Libro I
Capitolo
I L'IMITAZIONE DI CRISTO E IL DISPREZZO DI TUTTE LE VANITA' DEL MONDO
1.
"Chi segue me non cammina nelle tenebre" (Gv 8,12), dice il Signore. Sono
parole di Cristo, le quali ci esortano ad imitare la sua vita e la sua condotta,
se vogliamo essere veramente illuminati e liberati da ogni cecità interiore.
Dunque, la nostra massima preoccupazione sia quella di meditare sulla vita di
Gesù Cristo. Già l'insegnamento di Cristo è eccellente, e supera quello di tutti
i santi; e chi fosse forte nello spirito vi troverebbe una manna nascosta. Ma
accade che molta gente trae un ben scarso desiderio del Vangelo dall'averlo
anche più volte ascoltato, perché è priva del senso di Cristo. Invece, chi vuole
comprendere pienamente e gustare le parole di Cristo deve fare in modo che tutta
la sua vita si modelli su Cristo. Che ti serve saper discutere profondamente
della Trinità, se non sei umile, e perciò alla Trinità tu dispiaci? Invero, non
sono le profonde dissertazioni che fanno santo e giusto l'uomo; ma è la vita
virtuosa che lo rende caro a Dio. Preferisco sentire nel cuore la compunzione
che saperla definire. Senza l'amore per Dio e senza la sua grazia, a che ti
gioverebbe una conoscenza esteriore di tutta la Bibbia e delle dottrine di tutti
i filosofi? "Vanità delle vanità, tutto è vanità" (Qo 1,2), fuorché amare Dio e
servire lui solo. Questa è la massima sapienza: tendere ai regni celesti,
disprezzando questo mondo.
2.
Vanità è dunque ricercare le ricchezze, destinate a finire, e porre in
esse le nostre speranze. Vanità è pure ambire agli onori e montare in alta
condizione. Vanità è seguire desideri carnali e aspirare a cose, per le quali si
debba poi essere gravemente puniti. Vanità è aspirare a vivere a lungo, e darsi
poco pensiero di vivere bene. Vanità è occuparsi soltanto della vita presente e
non guardare fin d'ora al futuro. Vanità è amare ciò che passa con tutta
rapidità e non affrettarsi là, dove dura eterna gioia. Ricordati spesso di quel
proverbio: "Non si sazia l'occhio di guardare, né mai l'orecchio è sazio di
udire" (Qo 1,8). Fa', dunque, che il tuo cuore sia distolto dall'amore delle
cose visibili di quaggiù e che tu sia portato verso le cose di lassù, che non
vediamo. Giacché chi va dietro ai propri sensi macchia la propria coscienza e
perde la grazia di Dio.
Capitolo
L'UMILE COSCIENZA DI SE'
2.
Non volerti gonfiare, dunque, per alcuna arte o scienza, che tu possegga,
ma piuttosto abbi timore del sapere che ti è dato. Anche se ti pare di sapere
molte cose; anche se hai buona intelligenza, ricordati che sono molte di più le
cose che non sai. Non voler apparire profondo (Rm 11,20;12,16); manifesta
piuttosto la tua ignoranza. Perché vuoi porti avanti ad altri, mentre se ne
trovano molti più dotti di te, e più esperti nei testi sacri? Se vuoi imparare e
conoscere qualcosa, in modo spiritualmente utile, cerca di essere ignorato e di
essere considerato un nulla. E' questo l'insegnamento più profondo e più utile,
conoscersi veramente e disprezzarsi. Non tenere se stessi in alcun conto e avere
sempre buona e alta considerazione degli altri; in questo sta grande sapienza e
perfezione. Anche se tu vedessi un altro cadere manifestamente in peccato, o
commettere alcunché di grave, pur tuttavia non dovresti crederti migliore di
lui; infatti non sai per quanto tempo tu possa persistere nel bene. Tutti siamo
fragili; ma tu non devi ritenere nessuno più fragile di te.
Capitolo
I
L'AMMAESTRAMENTO DELLA VERITA'
1.
Felice colui che viene ammaestrato direttamente dalla verità, così come
essa è, e non per mezzo di immagini o di parole umane; ché la nostra
intelligenza e la nostra sensibilità spesso ci ingannano, e sono di corta
veduta. A chi giova un'ampia e sottile discussione intorno a cose oscure e
nascoste all'uomo; cose per le quali, anche se le avremo ignorate, non saremo
tenuti responsabili, nel giudizio finale? Grande nostra stoltezza: trascurando
ciò che ci è utile, anzi necessario, ci dedichiamo a cose che attirano la nostra
curiosità e possono essere causa della nostra dannazione. "Abbiamo occhi e non
vediamo" (Ger 5,21). Che c'importa del problema dei generi e delle specie? Colui
che ascolta la parola eterna si libera dalle molteplici nostre discussioni. Da
quella sola parola discendono tutte le cose e tutte le cose proclamano quella
sola parola; essa è "il principio" che continuo a parlare agli uomini (Gv 8,25).
Nessuno capisce, nessuno giudica rettamente senza quella parola. Soltanto chi
sente tutte le cose come una cosa sola, e le porta verso l'unità e le vede tutte
nell'unità, può avere tranquillità interiore e abitare in Dio nella pace. O Dio,
tu che sei la verità stessa, fa' che io sia una cosa sola con te, in un amore
senza fine. Spesso mi stanco di leggere molte cose, o di ascoltarle: quello che
io voglio e desidero sta tutto in te. Tacciano tutti i maestri, tacciano tutte
le creature, dinanzi a te: tu solo parlami.
2.
Quanto più uno si sarà fatto interiormente saldo e semplice, tanto più
agevolmente capirà molte cose, e difficili, perché dall'alto egli riceverà lume
dell'intelletto. Uno spirito puro, saldo e semplice non si perde anche se si
adopera in molteplici faccende, perché tutto egli fa a onore di Dio, sforzandosi
di astenersi da ogni ricerca di sé. Che cosa ti lega e ti danneggia di più dei
tuoi desideri non mortificati? L'uomo retto e devoto prepara prima,
interiormente, le opere esterne che deve compiere. Così non saranno queste ad
indurlo a desideri volti al male; ma sarà lui invece che piegherà le sue opere
alla scelta fatta dalla retta ragione. Nessuno sostiene una lotta più dura di
colui che cerca di vincere se stesso. Questo appunto dovrebbe essere il nostro
impegno: vincere noi stessi, farci ogni giorno superiori a noi stessi e avanzare
un poco nel bene.
3.
In questa vita ogni nostra opera, per quanto buona, è commista a qualche
imperfezione; ogni nostro ragionamento, per quanto profondo, presenta qualche
oscurità. Perciò la constatazione della tua bassezza costituisce una strada che
conduce a Dio più sicuramente che una dotta ricerca filosofica. Non già che sia
una colpa lo studio, e meno ancora la semplice conoscenza delle cose - la quale
è, in se stessa, un ben ed è voluta da Dio -; ma è sempre cosa migliore una
buona conoscenza di sé e una vita virtuosa. Infatti molti vanno spesso fuori
della buona strada e non danno frutto alcuno, o scarso frutto, di bene, proprio
perché si preoccupano più della loro scienza che della santità della loro vita.
Che se la gente mettesse tanta attenzione nell'estirpare i vizi e nel coltivare
le virtù, quanta ne mette nel sollevare sottili questioni filosofiche non ci
sarebbero tanti mali e tanti scandali tra la gente; e nei conviventi non ci
sarebbe tanta dissipazione. Per certo, quando sarà giunto il giorno del
giudizio, non ci verrà chiesto che cosa abbiamo studiato, ma piuttosto che cosa
abbiamo fatto; né ci verrà chiesto se abbiamo saputo parlare bene, ma piuttosto
se abbiamo saputo vivere devotamente. Dimmi: dove si trovano ora tutti quei
capiscuola e quei maestri, a te ben noti mentre erano in vita, che brillavano
per i loro studi? Le brillanti loro posizioni sono ora tenute da altri; e non è
detto che questi neppure si ricordino di loro. Quando erano vivi sembravano
essere un gran che; ma ora di essi non si fa parola. Oh, quanto rapidamente
passa la gloria di questo mondo! E voglia il cielo che la loro vita sia stata
all'altezza del loro sapere; in questo caso non avrebbero studiato e insegnato
invano. Quanti uomini si preoccupano ben poco di servire Iddio, e si perdono a
causa di un vano sapere ricercato nel mondo. Essi scelgono per sé la via della
grandezza, piuttosto di quella dell'umiltà; perciò si disperde la loro mente (Rm
1,21). Grande è, in verità, colui che ha grande amore; colui che si ritiene
piccolo e non tiene in alcun conto anche gli onori più alti. Prudente è, in
verità, colui che considera sterco ogni cosa terrena, al fine di guadagnarsi
Cristo (Fil 3,8). Dotto, nel giusto senso della parola, è, in verità, colui che
fa la volontà di Dio, buttando in un canto la propria volontà.
Capitolo
LA
PONDERATEZZA NELL'AGIRE Non dobbiamo credere a tutto ciò che
sentiamo dire; non dobbiamo affidarci a ogni nostro impulso. Al contrario, ogni
cosa deve essere valutata alla stregua del volere di Dio, con attenzione e con
grandezza d'animo. Purtroppo, degli altri spesso pensiamo e parliamo più
facilmente male che bene: tale è la nostra miseria. Quelli che vogliono essere
perfetti non credono scioccamente all'ultimo che parla, giacché conoscono la
debolezza umana, portata alla malevolenza e troppo facile a blaterare. Grande
saggezza, non essere precipitosi nell'agire e, d'altra parte, non restare
ostinatamente alle nostre prime impressioni. Grande saggezza, perciò, non andare
dietro a ogni discorso della gente e non spargere subito all'orecchio di altri
quanto abbiamo udito e creduto. Devi preferire di farti guidare da uno migliore
di te, piuttosto che andare dietro alle tue fantasticherie; prima di agire, devi
consigliarti con persona saggia e di retta coscienza. Giacché è la vita virtuosa
che rende l'uomo l'uomo saggio della saggezza di Dio, e buon giudice in molti
problemi. Quanto più uno sarà inutilmente umile e soggetto a Dio, tanto più sarà
saggio, e pacato in ogni cosa.
