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Cronologia

Cap:. 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8

Parte A e B

Cap. 1 - 2 - epilogo preghiera offerta

INDICE BIBLIOTECA

3.

EDUCANDA PRESSO LE BENEDETTINE (1881-1883)

Anni tristi - Le cugine Guérin - Intimità con Celina - Dolorosa sepa­razione da Paolina - Strana matattia - Sorriso incantevole e miracoloso dd­la Vergine.

74 - Avevo otto anni e mezzo quando Leonia uscì dal collegio, e io presi il suo posto all'Abbazia. Spesso ho inteso dire che il tempo passato in collegio è il migliore e il più dolce della vita; per me non fu così; i cinque anni che passai lì furono i più tristi per me; se non avessi avuto accanto la mia Celina cara, non avrei potuto rimanerci un mese solo senza ammalarmi. Povero fiorellino, che era stato abituato ad addentrare le sue radici fragili in una terra scelta, fatta apposta per lui! Gli parve ben duro vedersi in mezzo a fiori di ogni sorta, alcuni dalle radici ben poco delicate! Ed essere costretto a trovare in una terra comune la linfa necessaria per l'esistenza.

75 - Lei mi aveva istruita così bene, Madre mia cara, che arrivando in collegio ero la più avanti tra le bimbe della mia età; mi misero in una classe di scolare tutte più grandi di me, una di loro, fra i tredici e i quattordici anni, era poco intelligente, ma si sapeva imporre alle compagne ed anche alle maestre. Vedendomi tanto giovane, quasi sempre la prima della classe, e benvoluta da tutte le religiose, dovette provare una gelosia ben perdonabile a una collegiale e mi fece scontare in mille modi i miei piccoli successi. Con la mia natura timida e delicata, non sapevo difendermi, e mi contentavo di piangere senza parlare, nemmeno con lei mi lamentavo per ciò che soffrivo, ma non avevo abbastanza virtù per elevarmi al disopra di queste miserie della vita, e il mio povero cuore soffriva tanto. Per fortuna che ogni sera ritrovavo il focolare paterno, allora il cuore si apriva, io saltavo sulle ginocchia del mio re, e gli dicevo i voti che mi erano stati dati, e il suo bacio mi faceva dimenticare tutte le mie pene. Con quale gioia annunciavo il risultato del mio primo componimento (un componimento di Storia Sacra), mi mancava un solo punto per avere il massimo, perché non avevo saputo il nome del padre di Mosè. Ero dunque la prima, e avevo conseguito una bella decorazione d'argento. Per premiarmi, Papà mi dette una monetina da quattro soldi che collocai in una scatola destinata a ricevere quasi ogni giovedì una moneta nuova, sempre della stessa grandezza (pescavo in quella scatola quando volevo fare, in certe feste grandi, un'elemosina di tasca mia alla questua, o per la propagazione della Fede, o per opere simili). Paolina, rapita per il successo della sua scolara, le regalò un bel cerchio per incoraggiarla ad essere ben studiosa. La povera piccina aveva un reale bisogno di quelle gioie della famiglia; senza esse, la vita di collegio le sarebbe stata troppo dura.

76 - Ogni giovedì si aveva vacanza nel pomeriggio, ma non era come le vacanze di Paolina, non ero nel belvedere con Papà. Bisognava giocare non con la mia Celina, ciò che mi piaceva quand'ero sola con lei, ma con le mie cuginette e le piccole Maudelonde. Era una vera pena per me, perché non sapevo giocare come gli altri bimbi, non ero una compagna gradevole, eppure facevo del mio meglio per imitare le altre senza riuscirci, e mi annoiavo molto, soprattutto quando bisognava passare tutto un pomeriggio a ballare la quadriglia. La sola cosa che mi piaceva era andare al giardino della stella, allora ero la prima dappertutto, cogliendo fiori a profusione, e sapendo trovare i più belli eccitavo l'invidia delle mie piccole com­pagne.

77 - Mi piaceva anche se per caso restavo sola con la piccola Maria, senza che ci fosse più Celina Maudelonde per indurla a giochi comuni; lei mi lasciava libera di scegliere, e io sceglievo un gioco affatto nuovo. Maria e Teresa diventavano due eremiti e non avevano che una povera capanna, un campicello di grano e un po' di ortaggi da coltivare. La loro esistenza trascorreva in una contemplazione ininterrotta, cioè a dire che uno dei due solitari sostituiva l'altro nell'orazione quando bisognava occuparsi di vita attiva. Tutto veniva fatto con una intesa, un silenzio e dei modi religiosi che erano una perfezione. Quando la zia veniva a prenderci per la passeggiata, il nostro gioco continuava anche per la strada. I due romiti recitavano insieme il rosario, servendosi delle dita per non rivelare la loro devozione al pubblico indiscreto; ma ecco che un giorno il solitario più giovane ebbe un istante di distrazione: aveva ricevuto un dolce per merenda e prima di mangiarlo fece un gran segno di croce, al che tutti i profani del secolo si misero a ridere.

