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2.
IL COMANDAMENTO NUOVO DI GESÙ (1897)
Amarsi come Cristo ci ha amato - Non giudicare - Vittorie pratiche - Esigenze della carita' evangelica - Gioia del vero povero di spirito - Premure indiscrete - Servi di tutti e senza diritti - Il «pennellino» di Gesù all'opera - Potenza della preghiera - Pane corroborante dell'umiliazione - Suor San Pietro - In coro e al bucato - Due «fratelli» sacerdoti e missionari -«Attiratemi! noi correremo... » - La preghiera dell'ultima sera - Amore e fiducia illimitata in Dio.
302 - Madre mia, Gesù mi ha concesso la grazia di farmi penetrare i misteri profondi della carità; se potessi esprimere ciò che capisco, lei intenderebbe una melodia di cielo, ma ahimè! ho soltanto dei balbettii infantili da farle intendere... Se le parole stesse di Gesù non mi servissero di sostegno, sarei tentata di chiederle grazia e lasciar la penna. Ma no, bisogna che continui per obbedienza quello che per obbedienza ho cominciato. Madre amata, scrivevo ieri che i beni di quaggiù non mi appartengono e perciò dovrei trovar facile non richiederli se qualcuno me li prendesse. I beni del Cielo non mi appartengono, maggiormente mi vengono prestati dal Signore il quale può ritogliermeli senza che io abbia diritto di lamentarmi. Tuttavia i beni che vengono direttamente da Dio, gli slanci dell'intelligenza e del cuore, i pensieri profondi, tutto ciò forma una ricchezza alla quale ci attacchiamo come a un bene proprio che nessuno ha il diritto di toccare... Per esempio, se in «licenza» si comunica a una consorella qualche luce ricevuta durante l'orazione e, poco tempo dopo, questa consorella parlando con un'altra le dice ciò che le è stato confidato come se l'avesse pensato lei stessa, sembra che ella si appropri di ciò che non è suo. Oppure in ricreazione si dice a voce bassa ad una compagna una parola piena di spirito e opportunissima; se quella la ripete ad alta voce senza far conoscere la fonte da cui proviene, ciò sembra ancora un furto alla proprietaria, la quale non la reclama, ma avrebbe voglia di farlo, e coglierà la prima occasione per far sentire con finezza che altri si è impadronito dei suoi pensieri.
303 - Madre mia, non potrei spiegarle così bene questi sentimenti tristi della natura, se non li avessi provati nel mio cuore, e mi piacerebbe cullarmi nella dolce illusione che essi abbiano visitato soltanto il mio, se lei non mi avesse comandato di ascoltare le tentazioni delle sue care piccole novizie. Ho molto imparato assolvendo la missione da lei affidatami, soprattutto mi sono trovata costretta a praticare ciò che insegnavo alle altre; perciò ora lo posso dire, Gesù mi ha fatto la grazia di non essere più attaccata ai beni dello spirito e del cuore che a quelli della terra. Se mi accade di pensare o dire una cosa che piaccia alle mie sorelle, trovo del tutto naturale che se ne impadroniscano come di una loro proprietà. Questo pensiero appartiene allo Spirito Santo e non a me, poiché san Paolo dice che non possiamo, senza quello Spirito di amore, chiamare «Padre» il Padre nostro che è nei Cieli. È perciò ben libero di servirsi di me per dare un buon pensiero a un'anima; se stimassi che quel pensiero fosse mio, sarei come «l'asino che portava le reliquie», il quale credeva che gli omaggi resi ai santi fossero rivolti a lui.
304 - Non disprezzo i pensieri profondi che nutriscono l'anima e la uniscono a Dio, ma da lungo tempo ho capito che non bisogna appoggiarsi ad essi e far consistere la perfezione nel ricevere molte luci. I pensieri più belli sono un nulla senza le opere; è vero che gli altri possono cavarne gran profitto se si umiliano e testimoniano a Dio la loro riconoscenza in quanto permette loro di prender parte al festino di un'anima che egli arricchisce con le sue grazie; ma se quest'ultima si compiace dei suoi bei pensieri e fa la preghiera del fariseo, diventa simile a uno il quale muoia di fame davanti a una tavola ben fornita, mentre tutti i suoi invitati ne attingono nutrimento abbondante, e gettano talvolta uno sguardo d'invidia sul possessore di tanti beni. Ah, come soltanto Dio conosce il fondo dei cuori! E le creature, quali corti pensieri hanno! Quando vedono un'anima più illuminata delle altre, subito ne deducono di essere amate meno di quella, da Gesù, e di non potere essere chiamate alla stessa perfezione. Da quando il Signore non ha più il diritto di usare una delle sue creature per dispensare alle anime, che egli ama, il nutrimento necessario? Al tempo di faraone Dio aveva ancora questo diritto, perché nella Scrittura dice a quel re: «Ti ho elevato apposta per fare splendere in te la mia potenza, affinché venga annunciato il mio Nome su tutta la terra». I secoli sono succeduti ai secoli da quando l'Altissimo pronunciò queste parole, e, dopo, la sua condotta non ha cambiato; sempre si è servito delle sue creature come di strumenti per compiere l'opera sua nelle anime.
305 - Se la tela dipinta da un artista potesse pensare e parlare, certamente non si lamenterebbe di essere toccata e ritoccata senza posa da un pennello, e non invidierebbe nemmeno la sorte di questo strumento, perché saprebbe che non al pennello ma all'artista che lo maneggia ella è debitrice della sua bellezza. Il pennello da parte sua non potrebbe gloriarsi del capolavoro che ha fatto, sa bene che gli artisti non sono impacciati, che ridono delle difficoltà e si compiacciono di scegliere talvolta strumenti deboli e difettosi. Madre amata, sono un pennellino scelto da Gesù per dipingere l'immagine sua nelle anime che lei mi ha affidate. Un artista non si serve di un pennello solo, gliene occorrono almeno due: il primo è il più utile, con esso dà le tinte generali, copre completamente la tela in poco tempo; l'altro, piccino, gli serve per i particolari. Madre mia, ella mi raffigura il pennello prezioso di cui Gesù si serve con amore quando vuol fare un grande lavoro nell'anima delle figlie, e io sono quello piccolissimo che egli si degna usare dopo, per le minime rifiniture.
306 - La prima volta che Gesù si servì del suo pennellino fu verso l'8 dicembre 1892. Sempre ricorderò quel periodo come un tempo di grazia. Le confiderò, Madre cara, questo dolce ricordo. A quindici anni, quand'ebbi la felicità di entrare nel Carmelo, trovai una compagna di noviziato la quale mi aveva preceduta di qualche mese; aveva otto anni più di me, ma il suo carattere infantile faceva dimenticare la differenza di età; perciò ella ebbe ben presto, Madre mia, la gioia di vedere le due piccole postulanti intendersi a meraviglia e divenire inseparabili. Per favorire quest'affetto nascente che a lei sembrava dovesse portare dei frutti, ci aveva permesso di avere insieme di quando in quando dei piccoli colloqui spirituali. La mia cara compagna m'incantava con la sua innocenza, col suo carattere espansivo, ma d'altra parte io stupivo vedendo come l'affezione che ella nutriva verso di lei era molto diversa da quella che nutrivo io. Avrei desiderato anche che cambiasse varie cose nella sua condotta riguardo alle consorelle. Fin da quel tempo il buon Dio mi fece capire che la sua misericordia non si stanca di attendere certe anime, alle quali dà la sua luce soltanto per gradi, perciò mi guardavo bene dall'anticipare l'ora della mia consorella, e aspettavo pazientemente che piacesse a Gesù farla arrivare.
307 - Riflettendo un giorno al permesso che lei ci aveva dato di intrattenerci come è detto nelle nostre sante costituzioni: «Per infiammari di più nell'amore del nostro Sposo», pensai con tristezza che le nostre conversazioni non raggiungevano lo scopo desiderato. Allora il Signore mi fece sentire che il momento era venuto, e che non bisognava più temere di parlare, oppure che dovevo cessare quelle conversazioni; esse somigliavano, infatti, ai colloqui fra amiche nel mondo. Quel giorno era un sabato; l'indomani, durante il mio ringraziamento, supplicai il Signore di ispirarmi parole dolci e convincenti, o piuttosto di parlare egli stesso per mezzo mio. Gesù esaudì la mia preghiera, permise che il risultato colmasse interamente la mia speranza, perché: «Coloro che volgeranno i loro sguardi verso lui, saranno illuminati» (Salmo XXXIII) e «la luce si è alzata nelle tenebre per coloro che hanno il cuore retto». La prima parola si rivolge a me e la seconda alla mia compagna, la quale veramente aveva il cuore retto. Arrivata l'ora nella quale avevamo risoluto di stare insieme, la povera sorellina gettando gli occhi su me vide subito che non ero più la stessa; si sedette accanto a me arrossendo, e io, appoggiando la sua testa sul mio cuore, le dissi, con le lacrime nella voce, tutto quello che pensavo di lei, ma con espressioni così tenere, mostrandole un affetto così grande, che ben presto le sue lacrime si confusero con le mie. Riconobbe con grande umiltà che tutto quello che dicevo era vero, mi promise di cominciare una nuova vita e mi chiese come una grazia di avvertirla sempre riguardo alle sue mancanze. Finalmente, nel momento di separarci, il nostro affetto era divenuto tutto spirituale, non c'era più niente di umano. In noi si attuava quel passo della Scrittura: «Il fratello che è aiutato dal fratello è come una città fortificata».
