, per offrire la
vittima immacolata non soltanto per le mani del sacerdote ma anche insieme con
lui, e per imparare a offrire se stessi83. Procurino quindi di manifestare tutto
ciò con un profondo senso religioso e con la carità verso i fratelli che
partecipano alla stessa celebrazione.
Evitino perciò ogni forma di
individualismo e di divisione, tenendo presente che hanno un unico Padre nei
cieli, e perciò tutti sono tra loro fratelli.
96. Formino invece un solo
corpo, sia nell'ascoltare la parola di Dio, sia nel prendere parte alle
preghiere e al canto, sia specialmente nella comune offerta del sacrificio e
nella comune partecipazione alla mensa del Signore. Questa unità appare molto
bene dai gesti e dagli atteggiamenti del corpo, che i fedeli compiono tutti
insieme.
97. I fedeli non rifiutino di servire con gioia il popolo di
Dio, ogni volta che sono pregati di prestare qualche ministero o compito
particolare nella celebrazione.
III. MINISTERI PARTICOLARI
Il
ministero dell' accolito e del lettore istituiti
98. L'accolito è
istituito per il servizio all'altare e per aiutare il sacerdote e il diacono. A
lui spetta in modo particolare preparare l'altare e i vasi sacri, e, se
necessario, distribuire l'Eucaristia ai fedeli di cui è ministro
straordinario84.
Nel ministero dell' altare, l'accolito ha compiti propri che
egli stesso deve esercitare (Cf. nn. 187-193).
99. Il lettore è istituito
per proclamare le letture della sacra Scrittura, eccetto il Vangelo; può anche
proporre le intenzioni della preghiera universale e, in mancanza del salmista,
proclamare il salmo interlezionale.
Nella celebrazione eucaristica il lettore
ha un suo ufficio proprio (Cf. nn. 194-198), che egli stesso deve
esercitare.
Gli altri compiti
100. Se manca l'accolito istituito,
si possono designare, per il servizio dell' altare in aiuto al sacerdote e al
diacono, altri ministri laici che portano la croce, i ceri, il turibolo, il
pane, il vino, l'acqua. Essi possono essere anche incaricati per distribuire la
Comunione come ministri straordinari85.
101. Se manca il lettore
istituito, altri laici, che siano però adatti a svolgere questo compito e ben
preparati, siano incaricati di proclamare le letture della sacra Scrittura,
affinché i fedeli maturino nel loro cuore, ascoltando le letture divine, un
soave e vivo amore alla sacra Scrittura86.
102. È compito del salmista
proclamare il salmo o un altro canto biblico che si trova tra le letture. Per
adempiere convenientemente il suo ufficio, è necessario che il salmista possegga
l'arte del salmodiare e abbia una buona pronuncia e una buona
dizione.
103. Tra i fedeli esercita un proprio ufficio liturgico la
schola cantorum o coro, il cui compito è quello di eseguire a dovere le parti
che le sono proprie, secondo i vari generi di canto, e promuovere la
partecipazione attiva dei fedeli nel canto87. Quello che si dice della schola
cantorum, con gli opportuni adattamenti, vale anche per gli altri musicisti,
specialmente per l'organista.
104. È opportuno che vi sia un cantore o
maestro di coro per dirigere e sostenere il canto del popolo. Anzi, mancando la
schola, è compito del cantore guidare i diversi canti, facendo partecipare il
popolo per la parte che gli spetta88.
105. Esercitano un servizio
liturgico anche:
a) Il sacrista, che prepara diligentemente i libri
liturgici, le vesti liturgiche e le altre cose che sono necessarie per la
celebrazione della Messa.
b) Il commentatore, che, secondo l'opportunità,
rivolge brevemente ai fedeli spiegazioni ed esortazioni per introdurli nella
celebrazione e meglio disporli a comprenderla. Gli interventi del commentatore
siano preparati con cura, siano chiari e sobri. Nel compiere il suo ufficio, il
commentatore sta in un luogo adatto davanti ai fedeli, non però all'
ambone.
c) Coloro che raccolgono le offerte in chiesa.
d) Coloro che, in
alcune regioni, accolgono i fedeli alla porta della chiesa, li dispongono ai
propri posti e ordinano i loro movimenti processionali.
106. È bene che,
almeno nelle chiese cattedrali e nelle chiese maggiori, vi sia un ministro
competente o maestro delle celebrazioni liturgiche, incaricato di predisporre
con cura i sacri riti, e di preparare i ministri sacri e i fedeli laici a
compierli con decoro, ordine e devozione.
107. I compiti liturgici, che
non sono propri del sacerdote o del diacono, e di cui si è detto sopra (nn.
100-106), possono essere affidati, con la benedizione liturgica o con incarico
temporaneo, anche a laici idonei, scelti dal parroco o dal rettore della
chiesa89. Riguardo al compito di servire il sacerdote all'altare, si osservino
le disposizioni date dal Vescovo per la sua diocesi.
IV. LA
DISTRIBUZIONE DEI COMPITI E LA PREPARAZIONE DELLA CELEBRAZIONE
108.
L'unico e medesimo sacerdote deve sempre esercitare l'ufficio presidenziale in
tutte le sue parti, tranne ciò che è proprio della Messa in cui è presente il
Vescovo (Cf. n. 92).
109. Se sono presenti più persone che possono
esercitare lo stesso ministero, nulla impedisce che si distribuiscano tra loro
le varie parti di uno stesso ministero o ufficio e ciascuno svolga la sua. Per
esempio, un diacono può essere incaricato delle parti in canto e un altro del
servizio all'altare; se vi sono più letture, converrà distribuirle tra più
lettori, e così via. Non è affatto opportuno che più persone si dividano fra
loro un unico elemento della celebrazione: per es. che la medesima lettura sia
proclamata da due lettori, uno dopo l'altro, tranne che si tratti della Passione
del Signore.
110. Se nella Messa con partecipazione di popolo vi è un
solo ministro, egli compia diversi uffici.
111. La preparazione pratica
di ogni celebrazione liturgica si faccia di comune e diligente intesa, secondo
il Messale e gli altri libri liturgici, fra tutti coloro che sono interessati
rispettivamente alla parte rituale, pastorale e musicale, sotto la direzione del
rettore della chiesa e sentito anche il parere dei fedeli per quelle cose che li
riguardano direttamente. Al sacerdote che presiede la celebrazione spetta però
sempre il diritto di disporre ciò che a lui compete90.
75 Cf.
CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum
Concilium, n. 26.
76 Cf. ibidem, n. 14.
77 Cf. ibidem, n. 28.
78 Cf.
CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium,
nn.. 26, 28; Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n.
42.
79 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, n. 26.
80 Cf. Caeremoniale Episcoporum, nn.
175-186.
81 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa,
Lumen Gentium, n. 28; Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale,
Presbyterorum Ordinis, n. 2.
82 PAOLO VI, Lett. Ap. Sacrum Diaconatus
Ordinem, 18 giugno 1967: AAS 59 (1967) 697-704; PONTIFICALE ROMANO, Ordinazione
del Vescovo, dei Presbiteri e dei Diaconi, seconda edizione, 1992, n. 191.
83
Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum
Concilium, n. 48; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum
mysterium, 25 maggio 1967, n. 12: AAS 59 (1967) 548- 549.
84 Cf. CIC, can.
910, § 2; Istruzione interdicasteriale su alcune questioni circa la
collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti, Ecclesiae de
mysterio, 15 agosto 1997, art. 8: AAS 89 (1997) 871.
85 Cf. SACRA
CONGREGAZIONE PER LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione Immensae caritatis,
29 gennaio 1973, n. 1: AAS 65 (1973) 265-266; C.I.C, can. 230, § 3.
86 Cf.
CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum
Concilium, n. 24.
87 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Musicam
sacram, 5 marzo 1967, n. 19: AAS 59 (1967) 306.
88 Cf. ibidem, n. 21: AAS 59
(1967) 306-307.
89 Cf. PONTIFICIO CONSIGLIO PER L'INTERPRETAZIONE DEI TESTI
LEGISLATIVI, risposta al dubbio circa il can. 230, § 2: AAS 86 (1994) 541.
90
Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum
Concilium, n. 22.
Capitolo IV
DIVERSE FORME DI
CELEBRAZIONE DELLA MESSA
112. Nella Chiesa locale si deve davvero dare il primo posto,
come lo richiede il suo significato, alla Messa presieduta dal Vescovo
circondato dal suo presbiterio, dai diaconi e dai ministri laici91 con la
partecipazione piena e attiva del popolo santo di Dio. Si ha qui infatti una
speciale manifestazione della Chiesa.
Nella Messa che viene celebrata dal
Vescovo, o presieduta dal Vescovo senza che celebri l'Eucaristia, si osservino
le norme che si trovano nel Cerimoniale dei Vescovi92.
113. Grande
importanza si deve dare anche alla Messa celebrata con una comunità,
specialmente parrocchiale; essa, infatti, soprattutto nella celebrazione
comunitaria della domenica, manifesta la Chiesa universale in un momento e in un
luogo determinato93.
114. Tra le Messe celebrate da determinate
comunità, particolare importanza ha la Messa conventuale, che è parte
dell'ufficio quotidiano, come pure la Messa detta della «comunità». E, sebbene
queste Messe non comportino nessuna forma particolare di celebrazione, tuttavia
è quanto mai conveniente che siano celebrate con il canto e soprattutto con la
piena partecipazione di tutti i membri della comunità, sia di religiosi che di
canonici. In queste Messe perciò ognuno eserciti la sua funzione, secondo
l'Ordine o il ministero ricevuto. Anzi, conviene che tutti i sacerdoti non
tenuti a celebrare individualmente per l'utilità pastorale dei fedeli, per
quanto è possibile concelebrino in queste Messe. Inoltre tutti i sacerdoti
membri della comunità, tenuti a celebrare individualmente per il bene pastorale
dei fedeli, possono, nello stesso giorno, concelebrare anche la Messa
conventuale o di comunità94. È preferibile infatti che i presbiteri presenti
alla celebrazione eucaristica, se non sono scusati da una giusta causa,
esercitino normalmente il ministero del proprio Ordine e quindi partecipino come
concelebranti, indossando le sacre vesti. Diversamente indossano il proprio
abito corale o la cotta sopra la veste talare.
I. MESSA CON IL
POPOLO
115. Per Messa con il popolo si intende quella celebrata con la
partecipazione dei fedeli. Soprattutto nelle domeniche e nelle feste di
precetto, conviene, per quanto è possibile, che la celebrazione si svolga con il
canto e con un congruo numero di ministri95; si può fare però anche senza canto
e con un solo ministro.
116. In ogni celebrazione della Messa, se è
presente il diacono, compia il suo ufficio. È bene inoltre che un accolito, un
lettore e un cantore assistano il sacerdote celebrante. Il rito qui sotto
descritto prevede tuttavia la possibilità di usare un numero anche maggiore di
ministri.
Cose da preparare
117. L'altare sia ricoperto da
almeno una tovaglia bianca. In ogni celebrazione sull' altare, o accanto ad
esso, si pongano almeno due candelabri con i ceri accesi, o anche quattro o sei,
specialmente se si tratta della Messa domenicale o festiva di precetto; se
celebra il Vescovo della diocesi, si usino sette candelabri. Inoltre,
sull'altare, o vicino ad esso, si collochi la croce con l'immagine di Cristo
crocifisso. I candelabri e la croce con l'immagine di Cristo crocifisso si
possono portare nella processione di ingresso. Sopra l'altare si può collocare
l'Evangeliario, distinto dal libro delle altre letture, a meno che non venga
portato nella processione d'ingresso.
118. Si preparino pure:
a)
accanto alla sede del sacerdote: il Messale e, se necessario, il libro dei
canti;
b) sull'ambone: il Lezionario;
c) sopra la credenza: il calice, il
corporale, il purificatoio e, secondo l'opportunità, la palla; la patena e le
pissidi, se sono necessarie; il pane per la Comunione del sacerdote che
presiede, dei diaconi, dei ministri e del popolo; le ampolle con il vino e
l'acqua, a meno che tutte queste cose non vengano presentate dai fedeli
all'offertorio; un vaso con l'acqua da benedire se si compie il rito dell'
aspersione; il piattello per la Comunione dei fedeli; inoltre il necessario per
lavarsi le mani.
Il calice sia lodevolmente ricoperto da un velo, che può
essere o del colore del giorno o bianco.
119. In sagrestia, si preparino,
secondo le varie forme di celebrazione, le vesti sacre (Cf. nn. 337-341) del
sacerdote, del diacono e degli altri ministri:
a) per il sacerdote: camice,
stola, casula o pianeta;
b) per il diacono: camice, stola e dalmatica; in
caso però di necessità o di minor solennità, la dalmatica si può omettere;
c)
per gli altri ministri: camici o altre vesti legittimamente
approvate96.
Tutti coloro che indossano il camice, usino il cingolo e l'
amitto, a meno che per la forma stessa del camice non siano necessari.
Quando
si fa la processione d'ingresso, vengano preparati anche l'Evangeliario; nelle
domeniche e nelle feste, il turibolo e la navicella con l'incenso, se si usa
l'incenso; la croce da portare in processione, i candelabri con le candele
accese.
A) MESSA SENZA DIACONO
Riti di introduzione
120. Quando il popolo è radunato, il sacerdote e i ministri, rivestiti
delle vesti sacre, si avviano all'altare, in quest'ordine:
a) il turiferario
con il turibolo fumigante, se si usa l'incenso;
b) i ministri che portano i
ceri accesi e, in mezzo a loro, l'accolito o un altro ministro con la
croce;
c) gli accoliti e gli altri ministri;
d) il lettore, che può
portare l'Evangeliario un po' elevato, ma non il Lezionario;
e) il sacerdote
che celebra la Messa.
Se si usa l'incenso, prima di incamminarsi, il
sacerdote pone l'incenso nel turibolo e lo benedice con un segno di croce senza
dire nulla.
121. Durante la processione all'altare, si esegue il canto
d'ingresso (Cf. nn. 47-48).
122. Arrivati all'altare, il sacerdote e i
ministri fanno un inchino profondo.
La croce con l'immagine di Cristo
crocifisso, se portata in processione, viene collocata presso l'altare perché
sia la croce dell'altare, che deve essere una soltanto, altrimenti si metta in
disparte in un luogo degno. I candelabri invece si mettano sull'altare o accanto
ad esso; è bene che l'Evangeliario sia collocato sull'altare.
123. Il
sacerdote accede all'altare e lo venera con il bacio. Poi, secondo
l'opportunità, incensa la croce e l'altare, girandogli intorno.
124.
Fatto questo, il sacerdote si reca alla sede. Terminato il canto d'ingresso,
tutti, sacerdote e fedeli, rimanendo in piedi, fanno il segno della croce. li
sacerdote dice: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; il popolo
risponde: Amen.
Poi, rivolto al popolo, e allargando le braccia, il
sacerdote lo saluta con una delle formule proposte. Egli stesso o un altro
ministro può anche introdurre brevemente i fedeli alla Messa del
giorno.
125. Segue l'atto penitenziale. Poi si canta o si recita il Kyrie
eleison secondo le rubriche (Cf. n. 52).
126. Nelle celebrazioni in cui è
stabilito, si canta o si recita il Gloria (Cf. n. 53).
127. Quindi il
sacerdote invita il popolo alla preghiera, dicendo a mani giunte: Preghiamo. E
tutti insieme con il sacerdote pregano, per breve tempo, in silenzio. Poi il
sacerdote, con le braccia allargate, dice la colletta; al termine di questa, il
popolo acclama: Amen.
Liturgia della Parola
128. Terminata la
colletta, tutti siedono. Il sacerdote in modo molto breve può introdurre i
fedeli alla Liturgia della Parola. Il lettore va all' ambone e proclama la prima
lettura dal Lezionario, già là collocato prima della Messa. Tutti ascoltano.
Alla fine il lettore pronuncia l'acclamazione Parola di Dio e tutti rispondono
Rendiamo grazie a Dio.
Quindi si può osservare, secondo l'opportunità, un
breve momento di silenzio affinché tutti meditino brevemente ciò che hanno
ascoltato.
129. Quindi, il salmista, o lo stesso lettore, proclama i
versetti del salmo, mentre il popolo risponde abitualmente con il
ritornello.
130. Se c'è una seconda lettura prima del Vangelo, il lettore
la proclama dall'ambone, tutti stanno in ascolto, e alla fine rispondono con
l'acclamazione come è detto sopra (n. 128). Poi, secondo l'opportunità, si può
osservare un breve momento di silenzio.
131. Poi tutti si alzano e si
canta l'Alleluia o un altro canto, come richiesto dal tempo liturgico (Cf. nn.
62-64).
132. Mentre si canta l'Alleluia o un altro canto, se si usa
l'incenso, il sacerdote lo mette nel turibolo e lo benedice. Quindi, a mani
giunte, e inchinato profondamente davanti all' altare, dice sottovoce: Purifica
il mio cuore.
133. Poi, se l'Evangeliario è sull'altare, lo prende e,
preceduto da ministri laici, che possono portare il turibolo e i ceri, si reca
all'ambone, tenendo un po' elevato l'Evangeliario. I presenti si rivolgono verso
l'ambone, per manifestare una particolare riverenza al Vangelo di
Cristo.
134. All'ambone il sacerdote apre il libro e, a mani giunte,
dice: Il Signore sia con voi, mentre il popolo risponde: E con il tuo spirito;
quindi: Dal Vangelo secondo N., tracciando con il pollice il segno di croce sul
libro e sulla propria persona, in fronte, sulla bocca e sul petto, gesto che
compiono anche tutti i presenti. Il popolo acclama, dicendo: Gloria a te, o
Signore. Il sacerdote, se si usa il turibolo, incensa il libro (Cf. nn.