Capitolo
V LA
LETTURA DEI LIBRI DI DEVOZIONE Nei libri di devozione si deve ricercare
la verità, non la bellezza della forma. Essi vanno letti nello spirito con cui
furono scritti; in essi va ricercata l'utilità spirituale, piuttosto che
l'eleganza della parola. Perciò dobbiamo leggere anche opere semplici, ma
devote, con lo stesso desiderio con cui leggiamo opere dotte e profonde. Non
lasciarti colpire dal nome dello scrittore, di minore o maggiore risonanza; quel
che ci deve indurre alla lettura deve essere il puro amore della verità. Non
cercar di sapere chi ha detto una cosa, ma bada a ciò che è stato detto. Infatti
gli uomini passano, "invece la verità del Signore resta per sempre" (Sal 116,2);
e Dio ci parla in varie maniere, "senza tener conto delle persone" (1Pt 1,17).
Spesso, quando leggiamo le Scritture, ci è di ostacolo la nostra smania di
indagare, perché vogliamo approfondire e discutere là dove non ci sarebbe che da
andare avanti in semplicità di spirito. Se vuoi trarre profitto, leggi con animo
umile e semplice, con fede. E non aspirare mai alla fama di studioso. Ama
interrogare e ascoltare in silenzio la parola dei santi. E non essere
indifferente alle parole dei superiori: esse non vengono pronunciate senza
ragione.
Capitolo
VI
GLI SREGOLATI MOTI DELL'ANIMA Ogni qual volta si desidera una cosa
contro il volere di Dio, subito si diventa interiormente inquieti. Il superbo e
l'avaro non hanno mai requie; invece il povero e l'umile di cuore godono della
pienezza della pace. Colui che non è perfettamente morto a se stesso cade
facilmente in tentazione ed è vinto in cose da nulla e disprezzabili. Colui che
è debole nello spirito ed è, in qualche modo, ancora volto alla carne e ai
sensi, difficilmente si può distogliere del tutto dalle brame terrene; e, quando
pur riesce a sottrarsi a queste brame, ne riceve tristezza. Che se poi qualcuno
gli pone ostacolo, facilmente si sdegna; se, infine, raggiunge quel che bramava,
immediatamente sente in coscienza il peso della colpa, perché ha assecondato la
sua passione, la quale non giova alla pace che cercava. Giacché la vera pace del
cuore la si trova resistendo alle passioni, non soggiacendo ad esse. Non già nel
cuore di colui che è attaccato alla carne, non già nell'uomo volto alle cose
esteriori sta la pace; ma nel cuore di colui che è pieno di fervore spirituale.
Capitolo
VII
GUARDARSI DALLE VANE SPERANZE E FUGGIRE LA SUPERBIA Chi mette la sua fiducia negli uomini e
nelle altre creature è un insensato. Non ti rincresca di star sottoposto ad
altri, per amore di Gesù Cristo, e di sembrare un poveretto, in questo mondo.
Non appoggiarti alle tue forze, ma salda la tua speranza in Dio: se farai tutto
quanto sta in te, Iddio aderirà al tuo buon volere. Non confidare nel sapere tuo
o nella capacità di un uomo purchessia, ma piuttosto nella grazia di Dio, che
sostiene gli umili e atterra i presuntuosi. Non vantarti delle ricchezze, se ne
hai, e neppure delle potenti amicizie; il tuo vanto sia in Dio, che concede ogni
cosa, ed ama dare se stesso, sopra ogni cosa. Non gonfiarti per la prestanza e
la bellezza del tuo corpo; alla minima malattia esse si guastano e si deturpano.
Non compiacerti di te stesso, a causa della tua abilità e della tua
intelligenza, affinché tu non spiaccia a Dio, a cui appartiene tutto ciò che di
buono hai sortito dalla natura. Non crederti migliore di altri, affinché, per
avventura, tu non sia ritenuto peggiore dinanzi a Dio, che ben conosce quello
che c'è in ogni uomo (cfr. Gv 2,25). Non insuperbire per le tue opere buone,
perché il giudizio degli uomini è diverso da quello di Dio, cui spesso non piace
ciò che piace agli uomini. Anche se hai qualcosa di buono, pensa che altri abbia
di meglio, cosicché tu mantenga l'umiltà. Nulla di male se ti metti al di sotto
di tutti gli altri; molto male è invece se tu ti metti al di sopra di una sola
persona. Nell'umile è pace indefettibile; nel cuore del superbo sono, invece,
continua smania e inquietudine.
Capitolo
VIII
EVITARE L'ECCESSIVA FAMILIARITA' "Non aprire il tuo cuore al primo che
capita" (Sir 8,22); i tuoi problemi, trattali invece con chi ha saggezza e
timore di Dio. Cerca di stare raramente con persone sprovvedute e sconosciute;
non metterti con i ricchi per adularli; non farti vedere volentieri con i
grandi. Stai, invece, accanto alle persone umili e semplici, devote e di buoni
costumi; e con esse tratta di cose che giovino alla tua santificazione. Non
avere familiarità con alcuna donna, ma raccomanda a Dio tutte le donne degne.
Cerca di essere tutto unito soltanto a Dio e ai suoi angeli, evitando ogni
curiosità riguardo agli uomini. Mentre si deve avere amore per tutti, la
familiarità non è affatto necessaria. Capita talvolta che una persona che non
conosciamo brilli per fama eccellente; e che poi, quando essa ci sta dinanzi, ci
dia noia solo al vederla. D'altra parte, talvolta speriamo di piacere a
qualcuno, stando con lui, e invece cominciamo allora a non piacergli, perché
egli vede in noi alcunché di riprovevole.
Capitolo
IX OBBEDIENZA E SOTTOMISSIONE 1. Stare sottomessi, vivere soggetti a un superiore e non disporre di sé è cosa grande e valida. E' molto più sicura la condizione di sudditanza, che quella di comando. Ci sono molti che stanno sottomessi per forza, più che per amore: da ciò traggono sofferenza, e facilmente se ne lamentano; essi non giungono a libertà di spirito, se la loro sottomissione non viene dal profondo del cuore e non ha radice in Dio. Corri pure di qua e di là; non troverai pace che nell'umile sottomissione sotto la guida di un superiore. Andar sognando luoghi diversi, e passare dall'uno all'altro, è stato per molti un inganno.
2.
Certamente ciascuno preferisce agire a suo talento, ed è maggiormente
portato verso chi gli dà ragione. Ma, se Dio è dentro di noi, dobbiamo pur
talvolta lasciar perdere i nostri desideri, per amore della pace. C'è persona
così sapiente che possa conoscere pienamente ogni cosa? Perciò non devi avere
troppa fiducia nelle tue impressioni; devi ascoltare volentieri anche il parere
degli altri. Anche se la tua idea era giusta, ma la abbandoni per amore di Dio
seguendo quella di altri, da ciò trarrai molto profitto. Stare ad ascoltare ed
accettare un consiglio - come spesso ho sentito dire - è cosa più sicura che
dare consigli. Può anche accadere che l'idea di uno sia buona; ma è sempre segno
di superbia e di pertinacia non volersi arrendere agli altri, quando la
ragionevolezza o l'evidenza lo esigano.
Capitolo
X ASTENERSI DAI DISCORSI INUTILI 1. Per quanto possibile, stai lontano dall'agitarsi che fa la gente. Infatti, anche se vi si attende con purezza di intenzione, l'occuparsi delle faccende del mondo è un grosso impaccio, perché ben presto si viene inquinati dalle vanità, e fatti schiavi. Più di una volta vorrei essere stato zitto, e non essere andato in mezzo alla gente. 2. Ma perché andiamo parlando e chiacchierando così volentieri con altri, anche se poi è raro che, quando torniamo a star zitti, non abbiamo qualche guasto alla coscienza? Parliamo così volentieri perché, con queste chiacchiere, cerchiamo di consolarci a vicenda, e speriamo di sollevare il nostro animo oppresso dai vari pensieri. Inoltre molto ci diletta discorrere e fantasticare delle cose che amiamo assai e che desideriamo, o di ciò che sembra contrastarci. Ma spesso purtroppo tutto questo è vano e inutile; giacché una simile consolazione esteriore va molto a scapito di quella interiore e divina.
3.
Non dobbiamo passare il nostro tempo in ozio, ma in vigilie e in
orazioni; e, se possiamo o dobbiamo parlare, dire cose edificanti. Infatti,
mentre il malvezzo e la trascuratezza del nostro progresso spirituale ci induce
facilmente a tenere incustodita la nostra lingua, giova assai al nostro profitto
interiore una devota conversione intorno alle cose dello spirito; tanto più
quando ci si unisca, nel nome di Dio, a persone animate da pari spiritualità.