308 - Quello che Gesù fece col suo pennellino sarebbe stato ben presto cancellato se egli non avesse agito per mezzo suo, Madre, compiendo l'opera nell'anima che voleva tutta per sé. La prova parve molto amara alla mia povera compagna, ma la fermezza con la quale ella, Madre mia, le portò aiuto finì per trionfare, e allora io potei consolar colei che mi era stata data per sorella fra tutte e spiegarle in che consiste il vero amore. Le mostrai che amava se stessa e non già lei, Madre, le dissi in qual modo io amavo lei e i sacrifici che avevo dovuto fare all'inizio della vita religiosa per non attaccarmi a lei in modo materiale, come il cane si attacca al padrone. L'amore si nutre di sacrifici: più l'anima si priva di soddisfazioni naturali, più la sua tenerezza diventa forte e disinteressata.
309 - Ricordo che, quand'ero postulante, avevo talvolta delle tentazioni così violente di entrare da lei, Madre, per trovare qualche po' di conforto, che ero costretta a passare rapidamente davanti all'ufficio e aggrapparmi alla ringhiera delle scale. Mi veniva alla mente una folla di permessi da chiedere, insomma, Madre amata, trovavo mille ragioni per contentare la mia natura. Come sono soddisfatta ora d'essermene privata fin dall'inizio della vita religiosa! Già godo la ricompensa promessa a coloro che combattono coraggiosamente. Non sento più necessario rifiutarmi tutte le consolazioni del cuore, perché l'anima mia è rafforzata da Colui che io volevo amare unicamente. Vedo con gioia che, amandolo, il cuore si dilata, e può dare incomparabilmente più tenerezza ai suoi cari che se fosse concentrato in un amore egoista e infruttuoso.
310 - Madre cara, le ho ricordato il primo lavoro che Gesù e lei hanno compiuto per mezzo mio; era soltanto il preludio di quelli che dovevano essermi affidati. Quando mi fu dato di penetrare nel santuario delle anime, capii subito che l'impegno era superiore alle mie forze; allora mi misi nelle braccia del Signore, come un bambinello, e nascondendo il mio viso tra i suoi capelli, gli dissi: «Signore, sono troppo piccola per nutrire le vostre figlie: se volete dare per mezzo mio ciò che conviene a ciascuna, empite la mia povera mano, ed io, senza abbandonare le vostre braccia, senza nemmeno voltarmi, darò i vostri tesori all'anima che mi chiederà il cibo. Se lo troverà di suo gusto, saprò bene che ciò non sarà dovuto a me, bensì a voi. Al contrario, se si lamenterà e troverà amaro ciò che le presento, la pace mia non sarà turbata, e cercherò di convincerla che questo cibo viene da voi, e mi guarderò bene dal cercarne un altro per lei».
311 - Madre mia, quando capii che mi era impossibile far qualcosa con le mie forze, il compito datomi da lei non mi parve più difficile, sentii che la sola cosa necessaria era di unirmi sempre più intimamente col Signore, e «il resto mi verrà dato per soprappiù». In realtà, la mia speranza non è stata mai delusa, il buon Dio si è degnato di colmare la mia piccola mano quante volte ciò è stato necessario per nutrire l'anima delle mie sorelle. Le confesso, Madre cara, che se mi fossi appoggiata sia pur pochissimo alle mie proprie forze, avrei ben presto reso le armi. Da lontano pare tutto rosa far del bene alle anime, far loro amare Dio più e meglio; insomma, modellarle secondo le nostre vedute e secondo i nostri pensieri personali. Da vicino, è tutto il contrario, la tinta rosa è scomparsa, si sente che far del bene è tanto impossibile senza il soccorso del Signore quanto far brillare il sole in piena notte. Si sente che bisogna assolutamente dimenticare i propri gusti, i nostri concetti personali, e guidare le anime sul cammino che Gesù ha tracciato loro, senza tentare di farle camminare sulla nostra via.
312 - Ma non è questo ancora il più difficile; quello che mi costa più che tutto il resto è di osservare le mancanze, le imperfezioni più leggere, e scatenar contro esse una guerra a morte. Stavo per dire: disgraziatamente per me! (ma no, sarebbe viltà), dico dunque: fortunatamente per le mie consorelle; da quando ho preso posto tra le braccia di Gesù, sono come la scolta che guardi il nemico dalla torre di guardia più alta di una fortezza. Nulla sfugge al mio occhio; spesso mi meraviglio di vederci tanto chiaro, e trovo che il profeta Giona è ben degno di scusa se si dette alla fuga anziché andare ad annunciar la rovina di Ninive. Preferirei mille volte ricevere dei rimproveri anziché farne agli altri, ma sento che è proprio necessario che ciò mi sia di sofferenza: e ciò, perché quando si agisce per natura, è impossibile che l'anima cui vogliamo rivelare le sue colpe capisca i propri torti; essa vedrà una cosa sola: «1a consorella incaricata di dirigermi è arrabbiata con me, e tutto ricade su me, che sono animata dalle intenzioni migliori».
313 - Lo so bene, che le sue agnelline mi trovano severa. Se leggessero queste righe, direbbero che non sembra mi debba costar molto inseguirle, parlar loro severamente mostrando la loro bella lana sporca, oppure riportare loro qualche bel fiocco di lana che si sono lasciate strappare dai rovi della strada. Le agnellette possono dire tutto quel che vogliono: in fondo, sentono che le amo di un amor vero, che mai imiterò «il mercenario, il quale, vedendo avvicinarsi il lupo, lascia il gregge, e fugge». Sono pronta a dar la vita per loro, ma il mio affetto è così puro, che non desidero che lo conoscano. Mai, per grazia di Gesù, ho cercato di attirarmi i loro cuori, ho capito che la mia missione era di condurle a Dio e di far loro capire questo: ella è quaggiù, Madre mia, il Gesù visibile che debbono amare e rispettare.
314 - Le ho già detto che, istruendo le altre, ho imparato molto anch'io. Ho visto, come prima cosa, che tutte le anime hanno più o meno gli stessi combattimenti, ma che, d'altra parte, sono tanto differenti l'una dall'altra. Si capisce quello che dice il padre Pichon: «Ci sono molte più differenze tra le anime che tra i volti». Perciò è impossibile agir con tutte allo stesso modo. Con certe anime, sento che mi debbo fare piccola, non temere di umiliarmi confessando i miei conflitti, i miei difetti; vedendo che ho le stesse debolezze che hanno loro, le mie sorelline mi rivelano a loro volta le mancanze che rimproverano a loro stesse, e si sentono confortate dal fatto che io le conosca per esperienza. Con altre, ho visto che, per far loro del bene, occorre molta fermezza, e non tornar mai su ciò che è stato detto. Abbassarsi in questi casi non sarebbe umiltà, bensì debolezza. il Signore mi ha fatto la grazia di non farmi temere la guerra, debbo fare il mio dovere a qualunque costo. Più d'una volta mi hanno detto: «Se lei vuole ottenere qualcosa da me, bisogna che mi prenda con dolcezza, per forza non otterrà nulla». Io so che nessuno è buon giudice nella propria causa, e che un bimbo, al quale il medico faccia subire un'operazione dolorosa, grida a squarciagola e dice che il rimedio è peggiore del male; eppure, quando si trova guarito, qualche giorno dopo, è tutto felice di poter giocare e correre. Lo stesso accade alle anime, ben presto riconoscono che un po' d'amaro è preferibile allo zucchero, e non temono di confessarlo.
315 - Qualche volta non posso fare a meno di sorridere intimamente vedendo quale cambiamento abbia luogo dall'oggi al domani, è fiabesco. Mi dicono: «Ha avuto ragione ieri di essere severa; da principio ero rivoltata, ma poi mi sono ricordata di tutto, e ho visto che lei era molto giusta. Ascolti: quando ieri sono andata via, pensavo: "E finita, vado a trovare Nostra Madre, e le dico che non tratterò più con suor Teresa". Ma ho sentito che era il diavolo a ispirarmi così, e poi mi è parso che lei stesse pregando per me; allora sono rimasta buona buona, e la luce ha cominciato a splendere, ma ora bisogna che lei m'illumini del tutto, e per questo eccomi qua». La conversazione s'ingrana subito; io sono arcifelice di poter seguire la china del cuore, facendo a meno di servire pietanze amare. Sì, ma... mi accorgo ben presto che non si può correr troppo, una parola potrebbe distruggere il bell'edificio costruito tra le lacrime. Se ho la disavventura di pronunciare qualche sillaba che sembri attenuare ciò che ho detto il giorno avanti, vedo la sorellina che si dà da fare per riattaccarsi ai rami... allora faccio, nell'intimo, una preghiera, e la verità trionfa sempre. Ah, preghiera e sacrificio formano tutta la mia forza, sono le armi invincibili che Gesù mi ha date, toccano le anime ben più che i discorsi, ne ho fatto esperienza spesso. Una fra tutte queste esperienze mi ha fatto una impressione dolce e profonda.
316 - Fu durante la quaresima: allora mi occupavo di una sola novizia che si trovava qui e della quale ero l'angelo. Mi venne a trovare una mattina, era tutta raggiante: «Ah, se sapesse - disse - che cosa ho sognato stanotte! Ero presso mia sorella, e volevo staccarla da tutte le vanità che le piacciono tanto, perciò le ho spiegato la strofa di Vivere d'amore: "Amarti, Gesù, che perdita feconda! Ogni mio aroma è tuo, per sempre". Sentivo bene che queste parole le penetravano nell'anima, ed ero felice. Stamattina, svegliandomi, ho pensato che il Signore forse vuole che gli dia quest'anima. Se io le scrivessi dopo quaresima, per raccontarle il mio sogno, e dirle che Gesù la vuole tutta per sé?». Io, senza pensarci su, le dissi che poteva ben tentare, ma prima bisognava chiedere il permesso a Nostra Madre. Poiché la quaresima era lontana dalla fine, lei, Madre cara, rimase assai sorpresa per una richiesta che le parve troppo anticipata; e, certamente ispirata dal Signore, rispose che le carmelitane non debbono salvare le anime per mezzo di lettere, bensì per mezzo della preghiera. Ascoltando la sua decisione capii subito che era di Gesù, e dissi a Suor Maria della Trinità: «Bisogna che ci mettiamo all'opera, preghiamo molto. Quale gioia se alla fine della quaresima, fossimo esàudite!». Oh, misericordia infinita del Signore, che si compiace ascoltare la preghiera dei suoi figli! Alla fine della quaresima un'anima di più si consacrava a Nostro Signore. Era un vero miracolo della grazia, miracolo ottenuto dal fervore di un'umile novizia.