276-277). Quindi proclama il Vangelo, concludendo con l'acclamazione: Parola del
Signore, alla quale tutti rispondono: Lode a te, o Cristo. Il sacerdote bacia il
libro, dicendo sottovoce: La parola del Vangelo cancelli i nostri peccati.
135. Quando manca il lettore, il sacerdote stesso proclama tutte le
letture e il salmo stando all'ambone. Qui, se lo si usa, pone l'incenso nel
turibolo, lo benedice e, inchinandosi profondamente, dice: Purifica il mio
cuore.
136. Il sacerdote, stando alla sede o allo stesso ambone, o,
secondo l'opportunità, in un altro luogo idoneo, pronuncia l'omelia, al termine
della quale si può osservare un momento di silenzio.
137. Il simbolo
(Credo) viene cantato o recitato dal sacerdote insieme con il popolo (Cf. n.
68), stando tutti in piedi. Alle parole: E per opera dello Spirito Santo... e si
è fatto uomo, tutti si inchinano profondamente; nelle solennità dell'
Annunciazione (25 marzo) e del Natale del Signore (25 dicembre) tutti
genuflettono.
138. Terminato il canto o la proclamazione della
professione di fede, il sacerdote stando alla sede, a mani giunte, con una breve
monizione invita i fedeli alla preghiera universale. Quindi il cantore, il
lettore o un altro ministro, dall' ambone o da un altro luogo conveniente,
rivolto al popolo propone le intenzioni, mentre il popolo risponde supplicando.
Alla fine il sacerdote, a braccia aperte, conclude la preghiera con un'
orazione.
Liturgia eucaristica
139. Terminata la preghiera dei
fedeli, tutti siedono e ha inizio il canto di offertorio (Cf. n.
74).
L'accolito o un altro ministro laico colloca sull' altare il corporale,
il purificatoio, il calice, la palla e il Messale.
140. È bene che la
partecipazione dei fedeli si manifesti con l'offerta del pane e del vino per la
celebrazione dell'Eucaristia, sia di altri doni, per le necessità della Chiesa e
dei poveri.
Le offerte dei fedeli sono ricevute dal sacerdote, aiutato dall'
accolito o da un altro ministro. Il pane e il vino per l'Eucaristia sono
consegnati al celebrante, che li depone sull'altare, mentre gli altri doni sono
deposti in un altro luogo adatto (Cf. n. 73).
141. All'altare il
sacerdote riceve la patena con il pane, e tenendola con entrambe le mani un po'
sollevata sull' altare, dice sottovoce: Benedetto sei tu, Signore. Quindi depone
la patena con il pane sopra il corporale.
142. Poi il sacerdote, stando a
lato dell'altare, dalle ampolline presentate dal ministro, versa il vino e un
po' d'acqua nel calice, dicendo sottovoce: L'acqua unita al vino. Ritornato al
centro dell'altare, prende il calice e, tenendolo un po' sollevato con entrambe
le mani, dice sottovoce: Benedetto sei tu, Signore; quindi depone il calice sul
corporale e, se occorre, lo copre con la palla.
Se non si fa il canto all'
offertorio o non si suona l'organo, il sacerdote, nella presentazione del pane e
del vino, può dire ad alta voce le formule della benedizione, alle quali il
popolo risponde: Benedetto nei secoli il Signore.
143. Deposto il calice
sull' altare, il sacerdote, inchinandosi profondamente, dice sottovoce: Umili e
pentiti.
144. Se si usa l'incenso, il sacerdote lo infonde nel turibolo,
lo benedice senza nulla dire e incensa le offerte, la croce e l'altare. Il
ministro, stando a lato dell' altare, incensa il celebrante, poi il
popolo.
145. Dopo la preghiera Umili e pentiti, oppure dopo
l'incensazione, il sacerdote, stando a lato dell'altare, si lava le mani con
l'acqua versatagli dal ministro, dicendo sottovoce: Lavami, Signore, da ogni
colpa.
146. Ritornato al centro dell'altare, il sacerdote, rivolto al
popolo, allargando e ricongiungendo le mani, lo invita a pregare dicendo:
Pregate, fratelli. Il popolo si alza e risponde: Il Signore riceva. Dopo la
risposta del popolo, il sacerdote, con le braccia allargate, dice l'orazione
sopra le offerte. Al termine, il popolo acclama: Amen.
147. Quindi il
sacerdote inizia la Preghiera eucaristica. Secondo le rubriche (Cf. n. 365) ne
sceglie una fra quelle che si trovano nel Messale Romano o che sono approvate
dalla Santa Sede. La Preghiera eucaristica esige, per sua natura, di essere
pronunciata dal solo sacerdote, in forza dell' ordinazione. Il popolo invece si
associ al sacerdote con fede e in silenzio, ed anche con gli interventi
stabiliti nel corso della Preghiera eucaristica, quali sono le risposte nel
dialogo del Prefazio, il Santo, l'acclamazione dopo la consacrazione e l'Amen
dopo la dossologia finale, ed altre acclamazioni approvate dalla Conferenza
Episcopale e confermate dalla Santa Sede.
È assai conveniente che il
sacerdote canti le parti della Preghiera eucaristica che sono indicate in
musica.
148. Il sacerdote, quando inizia la Preghiera eucaristica,
allargando le braccia, canta o dice: Il Signore sia con voi; mentre il popolo
risponde: E con il tuo spirito. Prosegue: In alto i nostri cuori, e intanto
innalza le mani. Il popolo risponde: Sono rivolti al Signore. Poi il sacerdote,
con le braccia aperte, soggiunge: Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio, e il
popolo risponde: È cosa buona e giusta. Poi il sacerdote, con le braccia
allargate, continua il prefazio; al termine di esso, a mani giunte, canta o dice
ad alta voce, insieme con tutti i presenti: Santo (Cf. n. 79 b).
149. Il
sacerdote prosegue la Preghiera eucaristica, secondo le rubriche indicate in
ogni formulario della Preghiera stessa.
Se il celebrante è un Vescovo, nelle
Preghiere, dopo le parole: il nostro Papa N. soggiunge: me, indegno tuo servo. O
dopo le parole: del nostro Papa N., aggiunge: di me indegno tuo servo. Se invece
il Vescovo celebra fuori della sua Diocesi, dopo le parole: il nostro Papa N.
aggiunge: e me indegno tuo servo, e il mio fratello N., Vescovo di questa Chiesa
N., o dopo le parole: del nostro Papa N., aggiunge: di me indegno tuo servo, e
del mio fratello N., Vescovo di questa Chiesa N.
Il Vescovo diocesano o
colui che è ad esso equiparato a norma del diritto, si deve nominare con questa
formula: con il tuo servo il nostro Papa N. e il nostro Vescovo (o Vicario,
Prelato, Prefetto, Abate) N.
Nella Preghiera eucaristica è permesso nominare
i Vescovi Coadiutori e Ausiliari, non invece altri Vescovi eventualmente
presenti. Quando si dovessero fare più nomi, si dice con formula generale: e con
il nostro Vescovo N. e i Vescovi suoi collaboratori.
In ogni Preghiera
eucaristica tali formule si devono adattare, secondo le esigenze
grammaticali.
150. Poco prima della consacrazione, il ministro, se è
opportuno, avverte i fedeli con un segno di campanello. Così pure suona il
campanello alla presentazione al popolo dell' ostia consacrata e del calice
secondo le consuetudini locali.
Se si usa l'incenso, quando, dopo la
consacrazione, si mostrano al popolo l'ostia e il calice, il ministro li
incensa.
151. Dopo la consacrazione, il sacerdote dice: Mistero della
fede e il popolo risponde con un'acclamazione, scegliendo una formula fra quelle
prescritte.
Al termine della Preghiera eucaristica, il sacerdote, prendendo
la patena con l'ostia insieme al calice, ed elevandoli entrambi, pronuncia, lui
solo, la dossologia: Per Cristo. Il popolo al termine acclama: Amen. Poi il
sacerdote depone sopra il corporale la patena e il calice.
152. Conclusa
la Preghiera eucaristica, il sacerdote, a mani giunte, dice la monizione che
precede l'orazione del Signore e recita poi il Padre nostro, con le braccia
allargate, insieme con il popolo.
153. Al termine del Padre nostro, il
sacerdote, con le braccia allargate, dice da solo l'embolismo Liberaci, o
Signore, dopo il quale il popolo acclama: Tuo è il regno.
154. Quindi il
sacerdote, con le braccia allargate, dice ad alta voce la preghiera: Signore
Gesù Cristo; terminata la preghiera, allargando e ricongiungendo le mani,
annuncia la pace, dicendo verso il popolo: La pace del Signore sia sempre con
voi. li popolo risponde: E con il tuo spirito. Poi, secondo l'opportunità, il
sacerdote soggiunge: Scambiatevi il dono della pace.
Il sacerdote può dare la
pace ai ministri, rimanendo tuttavia sempre nel presbiterio, per non disturbare
la celebrazione. Così ugualmente faccia se, per qualche buon motivo, vuol dare
la pace ad alcuni fedeli. Tutti però, secondo quanto è stabilito dalla
Conferenza Episcopale, si manifestano reciprocamente pace, comunione e carità.
Quando si dà la pace, si può dire: La pace del Signore sia sempre con te, a cui
si risponde: Amen.
155. Il sacerdote prende l'ostia, la spezza sopra la
patena e ne mette una particella nel calice, dicendo sottovoce: Il Corpo e il
Sangue... uniti in questo calice. Intanto la schola e il popolo cantano o
dicono: Agnello di Dio (Cf. n. 83).
156. Quindi il sacerdote dice
sottovoce e con le mani giunte la preghiera alla Comunione: Signore Gesù Cristo,
Figlio del Dio vivo, oppure La Comunione con il tuo Corpo.
157. Terminata
la preghiera, il sacerdote genuflette, prende l'ostia consacrata nella stessa
Messa e, tenendola alquanto sollevata sopra la patena o sopra il calice, rivolto
al popolo, dice: Ecco l'Agnello di Dio, e, insieme con il popolo, prosegue: O
Signore, non sono degno.
158. Poi, rivolto all'altare, il sacerdote dice
sottovoce: Il Corpo di Cristo mi custodisca per la vita eterna, e con riverenza
si ciba del Corpo di Cristo. Quindi prende il calice, dicendo sottovoce: Il
Sangue di Cristo mi custodisca per la vita eterna, e con riverenza beve il
Sangue di Cristo.
159. Mentre il sacerdote si comunica, si inizia il
canto alla Comunione (Cf. n. 86).
160. Poi il sacerdote prende la patena
o la pisside e si reca dai comunicandi, che normalmente si avvicinano
processionalmente.
Non è permesso ai fedeli prendere da se stessi il pane
consacrato o il sacro calice, tanto meno passarselo di mano in mano. I fedeli si
comunicano in ginocchio o in piedi, come stabilito dalla Conferenza Episcopale.
Quando però si comunicano stando in piedi, si raccomanda che, prima di ricevere
il Sacramento, facciano la debita riverenza, da stabilire dalle stesse
norme.
161. Se la Comunione si fa sotto la sola specie del pane, il
sacerdote eleva alquanto l'ostia e la presenta a ciascuno dicendo: Il Corpo di
Cristo. Il comunicando risponde: Amen, e riceve il sacramento in bocca o, nei
luoghi in cui è stato permesso, sulla mano, come preferisce. Il comunicando,
appena ha ricevuto l'ostia sacra, la consuma totalmente.
Se invece la
Comunione si fa sotto le due specie si segue il rito descritto a suo luogo (Cf.
nn. 284-287).
162. Nel caso siano presenti altri presbiteri, essi possono
aiutare il sacerdote nella distribuzione della Comunione. Se non ve ne sono a
disposizione e il numero dei comunicandi è molto grande, il sacerdote può
chiamare in aiuto ministri straordinari, cioè l'accolito istituito, o anche
altri fedeli a ciò deputati secondo il diritto97. In caso di necessità, il
sacerdote può incaricare volta per volta fedeli idonei98.
Questi ministri non
salgano all'altare prima che il sacerdote abbia fatto la Comunione e ricevano
sempre dalla mano del sacerdote il vaso in cui si custodiscono le specie della
Ss.ma Eucaristia da distribuire ai fedeli.
163. Terminata la
distribuzione della Comunione, il sacerdote all'altare consuma subito e
totalmente il vino consacrato rimasto; invece le ostie consacrate, che sono
avanzate, o le consuma all' altare o le porta al luogo destinato alla
conservazione dell 'Eucaristia.
Il sacerdote, ritornato all'altare, raccoglie
i frammenti, se ce ne fossero; poi, stando all' altare o alla credenza, purifica
la patena o la pisside sopra il calice, purifica poi il calice dicendo
sottovoce: Il sacramento ricevuto, e lo asterge con il purificatoio. Se i vasi
sacri sono stati astersi all'altare, il ministro li porta alla credenza. I vasi
sacri da purificare, soprattutto se fossero molti, si possono anche lasciare,
opportunamente ricoperti, sull'altare o alla credenza, sopra il corporale; la
purificazione si compie subito dopo la Messa, una volta congedato il
popolo.
164. Compiuta la purificazione, il sacerdote può ritornare alla
sede. Si può osservare, per un tempo conveniente, il sacro silenzio, oppure
cantare un salmo, un altro canto di lode o un inno (Cf. n. 88).
165. Poi,
stando alla sede o all'altare, il sacerdote, rivolto al popolo, dice a mani
giunte: Preghiamo, e, a braccia allargate, dice l'orazione dopo la Comunione,
alla quale può premettere una breve pausa di silenzio, a meno che sia già stato
osservato subito dopo la Comunione. Al termine dell' orazione il popolo acclama:
Amen.
Riti di conclusione
166. Detta l'orazione dopo la
Comunione, si possono dare, se occorre, brevi comunicazioni al
popolo.
167. Poi il sacerdote, allargando le braccia, saluta il popolo,
dicendo: Il Signore sia con voi; il popolo risponde: E con il tuo spirito. Il
sacerdote congiunge ancora le mani e subito, tenendo la mano sinistra sul petto
e alzando la destra, soggiunge: Vi benedica Dio onnipotente, e, tracciando il
segno di croce sopra il popolo, prosegue: Padre e Figlio e Spirito Santo. Tutti
rispondono: Amen.
In giorni e circostanze particolari, questa benedizione,
secondo le rubriche, viene espressa e arricchita con l'orazione sul popolo o con
un'altra formula più solenne.
Il Vescovo benedice il popolo secondo la
formula a lui propria, tracciando tre volte il segno di croce99.
168.
Subito dopo la benedizione, il sacerdote, a mani giunte, aggiunge: La Messa è
finita: andate in pace; e tutti rispondono: Rendiamo grazie a Dio.
169.
Infine il sacerdote venera l'altare con il bacio e, fatto un profondo inchino
all'altare insieme con i ministri laici, con loro si ritira.
170. Se alla
Messa segue un' altra azione liturgica, si tralasciano i riti di conclusione,
cioè il saluto, la benedizione e il congedo.
B) MESSA CON IL DIACONO
171. Il diacono, quando è presente alla celebrazione eucaristica,
rivestito delle sacre vesti, eserciti il suo ministero. Egli infatti:
a) sta
accanto al sacerdote e lo aiuta;
b) all'altare, svolge il suo servizio al
calice e al libro;
c) proclama il Vangelo e può, per incarico del sacerdote
celebrante, tenere l'omelia (Cf. n. 66);
d) guida il popolo dei fedeli con
opportune monizioni ed enuncia le intenzioni della preghiera universale;
e)
aiuta il sacerdote celebrante nella distribuzione della Comunione, purifica e
ripone i vasi sacri;
f) compie lui stesso gli uffici degli altri ministri,
secondo la necessità, quando nessuno di essi è presente.
Riti di
introduzione
172. Il diacono precede il sacerdote nella processione verso
l'altare portando l'Evangeliario un po' elevato; altrimenti incede al suo
fianco.
173. Il diacono, se porta l'Evangeliario, quando è giunto
all'altare, vi si accosta, omettendo la reverenza. Quindi, deposto
l'Evangeliario sull'altare, insieme con il sacerdote venera l'altare con il
bacio.
Se invece non porta l'Evangeliario, fa con il sacerdote nel modo
consueto un profondo inchino all'altare e con lui lo venera con il
bacio.
Infine, se si usa l'incenso, assiste il sacerdote nell'infusione
dell'incenso nel turibolo e nella incensazione della croce e dell'
altare.
174. Incensato l'altare, insieme con il sacerdote si reca alla
sede; qui rimane accanto al sacerdote, prestando gli servizio secondo le
necessità.
Liturgia della Parola
175. Mentre si canta
l'Alleluia o un altro canto, se si usa il turibolo, aiuta il sacerdote
nell'infusione dell'incenso, quindi, inchinandosi profondamente dinanzi al
sacerdote, chiede la benedizione dicendo a bassa voce: Benedicimi, o padre. Il
sacerdote lo benedice con la formula: Il Signore sia nel tuo cuore. Il diacono
si segna con il segno di croce e risponde: Amen. Poi, fatta la debita riverenza
all'altare, prende l'Evangeliario che vi è stato collocato sopra e va
all'ambone, portando il libro un po' elevato; lo precedono il turiferario con il
turibolo fumigante e i ministri con i ceri accesi. Qui saluta il popolo dicendo,
a mani giunte, Il Signore sia con voi, quindi, alle parole Dal Vangelo secondo
N., con il pollice segna il libro e poi se stesso sulla fronte, sulla bocca e
sul petto, incensa il libro e proclama il Vangelo. Terminata la lettura,
acclama: Parola del Signore; tutti rispondono: Lode a te, o Cristo. Quindi
venera il libro con il bacio, dicendo sottovoce: La parola del Vangelo, e
ritorna presso il sacerdote.