Capitolo
XI LA
CONQUISTA DELLA PACE INTERIORE E L'AMORE DEL PROGRESSO SPIRITUALE 1. Se non ci volessimo impicciare di quello che dicono o di quello che fanno gli altri, e di cose che non ci riguardano, potremmo avere una grande pace interiore. Come, infatti, è possibile che uno mantenga a lungo l'animo tranquillo se si intromette nelle faccende altrui, se va a cercare all'esterno i suoi motivi di interesse, se raramente e superficialmente si raccoglie in se stesso? Beati i semplici, giacché avranno grande pace. Perché mai alcuni santi furono così perfetti e pieni di spirito contemplativo? Perché si sforzarono di spegnere completamente in sé ogni desiderio terreno, cosicché - liberati e staccati da se stessi - potessero stare totalmente uniti a Dio, con tutto il cuore. Noi, invece, siamo troppo presi dai nostri sfrenati desideri, e troppo preoccupati delle cose di quaggiù; di rado riusciamo a vincere un nostro difetto, anche uno soltanto, e non siamo ardenti nel tendere al nostro continuo miglioramento. E così restiamo inerti e tiepidi. Se fossimo, invece, totalmente morti a noi stessi e avessimo una perfetta semplicità interiore, potremmo perfino avere conoscenza delle cose di Dio, e fare esperienza, in qualche misura, della contemplazione celeste. Il vero e più grande ostacolo consiste in ciò, che non siamo liberi dalle passioni e dalle brame, e che non ci sforziamo di entrare nella via della perfezione, che fu la via dei santi: anzi, appena incontriamo una difficoltà, anche di poco conto, ci lasciamo troppo presto abbattere e ci volgiamo a consolazioni terrene. 2. Se facessimo di tutto, da uomini forti, per non abbandonare la battaglia, tosto vedremmo venire a noi dal cielo l'aiuto del Signore. Il quale prontamente sostiene coloro che combattono fiduciosi nella sua grazia; anzi, ci procura occasioni di lotta proprio perché ne usciamo vittoriosi. Che se facciamo consistere il progresso spirituale soltanto in certe pratiche esteriori, tosto la nostra religione sarà morta. Via, mettiamo la scure alla radice, cosicché, liberati dalle passioni, raggiungiamo la pace dello spirito. Se ci strappassimo via un solo vizio all'anno diventeremmo presto perfetti. Invece spesso ci accorgiamo del contrario; troviamo cioè che quando abbiamo indirizzata la nostra vita a Dio eravamo più buoni e più puri di ora, dopo molti anni di vita religiosa. Il fervore e l'avanzamento spirituale dovrebbe crescere di giorno in giorno; invece già sembra gran cosa se uno riesce a tener viva una particella del fervore iniziale.
3.
Se facessimo un poco di violenza a noi stessi sul principio, potremmo poi
fare ogni cosa facilmente e gioiosamente. Certo è difficile lasciare ciò a cui
si è abituati; ancor più difficile è camminare in senso contrario al proprio
desiderio. Ma se non riesci a vincere nelle cose piccole e da poco, come
supererai quelle più gravi? Resisti fin dall'inizio alla tua inclinazione;
distaccati dall'abitudine, affinché questa non ti porti, a poco a poco, in una
situazione più ardua. Se tu comprendessi quanta pace daresti a te stesso e
quanta gioia procureresti agli altri, e vivendo una vita dedita al bene, sono
certo che saresti più sollecito nel tendere al tuo profitto spirituale.
Capitolo
XII I
VANTAGGI DELLE AVVERSITA'
1.
E' bene per noi che incontriamo talvolta difficoltà e contrarietà;
queste, infatti, richiamano l'uomo a se stesso, nel profondo, fino a che
comprenda che quaggiù egli è in esilio e che la sua speranza non va riposta in
alcuna cosa di questo mondo. E' bene che talvolta soffriamo contraddizione e che
la gente ci giudichi male e ingiustamente, anche se le nostre azioni e le nostre
intenzioni sono buone. Tutto ciò suol favorire l'umiltà, e ci preserva dalla
vanagloria. Invero, proprio quando la gente attorno a noi ci offende e ci
scredita, noi aneliamo con maggior forza al testimone interiore, Iddio.
2.
Dovremmo piantare noi stessi così saldamente in Dio, da non avere
necessità alcuna di andar cercando tanti conforti umani. Quando un uomo di buona
volontà soffre tribolazioni e tentazioni, o è afflitto da pensieri malvagi,
allora egli sente di aver maggior bisogno di Dio, e di non poter fare nulla di
bene senza di lui. E si rattrista e piange e prega, per il male che soffre; gli
viene a noia che la vita continui; e spera che sopraggiunga la morte (2 Cor
1,8), così da poter scomparire e dimorare in Cristo (Fil 1,23). Allora egli
capisce che nel mondo non può esserci completa serenità e piena pace.
Capitolo
XIII
RESISTERE ALLE TENTAZIONI 1. Finché saremo al mondo, non potremo essere senza tribolazioni e tentazioni; infatti sta scritto nel libro di Giobbe che la vita dell'uomo sulla terra (Gb 7,1) è tutta una tentazione. Ognuno dovrebbe, dunque, stare attento alle tentazioni e vigilare in preghiera (1Pt 4,7), affinché il diavolo non trovi il punto dove possa esercitare il suo inganno; il diavolo, che mai non posa, ma va attorno cercando chi possa divorare (1Pt 5,8). Nessuno è così avanzato nella perfezione e così santo da non aver talvolta delle tentazioni. Andare esenti del tutto da esse non possiamo. Tuttavia, per quanto siano moleste e gravose, le tentazioni spesso sono assai utili; perché, a causa delle tentazioni, l'uomo viene umiliato, purificato e istruito. I santi passarono tutti per molte tribolazioni e tentazioni, e progredirono; invece coloro che non seppero sostenere le tentazioni si pervertirono e tradirono. Non esiste una istituzione così perfetta, o un luogo così nascosto, dove non si trovano tentazioni e avversità. L'uomo non è mai del tutto esente dalla tentazione, fin che vive. Ciò per cui siamo tentati è dentro di noi, poiché siamo nati nella concupiscenza. Se vien meno una tentazione o tribolazione, un'altra ne sopraggiunge e c'è sempre qualcosa da sopportare, perché abbiamo perduto il bene della nostra felicità. Molti, di fronte alle tentazioni, cercano di fuggire, ma cadono poi in esse anche più gravemente. Non possiamo vincere semplicemente con la fuga; ma è con la sopportazione e con la vera umiltà che saremo più forti di ogni nemico. Ben poco progredirà colui che si allontana un pochino e superficialmente dalle tentazioni, senza sradicarle: tosto ritorneranno ed egli sarà ancor peggio. Vincerai più facilmente, a poco a poco, con una generosa pazienza e con l'aiuto di Dio; più facilmente che insistendo cocciutamente nel tuo sforzo personale. Accogli frequentemente il consiglio di altri, quando sei nella tentazione; e non essere aspro con colui che è tentato, ma dagli conforto, come desidereresti fosse fatto a te. 2. Causa prima di ogni perversa tentazione è la mancanza di stabilità spirituale e la scarsezza di fiducia in Dio; giacché, come una nave senza timone viene spinta qua e là dalle onde, così l'uomo infiacchito, che abbandona i suoi propositi, viene in vario modo tentato. Come il fuoco serve a saggiare il ferro (Sir 31,26), così la tentazione serve a saggiare la santità di una persona (Sir 27,6). Quali possibilità ciascuno abbia in potenza, spesso non lo sappiamo; ma la tentazione dispiega palesemente ciò che siamo. Tuttavia bisogna vigilare, particolarmente intorno all'inizio della tentazione; poiché il nemico si vince più facilmente se non gli si permette per nulla di varcare le porte della nostra mente; e se gli si sbarra la strada al di là della soglia, non appena abbia bussato. Di qui il detto: "resisti agli inizi; è troppo tardi quando si prepara la medicina" (Ovidio, Remedia amoris, II,91). Infatti, dapprima viene alla mente un semplice pensiero, di poi una forte immaginazione, infine un compiacimento, un impulso cattivo e un'acquiescenza. E così, piano piano, il nemico malvagio penetra del tutto, proprio perché non gli si è resistito all'inizio. E quanto più a lungo uno ha tardato torpidamente a resistere, tanto più si è, via via, interiormente indebolito, mentre il nemico è andato crescendo di forze contro di lui.
3.
Alcuni sentono le maggiori tentazioni al principio della loro conversione
a Dio; altri invece alla fine. Alcuni sono fortemente turbati pressoché per
tutta la vita; altri sentono tentazioni piuttosto lievi: secondo quanto
dispongono la sapienza e la giustizia di Dio, le quali pesano la condizione e i
meriti di ciascuno e preordinano ogni cosa alla salvezza degli eletti. Perciò
non dobbiamo lasciarci cogliere dalla disperazione, quando siamo tentati.
Dobbiamo invece, pregare Iddio ancor più fervorosamente, affinché si degni di
aiutarci in ogni tentazione; Lui che, in verità, secondo quanto dice Paolo (1Cor
10,13), farà in modo che la tentazione sia accompagnata dai mezzi per poterla
sopportare. Abbassiamo, dunque, in umiltà, l'anima nostra sotto la mano di Dio,
quando siamo tentati e tribolati, giacché il Signore salverà gli umili di
spirito e li innalzerà (1Pt 5,6; Sal 33,19). Quanto uno abbia progredito si
dimostra nella tentazione e nella tribolazione; qui sta il suo maggior merito;
qui appare più chiaramente la sua virtù. Non è gran cosa esser devoti e
fervorosi quando non si hanno difficoltà; sapere invece sopportare se stessi nel
momento dell'avversità dà a sperare in un grande avanzamento spirituale. Avviene
che alcuni sono al riparo da grandi tentazioni, ma sono spesso sconfitti nelle
piccole tentazioni di ogni giorno; e così, umiliati per essere caduti in cose
tanto da poco, non ripongono più fiducia in se stessi, nelle cose più grandi.