317 - Come è grande la potenza della preghiera! La si direbbe una regina la quale abbia ad ogni istante libero adito presso il re e possa ottenere tutto ciò che chiede. Non è affatto necessario per essere esaudite leggere in un libro una bella formula composta per la circostanza; se così fosse, ahimè! come sarei da compatire! Al di fuori dell'Ufficio divino, che sono indegnissima di recitare, non ho il coraggio di sforzarmi a cercare nei libri le belle preghiere: ciò mi fa male alla testa, ce ne sono tante! E poi sono tutte belle, le une più delle altre. Non ce la farei a dirle tutte, e, non sapendo quale scegliere, faccio come i bimbi che non sanno leggere, dico molto semplicemente al buon Dio quello che gli voglio dire, senza far belle frasi, e sempre mi capisce. Per me la preghiera è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo gettato verso il Cielo, è un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia, insomma è qualche cosa di grande, di soprannaturale, che mi dilata l'anima e mi unisce a Gesù.
318 - Non vorrei però, Madre cara, farle credere che io reciti senza devozione le preghiere in comune, nel coro o negli eremitaggi. Al contrario, amo molto le preghiere in comune, perché Gesù ha promesso di «trovarsi in mezzo a coloro che si riuniscono nel suo nome»; sento allora che il fervore delle mie sorelle supplisce al mio. Ma da sola (ho vergogna di confessarlo), la recita del rosario mi costa più che mettermi uno strumento di penitenza. Sento che lo dico così male! Ho un bell'impegnarmi nel meditare i misteri del rosario, non arrivo a fissare il mio spirito. Per lungo tempo mi sono afflitta per questa mancanza di devozione che mi meravigliava, perché amo tanto la Vergine Santa, tanto che mi dovrebbe esser facile fare in onor suo le preghiere che le piacciono. Ora me ne cruccio meno, penso che la Regina dei Cieli è mia madre, vede certo la mia buona volontà e se ne contenta. Qualche volta, se il mio spirito è in un'aridità così grande che mi è impossibile trarne un pensiero per unirmi al buon Dio, recito molto lentamente un Padre nostro e poi il saluto angelico; allora queste preghiere mi rapiscono, nutrono l'anima mia ben più che se le avessi recitate precipitosamente un centinaio di volte. La Santa Vergine mi mostra che non è affatto sdegnata con me, non manca mai di proteggermi appena l'invoco. Se mi sopravviene una preoccupazione, una difficoltà, subito mi volgo a lei, e sempre, come la più tenera delle madri, ella prende cura dei miei interessi. Quante volte parlando alle novizie mi è accaduto di invocarla e sentire i benefizi della sua protezione materna.
319 - Spesso le novizie mi dicono: «Ma lei ha una risposta a tutto, io questa volta credevo metterla nell'impaccio. Ma dove le va a cercare le cose che ci dice?». Qualcuna di loro è tanto candida da credere che io legga nelle loro anime, e ciò perché mi è accaduto di prevenirle dicendo loro quello che pensavo. Una notte, una delle mie compagne aveva risolto di nascondermi un'afflizione che la faceva soffrire molto. La incontro fin dal mattino, mi parla con un viso sorridente, e io, senza rispondere a ciò che mi dice, esclamo con tono convinto: «Lei soffre». Se avessi fatto cader la luna ai suoi piedi, credo che non mi avrebbe guardata con maggiore sbalordimento. Lo stupore di lei era così grande che assalì anche me, per un attimo fui presa da un timore soprannaturale. Ero ben sicura di non avere il dono di leggere nelle anime, ed ero io stessa sorpresa di avere azzeccato così preciso. Sentivo che il Signore era tanto vicino, che, senz'accorgermene, avevo detto, come un bambino, parole le quali non venivano da me, bensì da lui.
320 - Madre cara, lei capisce che tutto è permesso alle novizie; bisogna che possano dir tutto ciò che pensano senza restrizione alcuna, il bene come il male. Ciò riesce loro tanto più facile con me, in quanto non mi debbono il rispetto che si deve a una maestra. Non posso dire che Gesù mi faccia camminare esteriormente sulla via delle umiliazioni, si contenta di umiliarmi nel fondo dell'anima; agli occhi delle creature tutto mi riesce bene, seguo il sentiero degli onori per quanto ciò sia possibile in religione. Capisco che non per me, bensì per gli altri, debbo camminare su questo cammino così pericoloso. In realtà, se passassi agli occhi della comunità come una religiosa colma di difetti, inabile, senza intelligenza né giudizio, sarebbe impossibile per lei, Madre, farsi aiutare da me. Ecco perché il Signore ha gettato un velo su tutti i miei difetti intimi ed esterni. Questo velo, talvolta, mi attira dei complimenti da parte delle novizie, e io sento bene che non me li fanno per adulazione, ma che esprimono i loro sentimenti ingenui; veramente ciò non mi saprebbe ispirare vanità, perché ho sempre dinanzi alla mente il ricordo di ciò che sono.
321 - Tuttavia, mi viene qualche volta un desiderio grande di ascoltare qualcosa che non sia lode. Lei sa, Madre cara, che preferisco l'aceto allo zucchero; l'anima mia si stanca di un nutrimento troppo indolcito, e Gesù permette allora che le venga servita una insalatina ben agra, ben piccante, non ci manca nulla fuorché l'olio, e ciò le dà un sapore di più... Questa ottima insalatina mi viene servita dalle novizie quando meno me l'aspetto. Il Signore solleva il velo che nasconde le mie imperfezioni, allora le mie piccole care consorelle, vedendomi quale sono, non mi trovano più affatto di loro gusto. Con una semplicità che mi rapisce, mi dicono tutti i conflitti intimi che io provoco in esse, e quello che ad esse dispiace in me; insomma, non si peritano più che se si trattasse di una terza persona, sapendo che mi fanno un piacerone agendo così. Ah, realmente, è più che un piacere, è un banchetto delizioso che colma di gioia l'anima mia. Non posso nemmeno spiegarmi in qual modo una cosa che dispiace tanto alla natura possa diventar causa di una felicità così grande; se non l'avessi provato, non lo crederei. Un giorno avevo un desiderio particolare di essere umiliata, e una novizia si assunse il compito di soddisfarmi tanto bene che pensai subito a Semei nel momento in cui malediceva David, e riflettei: «Sì, è proprio il Signore che le ordina di dirmi tutte queste cose». E l'anima mia assaporava squisitamente il cibo amaro che le veniva servito con tanta abbondanza. È così che Dio degna prendersi cura di me. Non può darmi sempre il pane fortificato della umiliazione esterna, ma di quando in quando mi permette di «nutrirmi con le briciole che cadono dalla tavola dei figli». Com'è grande la sua misericordia, potrò cantarla soltanto in Cielo!
322 - Madre amata, poiché con lei cerco di cominciare a cantarla fin dalla terra, questa misericordia infinita, debbo ancora dirle un gran vantaggio spirituale che ho tratto dalla missione affidatami da lei. Un tempo, quando una consorella faceva qualche cosa che mi dispiaceva, o mi sembrava irregolare, mi dicevo: se potessi manifestarle ciò che penso, mostrarle che ha torto, quanto bene ciò mi farebbe! Da quando ho praticato un po' il mestiere le assicuro, Madre mia, che ho cambiato affatto di sentimento. Quando mi accade di vedere una consorella commettere una azione che mi sembra imperfetta, ho un respiro di sollievo e dico: che felicità! non è una novizia, non sono obbligata a riprenderla. E poi subito cerco di scusarla e di attribuirle le buone intenzioni che certamente ella ha. Da quando sono malata, Madre, le premure che lei mi prodiga mi hanno ancora istruita molto riguardo alla carità. Nessun farmaco le sembra troppo costoso, e se uno non riesce efficace, lei, senza stancarsi, ne prova un altro. Quando andavo alla ricreazione, quante attenzioni mi usava perché fossi in un posto buono, protetta dalle correnti d'aria! Insomma, se volessi dir tutto, non finirei più! Pensando a tutto ciò, mi sono detta che dovrei avere per le debolezze spirituali delle mie sorelle la compassione che lei ha per me, Madre cara, curandomi con tanto amore.
323 - Ho notato (ed è perfettamente naturale) che le consorelle più sante sono le più amate, ricerchiamo la loro conversazione, facciamo loro piaceri non richiesti; insomma, queste anime capaci di sopportare mancanze di riguardo e di delicatezza si vedono circondate dall'affetto di tutte. Si può applicare a loro una parola di san Giovanni della Croce, nostro Padre: «Tutti i beni mi sono stati dati quando non li ho cercati per amor proprio» Invece, le anime imperfette non sono cercate affatto; senza dubbio nei loro riguardi ci si limita alla cortesia religiosa, ma, forse per il timore di dir loro parole poco gentili, evitiamo la loro compagnia. Dicendo le anime imperfette, non voglio parlare soltanto delle imperfezioni spirituali, perché le più sante saranno perfette solo in Cielo; voglio alludere alla mancanza di giudizio o di educazione, alla insofferenza che hanno certi caratteri, tutte cose che non rendono la vita troppo piacevole. So bene che queste infermità morali sono croniche, non c'è speranza di guarigione, ma so altresì che lei, Madre, non cesserebbe di curarmi e portarmi sollievo se anche restassi ammalata per tutta la vita. Ecco la conclusione che ne traggo: debbo ricercare in ricreazione, in «licenza», la compagnia delle sorelle che mi sono meno gradevoli, fare presso queste anime ferite l'ufficio del buon Samaritano. Una parola, un sorriso amabile bastano spesso perché un'anima triste si espanda.