Quando il diacono serve il Vescovo, gli porta il
libro da baciare o lui stesso lo bacia, dicendo sottovoce: La parola del
Vangelo. Nelle celebrazioni più solenni il Vescovo, secondo l'opportunità,
imparte al popolo la benedizione con l'Evangeliario.
L'Evangeliario infine
può essere portato alla credenza o in altro luogo adatto e degno.
176. Se
manca un altro lettore idoneo, il diacono proclami anche le altre
letture.
177. Alla preghiera dei fedeli, dopo l'introduzione del
sacerdote, il diacono propone le varie intenzioni, stando abitualmente
all'ambone.
Liturgia eucaristica
178. Terminata la preghiera
universale, mentre il sacerdote rimane alla sede, il diacono prepara l'altare
con l'aiuto dell'accolito; spetta a lui la cura dei vasi sacri. Sta accanto al
sacerdote e lo aiuta nel ricevere i doni del popolo. Presenta al sacerdote la
patena con il pane da consacrare; versa il vino e un po' d'acqua nel calice,
dicendo sottovoce: L'acqua unita al vino, e lo presenta poi al sacerdote. Questa
preparazione del calice, la può fare alla credenza. Se si usa l'incenso, assiste
il sacerdote nell'incensazione delle offerte, della croce e dell'altare, poi lui
stesso, o l'accolito, incensa il sacerdote e il popolo.
179. Durante la
Preghiera eucaristica, il diacono sta accanto al sacerdote, ma un po' indietro,
per attendere, quando occorre, al calice e al Messale.
Quindi dall'epiclesi
fino all' ostensione del calice il diacono abitualmente sta in ginocchio. Se
sono presenti più diaconi, uno di essi, al momento della consacrazione, può
mettere l'incenso nel turibolo e incensare durante l' ostensione dell' ostia e
del calice.
180. Alla dossologia finale della Preghiera eucaristica,
stando accanto al sacerdote, tiene sollevato il calice, mentre il sacerdote
eleva la patena con l'ostia, finché il popolo non abbia acclamato
l'Amen.
181. Dopo che il sacerdote ha detto la preghiera per la pace e
rivolto l'augurio: La pace del Signore sia sempre con voi, al quale il popolo
risponde: E con il tuo spirito, il diacono, secondo l'opportunità, invita a
darsi scambievolmente la pace, dicendo, a mani giunte e rivolto verso il popolo:
Scambiatevi il dono della pace. Riceve dal sacerdote la pace, e la può dare agli
altri ministri a lui più vicini.
182. Dopo che il sacerdote si è
comunicato, il diacono riceve la Comunione sotto le due specie dallo stesso
sacerdote, quindi aiuta il sacerdote a distribuire la Comunione al popolo. Se la
Comunione viene distribuita sotto le due specie, porge il calice a quanti si
comunicano; poi, terminata la distribuzione, all'altare devotamente consuma
subito il Sangue di Cristo che è rimasto, con l'aiuto, se il caso lo richiede,
degli altri diaconi e presbiteri.
183. Terminata la distribuzione della
Comunione, il diacono ritorna all'altare con il sacerdote, raccoglie i
frammenti, se ve ne fossero, quindi porta alla credenza il calice e gli altri
vasi sacri, dove li purifica e riordina, come di norma, mentre il sacerdote
ritorna alla sede. I vasi sacri da purificare si possono anche lasciare
opportunamente ricoperti alla credenza, sopra il corporale; la purificazione si
compia subito dopo la Messa, una volta congedato il popolo.
Riti di
conclusione
184. Detta l'orazione dopo la Comunione, il diacono dà al
popolo brevi comunicazioni, a meno che il sacerdote preferisca darle
personalmente.
185. Se si usa l'orazione sul popolo o la formula della
benedizione solenne, il diacono dice: Inchinatevi per la benedizione. Dopo la
benedizione del sacerdote, il diacono congeda il popolo dicendo, a mani giunte e
rivolto verso il popolo: La Messa è finita andate in pace. Tutti rispondono:
Rendiamo grazie a Dio.
186. Quindi, insieme con il sacerdote, venera
l'altare con il bacio e, fatto un profondo inchino, ritorna allo stesso modo
come era venuto.
C) COMPITI DELL'ACCOLITO
187. I compiti che
l'accolito può svolgere sono di vario genere; molti di essi si possono
presentare contemporaneamente. Conviene quindi distribuire i vari compiti tra
più accoliti; se però è presente un solo accolito, svolga lui stesso gli uffici
più importanti, e gli altri vengano distribuiti tra più
ministri.
Riti iniziali
188. Nella processione all'altare,
l'accolito può portare la croce, affiancato da due ministri con i ceri accesi.
Giunto all'altare, colloca la croce presso l'altare, affinché sia la croce dell'
altare, altrimenti la ripone in un luogo degno. Quindi va al suo posto in
presbiterio.
189. Durante l'intera celebrazione, è compito dell'accolito
accostarsi, all'occorrenza, al sacerdote o al diacono per presentare loro il
libro o per aiutarli in tutto ciò che è necessario. Conviene pertanto che, per
quanto possibile, occupi un posto dal quale possa svolgere comodamente il suo
compito, sia alla sede che all'altare.
Liturgia
eucaristica
190. In assenza del diacono, terminata la preghiera
universale, mentre il sacerdote rimane alla sede, l'accolito dispone sull'altare
il corporale, il purificatoio, il calice, la palla e il Messale. Quindi, se
necessario, aiuta il sacerdote nel ricevere i doni del popolo e, secondo
l'opportunità, porta all'altare il pane e il vino e li consegna al sacerdote. Se
si usa l'incenso, presenta il turibolo al sacerdote, e lo assiste poi
nell'incensazione delle offerte, della croce e dell'altare. Quindi incensa il
sacerdote e il popolo.
191. L'accolito istituito, se necessario, può,
come ministro straordinario, aiutare il sacerdote nella distribuzione della
Comunione al popolo100. Se si fa la Comunione sotto le due specie, in assenza
del diacono, l'accolito presenta il calice ai comunicandi, o tiene lui stesso il
calice, se la Comunione si dà per intinzione.
192. L'accolito istituito,
terminata la distribuzione della Comunione, aiuta il sacerdote o il diacono a
purificare e riordinare i vasi sacri. In assenza del diacono, l'accolito
istituito porta i vasi sacri alla credenza e lì, come si usa abitualmente, li
purifica, li asterge e li riordina.
193. Terminata la celebrazione della
Messa, l'accolito e gli altri ministri, insieme al sacerdote e al diacono,
ritornano in sagrestia processionalmente nello stesso modo e ordine con il quale
erano arrivati.
D) COMPITI DEL LETTORE
Riti iniziali
194. Nella processione all'altare, in assenza del diacono, il lettore,
indossata una veste approvata, può portare l'Evangeliario un po' elevato; in tal
caso procede davanti al sacerdote; altrimenti, incede con gli altri
ministri.
195. Giunto all'altare, fa' con gli altri un profondo inchino.
Se porta l'Evangeliario, accede all'altare e ve lo depone. Quindi va ad occupare
il suo posto in presbiterio con gli altri ministri.
Liturgia della
Parola
196. Proclama dall' ambone le letture che precedono il Vangelo. In
mancanza del salmista, può anche proclamare il salmo responsoriale dopo la prima
lettura.
197. In assenza del diacono, dopo l'introduzione del sacerdote,
può proporre dall' ambone le intenzioni della preghiera universale.
198.
Se all'ingresso o alla Comunione non si fa un canto, e se non vengono recitate
dai fedeli le antifone indicate nel Messale, le può dire il lettore al tempo
dovuto (Cf. n. 48, 87).
II. MESSA CONCELEBRATA
199. La
concelebrazione, nella quale si manifesta assai bene l'unità del sacerdozio, del
sacrificio e di tutto il popolo di Dio, è prescritta dal rito stesso:
nell'ordinazione del Vescovo e dei presbiteri, nella benedizione dell'abate e
nella Messa crismale.
È invece raccomandata, se l'utilità dei fedeli non
richiede o suggerisce altro:
a) nella Messa vespertina «Nella Cena del
Signore»;
b) nella Messa celebrata in occasione di Concili, di raduni di
Vescovi e di Sinodi;
c) nella Messa conventuale e nella Messa principale
nelle chiese e negli oratori;
d) nelle Messe in occasione di incontri di
sacerdoti, secolari o religiosi, qualunque sia il carattere di tali incontri 101
.
Al singolo sacerdote sia tuttavia permesso celebrare l'Eucaristia in modo
individuale, non però nel tempo in cui nella stessa chiesa o oratorio si tiene
la concelebrazione. Ma il Giovedì della Settimana santa nella Messa vespertina
«Nella Cena del Signore» e nella Messa della Veglia Pasquale non è permesso
celebrare in modo individuale.
200. I presbiteri pellegrini siano accolti
volentieri nella concelebrazione eucaristica, purché sia riconosciuta la loro
condizione di sacerdoti.
201. Quando vi è un numero considerevole di
sacerdoti, se la necessità o l'utilità pastorale lo suggerisce, si possono
svolgere anche più concelebrazioni nello stesso giorno; si devono tuttavia
tenere in tempi successivi o in luoghi sacri diversi102.
202. Spetta al
Vescovo, a norma del diritto, regolare la disciplina della concelebrazione nella
sua diocesi.
203. Particolare importanza si deve dare a quella
concelebrazione, in cui i presbiteri di una diocesi concelebrano con il proprio
Vescovo, nella Messa stazionale soprattutto nei giorni più solenni dell'anno
liturgico, nella Messa dell'ordinazione del nuovo Vescovo diocesano o del suo
Coadiutore o Ausiliare, nella Messa crismale, nella Messa vespertina «Nella Cena
del Signore», nelle celebrazioni del Santo Fondatore della Chiesa locale o del
Patrono della diocesi, negli anniversari del Vescovo e infine in occasione del
Sinodo o della visita pastorale.
Per lo stesso motivo si raccomanda la
concelebrazione tutte le volte che i sacerdoti si radunano insieme con il
proprio Vescovo, sia in occasione di esercizi spirituali, sia per qualche altro
convegno. In tali circostanze viene manifestato in modo più evidente quel segno
dell'unità del sacerdozio, come pure della Chiesa stessa, che è proprio di ogni
concelebrazionel03.
204. Per motivi particolari, suggeriti dal
significato del rito o della festa, è concesso celebrare o concelebrare più
volte nello stesso giorno nei seguenti casi:
a) chi ha celebrato o
concelebrato al Giovedì della Settimana santa la Messa crismale, può celebrare o
con celebrare anche la Messa vespertina «Nella Cena del Signore» ;
b) chi ha
celebrato o concelebrato la Messa della Veglia Pasquale può celebrare o con
celebrare la Messa del giorno di Pasqua;
c) nel Natale del Signore tutti i
sacerdoti possono celebrare o concelebrare le tre Messe, purché lo facciano
nelle ore corrispondenti;
d) nel giorno della Commemorazione di tutti i
fedeli defunti, tutti i sacerdoti possono celebrare o concelebrare tre Messe,
purché le celebrazioni avvengano in tempi diversi e osservando ciò che è stato
stabilito per l'applicazione della seconda e terza Messa 104;
e) chi in
occasione del Sinodo, della visita pastorale o di incontri sacerdotali
concelebra col Vescovo o con un suo delegato, può di nuovo celebrare, per
l'utilità dei fedeli. La stessa possibilità è data, con gli opportuni
adattamenti, anche per le riunioni dei religiosi.
205. La Messa
concelebrata, in qualunque forma si svolga, è ordinata secondo le norme che
comunemente si devono osservare (Cf. nn. 112-198), tenute presenti
le
varianti qui sotto indicate.
206. Nessuno mai vada o sia ammesso a
concelebrare quando la Messa è già iniziata.
207. In presbiterio si
preparino:
a) le sedi e i sussidi per i sacerdoti concelebranti;
b) sulla
credenza: un calice di sufficiente capacità o più calici.
208. Se non è
presente il diacono, i compiti a lui propri sono svolti da alcuni
concelebranti.
Se non vi sono gli altri ministri, le parti loro proprie si
possono affidare ad altri fedeli idonei, altrimenti vengono assolte da alcuni
concelebranti.
209. I concelebranti, in sagrestia o in altro luogo
adatto, indossano le vesti sacre che abitualmente si utilizzano nella
celebrazione individuale. Tuttavia per un ragionevole motivo, come ad esempio un
numero notevole di concelebranti e la mancanza di paramenti, i concelebranti,
fatta sempre eccezione per il celebrante principale, possono fare a meno della
casula o pianeta e usare soltanto la stola sopra il camice.
Riti di
introduzione
210. Preparata ogni cosa in modo ordinato, si fa, come di
consueto, la processione attraverso la chiesa fino all'altare. I sacerdoti
concelebranti precedono il celebrante principale.
211. Giunti all'altare,
i sacerdoti concelebranti e il sacerdote celebrante principale, fatto un
profondo inchino, venerano l'altare con il bacio, quindi si recano al posto loro
assegnato. Il sacerdote celebrante principale, secondo l'opportunità, incensa la
croce e l'altare; si reca poi alla sede.
Liturgia della
Parola
212. Durante la Liturgia della Parola, i sacerdoti concelebranti
stanno alloro posto e nel sedersi e nell' alzarsi si uniformano al sacerdote
celebrante principale.
Iniziato il canto dell' Alleluia, tutti si alzano,
tranne il Vescovo, che impone l' incenso senza nulla dire e benedice il diacono
o, se questo è assente, il concelebrante che proclamerà il Vangelo. Tuttavia
nella concelebrazione presieduta da un presbitero, il concelebrante che proclama
il Vangelo in assenza del diacono né chiede né riceve la benedizione del
celebrante principale.
213. L'omelia è tenuta normalmente dal sacerdote
celebrante principale o da uno dei concelebranti.
Liturgia
eucaristica
214. La preparazione dei doni (Cf. nn. 139-146) viene
compiuta dal celebrante principale; gli altri concelebranti restano alloro
posto.
215. Dopo che il celebrante principale ha recitato l'orazione
sulle offerte, i concelebranti si avvicinano all'altare disponendosi attorno ad
esso, in modo però da non intralciare lo svolgimento dei riti, da permettere ai
fedeli di vedere bene l'azione sacra e al diacono di avvicinarsi facilmente
all'altare per svolgere il suo ministero.
Il diacono eserciti il suo
ministero all' altare, servendo quando è necessario al calice e al Messale.
Tuttavia, per quanto è possibile, egli sta abbastanza arretrato, un po' indietro
rispetto ai sacerdoti concelebranti che si dispongono attorno al celebrante
principale.
Modo di dire la Preghiera eucaristica
216. Il
prefazio viene cantato o detto dal solo sacerdote celebrante principale; il
Santo viene cantato o recitato da tutti i concelebranti insieme con il popolo e
la schola.
217. Terminato il Santo, i sacerdoti concelebranti proseguono
la recita della Preghiera eucaristica, nel modo sotto indicato.
Soltanto il
celebrante principale compie i gesti, salvo indicazioni contrarie.
218.
Le parti che sono pronunciate da tutti i concelebranti, in modo particolare le
parole della consacrazione, che tutti sono tenuti ad esprimere, si devono
recitare sottovoce, in modo che venga udita chiaramente la voce del celebrante
principale. In tal modo le parole sono più facilmente intese dal popolo.
Le
parti che devono essere dette insieme da tutti i concelebranti, se sul Messale
sono musicate, è bene che vengano cantate.
Preghiera eucaristica I o
Canone romano
219. Nella Preghiera eucaristica I o Canone romano, solo
il celebrante principale, con le braccia allargate, dice il Padre
clementissimo.
220. Il ricordo dei vivi: Ricordati, Signore e il In
comunione conviene siano affidati all' uno o all'altro dei sacerdoti
concelebranti, che dice queste preghiere da solo, con le braccia allargate e ad
alta voce.
221. Il solo celebrante principale, con le braccia allargate,
dice l'Accetta con benevolenza, o Signore.
222. Da Santifica, o Dio fino
a Ti supplichiamo, Dio onnipotente il celebrante principale compie i gesti,
tutti i concelebranti però recitano insieme tutte le formule, in questo
modo:
a) Santifica, o Dio: con le mani stese verso le offerte;
b) La
vigilia e Dopo la cena: a mani giunte;
c) alle parole del Signore, con la
mano destra stesa verso il pane e il calice, se ciò sembra opportuno; alla loro
presentazione, i con celebranti sollevano lo sguardo verso l'ostia consacrata e
il calice, poi si inchinano profondamente;
d) In questo sacrificio e Volgi
sulla nostra offerta: con le braccia allargate;
e) Ti supplichiamo, Dio
onnipotente: stando inchinati e a mani giunte fino alle parole: perché su tutti
noi che partecipiamo di questo altare; poi, eretti, i concelebranti fanno il
segno di croce alle parole: scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del
cielo.
223. Il ricordo dei morti: Ricordati, o Signore e Anche a noi,
tuoi ministri, peccatori, conviene siano affidati all'uno o all'altro dei
concelebranti, che dice queste parti da solo, con le braccia allargate e ad alta
voce.
224. Alle parole Anche a noi, tuoi ministri, peccatori, tutti i
concelebranti si battono il petto.
225. Solo il celebrante principale
dice: Per Cristo, nostro Signore, tu, o Dio
Preghiera eucaristica II
226. Nella Preghiera eucaristica II solo il celebrante principale, con
le braccia allargate, dice il Padre veramente santo.
227. Tutti i
concelebranti recitano insieme tutte le formule da Santifica questi doni fino a
Ti preghiamo umilmente, in questo modo:
a) Santifica questi doni: con le mani
stese verso le offerte;
b) Egli, offrendosi liberamente e Dopo la cena: a
mani giunte;
c) le parole del Signore, con la mano destra stesa verso il pane
e il calice, se ciò sembra opportuno; alla loro presentazione, i concelebranti
sollevano lo sguardo verso l'ostia consacrata e il calice, poi si inchinano
profondamente;
d) Celebrando il memoriale e Ti preghiamo umilmente: con le
braccia allargate.