78 - Maria ed io eravamo sempre dello stesso parere, avevamo a tal segno i medesimi gusti, che una volta la nostra unione di volonta' passò i limiti. Tornando una sera dall'Abbazia, dissi a Maria: «Conducimi tu, io chiudo gli occhi». - «Li chiu­do anch'io», disse lei. Detto fatto, senza più discutere ognuna fece come volle. Eravamo sul marciapiede, non c'era da temere le vetture; dopo una gradevole passeggiata di qualche minuto, e dopo aver assaporato le delizie di camminare senza vederci, le due piccole stordite caddero insieme sulle casse deposte alla porta d'un magazzino, o piuttosto le fecero cadere. il bottegaio uscì furibondo per rialzare le sue merci, le due cieche volontarie si erano ben rialzate da sé e sgattaiolavano via a grandi passi, con gli occhi spalancati, ascoltando i giusti rimproveri di Giovanna, la quale era arrabbiata non meno del bottegaio. Tanto è vero che, per punirci, decise di separarci, e da quel giorno in poi Maria e Celina andarono insieme, mentre io facevo la strada con Giovanna. Questo mise fine alla nostra troppo grande unione di volontà e non fu un male per le due maggiori che invece non erano mai del medesimo parere, e discutevano per tutta la strada. Così la pace fu completa.

79 - Non ho ancora detto nulla delle mie relazioni intime con Celina, ah! se dovessi raccontare tutto, non frnirei mai... A Lisieux le parti erano cambiate, Celina era diventata un furicchio furbetto, e Teresa non era più se non una bimbetta dolce, ma piagnucolona fin troppo. Ciò non impediva che Celina e Teresa si volessero sempre più bene; a volte c'erano piccole discussioni, ma non gravi, e in fondo erano tutte due dello stesso parere. Posso dire che mai la mia sorella cara mi ha dato dispiacere e che invece è stata per me un raggio di sole, mi ha rallegrata e confortata sempre. Chi potrà dire con quale intrepidezza mi difendeva all'Abbazia quand'ero accusata? Prendeva tanta cura della mia salute che talvolta mi dava noia. Quello che non mi tediava affatto era vederla giocare: allineava tutta la squadra delle nostre bambole e le istruiva, da maestra abile; soltanto aveva sempre cura che le figlie sue fossero buone e brave, mentre le mie venivano spesso messe alla porta a causa della loro cattiva condotta... Mi diceva tutte le cose nuove che aveva imparate a scuola, e ciò mi divertiva molto; io la consideravo come un pozzo di scienza. Avevo ricevuto la qualifica di «figlioletta di Celina», e perciò quando lei si indisponeva con me, il più grave segno del suo malcontento era: «Non sei più figlia mia, è finita, me ne ricorderò sempre!». Allora non mi restava che piangere come una Maddalena, supplicandola di considerarmi ancora figliolina sua, poco dopo lei mi abbracciava e mi prometteva di non ricordare più nulla! Per consolarmi, prendeva una delle sue bambole e le diceva: «Tesoro, abbraccia la zia». Una volta la bambola mi abbracciò con tanto zelo e tenerezza che m'infilò due braccini nel naso. Celina che non l'aveva davvero fatto apposta mi guardava stupefatta. La bambola mi pendeva dal naso; ma ecco, la zia non tardò molto a svincolarsi dalle strette troppo tenere della nipote; e si mise a ridere con tutto il cuore di un'avventura tanto singolare.

80 - La parte più divertente era di vederci insieme nel bazar a comprare le strenne; ci nascondevamo con gran cura una all'altra. Avevamo dieci soldi da spendere, e ci occorrevano almeno cinque o sei oggetti diversi, perciò facevamo a chi comprava le cose più belle. Felici dei nostri acquisti, sospiravamo il primo dell'anno per poterci offrire i nostri magnifici regali. Quella che si svegliava prima dell'altra si affrettava ad augurarle il buon anno, poi ci davamo le strenne, e ciascuna si estasiava sui tesori da dieci soldi! Quei regalini quasi ci facevano piacere quanto i bei regali dello zio, e, del resto, era soltanto l'inizio delle gioie. Quel giorno ci vestivano in fretta, e ciascuna di noi stava all'agguato per potersi gettare al collo di Papà; appena usciva dalla camera sua erano gridi di gioia in tutta la casa, e quel povero Babbo caro pareva felice di vederci tanto contente... Le strenne che Maria e Paolina davano alle loro figliolette non erano di gran pregio, ma suscitavano ugualmente una gioia grande.