324 - Ma assolutamente non per raggiungere questo scopo voglio praticare la carità, tanto più che ben presto mi scoraggerei: una parola che potessi aver detto con la migliore intenzione, verrebbe forse interpretata tutta di traverso. Così, per non perdere tempo, voglio essere amabile con tutte (e in modo particolare con le sorelle meno amabili) per rallegrare Gesù e rispondere al consiglio che egli dà nel Vangelo su per giù in questi termini: «Quando fate un festino, non invitate soltanto i vostri parenti ed amici, per timore che essi vi invitino a loro volta, e così abbiate ricevuto la vostra ricompensa; ma invitate i poveri, gli zoppi, i paralitici, e sarete felici che essi non possano ricambiarvi, perché il Padre vostro che vede nel segreto ve ne compenserà». Quale festa potrebbe offrire una carmelitana alle sue sorelle se non un'agape spirituale composta di carità amabile e gioiosa? Per me, non ne conosco altra, e voglio imitare san Paolo il quale si rallegrava con coloro che trovava nella gioia; è vero altresì che piangeva con gli afflitti, e le lacrime debbono esserci qualche volta nel festino che io voglio imbandire, ma sempre cercherò che alla fine quelle lacrime si mutino in gioia, poiché il Signore ama coloro che danno con gioia.
325 - Ricordo un atto di carità che il Signore m'ispirò quand'ero ancora novizia, fu poca cosa, tuttavia il Padre nostro, il quale vede nel segreto e guarda più alla intenzione che alla grandezza dell'atto, me ne ha già compensata, senza attendere l'altra vita. Fu al tempo in cui suor San Pietro andava ancora nel coro e in refettorio. All'orazione della sera stava di faccia a me: alle 6 meno 10 bisognava che una religiosa si movesse per condurla in refettorio, perché le infermiere allora avevano troppe malate per venire a prenderla. Mi costava molto offrirmi per questo piccolo servizio, perché sapevo che non era facile contentare questa buona suor San Pietro, la quale soffriva tanto che non gradiva cambiamenti di accompagnatrice. Eppure non volevo perdere un'occasione tanto bella per esercitare la carità, ricordandomi che Gesù ha detto: «Quello che farete al più piccolo dei miei l'avrete fatto a me». Mi offrii perciò umilmente per condurla, e ci volle del bello e del buono per fare accettare i miei servizi! Finalmente mi misi all'opera, e con tanta buona volontà che riuscii perfettamente. Ogni sera, quando vedevo suor San Pietro scuotere la sua clessidra, sapevo che quel gesto voleva dire: Partiamo! E incredibile come mi costava scomodarmi, specie all'inizio, tuttavia lo facevo immediatamente, e poi cominciava tutta una cerimonia. Bisognava smuovere e portare il panchetto in un certo qual modo, soprattutto senza fretta; dopo aveva luogo la passeggiata. Si trattava di seguire la povera inferma sostenendola alla cintola; lo facevo con quanta più dolcezza mi era possibile, ma se, per disgrazia, ella moveva un passo falso, le pareva subito che io la reggessi male e che stesse per cadere. «Ah, Dio mio! lei va troppo svelta, mi fracasserò». Se tentavo di andare ancor più lentamente: «Ma faccia attenzione, mi segua! Non la sento più la sua mano, m'ha lasciata andare, casco; ah, lo dicevo io che lei è troppo giovane!». Finalmente arrivavamo senza incidenti al refettorio; là sopravvenivano altre difficoltà, si trattava di far sedere suor San Pietro, e di agire destramente per non ferirla, bisognava tirarle su le maniche (anche questo, in un certo modo), e dopo ero libera, potevo andare. Con le sue povere mani storpiate sistemava il pane nella ciotola, come poteva. Me ne accorsi, e ogni sera, prima di lasciarla, le facevo anche questo piccolo servizio. Siccome lei non me l'aveva chiesto, fu molto commossa per la mia premura, e con questo mezzo che io non avevo cercato, guadagnai del tutto le sue buone grazie e soprattutto (l'ho saputo più tardi) perché, dopo averle tagliato il pane, le facevo il mio più bel sorriso prima di andar via.
326 - Madre cara, forse lei si meraviglierà che io le scriva questo piccolo atto di carità passato ormai da tanto tempo. L'ho raccontato perché sento che debbo cantare, a causa di esso, le misericordie del Signore. Ha degnato lasciarmene il ricordo con un profumo che m'induce a praticare la carità. Rammento qualche volta alcuni particolari che sono, per l'anima mia, una brezza di primavera. Eccone uno che mi si presenta alla memoria: una sera d'inverno stavo assolvendo, come al solito, il mio piccolo compito, faceva freddo, era buio... A un tratto intesi in lontananza il suono armonioso di uno strumento musicale, e mi raffigurai un salone brillante di luci e di ori, vidi delle fanciulle eleganti le quali si trattavano graziosamente a vicenda con piglio di mondo; poi lo sguardo cadde sulla povera malata che sostenevo, invece di una musica udivo ogni tanto i suoi gemiti, invece degli ori vedevo i mattoni del nostro chiostro austero, rischiarato appena da una pallida luce. Non posso esprimere ciò che avvenne nell'anima mia: il Signore la illuminò con i raggi della verità i quali superarono talmente lo sfolgorio tenebroso delle feste della terra, che non finivo di credere alla mia felicità. Ah, per goder mille anni di feste mondane, non avrei dato i dieci minuti del mio umile ufficio di carità. Se già nella sofferenza, in mezzo alla lotta, si può vivere un attimo di felicità che supera tutte le gioie della terra, pensando che il buon Dio ci ha sottratti al mondo, che sarà nel Cielo quando vedremo in letizia e riposo eterni la grazia incomparabile che il Signore ci ha fatta scegliendoci per «abitare nella sua casa», vero vestibolo del Cielo?
327 - Non sempre con trasporti di allegrezza ho praticato la carità, ma al principio della mia vita religiosa Gesù mi volle far sentire quanto è dolce vederlo nell'anima delle sue spose; così quando conducevo suor San Pietro, lo facevo con tanto amore che mi sarebbe stato impossibile far meglio se avessi dovuto condurre Gesù stesso. La pratica della carità non mi è sempre stata così dolce, lo dicevo ora, Madre cara; per darne una prova, le racconterò certi piccoli combattimenti che certamente la faranno sorridere. Per lungo tempo, all'orazione della sera, mi trovavo davanti a una consorella la quale aveva una buffa mania, e penso... molti lumi, perché raramente si serviva di un libro. Ecco in qual modo me ne accorgevo: appena la consorella era arrivata, si metteva a fare uno strano rumore che somigliava a quello di due conchiglie fregate una contro l'altra. Me ne accorgevo io sola, perché ho l'orecchio finissimo (un po' troppo, qualche volta). Impossibile dire, Madre mia, fino a che punto quel rumorino mi stancava: avevo gran voglia di voltar la testa e guardar la colpevole, la quale, sicuramente, non si accorgeva del suo tic, sarebbe stato l'unico modo per richiamarla alla realtà; ma in fondo al cuore sentivo che era meglio sopportar la cosa per amor di Dio e per non far dispiacere alla consorella. Me ne stavo perciò buona buona, cercavo di unirmi al buon Dio, dimenticare il rumorino... tutto inutile, sentivo il sudore che m'inondava, ed ero costretta a fare soltanto un'orazione di sofferenza, ma, pur soffrendo, cercavo il modo di farlo senza irritazione, bensì in pace e gioia, almeno nel profondo dell'anima. Allora mi sforzavo d'amare il rumorino tanto sgradevole; non cercavo più di non udirlo (cosa impossibile), ma facevo attenzione ad ascoltarlo bene come se fosse stato un concerto fascinoso, e tutta l'orazione mia (che non era certo quella di quiete) trascorreva nell'offerta di quel concertino a Gesù.
328 - Un'altra volta ero alla lavanderia, davanti a una consorella la quale mi lanciava schizzi d'acqua sporca sul viso ogni volta che sollevava i fazzoletti sul lavatoio; il mio primo moto fu di fare un passo indietro, e asciugarmi la faccia: così la consorella che mi aspergeva avrebbe capito quanto mi avrebbe giovato se fosse stata un po' più calma e attenta, ma pensai subito come sarei stata sciocca a rifiutar diamanti e gemme che mi venivano offerti così generosamente, e mi guardai bene dal far trasparire il mio conflitto. Feci tutti i miei sforzi per desiderare di ricevere tant'acqua sporca, in modo che da ultimo avevo preso gusto davvero a quel nuovo genere di aspersione, e promisi a me stessa di tornare un'altra volta a un posticino così felice, ove si ricevevano tanti tesori. Madre cara, lei vede che sono una piccolissima anima e non posso offrire al buon Dio che piccolissime cose. Ancora mi succede spesso di lasciarmi sfuggire quei sacrifici minuti che danno tanta pace all'anima; non me ne scoraggio, sopporto di avere un po' meno pace, e cerco di essere più vigilante un'altra volta.