228. Le intercessioni per i vivi: Ricordati, Padre e
per i defunti: Ricordati dei nostri fratelli, conviene siano affidate all'uno o
all' altro dei sacerdoti concelebranti, che dice queste parti da solo, con le
braccia allargate e ad alta voce.
Preghiera eucaristica III
229. Nella Preghiera eucaristica III solo il celebrante principale, con
le braccia allargate, dice il Padre veramente santo.
230. Tutti i
concelebranti recitano insieme tutte le formule da Ora ti preghiamo umilmente
fino a Guarda con amore, in questo modo:
a) Ora ti preghiamo umilmente: con
le mani stese verso le offerte;
b) Nella notte in cui fu tradito e Dopo la
cena a mani giunte;
c) le parole del Signore, con la mano destra stesa verso
il pane e il calice, se ciò sembra opportuno; alla loro presentazione, i
concelebranti sollevano lo sguardo verso l'ostia consacrata e il calice, poi si
inchinano profondamente;
d) Celebrando il memoriale e Guarda con amore: con
le braccia allargate.
231. Le intercessioni: Egli faccia di noi, Per
questo sacrificio di riconciliazione e Accogli nel tuo regno, conviene siano
affidate all'uno o all'altro dei sacerdoti concelebranti, che recita queste
parti da solo, con le braccia allargate e ad alta voce.
Preghiera
eucaristica IV
232. Nella Preghiera eucaristica IV il celebrante
principale, da solo, con le braccia allargate, dice Noi ti lodiamo, Padre santo,
fino a compiere ogni santificazione.
233. Tutti i concelebranti dicono
insieme tutte le formule da Ora ti preghiamo, Padre, fino a Guarda con amore, in
questo modo:
a) Ora ti preghiamo, Padre: con le mani stese verso le
offerte;
b) Egli, venuta l'ora e Allo stesso modo: a mani giunte;
c) le
parole del Signore, con la mano destra stesa verso il pane e il calice, se ciò
sembra opportuno; alla loro presentazione, i concelebranti sollevano lo sguardo
verso l'ostia consacrata e il calice, poi si inchinano profondamente;
d) In
questo memoriale e Guarda con amore: con le braccia allargate.
234. Le
intercessioni: Ora, Padre, ricordati e Padre misericordioso conviene siano
affidate alternativamente a uno dei sacerdoti concelebranti, che dice queste
parti da solo, con le braccia allargate e ad alta voce.
235. Per quanto
riguarda le altre Preghiere eucaristiche approvate dalla Sede Apostolica, si
osservino le nonne stabilite per ciascuna di esse.
236. La dossologia
finale della Preghiera eucaristica viene recitata solamente dal sacerdote
celebrante principale e, se sembra opportuno, insieme agli altri concelebranti,
non invece dai fedeli.
Riti di Comunione
237. Quindi il
celebrante principale, a mani giunte, dice la monizione prima della preghiera
del Signore; poi, con le braccia allargate, recita il Padre nostro insieme con
gli altri sacerdoti concelebranti, i quali pure allargano le braccia, e con il
popolo.
238. Il solo celebrante principale, con le braccia allargate,
prosegue: Liberaci. Al termine, tutti i concelebranti, insieme con il popolo,
acclamano: Tuo è il regno.
239. Dopo l'invito del diacono o, se questo è
assente, di uno dei concelebranti: Scambiatevi il dono della pace, tutti si
scambiano tra loro la pace. Coloro che sono più vicini al celebrante principale
ricevono da lui la pace prima del diacono.
240. Mentre si canta o si dice
l'Agnello di Dio, i diaconi o alcuni dei concelebranti possono aiutare il
celebrante principale nello spezzare le ostie per la Comunione dei concelebranti
e del popolo.
241. Compiuta la immixtio, soltanto il celebrante
principale recita sottovoce, a mani giunte, la preghiera: Signore Gesù Cristo,
Figlio del Dio vivo, oppure La Comunione con il tuo Corpo e il tuo
Sangue.
242. Terminata la preghiera prima della Comunione, il celebrante
principale genuflette e si scosta un poco dall' altare. I concelebranti, uno
dopo l'altro, si accostano al centro dell' altare, genuflettono, prendono con
devozione il Corpo di Cristo e, tenendo la mano sinistra sotto la destra,
ritornano alloro posto. I concelebranti possono anche rimanere al loro posto e
prendere il Corpo di Cristo dalla patena presentata ai singoli dal celebrante
principale o da uno o più concelebranti; possono anche passarsi l'un l'altro la
patena.
243. Poi il celebrante principale prende l'ostia consacrata nella
stessa Messa e, tenendola un po' sollevata sopra la patena o sopra il calice,
rivolto al popolo dice: Ecco l'Agnello di Dio e prosegue insieme con i sacerdoti
concelebranti e il popolo, dicendo: O Signore, non sono degno.
244.
Quindi il celebrante principale, rivolto verso l'altare, dice sottovoce: Il
Corpo di Cristo mi custodisca per la vita eterna, e devotamente si comunica al
Corpo di Cristo. Allo stesso modo si comunicano i concelebranti. Dopo di loro il
diacono riceve dal celebrante principale il Corpo e il Sangue del
Signore.
245. La Comunione al Sangue di Cristo si può fare bevendo
direttamente dal calice, per intinzione, con la cannuccia o con il
cucchiaino.
246. Se si fa la Comunione direttamente al calice, si può
fare in uno di questi modi:
a) il celebrante principale, stando in mezzo
all'altare, prende il calice, dicendo sottovoce: Il Sangue di Cristo mi
custodisca per la vita eterna e beve al calice, che consegna poi al diacono o a
un concelebrante; quindi distribuisce la Comunione ai fedeli (Cf. nn.
160-162).
I concelebranti, uno dopo l'altro, oppure a due a due, se vi sono
due calici, si accostano all'altare, genuflettono, assumono il Sangue, astergono
il labbro del calice e ritornano alloro posto.
b) Il celebrante principale,
stando in mezzo all'altare, fa la Comunione al Sangue del Signore nel modo
consueto.
I concelebranti possono rimanere alloro posto e fare la Comunione
al Sangue del Signore bevendo al calice che viene loro presentato dal diacono o
da uno dei concelebranti; oppure anche passandosi il calice l'un l'altro. Il
labbro del calice viene sempre asterso da colui che beve o da chi lo presenta ai
singoli. Dopo essersi comunicato, ognuno ritorna al suo posto.
247. Il
diacono devotamente consuma all'altare tutto il Sangue di Cristo che è rimasto,
con l'aiuto, se è il caso, di alcuni concelebranti, quindi porta il calice alla
credenza, dove lui stesso o l'accolito istituito compie la purificazione,
asterge il calice e lo riordina come di consueto (Cf. n. 183).
248. La
Comunione dei concelebranti può anche essere ordinata in modo che i singoli
comunichino al Corpo e, subito dopo, al Sangue del Signore presso l'altare. In
questo caso, il celebrante principale si comunica sotto le due specie, come di
consueto (Cf. n. 158), attenendosi tuttavia al rito scelto nei singoli casi per
la Comunione al calice: rito al quale devono conformarsi tutti gli altri
concelebranti.
Dopo che il celebrante principale si è comunicato, il calice
viene deposto al lato destro dell'altare, sopra un altro corporale. I
concelebranti, uno dopo l'altro, si portano al centro dell'altare, genuflettono
e si comunicano al Corpo del Signore; successivamente, al lato destro dell'
altare, si comunicano al Sangue del Signore, secondo il rito adottato per la
Comunione al calice, come è detto sopra.
La Comunione del diacono e la
purificazione del calice si svolgono secondo le modalità sopra
indicate.
249. Se la Comunione dei concelebranti si fa per intinzione, il
celebrante principale si comunica al Corpo e al Sangue del Signore nel modo
consueto, facendo però attenzione a lasciarne nel calice una quantità
sufficiente per la Comunione dei concelebranti. Poi il diacono, oppure uno dei
concelebranti, dispone opportunamente il calice insieme con la patena che
contiene le ostie, in mezzo all'altare o a un suo lato sopra un altro
corporale.
I concelebranti, uno dopo l'altro, si accostano all'altare,
genuflettono, prendono l'ostia, la intingono nel calice e, tenendo il
purificatoio sotto il mento, si comunicano; ritornano poi alloro posto, come
all'inizio della Messa.
Anche il diacono riceve la Comunione per intinzione e
risponde Amen quando un concelebrante dice: Il Corpo e il Sangue di Cristo.
Quindi il diacono, se è il caso con l'aiuto di alcuni concelebranti, all'altare,
beve quanto è rimasto nel calice, poi lo porta alla credenza, dove egli stesso o
l'accolito istituito compie la purificazione, asterge il calice e lo riordina
come di consueto.
Riti di conclusione
250. Il celebrante
principale compie i riti di conclusione nel modo consueto (Cf. nn. 166-169),
mentre i concelebranti rimangono al loro posto.
251. I concelebranti,
prima di allontanarsi dall'altare, fanno un profondo inchino. Il celebrante
principale, invece, con il diacono venera l'altare con il bacio.
III. MESSA A CUI PARTECIPA UN SOLO MINISTRO
252. Nella Messa
celebrata dal sacerdote con la sola presenza di un ministro che gli risponde, si
osserva il rito della Messa con il popolo (Cf. nn.120-169).
Il ministro
secondo l'opportunità pronuncia le parti che spettano al popolo.
253. Se
tuttavia il ministro è un diacono, egli compie gli uffici che gli sono propri
(Cf. nn.171-186) e svolge le altre parti del popolo.
254. La celebrazione
senza ministro o senza almeno qualche fedele non si faccia se non per un giusto
e ragionevole motivo. In questo caso si tralasciano i saluti, le monizioni e la
benedizione al termine della Messa.
255. Prima della Messa i vasi sacri
necessari si preparano o alla credenza o sull' altare al lato
destro.
Riti di introduzione
256. Il sacerdote si accosta
all'altare e, fatto con il ministro un profondo inchino, venera l'altare con il
bacio e si reca alla sede. Se lo preferisce, il sacerdote può rimanere
all'altare: in questo caso lì si prepara anche il Messale. Allora il ministro o
il sacerdote recita l'antifona d'ingresso.
257. Quindi il sacerdote con
il ministro, stando in piedi, si segna con il segno della croce e dice: Nel nome
del Padre; rivolto al ministro lo saluta, scegliendo una delle formule
proposte.
258. Poi compie l'atto penitenziale e, secondo le rubriche,
dice il Kyrie e il Gloria.
259. Poi, a mani giunte, dice Preghiamo e,
dopo una conveniente pausa, dice, con le braccia allargate, la colletta, al
termine della quale il ministro risponde: Amen.
Liturgia della
Parola
260. Le letture, per quanto è possibile, si fanno dall'ambone o da
un leggio.
261. Dopo la colletta, il ministro legge la prima lettura e il
salmo e, quando si deve dire, la seconda lettura e il versetto alleluiatico, o
un altro canto.
262. Quindi, il sacerdote, profondamente inchinato, dice:
Purifica il mio cuore, poi legge il Vangelo. Alla fine dice: Parola del Signore,
a cui il ministro risponde: Lode a te, o Cristo. Poi il sacerdote venera il
libro con il bacio, dicendo sottovoce: La parola del Vangelo.
263. Il
sacerdote recita poi, secondo le rubriche, il simbolo insieme con il
ministro.
264. Segue la preghiera universale, che si può dire anche in
questa Messa. il sacerdote introduce e conclude la preghiera, mentre il ministro
formula le intenzioni.
Liturgia eucaristica
265. Nella
Liturgia eucaristica tutto si svolge come nella Messa con il popolo, tranne ciò
che segue.
266. Dopo l'acclamazione al termine dell'embolismo che segue
il Padre nostro, il sacerdote dice la preghiera: Signore Gesù Cristo, che hai
detto; quindi soggiunge: La pace del Signore sia sempre con voi, e il ministro
risponde: E con il tuo spirito. Se lo ritiene opportuno, il sacerdote offre la
pace al ministro.
267. Quindi, mentre dice l'Agnello di Dio insieme con
il ministro, il sacerdote spezza l'ostia sopra la patena. Terminato l'Agnello di
Dio, compie l'immixtio dicendo sottovoce: Il Corpo e il Sangue... uniti in
questo calice.
268. Dopo l'immixtio, il sacerdote dice la preghiera
Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, oppure La Comunione con il tuo Corpo e
il tuo Sangue; quindi genuflette, prende l'ostia e, se il ministro fa la
Comunione, si volta verso di lui. Tenendo l'ostia un po' sollevata sopra la
patena o sopra il calice, dice: Ecco l'Agnello di Dio e continua con lui: O
Signore non sono degno. Rivolto poi verso l'altare, si comunica al Corpo di
Cristo. Se invece il ministro non riceve la Comunione, il sacerdote prende
l'ostia e, stando rivolto all' altare, dice sottovoce: O Signore, non sono
degno, e Il Corpo di Cristo mi custodisca e quindi assume il Corpo del Signore.
Quindi prende il calice e dice sottovoce: Il Sangue di Cristo mi custodisca e
assume il Sangue.
269. Prima di dare la Comunione al ministro, il
ministro o lo stesso sacerdote legge l'antifona alla Comunione.
270. li
sacerdote purifica il calice alla credenza o all' altare. Se il calice viene
purificato all'altare, può essere portato alla credenza dal ministro o essere
riposto sopra l'altare a lato.
271. Dopo aver purificato il calice,
conviene che il sacerdote osservi una pausa di silenzio; poi dice l'orazione
dopo la Comunione.
Riti di conclusione
272. I riti di conclusione
si svolgono come nella Messa con il popolo, tralasciato il congedo. Il sacerdote
nel modo solito venera l'altare con il bacio e, fatto un profondo inchino,
insieme al ministro si allontana.
IV. ALCUNE NORME DI CARATTERE GENERALE
PER TUTTE LE FORME DI MESSA
Venerazione dell'altare e
dell'Evangeliario
273. Secondo l'uso tramandato, la venerazione
dell'altare e dell'Evangeliario si esprime con il bacio. Qualora però questo
gesto simbolico non corrispondesse pienamente alle tradizioni e alla cultura di
una determinata regione, spetta alla Conferenza Episcopale determinare, con il
consenso della Sede Apostolica, un gesto che sostituisca il
bacio.
Genuflessione e inchino
274. La genuflessione, che si fa
piegando il ginocchio destro fino a terra, significa adorazione; perciò è
riservata al Ss.mo Sacramento e alla santa Croce, dalla solenne adorazione nell'
Azione liturgica del Venerdì nella Passione del Signore fino all'inizio della
Veglia pasquale.
Nella Messa vengono fatte dal sacerdote celebrante tre
genuflessioni, cioè: dopo l' ostensione dell' ostia, dopo l' ostensione del
calice e prima della Comunione. Le
particolarità da osservarsi nella Messa
concelebrata sono indicate a suo luogo (Cf. nn.210-251).
Se nel presbiterio
ci fosse il tabernacolo con il Ss.mo Sacramento, il sacerdote, il diacono e gli
altri ministri genuflettono quando giungono all'altare o quando si allontanano,
non invece durante la stessa celebrazione della Messa.
Inoltre genuflettono
tutti coloro che passano davanti al Ss.mo Sacramento, se non procedono in
processione.
I ministri che portano la croce processionale o i ceri, al posto
della genuflessione fanno un inchino col capo.
275. Con l'inchino si
indicano la riverenza e l'onore che si danno alle persone o ai loro segni. Vi
sono due specie di inchino, del capo e del corpo:
a) L'inchino del capo si fa
quando vengono nominate insieme le tre divine Persone; al nome di Gesù, della
beata Vergine Maria e del Santo in onore del quale si celebra la Messa.
b)
L'inchino di tutto il corpo, o inchino profondo, si fa: all'altare; mentre si
dicono le preghiere Purifica il mio cuore e Umili e pentiti; nel simbolo (Credo)
alle parole: E per opera dello Spirito Santo; nel canone romano, alle parole:
Ti supplichiamo, Dio onnipotente. Il diacono compie lo stesso inchino mentre
chiede la benedizione prima di proclamare il Vangelo. Inoltre il sacerdote, alla
consacrazione, si inchina leggermente mentre proferisce le parole del
Signore.
L'incensazione
276. L'incensazione esprime riverenza
e preghiera, come è indicato nella sacra Scrittura (Cf. Sal 140,2; Ap
8,3).
L'uso dell'incenso in qualsiasi forma di Messa è facoltativo:
a)
durante la processione d'ingresso;
b) all'inizio della Messa, per incensare
la croce e l'altare;
c) alla processione e alla proclamazione del
Vangelo;
d) quando sono stati posti sull'altare il pane e il calice, per
incensare le offerte, la croce e l'altare, il sacerdote e il popolo;
e) alla
presentazione dell' ostia e del calice dopo la consacrazione.
277. Il
sacerdote quando mette l'incenso nel turibolo lo benedice tracciando un segno di
croce, senza nulla dire.
Prima e dopo l'incensazione si fa un profondo
inchino alla persona o alla cosa che viene incensata, non però all'altare e alle
offerte per il sacrificio della Messa.
Con tre colpi del turibolo si
incensano: il Ss.mo Sacramento, la reliquia della santa Croce e le immagini del
Signore esposte alla pubblica venerazione, le offerte per il sacrificio della
Messa, la croce dell' altare, l'Evangeliario, il cero pasquale, il sacerdote e
il popolo.