81 - La verità è che a quell'età non eravamo annoiate della vita, le anime nostre in tutta la loro freschezza si aprivano come i fiori alla guazza mattinale. Un medesimo soffio faceva ondeggiare le nostre corolle, e ciò che portava gioia o pena ad una la portava anche all'altra. Indivise erano le nostre gioie, e l'ho ben sentito nel giorno della prima Comunione della mia Celina. Non mi trovavo ancora all'Abbazia perché avevo appena sette anni, ma ho conservato nel cuore il ricordo dolcissimo della preparazione che lei, Madre cara, aveva fatto fare a Celina; sera per sera la prendeva sulle ginocchia e le parlava del grande atto che stava per compiere; io ascoltavo avida di prepararmi anch'io, ma spesso lei mi diceva di andarmene perché ero troppo piccina, allora il cuore mi si gonfiava e io pensavo che non erano troppi quattro anni per prepararsi a ricevere il buon Dio... Una sera la intesi che diceva: «Dopo la prima Comunione bisogna cominciare una nuova vita». Subito presi la risoluzione di non attendere quel giorno, ma di rinnovarmi insieme a Celina. Mai avevo sentito tanto di amarla quanto lo sentii durante il ritiro di tre giorni che ella fece; per la prima volta, mi trovai lontana da lei, non dormii nel suo letto. Il primo giorno avevo dimenticato che non sarebbe tornata, avevo serbato un mazzetto di ciliege che Papà mi aveva comperato, perché volevo mangiarlo con lei; quando non la vidi arrivare, ebbi un gran dispiacere. Papà mi consolò dicendomi che mi avrebbe condotto all'Abbazia il giorno dopo per vedere la mia Celina, e che avrei portato un altro mazzetto di ciliege. il giorno della prima Comunione di Celina mi lasciò una impressione quasi fosse la mia; la mattina, svegliandomi sola sola, mi sentii inondata di gioia: «É oggi!», non mi stancavo di ripetere queste parole. Mi pareva d'essere io a far la prima Comunione. Credo d'aver ricevuto grandi grazie in quel giorno, e lo considero come uno dei più belli della vita.

82 - Ho fatto un passo indietro per rievocare quel dolce, delizioso ricordo, ora debbo parlare della prova dolorosa che venne a spezzare il cuore di Teresa piccina, quando Gesù le prese la sua cara mamma Paolina, amata così teneramente. Un giorno avevo detto a Paolina che sarei stata volentieri eremita, e mi sarebbe piaciuto andarmene con lei in qualche deserto lontano, e lei mi aveva risposto: il mio desiderio è il tuo, attenderò che tu sia abbastanza grande per partire». Senza dubbio, ciò non era stato detto seriamente, ma Teresa, invece, l'aveva preso sul serio; e quale non fu il dolore di lei quando un giorno intese Paolina che parlava con Maria della sua prossima entrata nel Carmelo! Non sapevo che cosa fosse il Carmelo, ma capivo che Paolina mi avrebbe lasciata per entrare in un convento, capivo che non mi avrebbe attesa, e che stavo per perdere la mia seconda mamma! Come dire la mia angoscia? In un attimo capii che cosa è la vita; fino allora non l'avevo vista così triste, ma ora mi apparve in tutta la sua realtà, vidi che era soltanto sofferenza e separazione continua. Piansi amaramente, perché non comprendevo ancora la gioia del sacrificio, ero debole, così debole che considero una grande grazia aver potuto sopportare una prova la quale pareva molto al disopra delle mie forze! Se avessi saputo a poco a poco la partenza della mia Paolina carissima, forse non avrei sofferto tanto, ma avendola saputa di sorpresa, fu come una spada che mi si conficcasse nel cuore.

83 - Ricorderò sempre, Madre mia cara, con quale tenerezza lei mi consolò. Poi mi spiegò la vita del Carmelo che mi parve così bella! Ripassando nello spirito tutto quello che lei mi aveva detto, sentii che il Carmelo era il deserto nel quale il Signore voleva che mi nascondessi. Lo sentii con tanta forza che non rimase il minimo dubbio in me: non era un sogno di bambina che si lasci trascinare, bensì la certezza d'una chiamata divina; volevo andare al Carmelo non per Paolina, ma per Gesù solo... Pensai molte cose che le parole non possono rendere, ma che mi lasciarono una grande pace nell'anima. Un giorno dopo confidai il mio segreto a Paolina la quale, considerando i miei desideri come la volontà del Cielo, mi disse che ben presto sarei andata a trovare la madre Priora del Carmelo, e che avrei dovuto dirle ciò che il Signore mi faceva sentire. Venne scelta una domenica per questa visita solenne, e il mio impaccio fu grande quando seppi che Maria G. doveva rimanere con me, perché, essendo ancora abbastanza piccola, poteva vedere le carmelitane; bisognava tuttavia che trovassi il modo di rimaner sola, ed ecco che cosa escogitai: dissi a Maria che, avendo il privilegio di vedere la Madre Priora, bisognava essere ben gentili e bene educate, per questo dovevamo confidarle i nostri segreti, perciò ognuna di noi doveva uscire un momento e lasciar l'altra sola. Maria mi credette sulla parola e, nonostante la sua ripugnanza a confidare dei segreti che non aveva, rimanemmo sole, una dopo l'altra, presso Nostra Madre. Dopo avere ascoltato le mie grandi confidenze madre Maria Gonzaga credette alla mia vocazione, mi disse tuttavia che non si ricevono postulanti di nove anni, e che bisognava attendere i miei sedici anni... Mi rassegnai nonostante il desiderio vivo di entrare prima possibile, e di fare la mia prima Comunione nel giorno della vestizione di Paolina. In quel giorno ricevetti dei complimenti per la seconda volta. Suor Teresa di Sant'Agostino venne a vedermi, e non si stancava di dire che ero carina... io non contavo di venire al Carmelo per ricevere lodi, e perciò, uscita dal parlatorio non finivo più di ripetere a Dio che volevo farmi carmelitana per lui solo.