Capitolo
XIV
EVITARE I GIUDIZI TEMERARI 1. Rivolgi gli occhi a te stesso e stai attento a non giudicare quel che fanno gli altri. In tale giudizio si lavora senza frutto; frequentemente ci si sbaglia e facilmente si cade in peccato. Invece, nel giudizio e nel vaglio di se stessi, si opera sempre fruttuosamente. Spesso giudichiamo secondo un nostro preconcetto; e così, per un nostro atteggiamento personale, perdiamo il criterio della verità. Se il nostro desiderio fosse diretto soltanto a Dio, non ci lasceremmo turbare così facilmente dalla resistenza opposta dal nostro senso umano. Di più, spesso, c'è qualcosa, già nascosto, latente in noi, o sopravveniente dall'esterno, che ci tira di qua o di là. Molti, in tutto ciò che fanno, cercano se stessi, senza neppure accorgersene. Sembrano essere in perfetta pace quando le cose vanno secondo i loro desideri e i loro gusti; se, invece, vanno diversamente, subito si agitano e si rattristano.
2.
Avviene di frequente che nascono divergenze tra amici e concittadini,
persino tra persone pie e devote, per diversità nel modo di sentire e di
pensare. Giacché è difficile liberarsi da vecchi posizioni abituali, e nessuno
si lascia tirare facilmente fuori dal proprio modo di vedere. Così, se ti
baserai sui tuoi ragionamenti e sulla tua esperienza, più che sulla forza
propria di Gesù Cristo, raramente e stentatamente riuscirai ad essere un uomo
illuminato; Dio vuole, infatti, che noi ci sottomettiamo perfettamente a lui, e
che trascendiamo ogni nostro ragionamento grazie ad un fiammeggiante amore.
Capitolo
X LE
OPERE FATTE PER AMORE 1. Non si deve fare alcun male, per nessuna cosa al mondo né per compiacenza verso chicchessia; talora, invece, per giovare a uno che ne ha bisogno, si deve senza esitazione lasciare una cosa buona che si sta facendo, o sostituirla con una ancora più buona: in tal modo non si distrugge l'opera buona, ma soltanto la si trasforma in meglio.
2.
A nulla giova un'azione esterna compiuta senza amore; invece, qualunque
cosa, per quanto piccola e disprezzata essa sia, se fatta con amore, diventa
tutta piena di frutti. In verità Iddio non tiene conto dell'azione umana in sé e
per sé, ma dei moventi di ciascuno. Opera grandemente colui che agisce con
rettitudine; opera lodevolmente colui che si pone al servizio della comunità,
più che del suo capriccio. Accade spesso che ci sembri amore ciò che è piuttosto
attaccamento carnale; giacché è raro che, sotto le nostre azioni, non ci siano
l'inclinazione naturale, il nostro gusto, la speranza di una ricompensa, il
desiderio del nostro comodo. Chi ha un amore vero e perfetto non cerca se
stesso, in alcuna sua azione, ma desidera solamente che in ogni cosa si realizzi
la gloria di Dio. Di nessuno è invidioso colui che non tende al proprio
godimento, né vuole personali soddisfazioni, desiderando, al di là di ogni bene,
di avere beatitudine in Dio. Costui non attribuisce alcunché di buono a nessuno,
ma riporta il bene totalmente a Dio; dal quale ogni cosa procede, come dalla sua
fonte e, nel quale, alla fine, tutti i santi godono pace. Oh, chi avesse anche
una sola scintilla di vera carità, per certo capirebbe che tutto ciò che è di
questa terra è pieno di vanità.
Capitolo
XVI
SOPPORTARE I DIFETTI DEGLI ALTRI 1. Quei difetti, nostro od altrui, che non riusciamo a correggere, li dobbiamo sopportare con pazienza, fino a che Dio non disponga altrimenti. Rifletti che, per avventura, questa sopportazione è la cosa più utile per te, come prova di quella pazienza, senza della quale ben poco contano i nostri meriti. Tuttavia, di fronte a tali difficoltà, devi chiedere insistentemente che Dio si degni di venirti in aiuto e che tu riesca a sopportarle lietamente. Se uno, ammonito una volta e un'altra ancora, non si acquieta, cessa di litigare con lui; rimetti invece ogni cosa in Dio, affinché in tutti noi, suoi servi, si faccia la volontà e la gloria di Lui, che ben sa trasformare il male in bene. Sforzati di essere paziente nel tollerare i difetti e le debolezze altrui, qualunque essi siano, giacché anche tu presenti molte cose che altri debbono sopportare.
2.
Se non riesci a trasformare te stesso secondo quella che pure è la tua
volontà, come potrai pretendere che gli altri si conformino al tuo desiderio?
Vogliamo che gli altri siano perfetti; mentre noi non correggiamo le nostre
manchevolezze. Vogliamo che gli altri si correggano rigorosamente; mentre noi
non sappiamo correggere noi stessi. Ci disturba una ampia libertà degli altri;
mentre non sappiamo negare a noi stessi ciò che desideriamo. Vogliamo che gli
altri siano stretti entro certe regole; mentre noi non ammettiamo di essere un
po' più frenati. In tal modo, dunque, è chiaro che raramente misuriamo il
prossimo come noi stessi. Se fossimo tutti perfetti, che cosa avremmo da patire
dagli altri, per amore di Dio? Ora, Dio così dispone, affinché apprendessimo a
portare l'uno i pesi dell'altro (Gal 6,2). Infatti non c'è alcuno che non
presenti difetti o molestie; non c'è alcuno che basti a se stesso e che, di per
sé, sia sufficientemente saggio. Occorre, dunque, che ci sopportiamo a vicenda,
che a vicenda ci consoliamo, che egualmente ci aiutiamo e ci ammoniamo. Quanta
virtù ciascuno di noi abbia, ciò appare al momento delle avversità: non sono le
occasioni che fanno fragile l'uomo, ma esse mostrano quale esso è.
Capitolo
XVII LA
VITA NEI MONASTERI 1. Se vuoi mantenere pace e concordia con gli altri, devi imparare a vincere decisamente te stesso in molte cose. Non è cosa facile stare in un monastero o in un gruppo, e viverci senza lamento alcuno, mantenendosi fedele sino alla morte. Beato colui che vi avrà vissuto santamente e vi avrà felicemente compiuta la vita. Se vuoi stare saldo al tuo dovere e avanzare nel bene, devi considerarti esule pellegrino su questa terra. Per condurre una vita di pietà, devi farti stolto per amore di Cristo.
2.
Poco contano l'abito e la tonsura; sono la trasformazione della vita e la
completa mortificazione delle passioni, che fanno il monaco. Chi tende ad altro
che non sia soltanto Dio e la salute dell'anima, non troverà che tribolazione e
dolore. Ancora, non avrà pace duratura chi non si sforza di essere il più
piccolo, sottoposto a tutti. Qui tu sei venuto per servire, non comandare.
Ricordati che sei stato chiamato a sopportare e a faticare, non a passare il
tempo in ozio e in chiacchiere. Qui si provano gli uomini, come si prova l'oro
nel fuoco (cfr. Sir 27,6). Qui nessuno potrà durevolmente stare, se non si sarà
fatto umile dal profondo del cuore, per amore di Dio.
Capitolo
XVIII
GLI ESEMPI DEI GRANDI PADRI SANTI 1. Guarda ai luminosi esempi dei grandi santi padri, nei quali rifulse una pietà veramente perfetta e vedrai come sia ben poco, e quasi nulla, quello che facciamo noi. Ahimé!, che cosa è la nostra vita, paragonata alla vita di quei santi? Veramente santi, e amici di Cristo, costoro servirono il Signore nella fame e nella sete; nel freddo, senza avere di che coprirsi; nel faticoso lavoro; nelle veglie e nei digiuni; nelle preghiere e nelle pie meditazioni; spesso nelle ingiurie e nelle persecuzioni. Quante tribolazioni, e quanto gravi, hanno patito gli apostoli, i martiri, i testimoni della fede, le vergini e tutti gli altri che vollero seguire le orme di Cristo; essi infatti, ebbero in odio se stessi in questo mondo, per possedere le loro anime nella vita eterna. Quale vita rigorosa, e piena di rinunce, vissero questi grandi padri nel deserto; quante lunghe e gravi tentazioni ebbero a sopportare; quanto spesso furono tormentati dal diavolo; quante ripetute e fervide preghiere offrirono a Dio; quali dure astinenze seppero sopportare. Come furono grandi l'ardore e il fervore con i quali mirarono al loro progresso spirituale; come fu coraggiosa la battaglia che essi fecero per vincere i loro vizi; come fu piena e retta la loro intenzione, che essi tennero sempre volta a Dio! Lavoravano per tutta la giornata, e la notte la passavano in continua preghiera; ma neppure durante il lavoro veniva mai meno in loro l'orazione interiore. Tutto il loro tempo era impiegato utilmente; e a loro sembrava troppo corta ogni ora dedicata a Dio; ancora, per la grande soavità della contemplazione, dimenticavano persino la necessità di rifocillare il corpo. Rinunciavano a tutte le ricchezze, alle cariche, agli onori, alle amicizie e alle parentele; nulla volevano avere delle cose del mondo; mangiavano appena quanto era necessario alla vita e si lamentavano quando si dovevano sottomettere a necessità materiali. 2. Erano poveri di cose terrene, molto ricchi invece di grazia e di virtù; esteriormente miserabili, ricompensati però interiormente dalla grazia e dalla consolazione divina; lontani dal mondo, ma vicini a Dio, amici intimi di Dio,; si ritenevano un nulla ed erano disprezzati dagli uomini, ma erano preziosi e cari agli occhi di Dio. Stavano in sincera umiltà, vivevano in schietta obbedienza; camminavano in amore e sapienza: per questo progredivano spiritualmente ogni giorno, e ottenevano tanta grazia presso Dio. Essi sono offerti come esempio per tutti coloro che si sono dati alla vita religiosa; essi ci devono indurre all'avanzamento nel bene, più che non ci induca al rilassamento la schiera delle persone poco fervorose.
3.