Con due colpi si incensano le reliquie e le immagini dei Santi
esposte alla pubblica venerazione, unicamente all'inizio della celebrazione,
quando si incensa l'altare. L'altare si incensa con singoli colpi in questo
modo:
a) Se l'altare è separato dalla parete, il sacerdote lo incensa
girandogli intorno;
b) Se invece l'altare è addossato alla parete, il
sacerdote lo incensa passando prima la parte destra dell' altare, poi la
sinistra.
La croce, se è sopra l'altare o accanto ad esso, viene incensata
prima dell'altare; altrimenti quando il sacerdote le passa davanti.
Il
sacerdote incensa le offerte prima dell'incensazione della croce e dell'altare
con tre colpi di turibolo, oppure facendo col turibolo il segno di croce sopra
le offerte.
La purificazione
278. Ogni volta che qualche
frammento di ostia rimane attaccato alle dita, soprattutto dopo la frazione o
dopo la Comunione dei fedeli, il sacerdote asterga le dita sulla patena, oppure,
se necessario, lavi le dita stesse. Così pure raccolga eventuali frammenti fuori
della patena.
279. I vasi sacri vengono purificati dal sacerdote, dal
diacono o dall'accolito istituito, dopo la Comunione, oppure dopo la Messa,
possibilmente alla credenza. La purificazione del calice si fa con acqua o con
acqua e vino, che poi quello che purifica beve. La patena si asterge normalmente
con il purificatoio.
Si presti attenzione a che si consumi subito e
totalmente all' altare quanto per caso rimane del Sangue di Cristo dopo la
distribuzione della Comunione.
280. Se un'ostia o una particola
scivolasse via, si raccolga con rispetto; se poi si versasse qualche goccia del
Sangue del Signore, si lavi il luogo con acqua, e l'acqua si versi nel sacrario
che si trova in sagrestia.
La Comunione sotto le due specie
281. La
santa Comunione esprime con maggior pienezza la sua forma di segno, se viene
fatta sotto le due specie. Risulta infatti più evidente il segno del banchetto
eucaristico e si esprime più chiaramente la volontà divina di ratificare la
nuova ed eterna alleanza nel Sangue del Signore ed è più intuitivo il rapporto
tra il banchetto eucaristico e il convito escatologico nel regno del
Padrel05.
282. I pastori d'anime si facciano un dovere di ricordare, nel
modo più adatto, ai fedeli che partecipano al rito o che vi assistono, la
dottrina cattolica riguardo alla forma della Comunione, secondo il Concilio
Ecumenico di Trento. In particolare ricordino ai fedeli quanto insegna la fede
cattolica: che, cioè, anche sotto una sola specie si riceve il Cristo tutto
intero e il Sacramento in tutta la sua verità; di conseguenza, per quanto
riguarda i frutti della Comunione, coloro che ricevono una sola specie, non
rimangono privi di nessuna grazia necessaria alla salvezza106.
Inoltre
insegnino che nell'amministrazione dei Sacramenti, salva la loro sostanza, la
Chiesa ha il potere di determinare o cambiare ciò che essa ritiene più
conveniente per la venerazione dovuta ai Sacramenti stessi e per l'utilità di
coloro che li ricevono secondo la diversità delle circostanze, dei tempi e dei
luoghi107. Nello stesso tempo
però esortino i fedeli perché partecipino più
intensamente al sacro rito, nella forma in cui è posto in maggior evidenza il
segno del banchetto.
283. La Comunione sotto le due specie è permessa,
oltre ai casi descritti nei libri rituali:
a) ai sacerdoti che non possono
celebrare o concelebrare;
b) al diacono e agli altri che compiono qualche
ufficio nella Messa;
c) ai membri delle comunità nella Messa conventuale o in
quella che si dice "della comunità", agli alunni dei seminari, a tutti coloro
che attendono agli esercizi spirituali o partecipano ad un convegno spirituale o
pastorale.
Il Vescovo diocesano può stabilire per la sua diocesi norme
riguardo alla Comunione sotto le due specie, da osservarsi anche nelle chiese
dei religiosi e nei piccoli gruppi. Allo stesso Vescovo è data facoltà di
permettere la Comunione sotto le due specie ogni volta che sembri opportuno al
sacerdote al quale, come pastore proprio, è affidata la comunità, purché i
fedeli siano ben preparati e non ci sia pericolo di profanazione del Sacramento
o la celebrazione non risulti troppo difficoltosa per il gran numero di
partecipanti o per altra causa.
Circa il modo di distribuire ai fedeli la
sacra Comunione sotto le due specie e circa l'estensione delle facoltà, le
Conferenze Episcopali possono stabilire delle norme, approvate dalla Sede
Apostolica.
284. Quando si distribuisce la Comunione sotto le due
specie:
a) per il calice solitamente compie il servizio il diacono, o, in sua
assenza, il sacerdote; o anche l'accolito istituito o un altro ministro
straordinario della sacra Comunione; o un fedele a cui, in caso di necessità,
viene affidato questo compito per l' occasione;
b) ciò che rimane del Sangue
viene consumato all'altare dal sacerdote, dal diacono o dall'accolito istituito
che ha prestato servizio per il calice e che poi, nel modo solito, purifica,
asterge e ordina i vasi sacri.
Ai fedeli che vogliono comunicarsi solo sotto
la specie del pane, la sacra Comunione si dia in questa forma.
285. Per
distribuire la Comunione sotto le due specie, si devono preparare:
a) se la
Comunione si fa bevendo direttamente dal calice, o un calice di sufficiente
grandezza o più calici, con attenzione tuttavia nel prevedere che la quantità
del Sangue di Cristo da consumare alla fine della celebrazione non rimanga in
misura sovrabbondante;
b) se si fa per intinzione, ostie né troppo sottili né
troppo piccole, ma un poco più consistenti del solito, perché si possano
convenientemente distribuire, dopo averle intinte parzialmente nel Sangue del
Signore.
286. Se la Comunione al Sangue si fa bevendo dal calice, il
comunicando, dopo aver ricevuto il Corpo di Cristo, va dal ministro del calice e
si ferma davanti a lui. Il ministro dice: Il Sangue di Cristo; il comunicando
risponde: Amen, e il ministro gli porge il calice, che lo stesso comunicando
accosta alle labbra con le sue mani. Il comunicando beve un po' dal calice, lo
restituisce al ministro e si allontana; il ministro asterge con il purificatoio
il labbro del calice.
287. Se la Comunione al calice si fa per
intinzione, il comunicando, tenendo la patena sotto il mento, va dal sacerdote
che tiene il vaso con le particole, al cui fianco sta il ministro che tiene il
calice. Il sacerdote prende l'ostia, ne intinge una parte nel calice e
mostrandola dice: Il Corpo e il Sangue di Cristo; il comunicando risponde: Amen,
dal sacerdote riceve in bocca il Sacramento e poi si allontana.
91 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra
Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 41.
92 Cf. Caeremoniale Episcoporum, nn.
119-186.
93 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, n. 42; Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen
Gentium, n. 28; Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale, Presbyterorum
Ordinis, n. 5; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium,
25 maggio 1967, n. 26: AAS 59 (1967) 555.
94 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI
RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 47: AAS 59 (1967)
565.
95 Cf. ibidem, n. 26: AAS 59 (1967) 555; Istruzione Musicam sacram, 5
marzo 1967, nn. 16,27: AAS 59 (1967) 305, 308.
96 Cf. Istruzione
interdicasteriale su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici
al ministero dei sacerdoti, Ecclesiae de mysterio, 15 agosto 1997, art. 6: AAS
89 (1997) 869.
97 Cf. SACRA CONGREGAZIONE PER I SACRAMENTI E IL CULTO DIVINO,
Istruzione Inestimabile donum, 3 aprile 1980, n. 10: AAS 72 (1980) 336;
Istruzione interdicasteriale su alcune questioni circa la collaborazione dei
fedeli laici al ministero dei sacerdoti, Ecclesiae de mysterio, 15 agosto 1997,
art. 8: AAS 89 (1997) 871.
98 Cf. MESSALE ROMANO, Appendice III, Rito per
incaricare volta per volta un fedele per la distribuzione
dell'Eucaristia.
99Cf. Caeremoniale Episcoporum, nn. 1118-1121.
100 Cf.
PAOLO VI, Lett. Ap. Ministeria quaedam, 15 agosto 1972: AAS 64 (1972)
532.
101 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, n. 57; CIC, can. 902.
102 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI
RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 47: AAS 59 (1967)
566.
103 Cf. ibidem, 565.
104 Cf. BENEDETTO XV, Cost. Ap.Incruentum
altaris sacrificium, l0 agosto 1915: AAS 7 (1915) 401-404.
105 Cf. SACRA
CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n.
32: AAS 59 (1967) 558.
106 Cf. CONC. ECUM. TRIDENTlNO, Sess. XXI, 16 luglio
1562, Decreto sulla Comunione eucaristica, capp. 1-3, Denz.-Schönm.
1725-1729.
107 Cf. ibidem, cap. 2, Denz.-Schönm. 1728.
Capitolo V
DISPOSIZIONE E
ARREDAMENTO DELLE CHIESE
PER LA
CELEBRAZIONE EUCARISTICA
I. PRINCIPI GENERALI
288. Per la
celebrazione dell'Eucaristia, il popolo di Dio si riunisce di solito nella
chiesa oppure, se questa manca o è insufficiente, in un altro luogo decoroso che
sia tuttavia degno di un così grande mistero. Quindi le chiese, o gli altri
luoghi, siano adatte alla celebrazione delle azioni sacre e all'attiva
partecipazione dei fedeli. Inoltre i luoghi sacri e le cose che servono al culto
siano davvero degni, belli, segni e simboli delle realtà celesti
108.
289. Pertanto la Chiesa non cessa di fare appello al nobile servizio
delle arti e ammette le forme artistiche di tutti i popoli e di tutti i
paesi109. Anzi, come si sforza di conservare le opere d'arte e i tesori che i
secoli passati hanno trasmesso110 e, per quanto è possibile, cerca di adattarli
alle nuove esigenze, cerca pure di promuovere nuove forme corrispondenti
all'indole di ogni epoca111.
Perciò nella formazione degli artisti come pure
nella scelta delle opere da ammettere nella chiesa, si ricerchino gli autentici
valori dell' arte, che alimentino la fede e la devozione e corrispondano alla
verità del loro significato e al fine cui sono destinate1l2.
290. Tutte
le chiese siano dedicate o almeno benedette. Le chiese cattedrali e parrocchiali
siano dedicate con rito solenne.
291. Tutti coloro che sono interessati
alla costruzione, alla ristrutturazione e all'adeguamento delle chiese,
consultino la Commissione diocesana di Liturgia e Arte sacra. Il Vescovo
diocesano, poi, si serva del consiglio e dell' aiuto della stessa Commissione
quando si tratta di dare norme in questa materia o di approvare progetti di
nuove chiese o di definire questioni di una certa importanzal13.
292.
L'arredamento della chiesa si ispiri a una nobile semplicità, piuttosto che al
fasto. Nella scelta degli elementi per l'arredamento, si curi la verità delle
cose e si tenda all'educazione dei fedeli e alla dignità di tutto il luogo
sacro.
293. Una conveniente disposizione della chiesa e dei suoi
accessori, che rispondano opportunamente alle esigenze del nostro tempo,
richiede che non si curino solo le cose più direttamente pertinenti alla
celebrazione delle azioni sacre, ma che si preveda anche ciò che contribuisce
alla comodità dei fedeli e che abitualmente si trova nei luoghi dove il popolo
si raduna.
294. Il popolo di Dio, che si raduna per la Messa, ha una
struttura organica e gerarchica, che si esprime nei vari compiti e nel diverso
comportamento secondo le singole parti della celebrazione. Pertanto è necessario
che la disposizione generale del luogo sacro sia tale da presentare in certo
modo l'immagine dell' assemblea riunita, consentire l'ordinata e organica
partecipazione di tutti e favorire il regolare svolgimento dei compiti di
ciascuno.
I fedeli e la schola avranno un posto che renda più facile la loro
partecipazione attiva 114.
Il sacerdote celebrante, il diacono e gli altri
ministri prenderanno posto nel presbiterio. Lì si preparino le sedi dei
concelebranti; se però il loro numero è grande, si dispongano le loro sedi in
altra parte della chiesa, ma vicino all'altare. Queste disposizioni servono a
esprimere la struttura gerarchica e la diversità dei compiti, ma devono anche
assicurare una più profonda e organica unità, attraverso la quale si manifesti
chiaramente l'unità di tutto il popolo santo. La natura e la bellezza del luogo
e di tutta la suppellettile devono poi favorire la pietà e manifestare la
santità dei misteri che vengono celebrati.
II. ORDINAMENTO DEL
PRESBITERIO PER LA CELEBRAZIONE EUCARISTICA
295. Il presbiterio è il
luogo dove si trova l'altare, viene proclamata la parola di Dio, e il sacerdote,
il diacono e gli altri ministri esercitano il loro ufficio. Si deve
opportunamente distinguere dalla navata della chiesa per mezzo di una
elevazione, o mediante strutture e ornamenti particolari. Sia inoltre di tale
ampiezza da consentire un comodo svolgimento della celebrazione dell'Eucaristia
e da favorire la sua visione115.
L'altare e le sue
suppellettili
296. L'altare, sul quale si rende presente nei segni
sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale
il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la Messa;
l'altare è il centro dell' azione di grazie che si compie con
l'Eucaristia.
297. La celebrazione dell'Eucaristia, nel luogo sacro, si
deve compiere sopra un altare; fuori del luogo sacro, invece, si può compiere
anche sopra un tavolo adatto, purché vi siano sempre una tovaglia e il
corporale, la croce e i candelabri.
298. Conviene che in ogni chiesa ci
sia l'altare fisso, che significa più chiaramente e permanentemente Gesù Cristo,
pietra viva (Cf. 1Pt 2,4; £f2,20); negli altri luoghi, destinati alle
celebrazioni sacre, l'altare può essere mobile.
L'altare si dice fisso se è
costruito in modo da aderire al pavimento e non poter quindi venir rimosso; si
dice invece mobile se lo si può trasportare.
299. L'altare sia costruito
staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti
verso il popolo: la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile.
L'altare sia poi collocato in modo da costituire realmente il centro verso il
quale spontaneamente converga l'attenzione dei fedeli116. Normalmente sia fisso
e dedicato.
300. L'altare, sia fisso che mobile, sia dedicato secondo il
rito descritto nel Pontificale Romano; tuttavia l'altare mobile può essere
solamente benedetto.
301. Secondo un uso e un simbolismo tradizionali
nella Chiesa, la mensa dell'altare fisso sia di pietra, e più precisamente di
pietra naturale. Tuttavia, a giudizio della Conferenza Episcopale, si può
adoperare anche un' altra materia degna, solida e ben lavorata. Gli stipiti però
e la base per sostenere la mensa possono essere di qualsiasi materiale, purché
conveniente e solido.
L'altare mobile può essere costruito con qualsiasi
materiale di un certo pregio e solido, confacente all'uso liturgico, secondo lo
stile e gli usi locali delle diverse regioni.
302. Si mantenga l'uso di
deporre sotto l'altare da dedicare le reliquie dei Santi, anche se non martiri.
Però si curi di verificare l'autenticità di tali reliquie.
303. Nelle
nuove chiese si costruisca un solo altare che significhi alla comunità dei
fedeli l'unico Cristo e l'unica Eucaristia della Chiesa.
Nelle chiese già
costruite, quando il vecchio altare è collocato in modo da rendere difficile la
partecipazione del popolo e non può essere rimosso senza danneggiare il valore
artistico, si costruisca un altro altare fisso, realizzato con arte e
debitamente dedicato. Soltanto sopra questo altare si compiano le sacre
celebrazioni. Il vecchio altare non venga ornato con particolare cura per non
sottrarre l'attenzione dei fedeli dal nuovo altare.
304. Per rispetto
verso la celebrazione del memoriale del Signore e verso il convito nel quale
vengono presentati il Corpo e il Sangue di Cristo, si distenda sopra l'altare
sul quale si celebra almeno una tovaglia di colore bianco, che sia adatta alla
struttura dell' altare per la forma, la misura e l'ornamento.
305.
Nell'ornare l'altare si agisca con moderazione.
Nel tempo d ' Avvento
l'altare sia ornato di fiori con quella misura che conviene alla natura di
questo tempo, evitando di anticipare la gioia piena della Natività del Signore.
Nel tempo di Quaresima è proibito ornare l'altare con fiori. Fanno eccezione
tuttavia la domenica Laetare (IV di Quaresima), le solennità e le
feste.
L'ornamento dei fiori sia sempre misurato e, piuttosto che sopra la
mensa dell'altare, si disponga attorno ad esso.
306. Infatti sopra la
mensa dell' altare possono disporsi solo le cose richieste per la celebrazione
della Messa: l'Evangeliario dall'inizio della celebrazione fino alla
proclamazione del Vangelo; il calice con la patena, la pisside, se è necessaria,
il corporale, il purificatoio, la palla e il Messale siano disposti sulla mensa
solo dal momento della presentazione dei doni fino alla purificazione dei
vasi.
Si collochi pure in modo discreto ciò che può essere necessario per
amplificare la voce del sacerdote.
307. I candelabri, richiesti per le
singole azioni liturgiche, in segno di venerazione e di celebrazione festiva
(Cf. n. 117), siano collocati o sopra l'altare, oppure accanto ad esso, tenuta
presente la struttura sia dell'altare che del presbiterio, in modo da formare un
tutto armonico; e non impediscano ai fedeli di vedere comodamente ciò che si
compie o viene collocato sull' altare.
308. Inoltre vi sia sopra
l'altare, o accanto ad esso, una croce, con l'immagine di Cristo crocifisso, ben
visibile allo sguardo del popolo radunato. Conviene che questa croce rimanga
vicino all'altare anche al di fuori delle celebrazioni liturgiche, per ricordare
alla mente dei fedeli la salvifica Passione del
Signore.