329 - Il Signore è così buono con me che mi è impossibile aver paura di lui, mi ha dato sempre quello che ho desiderato, o piuttosto mi ha fatto desiderare quello che mi voleva dare. Così, poco tempo prima che la prova contro la fede cominciasse, mi dicevo: veramente non ho grandi prove esteriori, e perché ne avessi di interiori bisognerebbe che il buon Dio cambiasse la mia via; non credo che lo faccia, eppure non posso vivere sempre così nel riposo... quale mezzo dunque troverà Gesù per mettermi alla prova? La risposta non si fece attendere e mi mostrò come colui che amo non è a corto di mezzi: senza cambiar la mia strada, mi mandò la prova che doveva mescolare una salutare amarezza a tutte le mie gioie. Ma non soltanto quando vuole provarmi, Gesù me lo fa presentire e desiderare. Da grandissimo tempo avevo il desiderio, che mi pareva completamente inattuabile, di avere un fratello sacerdote; pensavo spesso che se i fratellini miei non fossero volati al Cielo, avrei avuto la felicità di vederli salire all'altare; ma poiché il buon Dio li ha scelti per farne degli angiolini, non potevo più sperare di vedere il mio sogno tradotto nella realtà. Ed ecco, Gesù non solamente mi ha fatto la grazia che desideravo, bensì mi ha unita con i legami dell'anima a due apostoli suoi, i quali sono divenuti fratelli miei... Voglio, Madre cara, raccontarle nei particolari in qual modo Gesù soddisfece il mio desiderio e anche lo superò, perché io non desideravo che un fratello prete il quale tutti i giorni pensasse a me sul santo altare.
330 - Fu la nostra santa Madre Teresa a mandarmi come dono profumato di festa nel 1895 il mio primo fratello. Ero alla lavanderia, molto occupata nel mio lavoro, quando Madre Agnese di Gesù, prendendomi in disparte, mi lesse una lettera che aveva ricevuto allora. Un giovane seminarista, ispirato, diceva lui, da santa Teresa, chiedeva una sorella la quale si dedicasse in modo particolare alla salvezza dell'anima sua e l'aiutasse con preghiere e sacrifici quando fosse missionario, affinché egli potesse essere strumento di salvezza per molte anime. Prometteva un ricordo costante, quando avesse potuto offrire il santo sacrificio, per colei che divenisse sua sorella. Madre Agnese di Gesù mi disse che voleva me come sorella del futuro missionario. Madre mia, dirle la mia felicità sarebbe cosa impossibile. Il mio desiderio soddisfatto in modo insperato mi fece nascere nel cuore una gioia che chiamerò infantile, perché debbo risalire ai giorni della mia infanzia per trovare il ricordo di quelle gioie tanto vive che l'anima è troppo piccola per contenere; da anni non avevo gustato un tal genere di felicità. Sentivo che sotto questo aspetto l'anima mia era nuova, come se fossero state toccate per la prima volta delle corde musicali dimenticate fino allora.
331 - Capivo gli obblighi che m'imponevo, perciò mi misi all'opera cercando di raddoppiare di fervore. Bisogna riconoscere che, da principio, non ebbi consolazioni per incitare il mio zelo; dopo aver scritto una gradevole lettera piena di affetto, di sentimenti nobili, per ringraziare madre Agnese di Gesù, il mio giovane fratello non dette più segno di vita fino al luglio seguente, mandò soltanto il suo biglietto da visita nel novembre per dire che entrava in caserma. A lei, Madre cara, il Signore aveva riservato di compiere l'opera cominciata. Senza dubbio si possono aiutare i missionari con la preghiera e col sacrificio, pure talvolta, quando piace a Gesù di unire due anime per la sua gloria, permette che di quando in quando possano comunicarsi i loro pensieri, ed incitarsi a vicenda ad amare Dio maggiormente; ma per questo è necessaria una volontà espressa dell'autorità, perché mi pare che altrimenti questa corrispondenza farebbe più male che bene, se non al missionario, almeno alla carmelitana continuamente indotta dal suo genere di vita a ripiegarsi su se medesima. Allora, invece di unirla al buon Dio, questa corrispondenza (sia pure a distanza) che ella avrebbe ricercata, le occuperebbe lo spirito; immaginando monti e mari, non farebbe altro che procurarsi, sotto pretesto di zelo, una distrazione inutile. Per me, in questa come in tutte le altre cose, sento necessario, affinché le mie lettere facciano bene, che siano scritte per obbedienza, e io provi piuttosto ripugnanza che piacere scrivendole. Così quando parlo con una novizia cerco di farlo mortificandomi, evito di rivolgerle domande che soddisferebbero la mia curiosità; se essa comincia un discorso interessante e poi passa a un altro che mi annoia, senz'aver finito il primo, mi guardo bene dal ricordarle l'argomento che ha lasciato a mezzo, perché mi pare che non possiamo far punto bene quando ricerchiamo noi stessi.
332 - Madre diletta, m'accorgo che non mi correggerò mai: eccomi ancora una volta arrivata ben lontana dal mio argomento, con tutte le mie dissertazioni; mi scusi, la prego, e permetta che ricominci alla prossima occasione poiché non posso fare altrimenti! Lei agisce come il Signore, il quale non si stanca di ascoltare quando gli dico con tutta semplicità le mie pene e le mie gioie quasi che lui non le sappia già. Anche lei, Madre, conosce da gran tempo ciò che penso e tutti gli avvenimenti un po' degni di memoria della mia vita; non potrei dunque informarla di cose nuove. Non posso fare a meno di ridere pensando che le scrivo scrupolosamente tante cose che lei sa bene quanto me. In sostanza, Madre cara, io le obbedisco, e se ora non trova interesse nella lettura di queste pagine, forse la distrarranno nei suoi vecchi giorni e le serviranno in seguito per accendere il fuoco, così non avrò perduto il mio tempo... Ma mi piace di parlare come una bambina; non creda, Madre, che io ricerchi quale utilità possa avere il mio povero lavoro; poiché lo faccio per obbedienza, mi basta di per sé, e non mi affliggerei affatto se lei lo bruciasse davanti ai miei occhi prima di averlo letto.
333 - È tempo che io riprenda la storia dei miei fratelli, i quali occupano ora un posto così grande nella mia vita. L'anno scorso alla fine di maggio, mi ricordo che ella un giorno mi fece chiamare prima del refettorio. Il cuore mi batteva forte quando entrai da lei; mi domandavo che cosa potesse aver da dirmi, perché era la prima volta che mi faceva chiamare così. Dopo avermi detto di sedere, ecco ciò che mi propose: «Vuole occuparsi degli interessi spirituali di un missionario, il quale deve essere ordinato sacerdote, e partire prossimamente?». E poi, Madre, mi lesse la lettera di quel giovane Padre, affinché io sapessi esattamente ciò che egli chiedeva. Il mio primo sentimento fu di gioia, che cedette subito al timore. Le spiegai che, avendo già offerto i miei meriti per un futuro apostolo, credevo di non poterlo fare anche secondo le intenzioni di un altro e che, del resto, vi erano molte religiose migliori di me le quali avrebbero potuto rispondere al suo desiderio. Tutte le mie obiezioni furono inutili, lei mi rispose che si possono avere vari fratelli. Allora le domandai se l'obbedienza non poteva raddoppiare i meriti. Lei mi rispose di sì, dicendomi varie cose che mi mostravano come io potessi accettare senza scrupoli un altro fratello. In fondo, Madre mia, io la pensavo come lei, e poiché «lo zelo di una carmelitana deve abbracciare il mondo», io penso di potere essere utile a più di due missionari, e non potrei dimenticare di pregare per tutti, senza tralasciare i semplici sacerdoti la cui missione talvolta è difficile quanto quella degli apostoli i quali predicano agli infedeli. Insomma, voglio esser figlia della Chiesa com'era la nostra Madre santa Teresa e pregare secondo le intenzioni del Santo Padre, sapendo che queste intenzioni abbracciano l'universo. Tale è lo scopo generale della mia vita, ma questo non mi avrebbe impedito di pregare e di unirmi in modo particolare alle opere dei miei piccoli cari angeli, se fossero stati sacerdoti. Ed ecco in qual modo mi sono unita spiritualmente agli apostoli che Gesù mi ha dato come fratelli: tutto quello che mi appartiene, appartiene a ciascuno di loro, sento bene che il Signore è troppo buono per far le parti, è così ricco che dà, senza misura, tutto quello che gli chiedo... Ma non creda, Madre mia, che mi perda in lunghe enumerazioni.
334 - Da quando ho due fratelli e le mie sorelline novizie, se volessi chiedere in particolare per ciascun'anima ciò di cui ha bisogno, temerei molto di dimenticare qualcosa d'importante. Alle anime semplici non occorrono mezzi complicati. Poiché io sono tra quelle, un mattino, durante il ringraziamento, Gesù mi ha dato un mezzo semplice per compiere la mia missione. Mi ha fatto capire questa parola dei Cantici: «Attirami! noi correremo all'odore dei tuoi profumi» Gesù, dunque non è nemmeno necessario dire: «Attirando me, attira le anime che amo!». Questa semplice parola: «Attirami!», basta. Signore, lo capisco, quando un'anima si è lasciata captare dall'odore inebriante dei tuoi profumi, non saprebbe correre da sola, tutte le anime che ama sono trascinate a seguirla; ciò avviene senza costrizione, senza sforzo, è una conseguenza naturale della sua attrazione verso te. A somiglianza di un torrente che si getta impetuoso nell'oceano, e travolge dietro di sé tutto ciò che ha trovato sul suo passaggio, così, Gesù mio, l'anima che si sprofonda nell'oceano del tuo amore, attira con sé tutti i tesori che possiede...
335 - Signore, lo sai: non ho altri tesori se non le anime che a te è piaciuto unire alla mia; questi tesori me li hai affidati tu. Oso perciò far mie le parole che tu rivolgesti al Padre celeste nell'ultima sera che ti vide ancora sulla terra, viaggiatore e mortale. Gesù, mio amato, non so quando finirà il mio esilio... Per più di una sera ancora canterò in terra straniera le tue misericordie, ma verrà finalmente anche per me la sera ultima; allora vorrei poterti dire, o Dio mio: «Ti ho glorificato sulla terra; ho compiuto l'opera che mi hai dato da fare; ho fatto conoscere il tuo nome a coloro che mi hai dato: erano tuoi, e me li hai dati. Ora conosco che tutto ciò che mi hai dato viene da te; perché ho comunicato loro le parole che mi hai comunicate, le hanno ricevute ed hanno creduto che mi hai mandato tu. Prego per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi. Io non sono più nel mondo; essi vi sono, ed io ritorno a te. Padre Santo, conserva a causa del tuo nome quelli che mi hai dato. Vengo ora a te, ed affinché la gioia che viene da te sia perfetta in essi, dico questo finché sono ancora nel mondo. Non ti prego di toglierli dal mondo, ma di conservarli dal male. Essi non sono del mondo, come anch'io non sono del mondo. Non prego solamente per essi, bensì anche per quelli che crederanno in te attraverso quanto udranno da loro. Padre mio, desidero che dove io sarò, quelli che tu mi hai dato siano con me, e che il mondo conosca che tu li hai amati come hai amato me».