84 - Cercai di profittare ben bene della mia cara Paolina durante le poche settimane ch'ella passò ancora nel mondo; ogni giorno, Celina ed io compravamo un dolce e delle caramelle pensando che ben presto non ne avrebbe mangiati più; eravamo sempre intorno a lei, senza lasciarle un minuto di respiro. Finalmente arrivò il 2 ottobre, giorno di lacrime e di benedizioni, nel quale Gesù colse il primo dei suoi fiori, che doveva divenire la madre di quelle che l'avrebbero raggiunto entro pochi anni. Vedo ancora il luogo preciso in cui ebbi l'ultimo bacio di Paolina, poi la zia ci condusse tutte a Messa mentre Papà andava sulla montagna del Carmelo per offrire il suo primo sacrificio. .. Tutta la famiglia era in lacrime, cosicché le persone che ci vedevano entrare in chiesa ci guardavano con stupore, ma a me importava ben poco e non m'impediva di piangere; credo che se tutto mi fosse crollato intorno, non me ne sarei curata affatto; guardavo il bel cielo limpido e mi meravigliavo che il sole splendesse con tanto fulgore quando l'anima mia era inondata dalla tristezza! Forse, Madre cara, lei trova che io esageri il dolore che ho provato? Mi rendo ben conto che non avrebbe dovuto essere tanto grave, poiché avevo la speranza di ritrovare lei al Carmelo; ma l'anima mia era lungi dall'essere matura, io dovevo passare attraverso molte prove prima di attendere il fine desiderato.

85 - Il 2 ottobre era il giorno fissato per rientrare all'Abbazia, bisognò dunque andarci, nonostante la mia tristezza. Nel pomeriggio la zia venne a prenderci per condurci al Carmelo, e io vidi la mia Paolina cara dietro le grate... Quanto ho sofferto in quel parlatorio del Carmelo! Poiché scrivo la storia dell'anima mia, devo dire tutto alla mia cara Madre, e confesso che il mio patire prima che lei entrasse nel Carmelo fu un nulla a paragone di quello che seguì. Tutti i giovedì andavamo, a famiglia riunita, al Carmelo, e io, avvezza a intrattenermi «cuore a cuore» con Paolina, ottenevo a mala pena due o tre minuti alla fine della conversazione, e beninteso li passavo a piangere per andarmene poi col cuore a pezzi. Non capivo come per delicatezza verso la zia lei rivolgesse di preferenza la parola a Giovanna e a Maria invece che alle sue figlioline; non capivo, e dicevo nel fondo di me stessa: «Paolina è perduta per me!». E sorprendente vedere quanto il mio spirito si sviluppò nella sofferenza; si sviluppò a tal segno che dopo breve tempo mi ammalai.

86 - La malattia che mi colpì veniva certamente dal demonio; furioso perché lei era entrata nel Carmelo, volle vendicarsi su me del torto che la nostra famiglia doveva fargli nell'avvenire, ma non sapeva che la dolce Regina del Cielo vegliava sul suo fiorellino fragile, che gli sorrideva dall'alto del suo trono, e si disponeva a far cessare la tempesta proprio nel momento in cui il povero fiore si sarebbe spezzato senza rimedio. Verso la fine dell'anno fui presa da un mal di testa continuo, ma che quasi non mi faceva soffrire; ero in grado di proseguire i miei studi, e nessuno si preoccupava di me; ciò durò fino alla festa di Pasqua del 1883. Papà essendo andato a Parigi con Maria e Leonia, la zia mi prese in casa sua con Celina. Una sera lo zio mi tenne con sé, e mi parlò di Mamma, e di tanti ricordi con una bontà che mi commosse profondamente e mi fece piangere; allora disse che ero troppo sensibile, che mi occorreva molta distrazione, e decise con la zia di procurarci cose piacevoli durante le vacanze di Pasqua. Quella sera dovevamo andare al circolo cattolico, ma, trovando che ero troppo stanca, la zia mi fece andare a letto; mentre mi spogliavo fui presa da un tremito strano; credendo che avessi freddo, la zia mi avviluppò tra le coperte e le bottiglie calde, ma niente poté attenuare la mia agitazione che durò quasi tutta la notte. Lo zio, tornato dal circolo cattolico con le mie cugine e Celina, fu ben sorpreso trovandomi in quello stato che giudicò assai grave, ma non volle dirlo per non spaventare la zia. Il giorno dopo andò a trovare il dottor Notta il quale giudicò, come mio zio, che avevo una malattia molto grave, dalla quale una bambina tanto giovane mai era stata colpita. Tutti erano costernati, la zia fu costretta a tenermi presso di sé, e mi curò con una premura veramente materna. Quando Papà tornò da Parigi con le sorelle più grandi, Amata li ricevette con una faccia così triste che Maria mi credette morta. Ma quella malat­tia non era perché morissi, era piuttosto come quella di Lazza­ro, affinché Dio fosse glorificato. Lo fu realmente, per la ras­segnazione mirabile del mio caro Babbo, il quale credette che «la sua bambina impazzisse o morisse»: e per la rassegnazione di Maria! Ah, quanto ha sofferto per causa mia, quanto le sono grata per le cure che mi usò con tanto sacrificio: il cuore le dettava ciò che mi era necessario, e veramente un cuore di madre è ben più sapiente che quello di un medico, sa indovinare ciò che conviene alla malattia della sua bimba.