L'ambone
309. L'importanza della parola di Dio esige
che vi sia nella chiesa un luogo adatto dal quale essa venga annunciata, e verso
il quale, durante la Liturgia della Parola, spontaneamente si rivolga
l'attenzione dei fedelill7.
Conviene che tale luogo generalmente sia un
ambone fisso e non un semplice leggio mobile. L'ambone, secondo la struttura di
ogni chiesa, deve essere disposto in modo tale che i ministri ordinati e i
lettori possano essere comodamente visti e ascoltati dai fedeli.
Dall' ambone
si proclamano unicamente le letture, il salmo responsoriale e il preconio
pasquale; ivi inoltre si possono proferire l'omelia e le intenzioni della
preghiera universale o preghiera dei fedeli. La dignità dell' ambone esige che
ad esso salga solo il ministro della Parola.
È conveniente che il nuovo
ambone sia benedetto, prima di esser destinato all'uso liturgico, secondo il
rito descritto nel Rituale Romanoll8.
La sede per il sacerdote
celebrante e le altre sedi
310. La sede del sacerdote celebrante deve
mostrare il compito che egli ha di presiedere l'assemblea e di guidare la
preghiera. Perciò la collocazione più adatta è quella rivolta al popolo, al
fondo del presbiterio, a meno che non vi si oppongano la struttura dell'
edificio e altri elementi, ad esempio la troppa distanza che rendesse difficile
la comunicazione tra il sacerdote e i fedeli riuniti, o se il tabernacolo occupa
un posto centrale dietro l'altare. Si eviti ogni forma di tronoll9. È
conveniente che la sede sia benedetta, prima di esser destinata all'uso
liturgico, secondo il rito descritto nel Rituale Romano120.
Nel presbiterio
siano collocate inoltre le sedi per i sacerdoti concelebranti e quelle per i
presbiteri che, indossando la veste corale, sono presenti alla celebrazione,
senza concelebrare.
La sede del diacono sia posta vicino alla sede del
celebrante. Per gli altri i ministri le sedi siano disposte in modo che si
distinguano dalle sedi del clero e che sia permesso loro di esercitare con
facilità il proprio ufficio121.
III. LA DISPOSIZIONE DELLA
CHIESA
I posti dei fedeli
311. Si curi in modo particolare la
collocazione dei posti dei fedeli, perché possano debitamente partecipare, con
lo sguardo e con lo spirito, alle sacre celebrazioni. È bene mettere a loro
disposizione banchi e sedie. Si deve però riprovare l'uso di riservare dei posti
a persone private 122. Le sedie o i banchi, specialmente nelle nuove chiese,
vengano disposti in modo che i fedeli possano assumere comodamente i diversi
atteggiamenti del corpo richiesti dalle diverse parti della celebrazione, e
recarsi senza difficoltà a ricevere la santa Comunione.
Si abbia cura che i
fedeli possano non solo vedere, ma anche ascoltare comodamente sia il sacerdote,
sia il diacono che i lettori grazie ai mezzi tecnici moderni.
Il
posto della schola cantorum e degli strumenti musicali
312. La schola
cantorum, tenuto conto della disposizione di ogni chiesa, sia collocata in modo
da mettere chiaramente in risalto la sua natura: che essa cioè è parte della
comunità dei fedeli e svolge un suo particolare ufficio; sia agevolato perciò il
compimento del suo ministero liturgico e sia facilitata a ciascuno dei membri
della schola la partecipazione sacramentale piena alla Messal23.
313.
L'organo e gli altri strumenti musicali legittimamente ammessi siano collocati
in luogo adatto, in modo da poter essere di appoggio sia alla schola sia al
popolo che canta e, se vengono suonati da soli, possano essere facilmente
ascoltati da tutti. È conveniente che l'organo venga benedetto prima di esser
destinato all'uso liturgico, secondo il rito descritto nel Rituale
Romanol24.
In tempo d'Avvento l'organo e altri strumenti musicali siano usati
con quella moderazione che conviene alla natura di questo tempo, evitando di
anticipare la gioia piena della Natività del Signore.
In tempo di Quaresima è
permesso il suono dell'organo e di altri strumenti musicali soltanto per
sostenere il canto. Fanno eccezione tuttavia la domenica Laetare (IV di
Quaresima), le solennità e le feste.
Il posto per la custodia
della Ss.ma Eucaristia
314. Tenuto conto della struttura di ciascuna
chiesa e delle legittime consuetudini dei luoghi, il Ss.mo Sacramento sia
conservato nel tabernacolo collocato in una parte della chiesa assai dignitosa,
insigne, ben visibile, ornata decorosamente e adatta alla preghieral25.
Il
tabernacolo sia unico, inamovibile, solido e inviolabile, non trasparente e
chiuso in modo da evitare il più possibile il pericolo di profanazionel26. È
conveniente inoltre che venga benedetto prima di esser destinato all'uso
liturgico, secondo il rito descritto nel Rituale Romano127.
315. In
ragione del segno, è più conveniente che il tabernacolo in cui si conserva la
Ss.ma Eucaristia non sia collocato sull'altare su cui si celebra la
Messa128.
Conviene quindi che il tabernacolo sia collocato, a giudizio del
Vescovo diocesano: a) o in presbiterio, non però sull'altare della celebrazione,
nella forma e nel luogo più adatti, non escluso il vecchio altare che non si usa
più per la celebrazione (Cf. n. 303);
b) o anche in qualche cappella adatta
all'adorazione e alla preghiera privata dei fedeli 129, che però sia unita
strutturalmente con la chiesa e ben visibile ai fedeli.
316. Secondo una
consuetudine tramandata, presso il tabernacolo rimanga sempre accesa una lampada
particolare, alimentata da olio o cera, con cui si indichi e si onori la
presenza di Cristol30.
317. Si osservino rigorosamente anche tutte le
altre disposizioni previste dal diritto per la conservazione della Ss.ma
Eucaristial31.
Le immagini sacre
318. Nella Liturgia terrena,
la Chiesa partecipa, pregustandola, a quella celeste che viene celebrata nella
santa città di Gerusalemme, alla quale tende come pellegrina e nella quale
Cristo siede alla destra di Dio, e, venerando la memoria dei Santi, spera di
avere parte con essil32.
Perciò, secondo un' antichissima tradizione della
Chiesa, negli edifici sacri si espongano alla venerazione dei fedeli le immagini
del Signore, della beata Vergine Maria e dei Santil33; lì siano disposte in modo
che conducano i fedeli verso i misteri della fede che vi si celebrano. Si presti
attenzione che il loro numero non cresca in modo eccessivo, e che la loro
disposizione non distolga l'attenzione dei fedeli dalla celebrazionel34. Di un
medesimo Santo poi non si abbia abitualmente che una sola immagine. In generale,
nell'ornamento e nella disposizione della chiesa, per quanto riguarda le
immagini, si cerchi di favorire la pietà di tutta la comunità oltre che la
bellezza e la dignità delle immagini.
108 Cf. CONC. ECUM. VATICANO
II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, nn. 122-124;
Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, n. 5;
SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Inter oecumenici, 26 settembre 1964, n.
90: AAS 56 (1964) 897; Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n.
24: AAS 59 (1967) 554; CIC, can. 932, § 1.
109 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II,
Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 123.
110 Cf.
SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio
1967, n. 24: AAS 59 (1967) 554.
111 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione
sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 123, 129; SACRA CONGREGAZIONE
DEI RITI, Istruzione lnter oecumenici, 26 settembre 1964, n. 13 c: AAS 56 (1964)
880.
112 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, n. 123.
113 Cf. ibidem, n. 126; SACRA CONGREGAZIONE
DEI RITI, Istruzione Inter oecumenici, 26 settembre 1964, n. 91: AAS 56 (1964)
898.
114 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Inter oecumenici, 26
settembre 1964, nn. 97-98: AAS 56 (1964) 899.
115 Cf. ibidem, n. 91: AAS 56
(1964) 898.
116 Cf. ivi.
117 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione
Inter oecumenici, 26 settembre 1964, n. 96: AAS 56 (1964) 899.
118 Cf.
RITUALE ROMANO, Benedizionale, 1992, Benedizione di un nuovo ambone, nn.
1238-1266.
119 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Inter oecumenici,
26 settembre 1964, n. 92: AAS 56 (1964) 898.
120 Cf. RITUALE ROMANO,
Benedizionale, 1992, Benedizione di una cattedra o sede presidenziale, nn.
1214-1237.
121 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Inter oecumenici,
26 settembre 1964, n. 92: AAS 56 (1964) 898.
122 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II,
Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 32.
123 Cf.
SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Musicam sacram, 5 marzo 1967, n. 23:
AAS 59 (1967) 307.
124 Cf. RITUALE ROMANO, Benedizionale, 1992, Benedizione
di un organo, nn. 1478-1494.
125 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione
Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 54: AAS 59 (1967) 568; Istruzione
Inter oecumenici, 26 settembre 1964, n. 95: AAS 56 (1964) 898.
126 Cf. SACRA
CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n.
52: AAS 59 (1967) 568; Istruzione Inter oecumenici, 26 settembre 1964, n. 95:
AAS 56 (1964) 898; SACRA CONGREGAZIONE PER I SACRAMENTI, Istruzione Nullo umquam
tempore, 28 maggio 1938, n. 4: AAS 30 (1938) 199-200; cf. RITUALE ROMANO, Rito
della Comunione fuori della Messa e Culto eucaristico, 1979, nn. 10-11; CIC,
can. 938, § 3.
127 Cf. RITUALE ROMANO, Benedizionale, 1992, Benedizione di un
tabernacolo eucaristico, nn. 1312-1330.
128 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI,
Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 55: AAS 59 (1967)
569.
129 Cf. ibidem, n. 53: AAS 59 (1967) 568; RITUALE ROMANO, Rito della
Comunione fuori della Messa e Culto eucaristico, 1979, n. 9; CIC, can. 938, § 2;
GIOVANNI PAOLO II, Lett. Dominicae Cenae, 24 febbraio 1980, n. 3: AAS 72 (1980)
117-119.
130 Cf. CIC, can. 940; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione
Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 57: AAS 59 (1967) 569; cf. RITUALE
ROMANO, Rito della Comunione fuori della Messa e Culto eucaristico, 1979, n.
11.
131 Cf. soprattutto SACRA CONGREGAZIONE PER I SACRAMENTI, Istruzione
Nullo umquam tempore, 28 maggio 1938: AAS 30 (1938) 198-207; CIC, can.
934-944.
132 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, n. 8.
133 Cf. PONTIFICALE ROMANO, Benedizione degli
oli e dedicazione della chiesa e dell'altare, 1980, n. 161; RITUALE ROMANO,
Benedizionale, 1992, Benedizione per l'esposizione di nuove immagini alla
pubblica venerazione, nn. 1358-1406.
134 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II,
Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 125.
Capitolo VI
COSE NECESSARIE PER LA
CELEBRAZIONE DELLA
MESSA
I. IL PANE E IL VINO PER CELEBRARE L'EUCARISTIA
319.
Fedele all' esempio di Cristo, la Chiesa ha sempre usato pane e vino con acqua
per celebrare la Cena del Signore.
320. Il pane per la celebrazione
dell'Eucaristia deve essere esclusivamente di frumento, confezionato di recente
e azzimo, secondo l'antica tradizione della Chiesa latina.
321. La natura
di segno esige che la materia della celebrazione eucaristica si presenti
veramente come cibo. Conviene quindi che il pane eucaristico, sebbene azzimo e
confezionato nella forma tradizionale, sia fatto in modo che il sacerdote nella
Messa celebrata con il popolo possa spezzare davvero l'ostia in più parti e
distribuirle almeno ad alcuni dei fedeli. Le ostie piccole non sono comunque
affatto escluse, quando il numero dei comunicandi o altre ragioni pastorali lo
esigano. Il gesto della frazione del pane, con cui l'Eucaristia veniva
semplicemente designata nel tempo apostolico, manifesterà sempre più la forza e
l'importanza del segno dell' unità di tutti in un unico pane e del segno della
carità, per il fatto che un unico pane è distribuito tra i fratelli.
322.
Il vino per la celebrazione eucaristica deve essere tratto dal frutto della vite
(Cf. Lc 22,18), naturale e genuino, cioè non misto a sostanze
estranee.
323. Con la massima cura si conservino in perfetto stato il
pane e il vino destinati all'Eucaristia; si badi cioè che il vino non diventi
aceto e che il pane non si guasti o diventi troppo duro, così che solo con
difficoltà si possa spezzare.
324. Se dopo la consacrazione, o al momento
della Comunione, il sacerdote si accorge di aver usato acqua, anziché vino,
metta l'acqua in un recipiente, versi nel calice vino con acqua e lo consacri,
ripetendo la parte del racconto evangelico che riguarda la consacrazione del
calice, senza dover nuovamente consacrare il pane.
II. LE
SUPPELLETTILI SACRE IN GENERE
325. Come per la costruzione delle chiese,
anche per ogni tipo di suppellettile sacra la Chiesa ammette il genere e lo
stile artistico di ogni regione, e accetta quegli adattamenti che corrispondono
alle culture e alle tradizioni dei singoli popoli, purché ogni cosa sia adatta
all'uso per il quale è destinata135.
Anche in questo settore si curi quella
nobile semplicità che si accompagna tanto bene con l'arte autentica.
326.
Nello scegliere la materia per la suppellettile sacra, oltre a quella
tradizionalmente in uso, si possono adoperare anche quelle che, secondo la
mentalità del nostro tempo, sono ritenute nobili, durevoli e che si adattano
bene all'uso sacro. In questo settore, il giudizio spetta alla Conferenza
Episcopale delle singole regioni (Cf. n. 390).
III. I VASI
SACRI
327. Tra le cose richieste per la celebrazione della Messa, sono
degni di particolare rispetto i vasi sacri; tra questi, specialmente il calice e
la patena, nei quali vengono offerti, consacrati e consumati il pane e il
vino.
328. I vasi sacri siano di metallo nobile. Se sono costruiti con
metallo ossidabile o meno nobile dell'oro, vengano dorati almeno
all'interno.
329. A giudizio della Conferenza Episcopale, con atti
riconosciuti dalla Sede Apostolica, i vasi sacri possono essere fatti anche con
altre materie solide e nobili, secondo la comune valutazione di ogni regione,
per es. ebano o altri legni più duri, purché siano materie adatte all'uso sacro.
In questo caso siano da preferire sempre materie che non si spezzino o si
rovinino facilmente. Questo vale per tutti i vasi che sono destinati a custodire
le ostie, come la patena, la pisside, la teca, l'ostensorio e altri vasi
analoghi.
330. I calici e gli altri vasi, destinati a contenere il Sangue
del Signore, abbiano la coppa fatta di una materia che non assorba i liquidi. La
base del calice può essere fatta con materie diverse, solide e
decorose.
331. Per la consacrazione delle ostie, si può convenientemente
usare un'unica patena più grande, nella quale si pone il pane sia per il
sacerdote e il diacono, sia per gli altri ministri e i fedeli.
332. Per
quanto riguarda la forma dei vasi sacri, è compito dell'artista confezionarli
nel modo più conveniente, secondo gli usi delle singole regioni, purché siano
adatti all'uso liturgico cui sono destinati, e si distinguano chiaramente da
quelli destinati all'uso quotidiano.
333. Per la benedizione dei vasi
sacri, si osservino i riti prescritti nei libri liturgici136.
334. Si
conservi la tradizione di costruire in sagrestia il sacrario per versarvi
l'acqua per l'abluzione dei vasi sacri e della biancheria (Cf. n.
280).
IV. LE VESTI SACRE
335. Nella Chiesa, corpo mistico di
Cristo, non tutte le membra svolgono lo stesso compito. Questa diversità di
compiti, nella celebrazione dell'Eucaristia, si manifesta esteriormente con la
diversità delle vesti sacre, che perciò devono essere segno dell'ufficio proprio
di ogni ministro. Conviene però che tali vesti contribuiscano anche al decoro
dell' azione sacra. Le vesti che indossano i sacerdoti e i diaconi e gli altri
ministri laici, prima di essere destinate all'uso liturgico, vengono
opportunamente benedette secondo il rito descritto nel Rituale
Romano137.
336. La veste sacra comune a tutti i ministri ordinati e
istituiti di qualsiasi grado è il camice stretto ai fianchi dal cingolo, a meno
che non sia fatto in modo da aderire al corpo anche senza cingolo. Prima di
indossare il camice, se questo non copre l'abito comune attorno al collo, si usi
l'amitto. Il camice non può essere sostituito dalla cotta, neppure sopra la
veste talare, quando, secondo le norme, si indossano la casula o la dalmatica,
oppure quando si deve indossare la stola, senza la casula o la
dalmatica.
337. Nella Messa e nelle altre azioni sacre direttamente
collegate con essa, veste propria del sacerdote celebrante è la casula o
pianeta, se non viene indicato diversamente; la casula s'indossa sopra il camice
e la stola.
338.Veste propria del diacono è la dalmatica, da indossarsi
sopra il camice e la stola; tuttavia la dalmatica, o per necessità o per il
grado minore di solennità, si può tralasciare.
339. Gli accoliti, i
lettori e gli altri ministri laici possono indossare il camice o un'altra veste
legittimamente approvata nella loro regione dalla Conferenza Episcopale (Cf. n.
390).
340. La stola indossata dal sacerdote gira attorno al collo e
scende davanti, diritta. La stola indossata dal diacono poggia sulla spalla
sinistra e, passando trasversalmente davanti al petto, si raccoglie sul fianco
destro.
341. Il piviale viene indossato dal sacerdote nelle processioni e
nelle altre azioni sacre, secondo le rubriche proprie dei singoli
riti.