336 - Sì, Signore, questo vorrei ripetere dopo di te, prima di volarmene tra le tue braccia. E forse temerità? Ma no, da lungo tempo mi hai permesso di essere audace con te. Come il padre del figliuol prodigo al suo maggiore, tu hai detto a me: «Tutto ciò che è mio, è tuo». Le tue parole, Gesù, sono dunque mie, ed io posso servirmene per attirare sulle anime unite con me i favori del Padre celeste. Ma, Signore, quando dico che dove sarò io desidero che ci siano anche coloro che tu mi hai dato, non pretendo che essi non possano arrivare ad una gloria ben più alta di quella che ti piacerà dare a me, voglio chiederti semplicemente che un giorno ci troviamo tutti riuniti nel tuo bel Cielo. Lo sai, mio Dio, non ho desiderato mai se non di amarti, non ambisco ad altra gloria. Il tuo amore mi ha prevenuta fin dall'infanzia, è cresciuto con me, ed ora è un abisso del quale non posso scandagliare la profondità. L'amore attira l'amore, così, Gesù mio, il mio si slancia verso di te, vorrebbe colmare l'abisso che l'attira, ma ahimè! è meno che una goccia di rugiada perduta nell'oceano! Per amarti come tu mi ami, mi è necessario far mio il tuo stesso amore, soltanto allora trovo il riposo. O Gesù, è forse una illusione, ma mi sembra che tu non possa colmare un'anima con più amore di quanto hai dato alla mia; per questo oso chiederti di «amare coloro che mi hai dato come hai amato me stessa». Un giorno, in Cielo, se io scoprirò che tu li ami più di me, me ne rallegrerò riconoscendo fin da ora che quelle anime meritano l'amor tuo ben più della mia; ma quaggiù non posso concepire un'immensità di amore più grande di quello che ti è piaciuto prodigarmi gratuitamente, senza mio merito alcuno.
337 - Madre mia cara, torno a lei finalmente; sono tutta stupita di ciò che ho scritto, perché non ne avevo l'intenzione, ma poiché è scritto, bisogna che rimanga. Tuttavia, prima di riprendere la storia dei miei fratelli, voglio dirle, Madre mia, che non applico a quelli, bensì alle mie piccole sorelle, le prime parole prese dal Vangelo: «Ho comunicato a loro le parole che tu mi hai comunicato...» perché non mi credo capace di istruire dei missionari, per grazia di Dio non sono ancora abbastanza orgogliosa per questo! Similmente non sarei stata in grado di dare consigli alle mie sorelle, se lei, Madre mia, che mi rappresenta il Signore, non mi avesse dato grazia per questo. Pensavo invece ai suoi cari figli spirituali, i quali sono miei fratelli, quando scrivevo queste parole di Gesù e le altre che seguono: «Non ti prego di toglierli dal mondo... ti prego anche per coloro che crederanno in te attraverso quanto udranno da loro». Come potrei infatti non pregare per le anime che essi salveranno nelle loro missioni lontane con la sofferenza e con la predicazione?
338 - Madre mia, mi sembra di doverle ancora dare qualche spiegazione riguardo al passo del Cantico dei Cantici: «Attirami, noi correremo», perché ciò che ho voluto dirne mi pare poco comprensibile. «Nessuno, ha detto Gesù, può seguirmi se il Padre mio che mi ha mandato non l'attira». Dopo, per mezzo di parabole sublimi e spesso anche senza usare di questo mezzo tanto familiare al popolo, egli ci insegna che basta bussare perché ci venga aperto, cercare per trovare, e tendere la mano umilmente per ricevere ciò che chiediamo. Egli dice ancora che quanto chiediamo al Padre in suo nome, egli ce lo concede. Per questo senza dubbio lo Spirito Santo, prima della nascita di Gesù, dettò questa preghiera profetica: «Attirami, noi correremo». Cos'è dunque chiedere di essere attirati se non di unirsi in modo intimo a ciò che capta il cuore? Se il fuoco e il ferro avessero intelligenza, e quest'ultimo dicesse all'altro: attirami, non proverebbe che desidera identificarsi col fuoco, in modo che esso lo compenetri e lo intrida con la sua essenza bruciante, e sembri diventare tutt'uno con lui? Madre cara, ecco la mia preghiera: chiedo a Gesù di attirarmi nel fuoco del suo amore, di unirmi a lui così strettamente che in me viva e agisca lui. Sento che, quanto più il fuoco dell'amore infiammerà il mio cuore, quanto più dirò: «Attirami», tanto più le anime che si avvicineranno a me (povero piccolo detrito di ferro inutile, se mi allontanassi dalla fornace divina) correranno anch'esse rapidamente all'effiuvio dei profumi del loro Amato, poiché un anima infiammata di amore non sa rimanere inattiva; senza dubbio resta ai piedi di Gesù, come santa Maddalena, ascolta la sua parola dolce e infuocata. Benché sembri non dar nulla, essa dà ben più che Marta, la quale si agita per tante cose e vorrebbe essere imitata dalla sorella. Gesù non biasima affatto il lavoro di Marta, la sua Madre divina per tutta la vita si è sottomessa umilmente a questo lavoro, poiché doveva preparare il pasto per la sacra Famiglia. Egli vorrebbe correggere la preoccupazione eccessiva 43 della sua ospite ardente. Tutti i santi l'hanno capito; soprattutto, forse, quelli che riempirono l'universo con l'irradiazione della dottrina evangelica. Non è forse dall'orazione che santi come Paolo, Agostino, Giovanni della Croce, Tommaso d'Aquino, Francesco, Domenico, e tanti altri grandi amici di Dio hanno attinto questa scienza divina la quale meraviglia i geni più grandi? Un saggio ha detto: «Datemi una leva, un punto d'appoggio, ed io solleverò il mondo». Quello che Archimede non ha potuto ottenere, perché la sua richiesta non si rivolgeva a Dio ed era espressa solo da un panto di vista materiale, i Santi l'hanno ottenuto pienamente. L'Onnipotente ha dato loro, come punto d'appoggio, se stesso e sé solo; come leva, l'orazione che infiamma di un fuoco d'amore, e così essi hanno sollevato il mondo; così lo sollevano i santi della Chiesa militante, e lo solleveranno ancora i santi futuri, fino alla fine del mondo.
339 - Mia cara Madre, adesso vorrei dirle che cosa intendo per «effiuvio dei profumi» dell'Amato. Poiché Gesù è salito al Cielo, posso seguire solo le tracce che egli ha lasciato, ma sono tracce così luminose, così profumate! Se appena do un'occhiata al santo Vangelo, respiro il profumo della vita di Gesù, e so da quale parte correre... Non mi slancio verso il primo posto, ma verso l'ultimo; invece di farmi avanti insieme col fariseo, ripeto, piena di fiducia, la preghiera umile del pubblicano, soprattutto seguo l'esempio della Maddalena. La sua audacia stupefacente, o piuttosto amorosa, che incanta il Cuore di Gesù, seduce il mio. Sì, lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, col cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, poiché so quanto egli ami il figliuol prodigo che ritorna a lui. Non perché il Signore, nella sua misericordia preveniente, ha preservato la mia anima dal peccato mortale, io m'innalzo a lui con la fiducia e con l'amore
| Breve biografia | Manoscritto A | Manoscritto B | Manoscritto C |
| Cronologia |
EPILOGO
Teresa di Gesù Bambino era già alla fine.