87 - Povera Maria che fu costretta a venire a installarsi presso la zia, perché era impossibile allora di trasportarmi ai Buissonnets. Intanto, la vestizione di Paolina si avvicinava; evitavano di parlarne in presenza mia sapendo la pena che provavo per non poterci andare, ma io ne parlavo spesso, dicendo che sarei stata abbastanza bene per andare a vedere la mia Paolina cara. In realtà il Signore non volle negarmi questa consolazione, o piuttosto volle confortare la sua cara ftdanzata che aveva sofferto tanto per la malattia della figlioletta. Ho notato che Gesù non vuol mettere alla prova le sue figlie nel giorno del fidanzamento, questa festa dev'essere senza nubi, un anticipo della gioia del Paradiso, non l'ha già dimostrato cinque volte? Potei dunque abbracciare la mia cara Mamma, sedermi sulle ginocchia di lei, e colmarla di carezze. Potei contemplarla così incantevole sotto il bianco abito di fidanzata... Ah, fu un giorno bello in mezzo alla mia prova cupa, ma passò rapido. Ben presto dovetti salire sulla carrozza che mi portò ben lungi da Paolina e ben lungi dal mio Carmelo amato.

88 - Arrivando ai Buissonnets mi misero a letto, nonostante che io affermassi d'essere guarita perfettamente e di non aver più bisogno di cure. Ahimè! Ero soltanto all'inizio delle mie prove! L’indomani fui ripresa dal disturbo che avevo avuto, e la malattia divenne così grave che non avrei dovuto guarire, secondo le previsioni umane. Non so come descrivere un malessere tanto strano, sono persuasa ch'era opera del demonio, ma per lungo tempo dopo la guarigione ho creduto d'aver fatto apposta ad essere malata, ed è stato, questo, un vero martirio per l'anima mia. Lo dissi a Maria che mi rassicurò come meglio poté con la sua consueta bontà, lo dissi in confessione, e anche il confes­sore tentò di quietarmi dicendo che non era possibile aver finto d'essere ammalata al punto in cui lo ero. Dio misericordioso che voleva senza dubbio purificarmi, e soprattutto umiliarmi, mi lasciò questo martirio intimo fino al mio ingresso nel Carmelo, ove il Padre delle nostre anime mi tolse tutti i dubbi quasi con un gesto della mano, e da allora sono perfettamente tranquilla.

89 - Non è sorprendente che io abbia avuto il timore di essere sembrata ammalata senza esserlo veramente, perché dicevo e facevo cose che non pensavo, quasi sempre apparivo in delirio, pronunciavo parole che non avevano senso, e tutta­via sono sicura di non essere stata priva nemmeno un istante dell'uso della ragione. Parevo spesso svenuta, non facevo più il minimo movimento, e allora mi sarei lasciata fare qualsiasi cosa, anche uccidere, e tuttavia udivo tutto quello che veniva detto intorno a me, e mi ricordo ancora di tutto. Mi è accaduto una volta di restare a lungo senza poter aprire gli occhi, e di aprirli un attimo quando mi trovavo sola.

90 - Credo che il demonio avesse ricevuto un potere esteriore su me, ma che non potesse avvicinarsi alla mia ani­ma, al mio spirito se non per ispirarmi certi spaventi forti dinanzi a determinate cose, per esempio, di fronte a medicine molto semplici che tentavano inutilmente di farmi accettare. Ma se Dio permetteva al demonio di avvicinarsi a me, mi mandava anche degli angeli visibili. Maria era sempre intorno al mio letto, mi curava e mi confortava con la tenerezza di una madre, senza mai manifestare il minimo senso di noia, eppure io le davo tanto disturbo, non permettendo che si allontanasse da me. D'altra parte, bisognava pure ch'ella andasse a tavola con Papà, ma io non cessavo di chiamarla tutto il tempo ch'era andata via; Vittoria che mi custodiva era costretta, a volte, a cercare la mia cara «mamma», come la chiamavo io. Quando Maria voleva uscire, bisognava che fosse per andare a Messa, oppure per andare da Paolina, allora non dicevo nulla.