342. Riguardo alla forma delle vesti sacre, le Conferenze
Episcopali possono stabilire e proporre alla Sede Apostolica adattamenti
richiesti dalle necessità e dagli usi delle singole regioni 138.
343. Per
la confezione delle vesti sacre, oltre alle stoffe tradizionali, si possono
usare altre fibre naturali proprie delle singole regioni, come pure fibre
artificiali, rispondenti alla dignità dell'azione sacra e della persona. In
questa materia è giudice la Conferenza Episcopalel39.
344. La bellezza e
la nobiltà delle vesti si devono cercare e porre in risalto più nella forma e
nella materia usata, che nella ricchezza dell'ornato. Gli ornamenti possono
presentare figurazioni, o immagini, o simboli, che indichino l'uso sacro delle
vesti, con esclusione di ciò che non vi si addice.
345. La differenza dei
colori nelle vesti sacre ha lo scopo di esprimere, anche con mezzi esterni, la
caratteristica particolare dei misteri della fede che vengono celebrati e il
senso della vita cristiana in cammino lungo il corso dell'anno
liturgico.
346. Riguardo al colore delle sacre vesti, si mantenga l'uso
tradizionale, e cioè:
a) Il colore bianco si usa negli Uffici e nelle Messe
del tempo pasquale e del tempo natalizio. Inoltre: nelle celebrazioni del
Signore, escluse quelle della Passione; nelle feste e nelle memorie della beata
Vergine Maria, dei Santi Angeli, dei Santi non Martiri, nelle solennità di Tutti
i Santi (1 novembre) e di san Giovanni Battista (24 giugno), nelle feste di san
Giovanni evangelista (27 dicembre), della Cattedra di san Pietro (22 febbraio) e
della Conversione di san Paolo (25 gennaio).
b) Il colore rosso si usa nella
domenica di Passione (o delle Palme) e nel Venerdì santo, nella domenica di
Pentecoste, nelle celebrazioni della Passione del Signore, nella festa natalizia
degli Apostoli e degli evangelisti e nelle celebrazioni dei Santi Martiri.
c)
Il colore verde si usa negli Uffici e nelle Messe del tempo ordinario.
d) Il
colore viola si usa nel tempo di Avvento e di Quaresima. Si può usare negli
Uffici e nelle Messe per i defunti.
e) Il colore nero si può usare, dove è
prassi consueta, nelle Messe per i defunti.
f) Il colore rosaceo si può
usare, dove è tradizione, nelle domeniche Gaudete (III di
Avvento) e Laetare
(IV di Quaresima).
g) Nei giorni più solenni si possono usare vesti festive
più preziose, anche se non sono del colore del giorno.
Per quanto riguarda i
colori liturgici, le Conferenze Episcopali possono però stabilire e proporre
alla Sede Apostolica adattamenti conformi alle necessità e alla cultura dei
singoli popoli.
347. Le Messe rituali si celebrano con il colore ad esse
proprio, oppure con colore bianco o festivo. Le Messe per varie necessità con il
colore proprio del giorno o del tempo, oppure con colore viola se hanno
carattere penitenziale (ad es.le Messe in tempo di guerra o di disordini; in
tempo di fame; per la remissione dei peccati).
Le Messe votive si celebrano
con il colore adatto alla Messa che si celebra o anche con il colore proprio del
giorno o del tempo.
V. ALTRE SUPPELLETTILI DESTINATE ALL'USO
DELLA
CHIESA
348. Oltre ai vasi sacri e alle vesti liturgiche, per cui viene
prescritta una determinata materia, anche l'altra suppellettile, destinata
direttamente all'uso liturgico140, o in qualunque altro modo ammessa nella
chiesa, deve essere degna e rispondere al fine a cui ogni cosa è
destinata.
349. Si curi in modo particolare che i libri liturgici,
specialmente l'Evangeliario e il Lezionario, che sono destinati alla
proclamazione della parola di Dio e quindi meritano una particolare venerazione,
nell' azione liturgica siano davvero segni e simboli delle realtà
soprannaturali, siano quindi degni, ornati e belli.
350. Inoltre si deve
avere ogni cura per le cose che sono direttamente collegate con l'altare e la
celebrazione eucaristica, come la croce dell' altare e quella
processionale.
351. Si curi in modo particolare che anche nelle cose di
minore importanza le esigenze dell' arte siano Opportunamente rispettate e che
una nobile semplicità sia
sempre congiunta con la debita
pulizia.
135 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla
sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 128.
136 Cf. PONTIFlCALE ROMANO,
Benedizione degli oli e dedicazione della chiesa e dell'altare, 1980,
Benedizione del calice e della patena, nn. 260-279; RITUALE ROMANO,
Benedizionale, 1992, Benedizione degli oggetti per il culto, nn.
1495-1505.
137 Cf. RITUALE ROMANO, Benedizionale, 1992, Benedizione degli
oggetti per il culto, n. 1497.
138 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione
sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 128.
139 Cf. ivi.
140 Per
quanto riguarda la benedizione degli oggetti che nella chiesa sono destinati
all'uso liturgico, cf. RITUALE ROMANO, Benedizionale, 1992, Parte terza.
Capitolo VII
LA SCELTA DELLE
PARTI DELLA MESSA
352. L'efficacia pastorale della
celebrazione aumenta se i testi delle letture, delle orazioni e dei canti
corrispondono il meglio possibile alle necessità, alla preparazione spirituale e
alle capacità dei partecipanti. Questo si ottiene usando convenientemente quella
molteplice facoltà di scelta che sarà descritta più avanti.
Nel preparare la
Messa il sacerdote tenga presente più il bene spirituale del popolo di Dio che
la propria personale inclinazione. Si ricordi anche che la scelta di queste
parti si deve fare insieme con i ministri e con coloro che svolgono qualche
ufficio nella celebrazione, senza escludere i fedeli in ciò che li riguarda
direttamente.
Dal momento che è offerta un'ampia possibilità di scegliere le
diverse parti della Messa, è necessario che prima della celebrazione il diacono,
il lettore, il salmista, il cantore, il commentatore, la schola, ognuno per la
sua parte, sappiano bene quali testi spettano a ciascuno, in modo che nulla si
lasci all'improvvisazione. L'armonica disposizione ed esecuzione dei riti
contribuisce moltissimo a disporre lo spirito dei fedeli per la partecipazione
all'Eucaristia.
I. LA SCELTA DELLA MESSA
353. Nelle solennità
il sacerdote è tenuto a seguire il calendario della chiesa in cui
celebra.
354. Nelle domeniche, nelle ferie di Avvento, di Natale, di
Quaresima e di Pasqua, nelle feste e nelle memorie obbligatorie:
a) se la
Messa si celebra con il popolo, il sacerdote segua il calendario della chiesa in
cui si celebra;
b) se la Messa si celebra con la partecipazione del solo
ministro, il sacerdote può scegliere tra il calendario del luogo e il calendario
proprio.
355. Nelle memorie facoltative:
a) Nelle ferie di Avvento dal
17 al 24 dicembre, tra l'ottava di Natale, e nelle ferie di Quaresima, fatta
eccezione per il Mercoledì delle Ceneri e per le ferie della Settimana santa, si
celebra la Messa del giorno liturgico corrente; però dalla memoria eventualmente
segnata in quel giorno sul calendario generale si può prendere la colletta,
purché non occorra il Mercoledì delle Ceneri o una feria della Settimana santa.
Nelle ferie del tempo pasquale è possibile celebrare integralmente le memorie
dei Santi.
b) Nelle ferie di Avvento prima del 17 dicembre, nelle ferie del
tempo natalizio dal 2 gennaio e in quelle del tempo pasquale, si può scegliere o
la Messa della feria o la Messa del Santo o di uno dei Santi di cui si fa la
memoria o la Messa di un Santo ricordato quel giorno nel Martirologio.
c)
Nelle ferie del tempo ordinario, si può scegliere o la Messa della feria o la
Messa di un'eventuale memoria facoltativa, o la Messa di qualche Santo ricordato
in quel giorno nel Martirologio, o una Messa per le varie necessità o una Messa
votiva.
Se celebra con partecipazione di popolo, il sacerdote si preoccuperà
di non omettere troppo spesso e senza motivo sufficiente le letture assegnate
per i singoli giorni dal Lezionario feriale: la Chiesa desidera infatti che
venga offerta ai fedeli una mensa sempre più abbondante della parola di
Dio141.
Per lo stesso motivo, non ricorra troppo spesso alle Messe dei
defunti: tutte le Messe sono offerte per i vivi e per i defunti, e dei defunti
si fa memoria in ogni Preghiera eucaristica.
Là dove le memorie facoltative
della beata Vergine Maria, o di un Santo, sono care alla pietà dei fedeli, si
soddisfi la loro legittima devozione.
Quando poi c'è possibilità di scelta
tra una memoria iscritta nel calendario generale e una memoria del calendario
diocesano o religioso, si dia la precedenza, a parità di importanza e secondo la
tradizione, alla memoria del calendario particolare.
II. LA SCELTA
DELLE PARTI DELLA MESSA
356. Nello scegliere i testi delle diverse parti
della Messa, sia del tempo che dei Santi, si osservino le norme
seguenti.
Le letture
357. Alla domenica e nelle solennità vi
sono tre letture: il Profeta, l'Apostolo e il Vangelo; la loro proclamazione
educa il popolo cristiano al senso della continuità nell' opera di salvezza,
secondo la mirabile pedagogia divina. Queste letture siano scrupolosamente
utilizzate. Nel.tempo pasquale, secondo la tradizione della Chiesa, al posto
dell' Antico Testamento, la lettura viene tratta dagli Atti degli Apostoli. Per
le feste invece sono assegnate due letture. Se tuttavia la festa, secondo le
norme, viene elevata al grado di solennità, si aggiunge la terza lettura, che si
prende dal Comune.
Nelle memorie dei Santi, se non vi sono letture proprie,
si proclamano normalmente le letture assegnate alla feria. In alcuni casi si
propongono letture appropriate, che pongono in luce un particolare aspetto della
vita spirituale o dell' azione del Santo. Non si deve però esagerare con l'uso
di queste letture, se non lo suggerisce una autentica ragione
pastorale.
358. Nel Lezionario feriale sono proposte delle letture per
ogni giorno della settimana, lungo tutto il corso dell'anno: pertanto proprio
queste letture si dovranno abitualmente usare nei giorni a cui sono assegnate, a
meno che non ricorra una solennità o una festa, o una memoria che abbia letture
proprie dal Nuovo Testamento, nelle quali si faccia la menzione del Santo
celebrato.
Quando la lettura continua venisse interrotta durante la settimana
da una qualche solennità, o una festa o da qualche celebrazione speciale, il
sacerdote, tenendo presente l'ordine delle letture di tutta la settimana, può
aggiungere alle altre letture quella omessa o decidere quale testo sia da
preferire.
Nelle Messe per gruppi particolari, il sacerdote potrà scegliere
le letture più adatte a quella particolare celebrazione, purché tratte dai testi
del Lezionario approvato.
359. Una scelta speciale di testi della sacra
Scrittura è fatta nel Lezionario per le Messe rituali, nelle quali è inserita la
celebrazione di sacramenti o di sacramentali, o per le Messe che vengono
celebrate per diverse necessità.
Questi Lezionari sono stati composti in modo
che i fedeli, attraverso l'ascolto di una lettura più adatta, comprendano meglio
il mistero a cui prendono parte e aumentino il loro amore per la parola di
Dio.
Quindi i testi da leggersi nella celebrazione si devono scegliere in
base a un'opportuna considerazione pastorale, e tenuta presente la libertà di
scelta prevista per questi casi.
360. Si dà a volte una forma più lunga e
una forma più breve dello stesso testo. Nella scelta fra le due stesure si tenga
presente il criterio pastorale. Bisogna essere cioè attenti alla capacità dei
fedeli di ascoltare con frutto una lettura più lunga o più breve e alla loro
capacità di ascoltare il testo più completo, da spiegare poi con
l'omelia142.
361. Quando è data la possibilità di scelta tra due testi
già stabiliti o proposti come facoltativi, si dovrà tenere presente l'utilità
dei partecipanti: si sceglierà quindi il testo più facile o più adatto ai fedeli
riuniti, oppure si ripeterà o si tralascerà un testo indicato come proprio per
una data celebrazione e facoltativo per l'altra, tenendo conto dell'utilità
pastorale143.
Ciò può avvenire o quando il medesimo testo si dovesse
rileggere a distanza ravvicinata, per esempio di domenica e il lunedì seguente,
o quando si ha il fondato timore che il testo presenti difficoltà in qualche
gruppo di fedeli. Si eviti tuttavia che, nella scelta dei testi della sacra
Scrittura, alcune parti siano costantemente escluse.
362. Oltre alle
possibilità di cui si è parlato nei numeri precedenti per la scelta dei testi
più adatti, le Conferenze Episcopali hanno la facoltà di indicare, per
particolari circostanze, alcuni adattamenti per le letture, a condizione che i
testi vengano scelti da un Lezionario debitamente approvato.
Le
orazioni
363. In ogni Messa, salvo indicazioni in contrario, si dicono le
orazioni proprie di quella Messa.
Nelle memorie dei Santi si dice la colletta
propria o, se questa manca, quella del Comune adatto; le orazioni sulle offerte
e dopo la Comunione, se non sono proprie, si possono scegliere dal comune o
dalle ferie del tempo corrente.
Nelle ferie del tempo ordinario, oltre
all'orazione della domenica precedente, si possono dire le orazioni di un' altra
domenica del tempo ordinario, oppure un' orazione scelta tra i formulari per
«varie necessità» che si trovano nel Messale. Di queste Messe si può sempre
comunque scegliere anche la sola colletta.
In tal modo viene proposta una
maggior ricchezza di testi, con i quali viene nutrita più abbondantemente la
preghiera dei fedeli.
Nei tempi più importanti dell'anno, questo adattamento
già avviene mediante l'orazione propria del tempo, che si trova per ogni giorno
nel Messale.
La Preghiera eucaristica
364. I numerosi prefazi,
di cui è arricchito il Messale Romano, mirano a mettere più pienamente in
evidenza i motivi dell'azione di grazie nella Preghiera eucaristica e a porre
maggiormente in luce i vari aspetti del mistero della salvezza.
365. La
scelta tra le Preghiere eucaristiche, che si trovano nel rito della Messa, è
regolata dalle norme seguenti:
a) La Preghiera eucaristica I o Canone romano,
si può sempre usare; il suo uso tuttavia è più indicato nei giorni ai quali è
assegnato un In comunione proprio, o nelle Messe con l'Accetta con benevolenza
proprio, oltre che nelle celebrazioni degli Apostoli e dei Santi di cui si fa
menzione nella Preghiera stessa; così pure nelle domeniche, a meno che, per
ragioni pastorali, non si preferisca la Preghiera eucaristica III.
b) La
prèghiera eucaristica II, per le sue particolari caratteristiche, è più indicata
per i giorni feriali o in circostanze particolari. Quantunque abbia un prefazio
proprio, può essere collegata con altri prefazi, specialmente con quelli che
presentano in sintesi il mistero della salvezza, come ad esempio i prefazi
comuni. Quando si celebra la Messa per un defunto, si può inserire la formula
particolare proposta a suo luogo, cioè prima del Ricordati dei nostri
fratelli.
c) La Preghiera eucaristica III si può dire con qualsiasi prefazio.
È preferibile usarla nelle domeniche e nei giorni festivi. Se questa Preghiera
viene usata nelle Messe per i defunti, si può usare la formula particolare per
un defunto, inserendola a suo luogo, cioè dopo le parole Ricongiungi a te, Padre
misericordioso, tutti i tuoi figli ovunque dispersi.
d) La Preghiera
eucaristica IV ha un prefazio invariabile e offre un compendio più completo
della storia della salvezza. Si può usare quando la Messa manca di un prefazio
proprio e nelle domeniche del tempo ordinario. In questa Preghiera, in ragione
della sua struttura, non si può inserire una particolare formula per un
defunto.
I canti
366. Ai canti stabiliti nell'ordinario della
Messa, come ad esempio l'Agnello di Dio, non si possono sostituire altri
canti.
367. Nello scegliere i canti fra le letture, e i canti di
ingresso, di offertorio e di Comunione, si osservino le norme stabilite a suo
luogo (Cf. nn. 40-41; 47-48; 61-64; 74; 86-88).
141 Cf. CONC.
ECUM. VATICANO Il, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n.
51.
142 Cf. MESSALE ROMANO, Lezionario, seconda edizione tipica,
Introduzione, n. 80.
143 Cf. ibidem, n.
81.
Capitolo VIII
MESSE E
ORAZIONI PER
DIVERSE CIRCOSTANZE E
MESSE PER I DEFUNTI
I.
MESSE E ORAZIONI PER DIVERSE CIRCOSTANZE
368. Poiché la Liturgia dei
Sacramenti e dei Sacramentali offre ai fedeli ben disposti la possibilità di
santificare quasi tutti gli avvenimenti della vita per mezzo della grazia che
fluisce dal mistero pasqualel44, e poiché l'Eucaristia è il sacramento per
eccellenza, il Messale presenta formulari di Messe e orazioni che si possono
usare nelle diverse circostanze della vita cristiana, per le necessità di tutto
il mondo o della Chiesa universale e locale.
369. Essendovi una maggiore
facoltà di scegliere le letture e le orazioni, è bene che delle Messe per
diverse circostanze si faccia un uso moderato, cioè quando lo esige
l'opportunità pastorale.
370. In tutte le Messe per diverse circostanze,
salvo espresse indicazioni in contrario, si possono usare le letture feriali con
i loro canti responsoriali, se si accordano con la celebrazione.
371. Fra
queste Messe vengono annoverate le Messe rituali, le Messe per le varie
necessità, quelle per diverse circostanze e le votive.