Quanto fu grande l'ardore di questi uomini di Dio, quando diedero inizio
alle loro istituzioni. Quale devozione nella preghiera, quale slancio nella
vita, quale rigore in esso vigoreggiò; quanto rispetto e quanta docilità sotto
la regola del maestro fiorì in tutti loro. Restano ancora certi ruderi
abbandonati, ad attestare che furono veramente uomini santi e perfetti, costoro,
che con una strenua lotta, schiacciarono il mondo. Oggi, invece, già uno è
ritenuto buono se non tradisce la fede; se riesce a sopportare con pazienza quel
che gli tocca. Tale è la nostra attuale condizione di negligente tiepidezza, che
ben presto cadiamo nel fervore iniziale; pigri e stanchi, già ci viene a noia la
vita. Voglia il cielo che in te non si vada spegnendo del tutto l'avanzamento
nelle virtù; in te che frequentemente hai avuto sotto gli occhi gli esempi dei
santi.
Capitolo
XIX
COME SI DEVE ADDESTRARE COLUI CHE SI E' DATO A DIO 1. La vita di colui che si è dato a Dio deve essere rigogliosa di ogni virtù, cosicché, quale egli appare esteriormente alla gente, tale sia anche interiormente. Anzi, e a ragione, di dentro vi deve essere molto più di quanto appare di fuori; giacché noi siamo sotto gli occhi di Dio, e a lui dobbiamo sommo rispetto, ovunque ci troviamo; Dio, dinanzi al quale dobbiamo camminare puri come angeli. Ogni giorno dobbiamo rinnovare il nostro proposito e spronare noi stessi al fervore, come fossimo appena venuti, oggi, alla vita del monastero. Dobbiamo dire: aiutami, Signore Iddio, nel mio buon proposito e nel santo servizio che ti è dovuto; concedimi di ricominciare oggi radicalmente, perché quel che ho fatto fin qui è nulla. Il nostro progresso spirituale procede di pari passo con il nostro proposito. Grande vigilanza occorre per chi vuol avanzare nel bene; ché, se cade spesso colui che ha forti propositi, che cosa sarà di colui che soltanto di rado si propone alcunché, e con poca fermezza? Svariati sono i modi nei quali ci accade di abbandonare il nostro proposito; anche la semplice omissione di un solo esercizio di pietà porta quasi sempre qualche guasto. In verità, la fermezza di proposito dei giusti dipende, più che dalla loro saggezza, dalla grazia di Dio, nel quale essi ripongono la loro fiducia, qualunque meta riescano a raggiungere, giacché l'uomo propone ma chi dispone è Dio, le cui vie noi non conosciamo. Se talvolta, per fare del bene o per essere utili ai fratelli, si omette un abituale esercizio di pietà, esso potrà facilmente essere recuperato più tardi; che se, invece, quasi senza badare, lo si tralascia per malavoglia o negligenza, ciò costituisce già una colpa, e deve essere sentito come una perdita. 2. Per quanto ci mettiamo tutto l'impegno possibile, sarà facile che abbiamo a cadere ancora, in varie occasioni. Tuttavia dobbiamo fare continuamente qualche proponimento preciso, specialmente in contrapposto a ciò che maggiormente impedisce il nostro profitto spirituale. Cose esterne e cose interiori sono necessarie al nostro progresso spirituale, perciò, le une come le altre, dobbiamo esaminarle attentamente e metterle nel giusto ordine. Se non riesci a stare sempre concentrato in te stesso, raccogliti di tempo in tempo, almeno una volta al giorno, la mattina o la sera: la mattina per fare i tuoi propositi, la sera per esaminare come ti sei comportato, cioè come sei stato, nelle parole, nonché nei pensieri, con i quali forse hai più spesso offeso Dio o il prossimo. Armati, come un soldato, contro le perversità del diavolo. Tieni a freno la gola; così terrai più facilmente a freno ogni altra cattiva tendenza del corpo. Non stare mai senza far nulla: sii occupato sempre, a leggero o a scrivere, a pregare o a meditare, o a fare qualche lavoro utile per tutti. Gli esercizi corporali di ciascuno siano compiuti separatamente; né tutti possono assumersene ugualmente. Se non sono esercizi di tutta la comunità, non devono essere palesati a tutti, giacché ciò che è personale si fa con maggior profitto nel segreto. Tuttavia guarda di non essere tardo alle pratiche comunitarie; più pronto, invece, a quelle tue proprie. Che, compiuto disciplinatamente e interamente il dovere imposto, se avanza tempo, ritornerai a te stesso, come vuole la tua devozione personale. Non è possibile che tutti abbiano a fare il medesimo esercizio, giacché a ciascuno giova qualcosa di particolare. E poi si amano esercizi diversi secondo i momenti: alcuni ci sono più graditi nei giorni di festa, altri nei giorni comuni. Inoltre, nel momento della tentazione e nel momento della pacifica tranquillità, abbiamo bisogno di esercizi ben diversi. Infine quando siamo nella tristezza ci piace pensare a certe cose; ad, invece quando siamo nella Letizia del Signore.
3.
Nelle feste più solenni dobbiamo rinnovare gli esercizi di pietà ed
implorare con fervore più grande l'aiuto dei santi. I nostri proponimenti devono
andare da una ad altra festività, come se in quel punto dovessimo lasciare
questo mondo e giungere alla festa eterna. Per questo, nei periodi di
particolare devozione, dobbiamo prepararci con cura, e mantenerci in più grande
pietà, attenendoci più rigorosamente ai nostri doveri, quasi stessimo per
ricevere da Dio il premio delle nostre fatiche. Che se tale premio sarà
rimandato, dobbiamo convincerci che non eravamo pienamente preparati e che non
eravamo ancora degni della immensa gloria, che ci sarà rivelata (Rm 8,18) nel
tempo stabilito; e dobbiamo fare in modo di prepararci meglio alla morte. "Beato
quel servo - dice Luca evangelista - che il padrone, al suo arrivo, avrà trovato
sveglio e pronto. In verità vi dico che gli darà da amministrare tutti i suoi
beni" (Lc 12,44; cfr. Lc 12,37).
Capitolo
XX
L'AMORE DELLA SOLITUDINE E DEL SILENZIO 1. Cerca il tempo adatto per pensare a te e rifletti frequentemente sui benefici che vengono da Dio. Tralascia ogni cosa umanamente attraente; medita argomenti che ti assicurino una compunzione di spirito, piuttosto che un modo qualsiasi di occuparti. Un sufficiente spazio di tempo, adatto per dedicarti a buone meditazioni, lo troverai rinunciando a fare discorsi inutilmente oziosi e ad ascoltare chiacchiere sugli avvenimenti del giorno. I più grandi santi evitavano, per quanto possibile, di stare con la gente e preferivano stare appartati, al servizio di Dio. E' stato detto: ogni volta che andai tra gli uomini ne ritornai meno uomo di prima (Seneca, Epist. VII, 3). E ne facciamo spesso esperienza, quando stiamo a lungo a parlare con altri. Tacere del tutto è più facile che evitare le intemperanze del discorrere, come è più facile stare chiuso in casa che sapersi convenientemente controllare fuori casa. Perciò colui che vuole giungere alla spiritualità interiore, deve, insieme con Gesù, ritirarsi dalla gente. Soltanto chi ama il nascondimento sta in mezzo alla gente senza errare; soltanto chi ama il silenzio parla senza vaneggiare; soltanto chi ama la sottomissione eccelle senza sbagliare; soltanto chi ama obbedire comanda senza sgarrare; soltanto colui che è certo della sua buona coscienza possiede gioia perfetta. 2. Però, anche nei santi, questo senso di sicurezza ebbe fondamento nel timore di Dio. Essi brillarono per straordinarie virtù e per grazia, ma non per questo furono meno fervorosi e intimamente umili. Il senso di sicurezza dei cattivi scaturisce, invece, dalla superbia e dalla presunzione; e , alla fine, si muta in inganno di se stessi. Non sperare di avere sicurezza in questo mondo, anche se sei ritenuto buon monaco o eremita devoto; spesso, infatti, coloro che sembravano eccellenti agli occhi degli uomini sono stati messi nelle più gravi difficoltà. Per molte persone è meglio dunque non essere del tutto esenti da tentazioni ed avere sovente da lottare contro di queste, affinché non siamo troppo sicure di sé, non abbiamo per caso a montare in superbia o addirittura a volgersi sfrenatamente a gioie terrene. Quale buona coscienza manterrebbe colui che non andasse mai cercando le gioie passeggere e non si lasciasse prendere dal mondo! Quale grande pace, quale serenità avrebbe colui che sapesse stroncare ogni vano pensiero, meditando soltanto intorno a ciò che attiene a Dio e alla salute dell'anima, e ponendo ben fissa ogni sua speranza in Dio! Nessuno sarà degno del gaudio celeste, se non avrà sottoposto pazientemente se stesso al pungolo spirituale. Ora, se tu vuoi sentire dal profondo del cuore questo pungolo, ritirati nella tua stanza, lasciando fuori il tumulto del mondo, come sta scritto: pungolate voi stessi, nelle vostre stanze (Sal 4,4). Quello che fuori, per lo più, vai perdendo, lo troverai nella tua cella; la quale diventa via via sempre più cara, mentre reca noi soltanto a chi vi sta di mal animo. Se, fin dall'inizio della tua venuta in convento, starai nella tua cella, e la custodirai con buona disposizione d'animo, essa diventerà per te un'amica diletta e un conforto molto gradito.
3.
Nel silenzio e nella quiete l'anima devota progredisce e apprende il
significato nascosto delle Scritture; nel silenzio e nella quiete trova fiumi di
lacrime per nettarsi e purificarsi ogni notte, e diventa tanto più intima al suo
creatore quanto più sta lontana da ogni chiasso mondano. Se, dunque, uno si
sottrae a conoscenti e ad amici, gli si farà vicino Iddio, con gli angeli santi.
E' cosa migliore starsene appartato a curare il proprio perfezionamento, che
fare miracoli, dimenticando se stessi. Cosa lodevole, per colui che vive in
convento, andar fuori di rado, evitare di apparire, persino schivare la gente.