91 - Lo zio e la zia erano tanto buoni anch'essi con noi; cara buona zia, veniva tutti i giorni a trovarmi, e mi portava mille cose buone. Altri amici della famiglia vennero a trovarmi, ma io supplicai Maria di avvertire che non volevo ricevere visite: mi dispiaceva di vedere persone sedute intorno al mio letto, file di cipolle, che mi guardavano come una bestia rara. La sola visita che mi piacesse era quella degli zii. Da quella malattia non so dire quanto sia aumentato il mio affetto per loro, capii sempre meglio che per noi non erano parenti come tutti gli altri. Povero Babbo caro, aveva ben ragione quando ci ripeteva le parole che ho scritte ora. Più tardi toccò con mano che non si era ingannato, ed ora egli certamente protegge e benedice coloro che gli prodigarono cure tanto affettuose. Io sono ancora nell'esilio, e, non sapendo come dimostrare la mia riconoscenza, ho un mezzo solo per sfogarmi: pregare per i congiunti che amo, e che furono e sono ancora tanto buoni verso me!

92 - Leonia era anche lei molto buona con me, faceva di tutto per distrarmi e divertirmi; io qualche volta le facevo dispiacere perché lei capiva bene che Maria era l'insostituibile per me.

E la mia Celina cara, che cosa non fece per la sua Teresa? La domenica invece di andare a passeggiare veniva a rinchiu­dersi per ore ed ore con una povera ragazzina che somigliava a un'idiota; realmente ci voleva molto amore per non fuggirmi. Ah, care sorelline, quanto vi ho fatto soffrire: nessuno vi ha procurato tanto dolore quanto io, e nessuno ha ricevuto tanto amore quanto voi me n'avete prodigato. Fortunatamente avrò il Cielo per vendicarmi, il mio Sposo è ricchissimo e io attingerò nei tesori d'amore per restituirvi al centuplo tutto quello che avete sofferto per causa mia.

93 - La mia consolazione più grande quand'ero malata era di ricevere una lettera di Paolina. La leggevo e rileggevo fino a saperla a memoria. Una volta, Madre cara, lei mi mandò una clessidra e una delle mie bambole vestita da carmelitana; dire la mia gioia è cosa impossibile. Lo zio non era contento, diceva che, invece di farmi pensare al Carmelo, bisognava allontanarlo dal mio spirito, ma io sentivo, al contrario, che era la speranza di essere carmelitana a farmi vivere. Il mio piacere era lavorare per Paolina, le facevo delle cosine in carta bristol, e l'occupazione mia più grande era intrecciar corone di margherite e di myosotis per la Vergine Santa; eravamo nel mese bello di maggio, tutta la natura si ornava di fiori e spirava letizia, soltanto il «fiorellino» languiva, e pareva appassito per sempre. Eppure avevo un sole presso di me, e quel sole era la statua miracolosa della Santa Vergine che aveva parlato per due volte a Mamma, e spesso, molto spesso, mi volgevo a lei. Un giorno vidi Papà entrare nella camera di Maria ove io ero coricata: a Maria dette parecchie monete d'oro con una espressione di grande tristezza, e le disse di scrivere a Parigi e chiedere delle Messe presso Nostra Signora delle Vittorie affinché facesse guarire la sua povera figlioletta. Ah, come mi commossi vedendo la fede e l'amore del mio re caro! Avrei voluto dirgli: «sono guarita!», ma gli avevo già dato troppe gioie false, e non erano i miei desideri a poter fare un miracolo, perché un miracolo ci voleva per guarirmi. Ce ne voleva uno, e lo fece Nostra Signora delle Vittorie. Una domenica (durante la novena delle Messe), Maria uscì in giardino lasciandomi con Leonia la quale leggeva accanto alla finestra; in capo a qualche minuto mi misi a chiamare a bassa voce: «Mamma... Mamma...». Leonia era abituata a intendermi chiamare sempre così, non ci fece caso. La cosa durò a lungo, allora chiamai più forte, e finalmente Maria tornò, vidi perfettamente quando entrò, ma non potevo dire che la riconoscevo, e continuai a chiamare sempre più forte: «Mamma». Soffrivo molto di quella lotta forzata e inspiegabile, e Maria ne soffriva forse più di me; dopo vani sforzi per dimostrarmi che era vicina a me, si mise in ginocchio accanto al mio letto con Leonia e Celina, si volse alla Vergine Santa e pregò col fervore di una madre la quale chiedesse la vita del figlio: in quel momento ottenne quello che desiderava.