372. Le Messe
rituali sono collegate con la celebrazione di alcuni Sacramenti o Sacramentali.
Sono proibite nelle domeniche di Avvento, Quaresima e Pasqua, nelle solennità,
nei giorni fra l'ottava di Pasqua, nella Commemorazione di tutti i fedeli
defunti, nel Mercoledì delle Ceneri e nelle ferie della Settimana santa; si
devono inoltre osservare le norme indicate nei libri rituali o nei formulari
delle Messe stesse.
373. Le Messe per varie necessità o per diverse
circostanze si utilizzano in alcuni particolari momenti, in tempi stabiliti o
anche di tanto in tanto. Tra queste, la competente autorità può scegliere Messe
per eventuali suppliche pubbliche, stabilite dalla Conferenza Episcopale nel
corso dell' anno.
374. Nel caso di una necessità particolarmente grave o
di una utilità pastorale, si può celebrare una Messa adatta, per ordine o con il
consenso del Vescovo diocesano, in qualsiasi giorno, eccetto le solennità e le
domeniche di Avvento, Quaresima e Pasqua, i giorni fra l'ottava di Pasqua, la
Commemorazione di tutti i fedeli defunti, il Mercoledì delle Ceneri e le ferie
della Settimana santa.
375. Le Messe votive dei misteri del Signore o in
onore della beata Vergine Maria o degli Angeli o di qualche Santo o di tutti i
Santi, si possono celebrare per la pietà dei fedeli nelle ferie del tempo
ordinario, anche se ricorre una memoria facoltativa. Tuttavia non si possono
celebrare come votive le Messe che si riferiscono ai misteri della vita del
Signore o della beata Vergine Maria, eccetto la Messa della sua Immacolata
Concezione, perché la loro celebrazione è in armonia con il corso dell' anno
liturgico.
376. Nei giorni in cui ricorre una memoria obbligatoria o una
feria di Avvento fino al 16 dicembre, del tempo natalizio a cominciare dal 2
gennaio, e del tempo pasquale dopo l'ottava di Pasqua, sono per sé proibite le
Messe per varie necessità e quelle votive. Se però lo richiede un'autentica
necessità o un'utilità pastorale, nella Messa con partecipazione di popolo si
può usare il formulario corrispondente a questa necessità o utilità, a giudizio
del rettore della chiesa o dello stesso sacerdote celebrante.
377. Nelle
ferie del tempo ordinario nelle quali ricorrono memorie facoltative o si fa
l'ufficio della feria, si può celebrare qualunque Messa o utilizzare qualunque
orazione per diverse circostanze, fatta eccezione per le Messe
rituali.
378. Si raccomanda particolarmente la memoria di santa Maria in
sabato, perché nella Liturgia della Chiesa viene venerata in modo speciale e
prima di tutti i Santi la Madre del Redentorel45.
II. MESSE PER I
DEFUNTI
379. La Chiesa offre il sacrificio eucaristico della Pasqua di
Cristo per i defunti, in modo che, per la comunione esistente fra tutte le
membra di Cristo, gli uni ricevano un aiuto spirituale e gli altri il conforto
della speranza.
380. Tra le Messe per i defunti ha il primo posto la
Messa esequiale, che si può celebrare tutti i giorni, eccetto le solennità di
precetto, il Giovedì della Settimana santa, il Triduo pasquale e le domeniche di
Avvento, Quaresima e Pasqua, osservando inoltre tutto quello che prescrive il
diritto l46.
381. La Messa dei defunti alla notizia della morte di una
persona, o nel giorno della sepoltura definitiva, o nel primo anniversario, si
può celebrare anche fra l'ottava di Natale, nei giorni nei quali occorre una
memoria obbligatoria o una feria, che non sia il Mercoledì delle Ceneri o una
feria della Settimana santa.
Le altre Messe per i defunti, o Messe
«quotidiane», si possono celebrare nelle ferie del tempo ordinario, nelle quali
occorrono memorie facoltative o si fa l'Ufficio della feria, purché siano
veramente applicate per i defunti.
382. Nella Messa esequiale si tenga
normalmente una breve omelia, escludendo però la forma dell'elogio
funebre.
383. Si invitino i fedeli, specialmente i familiari del defunto,
a partecipare anche con la santa Comunione al sacrificio eucaristico offerto per
il defunto stesso.
384. Se la Messa e il rito delle esequie vengono
celebrati insieme, recitata l' orazione dopo la Comunione, si tralasciano i riti
di conclusione e si compie l'ultima raccomandazione o commiato. Questo rito si
fa soltanto quando il cadavere è presente.
385. Nell'ordinare e scegliere
le parti variabili della Messa per i defunti (come le orazioni, le letture, la
preghiera universale), specialmente nella Messa esequiale, si tengano presenti,
come è giusto, gli aspetti pastorali che interessano il defunto, la sua famiglia
e i presenti.
Inoltre i pastori d'anime abbiano un riguardo speciale per
coloro che in occasione del funerale assistono alla celebrazione liturgica o
ascoltano la proclamazione del Vangelo, siano essi acattolici o cattolici che
non partecipano mai o quasi mai all'Eucaristia, o che sembrano aver perduto la
fede; i sacerdoti sono per tutti i ministri del Vangelo di
Cristo.
144 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra
Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 61.
145 Cf. CONC. VATICANO II,
Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium, n. 54; PAOLO VI, Esort. Ap.
Marialis cultus, 2 febbraio 1974, n. 9: AAS 66 (1974) 122-123.
146 Cf.
soprattutto CIC, cann. 1176-1185; RITUALE ROMANO, Rito delle esequie, 1974.
Capitolo IX
GLI ADATTAMENTI
CHE COMPETONO
AI VESCOVI DIOCESANI E ALLE CONFERENZE
EPISCOPALI
386. Ai nostri tempi, nel riformare il Messale Romano
secondo i decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II, ci si è sempre preoccupati
che tutti i fedeli, nella celebrazione eucaristica, possano esercitare quella
piena, cosciente e attiva partecipazione, che è richiesta dalla natura della
stessa Liturgia e alla quale gli stessi fedeli, in forza della loro condizione,
hanno diritto e dovere147.
Perché la celebrazione risponda più pienamente
alle norme e allo spirito della sacra Liturgia, in questo Ordinamento generale
del Messale Romano e nel rito della Messa vengono proposti alcuni ulteriori
adattamenti, che sono affidati al giudizio o del Vescovo diocesano o delle
Conferenze Episcopali.
387. Il Vescovo diocesano, che è da considerare
come il grande sacerdote del suo gregge, dal quale in qualche misura deriva e
dipende la vita dei suoi fedeli in Cristo148, deve promuovere, guidare e
vigilare sulla vita liturgica nella sua diocesi. A lui, in questo Ordinamento
generale del Messale Romano, è affidato il compito di regolare la disciplina
della concelebrazione (Cf. n. 202,374), stabilire le norme circa il compito di
servire il sacerdote all'altare (Cf. n. 107), circa la distribuzione della sacra
Comunione sotto le due specie (Cf. n. 283), circa la costruzione e la
ristrutturazione delle chiese (Cf. n. 291). Ma a lui spetta prima di tutto
coltivare nei presbiteri, nei diaconi e nei fedeli lo spirito della sacra
Liturgia.
388. Gli adattamenti sotto descritti, che esigono maggiore
coordinamento, sono da stabilirsi, secondo il diritto, dalla Conferenza
Episcopale.
389. Alle Conferenze Episcopali spetta anzitutto preparare e
approvare l'edizione di questo Messale Romano nelle lingue moderne approvate,
affinché, dopo la conferma della Sede Apostolica, si usi poi nelle rispettive
regioni149.
Il Messale Romano, sia nel testo latino che nelle traduzioni
nazionali legittimamente approvate, si deve pubblicare
integralmente.
390. È proprio delle Conferenze Episcopali, dopo la
conferma della Sede Apostolica, definire e introdurre nel Messale gli
adattamenti che sono indicati in questo Ordinamento generale del Messale Romano
e nel rito della Messa, come:
- i gesti dei fedeli e gli atteggiamenti del
corpo (Cf. n. 43);
- i gesti di venerazione verso l'altare e l'Evangeliario
(Cf. n. 273);
- i testi dei canti all'ingresso, all'offertorio e alla
Comunione (Cf. nn. 48; 74; 87);
- le letture della sacra Scrittura da usare
in particolari circostanze (Cf. n. 362);
- la modalità dello scambio di pace
(Cf. n. 82);
- il modo di ricevere la sacra Comunione (Cf. nn. 160;
283);
- la materia dell' altare e della sacra suppellettile, specialmente dei
vasi sacri, e anche la materia, la forma e il colore delle vesti liturgiche (Cf.
nn. 301; 326; 329; 339; 342-346).
I Direttori o le Istruzioni pastorali, che
le Conferenze Episcopali riterranno utili, previo il riconoscimento della Sede
Apostolica, potranno essere introdotte nel Messale Romano in luogo
opportuno.
391. Alle stesse Conferenze Episcopali spetta di dedicare una
cura particolare alla traduzione dei testi biblici che si usano nella
celebrazione della Messa. Dalla sacra Scrittura infatti sono desunte le pericopi
che si leggono e che si spiegano nell'omelia e i salmi che si cantano; inoltre
dalla sua ispirazione e dal suo contenuto sono nate le preghiere, le orazioni e
i canti liturgici, come pure da essa prendono significato le azioni e i segni
150.
Si usi il linguaggio che risponda alla capacità dei fedeli e che sia
adatto ad una proclamazione pubblica, osservando tuttavia ciò che è proprio dei
diversi modi di parlare nei libri biblici.
392. Spetta inoltre alle
Conferenze Episcopali preparare con grande diligenza la traduzione degli altri
testi, cosicché, nel rispetto anche del carattere proprio di ciascuna lingua,
venga reso pienamente e fedelmente il senso del testo originale latino. Nel
compiere questo lavoro, conviene prestare attenzione ai diversi generi di
espressioni che si usano nella Messa, quali le orazioni presidenziali, le
antifone, le acclamazioni, i responsori, le invocazioni litaniche, ecc.
Si
tenga presente che la traduzione dei testi non ha come primo scopo la
meditazione, ma piuttosto la proclamazione o il canto nell'atto della
celebrazione.
Si usi un linguaggio adatto ai fedeli della regione; tuttavia
sia dignitoso e dotato di qualità letteraria, ferma restando la necessità di una
catechesi sul senso biblico e cristiano di alcune parole ed espressioni.
È
opportuno che, nelle regioni che hanno la stessa lingua, per quanto possibile,
si abbia la stessa traduzione dei testi liturgici, soprattutto dei testi biblici
e del rito della Messa151.
393. Considerando il posto eminente che il
canto ha nella celebrazione, come parte necessaria e integrale della
Liturgia152, è compito delle Conferenze Episcopali approvare melodie adatte,
specialmente per i testi dell'Ordinario della Messa, per le risposte e le
acclamazioni del popolo e per riti particolari che ricorrono durante l'anno
liturgico.
È loro competenza, inoltre, giudicare quali forme musicali, quali
melodie e quali strumenti musicali sia lecito ammettere nel culto divino, perché
siano veramente adatti all'uso sacro o possano adattarvisi.
394. È
necessario che ogni diocesi abbia il suo Calendario e il Proprio delle Messe. La
Conferenza Episcopale poi prepari il calendario proprio della nazione o, con le
altre Conferenze, un Calendario per una più vasta regione, da approvarsi dalla
Sede Apostolica153.
Nel fare questo lavoro, si deve rispettare e difendere la
domenica, come festa primordiale, quindi ad essa non siano anteposte altre
celebrazioni, se non sono davvero di grandissima importanzal54. Inoltre si
presti attenzione che l'anno liturgico, rinnovato per volere del Concilio
Vaticano II, non sia oscurato da elementi secondari.
Nel preparare il
calendario della nazione, si stabiliscano i giorni delle Rogazioni e delle
Quattro Tempora, facendo particolare attenzione alle forme e ai testi per la
loro celebrazione155 e ad altre particolari disposizioni.
Conviene che, nella
edizione del Messale, le celebrazioni proprie di tutta la nazione o territorio
siano inserite a suo luogo nel calendario generale, quelle invece proprie di una
particolare regione o diocesi siano poste in appendice.
395. Infine, se
la partecipazione dei fedeli e il loro bene spirituale esigono variazioni e
adattamenti più profondi, perché la sacra celebrazione risponda allo spirito e
alle tradizioni delle diverse popolazioni, le Conferenze Episcopali potranno
proporle alla Sede Apostolica a norma dell' art. 40 della Costituzione sulla
sacra Liturgia, per introdurle, col suo consenso, a favore specialmente di
quelle popolazioni a cui è stato annunziato il Vangelo più recentemente156. Si
osservino attentamente le norme particolari che sono state stabilite nella
Istruzione «La liturgia romana e l'inculturazione»157.
Nel modo di
procedere in questo lavoro si osservi quanto segue.
Anzitutto si faccia una
previa esposizione particolareggiata alla Sede Apostolica, affinché, dopo aver
ottenuta la debita facoltà, si proceda ad elaborare i singoli
adattamenti.
Dopo l'approvazione delle proposte da parte della Santa Sede, si
facciano esperimenti per i tempi e nei luoghi stabiliti. Se è il caso, terminato
il tempo dell'esperimento, la Conferenza Episcopale stabilirà la prosecuzione
degli adattamenti e sottoporrà al giudizio della Sede Apostolica la loro ultima
formulazione158.
396. Tuttavia, prima di arrivare a nuovi adattamenti,
specialmente se molto profondi, ci si dovrà dedicare con cura a promuovere
saggiamente e ordinatamente una debita istruzione del clero e dei fedeli, a
condurre ad effetto le facoltà già previste e ad applicare pienamente le norme
pastorali rispondenti allo spirito della celebrazione.
397. Si osservi
anche il principio per cui ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa
universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma
anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione
apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche
per trasmettere l'integrità della fede, perché la legge della preghiera della
Chiesa corrisponde alla sua legge di fede159.
Il Rito romano costituisce una
parte notevole e preziosa del tesoro e del patrimonio liturgico della Chiesa
Cattolica; le sue ricchezze giovano al bene di tutta la Chiesa, tanto che la
loro perdita le nuocerebbe gravemente.
Questo Rito nel corso dei secoli non
solo ha conservato gli usi liturgici che hanno avuto origine nella città di
Roma, ma in modo profondo, organico e armonico ha integrato in sé alcuni altri
usi che derivavano dalle consuetudini e dalla cultura dei diversi popoli e delle
diverse Chiese particolari dell'Occidente e dell'Oriente, acquisendo in tal modo
un carattere che supera i limiti di una sola regione. Nel nostro tempo
l'identità e l'espressione unitaria di questo Rito si trova nelle edizioni
tipiche dei libri liturgici, promulgati dall'autorità del Sommo Pontefice e nei
libri liturgici ad essi corrispondenti, confermati dalle Conferenze Episcopali
per i loro territori e riconosciuti dalla Sede Apostolical60.
398. La
norma stabilita dal Concilio Vaticano II161, che cioè le innovazioni nel
rinnovamento liturgico non avvengano se non lo esige una vera e certa utilità
della Chiesa, e usando quella cautela per cui le forme nuove in qualche modo
scaturiscano organicamente dalle forme che già esistono, deve essere applicata
per operare l'inculturazione anche dello stesso Rito romanol62. L'inculturazione
inoltre esige un congruo periodo di tempo, perché nella fretta e nella
disattenzione non venga poi compromessa l'autentica tradizione liturgica.
La
ricerca dell'inculturazione infine non tende affatto alla creazione di nuove
famiglie rituali, ma a provvedere alle esigenze di una data cultura, in modo
però che gli adattamenti introdotti sia nel Messale sia negli altri libri
liturgici non rechino pregiudizio all'indole propria del Rito
romanol63.
399. Perciò il Messale Romano, anche nella diversità delle
lingue e in una certa varietà di consuetudini 164, si deve conservare per il
futuro come strumento e segno eccellente di integrità e di unità del Rito romano
165.
147 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra
Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 14.
148 Cf. ibidem, n. 41.
149 Cf.
CIC, can. 838, § 3.
150 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra
Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 24.
151 Cf. ibidem, n. 36, § 3.
152
Cf. ibidem, n. 112.
153 Cf. Norme generali per l'ordinamento dell'anno
liturgico e del calendario, nn. 48-51; SACRA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO,
Istruzione Calendaria particularia, 24 giugno 1970, nn. 4,8: AAS 62 (1970)
652-653.
154 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, n. 106,
155 Cf. Norme generali per l'ordinamento
dell'anno liturgico e del calendario, n. 46; SACRA CONGREGAZIONE PER IL CULTO
DIVINO, Istruzione Calendaria particularia, 24 giugno 1970, n. 38: AAS 62 (1970)
660.
156 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, nn. 37-40.
157 Cf. CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO
E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione Varietates legitimae, 25 gennaio
1994, nn. 54, 62-69: AAS 87 (1995) 308-309, 311-313.
158 Cf. ibidem, nn.
66-88: AAS 87 (1995) 313.
159 Cf. ibidem, nn. 26-27: AAS 87 (1995)
298-299.
160 Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Ap. Vicesimus quintus annus, 4
dicembre 1988, n. 16: AAS 81 (1988) 912; CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA
DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione Varietates legitimae, 25 gennaio 1994, nn.
2, 36: AAS 87 (1995) 288, 302.
161 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II,
Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 23.
162 Cf.
CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione
Varietates legitimae, 25 gennaio 1994, n. 46: AAS 87 (1995) 306.
163 Cf.
ibidem, n. 36: AAS 87 (1995) 302.
164 Cf. ibidem, n. 54: AAS 87 (1995)
308-309
165 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia,
Sacrosanctum Concilium, il. 38; PAOLO VI, Cost. Ap. Missale Romanum.