Perché mai vuoi vedere ciò che non puoi avere? "Il mondo passa, e passano i suoi
desideri" (1Gv 2,17). I desideri dei sensi portano a vagare con la mente; ma,
passato il momento, che cosa ne ricavi se non un peso sulla coscienza e una
profonda dissipazione? Un'uscita piena di gioia prepara spesso un ritorno pieno
di tristezza; una veglia piena di letizia rende l'indomani pieno di amarezza;
ogni godimento della carne penetra con dolcezza, ma alla fine morde e uccide.
Che cosa puoi vedere fuori del monastero, che qui tu non veda? Ecco, qui hai il
cielo e la terra e tutti glie elementi dai quali sono tratte tutte le cose. Che
cosa altrove potrai vedere, che possa durare a lungo sotto questo sole? Forse
credi di poterti saziare pienamente; ma a ciò non giungerai. Ché, se anche tu
vedessi tutte le cose di questo mondo, che cosa sarebbe questo, se non un sogno
senza consistenza? Leva i tuoi occhi in alto, a Dio, e prega per i tuoi peccati
e per le tue mancanze. Lascia le vanità alla gente vana; e tu attendi invece a
quello che ti ha comandato Iddio. Chiudi dietro di te la tua porta, chiama a te
Gesù, il tuo diletto, e resta con lui nella cella; ché una sì grande pace
altrove non la troverai. Se tu non uscirai e nulla sentirai dal chiasso mondano,
resterai più facilmente in una pace perfetta. E poiché talvolta sentire cose
nuove reca piacere, occorre che tu sappia sopportare il conseguente turbamento
dell'animo.
Capitolo
XXI LA
COMPUNZIONE DEL CUORE 1. Se vuoi fare qualche progresso conservati nel timore di Dio, senza ambire a una smodata libertà; tieni invece saldamente a freno i tuoi sensi, senza lasciarti andare a una stolta letizia. Abbandonati alla compunzione di cuore, e ne ricaverai una vera devozione. La compunzione infatti fa sbocciare molte cose buone, che, con la leggerezza di cuore, sogliono subitamente disperdersi. E' meraviglia che uno possa talvolta trovare piena letizia nella vita terrena, se considera che questa costituisce un esilio e se riflette ai tanti pericoli che la sua anima vi incontra. Per leggerezza di cuore e noncuranza dei nostri difetti spesso non ci rendiamo conto dei guai della nostra anima; anzi, spesso ridiamo stoltamente, quando, in verità, dovremmo piangere. Non esiste infatti vera libertà, né santa letizia, se non nel timore di Dio e nella rettitudine di coscienza. Felice colui che riesce a liberarsi da ogni impacci dovuto a dispersione spirituale, concentrando tutto se stesso in una perfetta compunzione. Felice colui che sa allontanare tutto ciò che può macchiare o appesantire il suo spirito. Tu devi combattere da uomo: l'abitudine si vince con l'abitudine. Se impari a non curarti della gente, questa lascerà che tu attenda tranquillamente a te stesso. Non portare dentro di te le faccende degli altri, non impicciarti neppure di quello che fanno le persone più in vista; piuttosto vigila sempre e in primo luogo su di te, e rivolgi il tuo ammonimento particolarmente a te stesso, prima che ad altre persone, anche care. Non rattristarti se non ricevi il favore degli uomini; quello che ti deve pesare, invece, è la constatazione di non essere del tutto e sicuramente nella via del bene, come si converrebbe a un servo di Dio e a un monaco pieno di devozione.
2.
E' grandemente utile per noi, e ci dà sicurezza di spirito, non ricevere
molte gioie in questa vita; particolarmente gioie materiali. Comunque, è colpa
nostra se non riceviamo consolazioni divine o ne proviamo raramente; perché non
cerchiamo la compunzione del cuore e non respingiamo del tutto le vane
consolazioni che vengono dal di fuori. Riconosci di essere indegno della
consolazione divina, e meritevole piuttosto di molte sofferenze, Quando uno è
pienamente compunto in se stesso, ogni cosa di questo mondo gli appare pesante e
amara. L'uomo retto, ben trova motivo di pianto doloroso. Sia che rifletta su di
sé o che vada pensando agli altri, egli comprende che nessuno vive quaggiù senza
afflizioni; e quanto più severamente si giudica, tanto maggiormente si addolora.
Sono i nostri peccati e i nostri vizi a fornire materia di giusto dolore e di
profonda compunzione; peccato e vizi dai quali siamo così avvolti e schiacciati
che raramente riusciamo a guardare alle cose celesti. Se il nostro pensiero
andasse frequentemente alla morte, più che alla lunghezza della vita, senza
dubbio ci emenderemmo con maggior fervore. Di più, se riflettessimo nel profondo
del cuore alle sofferenze future dell'inferno e del purgatorio, accetteremmo
certamente fatiche e dolori, e non avremmo paura di un duro giudizio. Invece
queste cose non penetrano nel nostro animo; perciò restiamo attaccati alle dolci
mollezze, restiamo freddi e assai pigri. Spesso, infatti, è sorta di spirituale
povertà quella che facilmente invade il nostro misero corpo. Prega dunque
umilmente il Signore che ti dia lo spirito di compunzione; e di', con il
profeta: nutrimi, o Signore, "con il pane delle lacrime; dammi, nelle lacrime,
copiosa bevanda" (Sal 79,6).
Capitolo
XXII LA
MEDITAZIONE DELLA MISERIA UMANA 1. Dovunque tu sia e dovunque ti volga, sei sempre misera cosa; a meno che tu non ti volga tutto a Dio. Perché resti turbato quando le cose non vanno secondo la tua volontà e il tuo desiderio? Chi è colui che tutto ha secondo il suo beneplacito? Non io, non tu, né alcun altro su questa terra. Non c'è persona al mondo, anche se è un re o un papa, che non abbia qualche tribolazione o afflizione. E chi è dunque che ha la parte migliore? Senza dubbio colui che è capace di sopportare qualche male per amore di Dio. Dice molta gente, debole e malata nello spirito: guarda che vita beata conduce quel tale; come è ricco e grande, come è potente e come è salito in alto! Ma, se poni mente ai beni eterni, vedrai che tutte queste cose passeggere sono un nulla, anzi qualcosa di molto insicuro e particolarmente gravoso, giacché le cose temporali non si possono avere senza preoccupazioni e paure. Per la felicità non occorre che l'uomo possieda beni terreni in sovrabbondanza; basta averne una modesta quantità, giacché la vita di quaggiù è veramente una misera cosa. Quanto più uno desidera elevarsi spiritualmente, tanto più la vita presente gli appare amara, perché constata pienamente le deficienze dovute alla corrotta natura umana. Invero mangiare, bere, star sveglio, dormire, riposare, lavorare, e dover soggiacere alle altre necessità che ci impone la nostra natura, tutto ciò, in realtà, è una miseria grande e un dolore per l'uomo religioso; il quale amerebbe essere sciolto e libero da ogni peccato. In effetti l'uomo che vive interiormente si sente schiacciato, come sotto un peso, dalle esigenze materiali di questo mondo; ed è perciò che il profeta prega fervorosamente di essere liberato, dicendo: "Signore, toglimi da queste necessità" (Sal 24,17). 2. Guai a quelli che non riconoscono la loro miseria. Guai, ancor più, a quelli che amano questa vita miserabile e destinata a finire; una vita alla quale tuttavia certa gente - anche se, lavorando o elemosinando, mette insieme appena appena il necessario - si abbarbica, come se potesse restare quaggiù in eterno, senza darsi pensiero del regno di Dio. Gente pazza, interiormente priva di fede; gente sommersa dalle cose terrene, tanto da gustare solo ciò che è materiale. Alla fine, però, constateranno, con pena, quanto poco valessero - anzi come fossero un nulla - le cose che avevano amato. Ben diversamente, i santi di Dio, e tutti i devoti amici di Cristo; essi non andavano dietro ai piaceri del corpo o a ciò che rende fiorente questa vita mortale. La loro anelante tensione e tutta la loro speranza erano per i beni eterni; il loro desiderio - per non essere tratti al basso dall'attaccamento alle cose di quaggiù - si elevava interamente alle cose invisibili, che non vengono meno. O fratello, non perdere la speranza di progredire spiritualmente; ecco, ne hai il tempo e l'ora. Perché, dunque, vuoi rimandare a domani il tuo proposito? Alzati, e comincia all'istante, dicendo: è questo il momento di agire; è questo il momento di combattere; è questo il momento giusto per correggersi. Quando hai dolori e tribolazioni, allora è il momento per farti dei meriti. Giacché occorre che tu passi attraverso il "fuoco e l'acqua" prima di giungere nel refrigerio (Sal 65,12). E se non farai violenza a te stesso, non vincerai i tuoi vizi. Finché portiamo questo fragile corpo, non possiamo essere esenti dal peccato, né vivere senza molestie e dolori. Ben vorremmo aver tregua da ogni miseria; ma avendo perduto, a causa del peccato, la nostra innocenza, abbiamo perduto quaggiù anche la vera felicità. Perciò occorre che manteniamo in noi una ferma pazienza, nell'attesa della misericordia divina, "fino a che sia scomparsa l'iniquità di questo mondo" (Sal 56,2) e le cose mortali "siano assunte dalla vita eterna" (2Cor 5,4). 3. Tanto è fragile la natura umana che essa pende sempre verso il vizio. Ti accusi oggi dei tuoi peccati e domani commetti di nuovo proprio ciò di cui ti sei accusato. Ti proponi oggi di guardarti dal male, e dopo un'ora agisci come se tu non ti fossi proposto nulla. Ben a ragione, dunque, possiamo umiliarci; né mai possiamo avere alcuna buona opinione di noi stessi, perché siamo tanto deboli e instabili. Inoltre, può andare rapidamente perduto per negligenza ciò che a stento, con molta fatica, avevamo alla fine raggiunto, per grazia di Dio. E che cosa sarà di noi alla fine, se così presto ci prende la tiepidezza? Guai a noi, se pretendessimo di riposare tranquillamente, come se già avessimo raggiunto pace e sicurezza, mentre, nella nostra vita, non si vede neppure un indizio di vera santità. Occorrerebbe che noi fossimo di nuovo plasmati, quasi in un buon noviziato, a una vita irreprensibile; in tal modo potremo sperare di raggiungere un certo miglioramento e di conseguire un maggior profitto spirituale.