94 - Non trovando soccorso sulla terra, la povera Teresa si era rivolta anche lei alla Madre del Cielo, la pregava con tut­to il cuore perché avesse finalmente pietà di lei... A un tratto la Vergine Santa mi parve bella, tanto bella che non avevo visto mai cosa bella a tal segno, il suo viso spirava bontà e tenerezza ineffabili, ma quello che mi penetrò tutta l'anima fu «il sorriso stupendo della Madonna». Allora tutte le mie sofferenze svanirono, delle grosse lacrime mi bagnarono le guance, ma erano lacrime di una gioia senza ombre. Ah, pensai, la Vergine Santa mi ha sorriso, come sono felice! Ma non lo dirò a nessuno, perché altrimenti la mia felicità scomparirebbe. Senza alcuno sforzo abbassai gli occhi e vidi Maria che mi guardava con amore, pareva commossa, quasi capisse il favore che la Madon­na mi aveva concesso. Ah! era proprio a lei, alle commoventi preghiere di lei, che io dovevo la grazia del sorriso da parte della Regina dei Cieli. Vedendo il mio sguardo fisso sulla Vergine Santa, ella pensò: «Teresa è guarita!». Sì il fiore umile stava per rinascere alla vita, il raggio splendido che l'aveva riscaldato non doveva interrompere i propri benefizi: agi non in modo subitaneo, bensì gradatamente, dolcemente, risollevò il fiore e lo rafforzò a tal segno che cinque anni dopo si aprì sulla montagna benedetta del Carmelo.

95 - Come ho detto, Maria aveva intuito che la Santa Vergine mi aveva concesso qualche grazia nascosta, perciò, appena fui sola con lei, mi chiese che cosa avevo visto e io non potei resistere alle sue domande così tenere e premurose; stupita vedendo il mio segreto scoperto senza che io l'avessi rivelato, lo confidai tutto intero a Maria. Ahimè! Come avevo presentito, la mia felicità scomparve e si mutò in amarezza; per quattro anni il ricordo della grazia ineffabile che avevo ricevuta fu per me una vera pena d'animo, dovevo ritrovare la mia gioia soltanto ai piedi di Nostra Signora delle Vittorie, allora mi venne restituita in tutta la sua pienezza... riparlerò più tardi di questa seconda grazia della Santa Vergine Maria. Ora debbo dirle, Madre mia cara, in qual modo la gioia si cambiò in tristezza. Maria dopo aver inteso il racconto ingenuo e sincero della «mia grazia», mi chiese il permesso di dirlo al Carmelo, io non potevo dire di no. Alla mia prima visita all'amato Carmelo, fui piena di gioia vedendo la mia Paolina con l'abito della Vergine: che momento bello e dolce per noi due! C'erano tante cose da dire che non riuscivo a dir nulla, avevo il cuore troppo pieno. La buona madre Maria Gonzaga c'era anche lei, e mi dimostrò mille prove d'affetto; vidi ancora altre religiose e in presenza loro fui interrogata riguardo alla grazia che avevo avuta, e se la Vergine portava il Bambino Gesù, se c'era molta luce, e così via. Tutte quelle domande mi turbarono e mi fecero dispiacere, io potevo dire una cosa sola: «la Vergine Santa mi era sembrata bellissima, e l'avevo vista che mi sorrideva». Soltanto il volto di lei mi aveva colpita, così, vedendo che le carmelitane s'immaginavano tutt'altra cosa (e d'altra parte già cominciavano le mie sofferenze d'animo riguardo alla mia malattia), mi figurai d'aver mentito. Senza dubbio, se avessi custodito il mio segreto, avrei anche conservato la mia felicità, ma la Vergine Santa ha permesso questo tormento per il bene dell'anima mia; forse avrei avuto, altrimenti, qualche pensiero di vanità, mentre così, trovandomi nella umiliazione, non pote­vo guardarmi senza un sentimento di profondo orrore. Ah! quello che ho sofferto, lo potrò dire soltanto in Cielo!

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4.

PROGRESSO NELLO STUDIO E FERVORE RELIGIOSO (1883~1886)

Al parlatorio delle Carmelitane - Attrazione per le letture - Ritor­no ad Alencon - Primo incontro con Gesù Eucaristico - Cresima - Penosa vita di collegio - Malattia degli scrupoli - Uscita di collegio e lezioni private - Stanza di studio - Leonia - Maria entra nel Carmelo - Risposta celeste.

96 - Parlando delle visite alle carmelitane, ricordo la prima, la quale ebbe luogo poco tempo dopo che Paolina era entrata. Ho dimenticato di parlarne, ma c'è un particolare che non debbo omettere. La mattina nella quale dovevo andare al parlatorio, mentre riflettevo sola sola nel mio letto (perché era li che facevo le mie orazioni più profonde, e, contrariamente alla Sposa dei cantici, vi trovavo sempre il mio Amato), mi domandai quale nome avrei avuto nel Carmelo; sapevo che c'era una suor Teresa di Gesù, e tuttavia il mio bel nome di Teresa non poteva essermi tolto. A un tratto pensai a Gesù Bambino che amavo tanto, e dissi a me stessa: «Oh, come sarei felice di chiamarmi Teresa di Gesù Bambino!». Non dissi nulla in parlatorio del sogno che avevo fatto da sveglia, ma alla buona madre Maria di Gonzaga, mentre domandava alle suore quale nome avrebbero potuto darini, venne in mente di chiamarmi col nome che avevo sognato. Grande fu la mia gioia, e quel felice incontro di pensieri mi parve una delicatezza del mio diletto Gesù Bambino.