Ai primi di luglio era stata trasferita all'infermeria. Lì aveva scritto a matita le ultime righe del suo Manoscritto C. Con la febbre che la divorava, ma ancor più con un amore che la consumava tutta, aveva concluso il suo quadernetto «d'obbedienza», mormorando parole di fuoco sulla carità e sull'abbandono fiducioso nella misericordia di Dio. Era un po' il suo testamento. Il testamento che la legava alle sorelle e alla Chiesa. Ché in quei giorni i suoi panorami sembravano allargarsi incredibilmente. I Processi di beatificazione trasmettono espressioni profetiche che hanno dello strano sulla sua bocca. Si tratta di certezze che non ammettono dubbi o discussioni. Teresa parla dei suoi scritti autobiografici come di qualcosa che deve servire a fare amare Dio; accenna a difficoltà che la loro pubblicazione potrebbe incontrare; annuncia con termini chiari una sua missione. il sabato 17 luglio si era lasciata sfuggire: Sento che sto per entrare nel riposo... Ma sento soprattutto che sta per cominciare la mia missione, la mia missione di fare amare il buon Dio come l'amo io, di comunicare la mia piccola via alle anime. Se il buon Dio esaudirà i miei desideri, il mio cielo scorrera' sulla terra sino alla fine del mondo. Si, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra. Ciò che non è impossibile, perché gli Angeli, pur restando immersi nella visione beatifica, vegliano su di noi. Non potrò godere del riposo finché ci saranno anime da salvare. Ma quando l'Angelo avrà detto: Il tempo non è più!, allora mi riposerò, potrò gioire, perché il numero degli eletti sarà completo, e tutti saranno entrati nella gioia e nel riposo. Il mio cuore trasalisce a questo pensiero... Erano le idee che la possedevano in pieno in quei giorni. Il 13 luglio aveva scritto al chierico M. Bellière: Oh! fratello mio, come sono felice di morire!... Sono felice di morire, perché sento che questa è la volonta del buon Dio e che, molto più d'ora, potrò essere utile alle anime... Quando il mio caro fratellino partirà per l'Africa, lo seguirò, e non solo col pensiero... Più che parlargli nel linguaggio della terra, sarò di continuo accanto a lui, vedrò tutto quello che gli è necessario e non darò pace al buon Dio finché non mi avrà dato quanto desidero. Il giorno seguente era al p. Roulland che si rivolgeva: Conto molto di non stare inattiva in cielo, il mio desiderio è di lavorare ancora per la Chiesa e per le anime. E' quello che domando al buon Dio, e sono sicura che egli mi esaudirà. Forse che gli Angeli non si occupano continuamente di noi senza cessare mai di contemplare il volto di Dio, di perdersi nell'oceano senza rive dell'Amore? Perché Gesù non mi dovrebbe permettere d'imitarli?... Ciò che mi attira verso la patria dei cieli, è la chiamata del Signore, è la speranza di amarlo finalmente come ho tanto desiderato e il pensiero che potrò farlo amare da una moltitudine di anime che lo benediranno in eterno. Mentre queste speranze sbocciano nel suo spirito, Teresa è immersa nella notte più oscura. Dalla Pasqua del 1896 la sua fede è sottoposta alle tentazioni più violente. È una specie di agonia, ben più terribile di quella fisica, che l'accompagnerà fino alla morte. Anche se esternamente pare nella letizia, se le sue poesie e le sue lettere paiono riflettere la gioia di una creatura per la quale il velo della fede già si è squarciato, essa è in un “tunnel” di tenebra, senza un raggio di luce. Colpita della condizione dei fratelli senza fede, perché essi potessero giungere alla luce dell'incontro con Cristo, aveva pregato il Signore di essere ammessa «alla tavola dei peccatori». Il Signore l'aveva presa in parola, e le sue ultime settimane più che mai diventarono una laboriosa ricerca di Dio nell'oscurità e nelle tenebre, un cantare ciò che voleva credere, un abbandonarsi generoso a Colui che si nascondeva per farsi cercare di più. Da lei e, con lei, da tante creature che essa fraternamente portava nel suo cuore. Nell'agosto, mentre il suo corpo andava consumandosi, le sfuggì una confessione che ha del tragico. Sapeste quali pensieri spaventosi m'ossessionano! Va imponendosi al mio spirito il ragionamento dei peggiori materialisti. Più tardi, in virtù dei nuovi continui progressi, la scienza spiegherà tutto naturalmente, si darà una ragione di evidenza a tutto quello che esiste e che ancora costituisce problema. Quante cose infatti sono ancora da scoprire! ecc. Io sogno di fare del bene dopo la mia morte, ma non lo potrò fare!... Avere simili pensieri quando si ama tanto il buon Dio! In fin dei conti offro tutto questo per ottenere la luce della fede ai poveri increduli! Ma è proprio il 10 agosto che, dopo aver contemplato una immagine di Giovanna d'Arco prigioniera, esclama: I santi incoraggiano anche me nella mia prigione. Mi dicono: Fino a quando sei nei ceppi, non puoi assolvere la tua missione; ma più tardi, dopo la tua morte, verrà il tempo delle tue conquiste. Comunque, anche legata al letto, ancor «prigioniera», già si dava apostolicamente con un fervore commovente. Se, ancora in piedi, nonostante la spossatezza, si trascinava ogni giorno nella «passeggiata» impostale dall'obbedienza, «camminando per un missionario», ora, convinta dell'inutilità delle medicine, continua ugualmente a prenderle, «per un missionario che non ha possibilità di procurarsele»; per le anime offre tutto quello che ha, anche se questo la porterà a presentarsi a Dio «a mani vuote»; per un suo confratello che ha lasciato l'Ordine e percorre la Francia seminando l'errore, prega, soffre e offre la sua ultima comunione il 17 agosto, festa di San Giacinto e onomastico del povero ex padre Loyson. E si abbandona, come dice a suor Maria del Sacro Cuore, a progetti, relativi alle grandi cose che farà in Cielo... Tornare sulla terra, recarsi lontano per aiutare i missionari, fare il possibile perché i bambini non muoiano senza il battesimo. Alla madre Maria di Gonzaga confida: Non mi rimane nulla in mano. Tutto quello che ho, tutto quello che guadagno è per la Chiesa e per le anime. E non teme di affermare che vuole acquistare meriti. Ma soggiunge subito: Si. Però non per me. Per i poveri peccatori, per le necessità di tutta la Chiesa, infine per gettare fiori a tutto il mondo, a giusti e peccatori. Pensa soprattutto ai fratelli senza fede, a quelli alla cui «mensa» aveva voluto sedere per portarli a Dio. E nelle ore angosciose, ossessionata da pensieri che vorrebbero strapparle nella fede il suo più grande tesoro, esclama: Offro tutte queste pene molto grandi per ottenere la luce della fede ai poveri increduli, per tutti coloro che s'allontanano dalla fede della Chiesa. Intanto la malattia progredisce. Se il 5 agosto cessano le emottisi violente che la tormentano dal 6 luglio, la tisi va facendo passi molto grandi. Di tanto in tanto la morte sembra imminente. Teresa, la quale confessa candidamente di non capire nulla della sua malattia, si abbandona tranquillamente. Attende che giunga il «ladro», un ladro di cui non ha affatto paura. «Il ladro è alla porta, le si dice; ne ha timore?». Per nulla, risponde. Non è alla porta, ma già dentro. Ma cos'è che lei chiede, Madre? Se ho paura del ladro? Come vuole che abbia paura di uno che amo tanto! Ma il ladro gioca, pare. Teresa non se ne preoccupa: Non desidero di morire più che di vivere: amo quello che Egli fa. Tuttavia le sofferenze vanno aumentando. Le notti si fanno lunghe e insonni, piene di sofferenze e di incubi. Di giorno l'oppressione, resa più pesante dal calore, le toglie il respiro. Non ne può più. Anche il lento e sommesso salmodiare delle sorelle le è un martirio. I nervi non reggono. Scongiura perché si preghi per lei: Sapeste che cosa avviene. Quanto poco basterebbe per perdere la pazienza... Non lo avrei mai creduto! Una espressione che richiama quella dell'11 agosto: Non avrei mai immaginato di soffrire tanto. Le sfuggono dei piccoli gridi involontari di sofferenza. Sembra soffocare. Ha l'impressione di essere distesa su delle punte dolorose. Non si sa, le sfugge, cosa significhi soffrire in tal modo. E avverte «di non lasciare a sua disposizione delle medicine velenose per uso esterno, consigliando di non lasciarne mai a portata di malati che soffrirebbero fino a perder la ragione». Sarà quello che ripeterà ancora a tre giorni dalla morte a suor Maria della Trinità: Ah! se non avessi la fede, non potrei mai sopportare tante sofferenze. Mi meraviglio che tra coloro che non hanno fede non siano più numerosi quelli che si suicidano. Tuttavia è felice di soffrire. Non si pente di essersi consacrata all'amore. Vuole vivere fino in fondo la sua grazia di sofferente. Ed è perfino lieta d'una giocondità contagiosa. Suor Maria dell'Eucaristia lo rivela ripetutamente nei biglietti che scrive al padre, il Sig. Guérin, dandogli il resoconto della malattia di Teresa. «Ha sempre pronta la parola per far ridere... Se vedessi la nostra cara malatina, non potresti ritenerti dal ridere; bisogna che dica sempre qualcosa d'allegro. Dal momento che si è vista sicura di morire, è gaia quanto un fringuello. Ci sono dei momenti nei quali si pagherebbe il posto per esserle accanto... Quanto al morale, è sempre la stessa cosa, la stessa allegria, facendo ridere tutti coloro che l'avvicinano...». Dove la sorente, la vena nascosta di tanta letizia in mezzo a tanti dolori? E’ contenta solo della volontà di Dio, dirà alla fine d'agosto: Sono contenta di soffrire perché il buon Dio lo vuole. Avvicinandosi la fine, il suo cuore si dilata. La sofferenza aumenta, ma aumentano anche il realismo e la coerenza con cui l'accetta. Che cos'è scrivere belle cose sulla sofferenza? Nulla, nulla! Bisogna esserci per sapere!... Volevo soffrire per il Signore, ed è vero che lo desidero. E insieme riconosce che tutta la forza le viene da Dio. Cosa diverrei se d Signore misericordioso non mi desse energia?... Oh! come deve essere buono il Signore, perché io riesca a sopportare tutto quello che soffro! Si sente il bambino al quale il Padre dà momento per momento quel poco che può sopportare. E ritorna di frequente a questo riferimento al bambino, tanto che madre Agnese le chiede in agosto il significato dell'immagine. E Teresa: Restare piccolo è riconoscere il proprio nulla, è attendere tutto dal buon Dio, è non inquietarsi a dismisura delle proprie colpe. Infine non è guadagnare fortuna, non inquietarsi di nulla. Anche presso i poveri, finché il bimbo è piccolo, gli si da' quanto è necessario. Ma appena diventa grande, suo padre non vuole più mantenerlo, e gli dice: «Adesso lavora! Puoi bastare a te stesso». Proprio per non sentire questo non ho mai voluto crescere. Non mi sento capace di guadagnarmi la vita, la vita eterna. Fin dal 21 settembre Teresa avverte d'essere in una specie di agonia continua. Il 29 ci sarà il crollo. A mezzogiorno, rivolgendosi alla Priora, le dirà: Madre mia, è l'agonia? Come farò a morire? Non saprò mai morire! E dopo la visita del dottore chiederà ancora: E oggi?, manifestando la sua felicità alla risposta affermativa. Tuttavia il dolore la strazierà fino alla fine. Non ne posso più. Pregate per me. Se sapeste! Dopo Mattutino, di fronte al protrarsi delle sofferenze in aumento, gemerà: Sì, mio Dio, sì.. voglio proprio tutto. 30 settembre Teresa l'inaugurò con un pensiero alla Vergine. Per tutti quei mesi di martirio, aveva intensificato la sua unione contemplativa con la Madonna. Lo sguardo continuamente si era soffermato sulla statua del «Sorriso», trasferita in infermeria il giorno stesso nel quale vi era scesa Teresa. E a lei che si appoggia nell'ora grande. Come Gesù sulla Croce, guarda alla Madre. E da lei invoca la grazia di prepararla all'incontro con Dio. Nelle lunghe ore nelle quali va spegnendosi, dalle sue labbra escono espressioni che rivelano il suo stato, che dicono tutto il suo abbandono fedele al Signore. Il calice, è pieno fino all'orlo! Dio mio, sì, tutto quello che vuoi. Ma abbi pietà di me. Dio mio, Dio mio, voi siete tanto buono!... Oh, sì, voi siete buono, io lo so. Verso le tre del pomeriggio, Teresa mise le braccia in croce. Madre Maria di Gonzaga le posò sulle ginocchia un'immagine della Madonna del Carmelo del Van Oer. La guardò un istante, e poi: Madre mia, mi presenti subito alla Vergine Santa. Mi prepari a ben morire. La Priora le rispose che, avendo sempre capito e praticato l'umiltà, la preparazione era fatta. Teresa, riflettuto un attimo, uscì umilmente nell'asserzione: Si, mi pare di avere sempre cercato solo la verita! Sì, ho capito l'umiltà del cuore. Poi cominciò a farsi più viva la sofferenza. Una sofferenza dal volto nuovo, tuttavia. Teresa, pur nel martirio più doloroso, sembrava illuminata da una gioia profonda, da una forza sovrumana. Fu allora che le sfuggirono le parole: Tutto quello che ho scritto sui miei desideri di soffrire corrisponde perfettamente alla verità. Non mi pento di essermi offerta all'Amore. Oh, no, non mi pento di essermi offerta all'Amore, anzi...Non avrei mai creduto possibile soffrire tanto! Mai! Mai! Non posso spiegarmelo se non con i desideri ardenti che ho avuto di salvare le anime.