Capitolo
XXIII LA
MEDITAZIONE DELLA MORTE 1. Ben presto la morte sarà qui, presso di te. Considera, del resto, la tua condizione: l'uomo oggi c'è e domani è scomparso; e quando è sottratto alla vista, rapidamente esce anche dalla memoria. Quanto grandi sono la stoltezza e la durezza di cuore dell'uomo: egli pensa soltanto alle cose di oggi e non piuttosto alle cose future. In ogni azione, in ogni pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; ché, se avrai retta la coscienza, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che sfuggire alla morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani? Il domani è una cosa non sicura: che ne sai tu se avrai un domani? A che giova vivere a lungo, se correggiamo così poco noi stessi? Purtroppo, non sempre una vita lunga corregge i difetti; anzi spesso accresce maggiormente le colpe. Magari potessimo passare santamente anche una sola giornata in questo mondo. Molti fanno il conto degli anni trascorsi dalla loro conversione a Dio; ma scarso è sovente il frutto della loro emendazione. Certamente morire è cosa che mette paura; ma forse è più pericoloso vivere a lungo. Beato colui che ha sempre dinanzi agli occhi l'ora della sua morte ed è pronto ogni giorno a morire. Se qualche volta hai visto uno morire, pensa che anche tu dovrai passare per la stessa strada. La mattina, fa conto di non arrivare alla sera; e quando poi si farà sera non osare sperare nel domani. Sii dunque sempre pronto; e vivi in tal modo che, in qualunque momento, la morte non ti trovi impreparato. 2. Sono molti coloro che muoiono in un istante, all'improvviso; giacché "il Figlio dell'uomo verrà nell'ora in cui non si pensa che possa venire" (Mt 24,44; Lc 12,40). Quando sarà giunto quel momento estremo, comincerai a giudicare ben diversamente tutta la tua vita passata, e molto ti dorrai di esser stato tanto negligente e tanto fiacco. Quanto é saggio e prudente l'uomo che, durante la vita, si sforza di essere quale desidera esser trovato al momento della morte! Ora, una piena fiducia di morire santamente la daranno il completo disprezzo del mondo, l'ardente desiderio di progredire nelle virtù, l'amore del sacrificio, il fervore nella penitenza, la rinuncia a se stesso e il saper sopportare ogni avversità per amore di Cristo. Mentre sei in buona salute, molto puoi lavorare nel bene; non so, invece, che cosa potrai fare quando sarai ammalato. Giacché sono pochi quelli che, per il fatto di essere malati, diventano più buoni; così come sono pochi quelli che, per il fatto di andare frequentemente in pellegrinaggio, diventano più santi. Non credere di poter rimandare a un tempo futuro la tua salvezza, facendo affidamento sui suffragi degli amici e dei parenti; tutti costoro ti dimenticheranno più presto di quanto tu non creda. Perciò, più che sperare nell'aiuto di altri, è bene provvedere ora, fin che si è in tempo, mettendo avanti un po' di bene. Ché, se non ti prendi cura di te stesso ora, chi poi si prenderà cura di te? Questo è il tempo veramente prezioso; sono questi i giorni della salvezza; è questo il tempo che il Signore gradisce (2Cor 6,2). Purtroppo, invece, questo tempo tu non lo spendi utilmente in cose meritorie per la vita eterna. Verrà il momento nel quale chiederai almeno un giorno o un'ora per emendarti; e non so se l'otterrai. Ecco, dunque, mio caro, di quale pericolo ti potrai liberare, a quale pericolo ti potrai sottrarre, se sarai stato sempre nel timore di Dio, in vista della morte. Procura di vivere ora in modo tale che, nell'ora della morte, tu possa avere letizia, anziché paura; impara a morire al mondo, affinché tu cominci allora a vivere con Cristo; impara ora a disprezzare ogni cosa, affinché tu possa allora andare liberamente a Cristo; mortifica ora il tuo corpo con la penitenza, affinché tu passa allora essere pieno di fiducia.
3.
Stolto, perché vai pensando di vivere a lungo, mentre non sei sicuro di
avere neppure una giornata? Quante persone sono state ingannate,
inaspettatamente tolte a questa vita! Quante volte hai sentito dire che uno è
morto di ferite e un altro è annegato; che uno, cadendo dall'alto, si è rotto la
testa; che uno si è soffocato mentre mangiava e un altro è morto mentre stava
giocando? Chi muore per fuoco, chi per spada; chi per una pestilenza, chi per un
assalto dei predoni. Insomma, comunque destino è la morte; e passa rapidamente
come un'ombra la vita umana. Chi si ricorderà di te, dopo che sarai scomparso, e
chi pregherà per te? Fai, o mio caro, fai ora tutto quello che sei in grado di
fare, perché non conosci il giorno della tua morte; né sai che cosa sarà di te
dopo. Accumula, ora, ricchezze eterne, mentre sei in tempo. Non pensare a
nient'altro che alla tua salvezza; preoccupati soltanto delle cose di Dio. Fatti
ora degli amici, venerando i santi di Dio e imitando le loro azioni, "affinché
ti ricevano nei luoghi eterni, quando avrai lasciato questa vita" (Lc 16,9).
Mantienti, su questa terra, come uno che è di passaggio; come un ospite, che non
ha a che fare con le faccende di questo mondo. Mantieni libero il tuo cuore, e
rivolto al cielo, perché non hai stabile dimora quaggiù (Eb 13,14). Al cielo
rivolgi continue preghiere e sospiri e lacrime, affinché, dopo la morte, la tua
anima sia degna di passare felicemente al Signore. Amen.
Capitolo
XXIV IL
GIUDIZIO DIVINO E LA PUNIZIONE DEI PECCATI 1. In ogni cosa tieni l'occhio fisso al termine finale; tieni l'occhio, cioè, a come comparirai dinanzi al giudice supremo; al giudice che vede tutto, non si lascia placare con doni, non accetta scuse; e giudica secondo giustizia (cfr. Is 11,4). Oh!, sciagurato e stolto peccatore, come potrai rispondere a Dio, il quale conosce tutto il male che hai fatto; tu che tremi talvolta alla vista del solo volto adirato di un uomo? Perché non pensi a quel che avverrà di te nel giorno del giudizio, quando nessuno potrà essere scagionato e difeso da altri, e ciascuno costituirà per se stesso un peso anche troppo grave? E' adesso che la tua fatica è producente; è adesso che il tuo pianto e il tuo sospiro possono piacere a Dio ed essere esauditi; è adesso che il tuo dolore può ripagare il male compiuto e renderti puro. 2. Un grave e salutare purgatorio l'ha colui che sa sopportare. Questi, ricevendo ingiustizie, si dispiace della cattiveria altrui, più che del male patito; è pronto a pregare per quelli che lo contrastano e perdona di cuore le loro colpe; non esita a chiedere perdono agli altri; è più incline ad aver compassione che ad adirarsi; fa violenza sovente a se stesso e si sforza di sottoporre interamente la carne allo spirito. Stroncare ora i vizi e purgarsi ora dai peccati è miglior cosa che lasciarli da purgare in futuro. Invero noi facciamo inganno a noi stessi amando le cose carnali, contro l'ordine stabilito da Dio. Che altro divorerà, quel fuoco, se non i tuoi peccati? Perciò, quanto più indulgi a te stesso quaggiù, seguendo la carne, tanto più duramente pagherai poi, preparando fin d'ora materiale più abbondante per quelle fiamme. Ciascuno sarà più gravemente punito in ciò in cui ebbe a peccare. Colà i pigri saranno incalzati da pungoli infuocati; e i golosi saranno tormentati da grande sete e fame. Colà sui lussuriosi e sugli amanti dei piaceri saranno versati in abbondanza pece ardente e zolfo fetido; e gli invidiosi, per il grande dolore, daranno in ululati, quali cani rabbiosi. Non ci sarà vizio che non abbia il suo speciale tormento. Colà i superbi saranno pieni di ogni smarrimento; e gli avari saranno oppressi da gravissima miseria. Un'ora trascorsa colà, nella pena, sarà più grave di cento anni passati qui in durissima penitenza. Nessuna tregua, colà, nessun conforto per i dannati; mentre quaggiù talora ci si stacca dalla fatica e si gode del sollievo degli amici. 3. Devi darti da fare adesso, e piangere i tuoi peccati, per poter essere senza pensiero nel giorno del giudizio. In quel giorno, infatti, i giusti staranno in piena tranquillità in faccia a coloro che li oppressero (Sap 5,1) e li calpesteranno. Starà come giudice colui che ora si sottomette umilmente al giudizio degli uomini. In quel giorno, grande speranza avranno il povero e l'umile, e sarà pieno di paura il superbo; apparirà che è stato saggio in questo mondo colui che ha saputo essere stolto e disprezzato per amore di Cristo. In quel giorno sarà cara ogni tribolazione che sia stata sofferta pazientemente, e "ogni iniquità chiuderà la sua bocca" (Sal 106,42); l'uomo pio sarà nella gioia, mentre sarà nel dolore chi è vissuto senza fede. In quel giorno il corpo tribolato godrà più che se fosse stato nutrito di delizie; risplenderà la veste grossolana e quella fine sarà oscurata; una miserabile dimora sarà più ammirata che un palazzo dorato. In quel giorno una pazienza che non sia venuta mai meno, gioverà più che tutta la potenza della terra; la schietta obbedienza sarà glorificata più che tutta l'astuzia del mondo. In quel giorno la pura e retta coscienza darà più gioia che la erudita dottrina; il disprezzo delle ricchezze varrà di più che i tesori di tutti gli uomini. In quel giorno avrai maggior gioia da una fervente preghiera che da un pranzo prelibato; trarrai più gioia dal silenzio che avrai mantenuto, che da un lungo parlare. In quel giorno le opere buone varranno di più che le molte parole; una vita rigorosa è una dura penitenza ti saranno più care di ogni piacere di questa terra.