Ebbene. Avanti, avanti!... Non vorrei soffrire meno. Poi, verso le diciannove e qualche minuto, guardando il Crocifisso, le ultime parole: Oh... l'amo!... Dio mio... Vi amo!... Appena ebbe dette queste parole, Teresa cadde dolcemente indietro, la testa reclinata leggermente a destra. La madre Maria di Gonzaga richiamò in fretta la comunità, allontanata qualche istante prima, quando le condizioni dell'inferma sembravano stazionarie. E tutte le consorelle furono testimoni di una espressione di gioia, ammirazione, tranquillità che per lo spazio di un Credo il volto della morente, stranamente tornato al suo colore, sembrò avere, mentre gli occhi erano fissi verso l'alto, al di sopra della statua della Madonna del Sorriso. Poi, serenamente diede l'ultimo respiro. Erano le 19,20 circa del 30 settembre 1897. Io non muoio: entro nella vita, aveva scritto il 9 giugno precedente a Maurizio Bellière. Quel giovedì sera Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo entrava veramente nella vita. Aveva inizio «il tempo delle sue conquiste». Dal cielo cominciava a far scendere la «pioggia di rose» promessa.
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PREGHIERA ALLO SPOSO DIVINO
Teresa la scrisse per sé in occasione della sua professione religiosa e ne portò l'autografo sul cuore per tutto quel giorno. 8 settembre 1890.
O Gesù, mio Sposo divino! che io non perda mai la seconda veste del mio battesimo! prendimi prima che commetta la più leggera colpa volontaria. Che io non cerchi e non trovi mai se non te solo, che le creature siano un niente per me e che io sia un niente per loro, ma tu, Gesù, sii tutto! Che le cose della terra non possano mai turbare la mia anima, che niente turbi la mia pace. Gesù, non ti domando che la pace, ed anche l'amore, l'amore infinito senza altro limite che te, l'amore per cui non sia più io, ma te, o Gesù! Gesù, che per te io muoia martire, il martirio del cuore o del corpo, o piuttosto tutti e due! Concedimi di adempiere ai miei voti in tutta la loro perfezione e fammi comprendere ciò che dev'essere una sposa per te. Fa' che io non sia mai di peso alla comunità, ma che nessuno si occupi di me, che io sia considerata come qualcosa da calpestare, dimenticata come un granellino di sabbia tuo, o Gesù! Che la tua volontà si compia in me perfettamente, che io raggiunga il posto che tu sei andato avanti a me a prepararmi Gesù, fa' che io salvi molte anime, che oggi neppure una sia dannata e che tutte le anime del purgatorio siano liberate. Gesù, perdonami se dico cose che non si devono dire: io non voglio che rallegrarti e consolarti!
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ATTO D'OFFERTA ALL'AMORE MISERICORDIOSO DI DIO'. J.M.J.T.
Offerta di me stessa come vittima d'olocausto all'Amore misericordioso del Buon Dio.
Mio Dio! Trinità beata, desidero amarvi e farvi amare, lavorare per la glorificazione della santa Chiesa, salvando le anime che sono sulla terra e liberando quelle che sono nel purgatorio. Desidero compiere perfettamente la vostra volontà e arrivare al grado di gloria che m'avete preparato nel vostro regno. In una parola, desidero essere santa, ma sento la mia impotenza e Vi domando, o mio Dio, di essere voi stesso la mia santità. Poiché mi avete amata fino a darmi il vostro unico Figlio perché fosse il mio salvatore e il mio sposo, i tesori infiniti dei suoi meriti appartengono a me ed io ve li offro con gioia, supplicandovi di non guardare a me se non attraverso il volto di Gesù e nel suo cuore bruciante d'amore. Vi offro inoltre tutti i meriti dei Santi (che sono in cielo e sulla terra), i loro atti d'amore e quelli dei santi Angeli; vi offro infine, o beata Trinità, l'amore e i meriti della santa Vergine, mia madre diletta. A lei abbandono la mia offerta e la prego di presentarvela. Il suo Figlio divino, mio sposo diletto, nei giorni della sua vita mortale, ci ha detto «Tutto ciò che domanderete al Padre in nome mio, ve lo darà!». Sono dunque certa che esaudirete i miei desideri; lo so, mio Dio, più volete dare, più fate desiderare. Sento nel mio cuore desideri immensi e vi chiedo con tanta fiducia di venire a prendere possesso della mia anima. Ah! non posso ricevere la santa comunione così spesso come vorrei, ma, Signore, non siete l'Onnipotente?... Restate in me come nel tabernacolo, non allontanatevi mai dalla vostra piccola ostia... Vorrei consolarvi dell'ingratitudine dei cattivi e vi supplico di togliermi la libertà di dispiacervi. Se qualche volta cado per mia debolezza, il vostro sguardo divino purifichi subito la mia anima consumando tutte le mie imperfezioni, come il fuoco che trasforma ogni cosa in se stesso... Vi ringrazio, o mio Dio, di tutte le grazie che m'avete accordato, in particolare di avermi fatta passare attraverso il crogiolo della sofferenza. Sarò felice di vedervi comparire, nel giorno finale, con lo scettro della croce. Poiché vi siete degnato di darmi come eredità questa croce tanto preziosa, spero di rassomigliare a voi nel cielo e di veder brillare sul mio corpo glorificato le sacre stimmate della vostra passione. Dopo l'esilio della terra, spero di venire a godervi nella patria, ma non voglio ammassare dei meriti per il cielo, voglio lavorare solo per vostro amore, con l'unico scopo di farvi piacere, di consolare il vostro Sacro Cuore e di salvare anime che vi ameranno eternamente. Alla sera di questa vita, comparirò davanti a voi a mani vuote, perché non vi chiedo, Signore, di contare le mie opere. Tutte le nostre giustizie hanno macchie ai vostri occhi. Voglio perciò rivestirmi della vostra giustizia e ricevere dal vostro amore il possesso eterno di voi stesso. Non voglio altro trono e altra corona che voi, o mio Diletto!... Ai vostri occhi il tempo è nulla. Un giorno solo è come mille anni, e perciò potete prepararmi in un istante a comparire davanti a voi... Per vivere in un atto di perfetto amore, mi offro come vittima d'olocausto al vostro amore misericordioso, supplicandovi di consumarmi senza posa, lasciando traboccare nella mia anima i flutti d'infinita tenerezza che sono racchiusi in voi, e così possa diventare martire del vostro amore, o mio Dio!... Che questo martirio, dopo avermi preparata a comparire davanti a voi, mi faccia infine morire e la mia anima si slanci senza alcuna sosta verso l'eterno abbraccio del vostro amore misericordioso... Voglio, o mio Diletto, ad ogni battito del cuore rinnovarvi questa offerta un numero infinito di volte, fino a che, svanite le ombre, possa ridirvi il mio amore in un a faccia a faccia eterno!... Maria Francesca Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo Gesù! rel. carm. ind.
Festa della Santissima Trinità,
il 9 giugno dell'anno di grazia 1895.
La Storia di un'anima, insieme ad altri scritti di Thérèse Martin (1873-1897), carmelitana del Carmelo di Lisieux, fu pubblicata per la prima volta nel 1898, a un anno dalla morte della sua straordinaria autrice. La piccola Teresa conquistava il mondo, rivelandosi maestra di primo piano delle vie di Dio. È quindi comprensibile che Teresa sia stata proclamata Dottore della Chiesa, terza donna in due millenni di storia cristiana. A cento anni di distanza, il racconto autobiografico della sua breve vita continua a ispirare grandi scrittori e registi, ma soprattutto a parlare al cuore di donne e uomini di oggi, in tutto il mondo.
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