4.
Impara a patire un poco adesso, affinché allora tu possa essere liberato
da patimenti maggiori. Prova te stesso prima, quaggiù, per sapere di che cosa
sarai capace allora. Se adesso sai così poco patire, come potrai sopportare i
tormenti eterni? Se adesso un piccolo patimento ti rende così incapace di
sopportazione, come ti renderà la Geenna? Ecco, in verità, non le puoi avere
tutte e due, queste gioie: godere in questa vita e poi regnare con Cristo. Che
ti gioverebbe, se, fino ad oggi, tu fossi sempre vissuto tra gli onori e i
piaceri, e ora ti accadesse di morire improvvisamente? Tutto, dunque, è vanità,
fuorché amare Iddio e servire a Lui solo. E perciò, colui che ama Dio con tutto
il suo cuore non ha paura né della morte, né della condanna, né del giudizio, né
dell'inferno. Un amore perfetto porta con tutta sicurezza a Dio; chi invece
continua ad amare il peccato ha paura e - ciò non fa meraviglia - della morte e
del giudizio. Se poi non hai ancora amore bastante per star lontano dal male, è
bene che almeno la paura dell'inferno ti trattenga; in effetti, chi non tiene
nel giusto conto il timore di Dio non riuscirà a mantenersi a lungo nella via
del bene, ma cadrà ben presto nei lacci del diavolo.
Capitolo
XXV
CORREGGERE FERVOROSAMENTE TUTTA LA NOSTRA VITA 1. Che tu sia attento e preciso, nel servire Iddio; ripensa frequentemente alla ragione per la quale sei venuto qui, lasciando il mondo. Non è stato forse per vivere in Dio e farti tutto spirito? Che tu sia, dunque, fervoroso, giacché in breve tempo sarai ripagato dei tuoi sforzi; né avrai più, sul tuo orizzonte, alcun timore e dolore faticherai qui per un poco, e poi troverai una grande pace, anzi, una gioia perpetua. Se sarai costante nella fede e fervoroso nelle opere, Dio, senza dubbio, sarà giusto e generoso nella ricompensa. Che tu mantenga la santa speranza di giungere alla vittoria, anche se non è bene che tu ne abbia alcuna sicurezza, per non cadere in stato di torpore o di presunzione. Una volta, un tale, dibattuto interiormente tra il timore e la speranza, sfinito dal doloro, si prostrò in chiesa davanti ad un altare dicendo tra sé: "Oh! Se sapessi di poter perseverare!". E subito, di dentro, udì una risposta, che veniva da Dio: "Perché, se tu sapessi di poter perseverare, che cosa vorresti fare? Fallo adesso, quello che vorresti fare, e sarai del tutto tranquillo". Allora, rasserenato e confortato, egli si affidò alla volontà di Dio, e cessò in lui quella angosciosa incertezza; egli non volle più cercar di sapere quel che sarebbe stato di lui in futuro, e si diede piuttosto a cercare "quale fosse la volontà del Signore: volontà di bene e di perfezione", (Rm 12, 2) per intraprendere e portare a compimento ogni opera buona. Dice il profeta: "Spera nel Signore e fa il bene; abita la terra e nutriti delle sue ricchezze" (Sal 36,3). 2. Una sola cosa è quella che distoglie molta gente dal progresso spirituale e dal fervoroso sforzo di correzione: lo sgomento di fronte agli ostacoli e l'asprezza di questa lotta. Invero avanzano nelle virtù coloro che si sforzano di superare virilmente ciò che è per essi più gravoso, e che più li contrasta; giacché proprio là dove più si vince se stessi, mortificandosi nello spirito, più si guadagna, e maggior grazia si ottiene. Certo che non tutti gli uomini hanno pari forze per vincere se stessi e per mortificarsi. Tuttavia, uno che abbia tenacia e buon volere, anche se le sue passioni sono più violente, riuscirà a progredire più di un altro, pur buono, ma meno fervoroso nel tendere verso le virtù. Due cose giovano particolarmente al raggiungimento di una totale emendazione: il fare violenza a se stessi, distogliendosi dal male, a cui ciascuno è portato per natura; e il chiedere insistentemente il bene spirituale di cui ciascuno ha maggior bisogno. Inoltre tu devi fare in modo di evitare soprattutto ciò che più spesso trovi brutto in altri. Da ogni parte devi saper trarre motivo di profitto spirituale. Così, se ti capita di vedere o di ascoltare dei buoni esempi, devi ardere dal desiderio di imitarli; se, invece, ti pare che qualcosa sia degno di riprovazione, devi guardarti dal fare altrettanto; se talvolta l'hai fatto, procura di emendarti. Come il tuo occhio giudica gli altri, così, a tua volta, sarai giudicato tu dagli altri. Quale gioia e quale dolcezza, vedere dei frati pieni di fervore e di devozione, santi nella vita interiore e nella loro condotta; quale tristezza, invece, e quale dolore, vedere certi frati, che vanno di qua e di là, disordinatamente, tralasciando di praticare proprio ciò per cui sono stati chiamati! Gran danno procura, questo dimenticarsi delle promesse della propria vocazione, volgendo i desideri a cose diverse da quelle che ci vengono ordinate. 3. Ricordati della decisione che hai presa, e poni dinanzi ai tuoi occhi la figura del crocifisso. Riflettendo alla vita di Gesù Cristo, avrai veramente di che vergognarti, ché non hai ancora cercato di farti più simile a lui, pur essendo stato per molto tempo nella vita di Dio. Il monaco che si addestra con intensa devozione sulla vita santissima e sulla passione del Signore, vi troverà in abbondanza tutto ciò che gli può essere utile e necessario; e non dovrà cercare nulla di meglio, fuor di Gesù. Oh, come saremmo d'un colpo pienamente addottrinati se avessimo nel nostro cuore Gesù crocifisso! Il monaco pieno di fervore sopporta ogni cosa santamente e accetta ciò che gli viene imposto; invece quello negligente e tiepido trova una tribolazione sull'altra ed è angustiato per ogni verso, perché gli manca la consolazione interiore, e quella esterna gli viene preclusa. Il monaco che vive fuori della regola va incontro a piena rovina. Infatti chi tende ad una condizione piuttosto libera ed esente da disciplina sarà sempre nell'incertezza, poiché ora non gli andrà una cosa, ora un'altra. Come fanno gli altri monaci, così numerosi, che vivono ben disciplinati dalla regola del convento? Escono di rado e vivono liberi da ogni cosa; mangiano assai poveramente e vestono panni grossolani; lavorano molto e parlano poco; vegliano fino a tarda ora e si alzano per tempo; pregano a lungo, leggono spesso e si comportano strettamente secondo la regola. Guarda i Certosini, i Cistercensi, e i monaci e le monache di altri Ordini, come si alzano tutte le notti per cantare le lodi di Dio. Ora, sarebbe vergognoso che, in una cosa tanto meritoria, tu ti lasciassi prendere dalla pigrizia, mentre un grandissimo numero di monaci comincia i suoi canti di gioia, in unione con Dio. Oh!, se noi non avessimo altro da fare che lodare il Signore, nostro Dio, con tutto il cuore e con tutta la nostra voce. Oh!, se tu non avessi mai bisogno di mangiare, di bere, di dormire; e potessi invece, lodare di continuo il Signore, e occuparti soltanto delle cose dello spirito. Allora saresti più felice di adesso, che sei al servizio del tuo corpo per varie necessità. E volesse il Cielo che non ci fossero, queste necessità, e ci fossero soltanto i pasti spirituali dell'anima, che purtroppo gustiamo ben di rado. 4. Quando uno sarà giunto a non cercare il proprio conforto in alcuna creatura, allora egli comincerà a gustare perfettamente Dio; allora accetterà di buon grado ogni cosa che possa succedere; allora non si rallegrerà, o rattristerà, per il molto o il poco che possieda. Si rimetterà del tutto e con piena fiducia in Dio: in Dio, che per lui sarà tutto, in ogni circostanza; in Dio, agli occhi del quale nulla muove o va interamente perduto; in Dio, e per il quale ogni cosa vive, servendo senza esitazione al suo comando. Abbi sempre presente che tutto finisce e che il tempo perduto non ritorna. Non giungerai a possedere forza spirituale, se non avrai sollecitudine e diligenza. Se comincerai ad essere spiritualmente malato. Se invece ti darai tutto al fervore, troverai una grande pace, e sentirai più lieve la fatica, per la grazia di Dio e per la forza dell'amore. Tutto può, l'uomo fervido e diligente. Impresa più grande delle sudate fatiche corporali è quella di vincere i vizi e di resistere alle passioni. E colui che non sa evitare le piccole mancanze, cade, a poco a poco, in mancanze maggiori. Sarai sempre felice, la sera, se avrai spesa la giornata fruttuosamente. Vigila su te stesso, scuoti e ammonisci te stesso; checché facciano gli altri, non dimenticare te stesso. Il tuo progresso spirituale sarà pari alla violenza che avrai fatto a te stesso. Amen. FINISCONO LE ESORTAZIONI UTILI PER LA VITA DELLO SPIRITO |
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