97 - Ho omesso anche alcuni minimi particolari della mia infanzia prima che lei entrasse nel Carmelo; non le ho parlato del mio amore per le immagini e per la lettura. Eppure, Madre mia cara, debbo alle belle immagini che lei mi mostrava come ricompensa, una delle gioie più dolci e delle impressioni più forti che mi abbiano incitata a praticare la virtù. Dimenticavo il tempo mentre le guardavo, per esempio: l'umile fiore del Prigioniero divino mi diceva tante cose che mi diventava facile immergermi nel raccoglimento. Vedendo che il nome di Paolina era scritto sotto il piccolo stelo fiorito, avrei voluto che ci fosse anche quello di Teresa, e mi offrivo a Gesù per essere il fiore suo.

98 - Non sapevo giocare, però mi piaceva molto la lettura, e avrei passato la vita leggendo; fortunatamente avevo, per guidarmi, degli angeli sulla terra, i quali mi sceglievano libri tali da divertirmi nutrendomi spirito e cuore, e poi dovevo passare soltanto un tempo limitato a leggere, ciò che mi costava sacrifici gravi: a volte dovevo interrompere proprio in mezzo al passo più avvincente. Questa attrattiva per la lettura è durata fino a quando sono entrata nel Carmelo. Dire il numero di libri che mi è passato per le mani non sarebbe possibile, e tuttavia il Signore non ha mai permesso che ne leggessi uno solo capace di farmi del male. E vero che, leggendo certi racconti cavallereschi, non sempre intendevo, in un primo momento, il vero senso della vita; ma ben presto il Signore mi faceva sentire che la gloria vera è quella che durerà eterna, e che per arrivare ad essa non è necessario compiere opere sfolgoranti, bensì nascondersi e praticar la virtù sì che la mano sinistra ignori ciò che fa la destra...

99 - Così, leggendo le gesta patriottiche delle eroine di Francia, in particolare quelle della Venerabile Giovanna d'Arco, avevo gran desiderio d'imitarle, mi pareva di sentire in me lo stesso ardore dal quale erano animate, la medesima ispirazione celeste. Allora ricevetti una grazia che ho sempre considerata come una delle maggiori per me, perché a quell'età non ricevevo luci come ora che ne sono inondata. Pensai che ero nata per la gloria e cercando il mezzo di raggiungerla, il Signore m'ispirò i sentimenti che ho scritti qui sopra. Mi fece capire altresì che la mia gloria non apparirà agli occhi degli uomini, e consisterà nel divenire una grande santa!!! Questo desiderio potrà sembrar temerario se si considera quanto ero debole e imperfetta, e quanto lo sono ancora dopo sette anni passati in religione, tuttavia sento ancora la stessa fiducia ardita di diventare una grande santa, perché non conto sui meriti miei non avendone alcuno, ma spero in colui che è la Virtù, la Santità stessa. Lui solo, contentandosi dei miei deboli sforzi, mi eleverà fino a sé e, coprendomi dei suoi meriti infiniti, mi farà santa. Non pensavo allora che bisogna soffrire molto per arrivare alla santità, ma il Signore non tardò a mostrarmelo, mandandomi le prove che ho raccontato prima. Ora debbo riprendere il mio racconto al punto in cui l'ho lasciato.

100 - Tre mesi dopo che fui guarita, Papà ci fece fare il viaggio di Alencon. Era la prima volta che ritornavo là, e la mia gioia fu grande quando rividi i luoghi nei quali era trascorsa la mia infanzia, soprattutto quando potei pregare sulla tomba di Mamma e chiederle di proteggermi sempre. il Signore mi ha fatto la grazia di non conoscere la società mondana se non quel tanto da potere disprezzarla e tenermi lontana da essa. Potrei dire che proprio durante il soggiorno in Alencon feci il mio primo ingresso nel mondo. Tutto era gioia, felicità intorno a me, ero festeggiata, carezzata, ammirata; in una parola, la vita mia per quindici giorni fu disseminata di fiori. Confesso che questa vita aveva un fascino per me. La Saggezza ha ben ragione quando dice che «la malia delle futilita' mondane seduce anche lo spirito alieno dal male». A dieci anni il cuore si lascia abbagliare facilmente, e perciò considero una grande grazia di non essere rimasta ad Alencon; gli amici che avevamo là erano troppo mondani, sapevano troppo intrecciare le gioie della terra col servizio a Dio. Non pensavano abbastanza alla morte, e tuttavia la morte è venuta a visitare un gran numero di persone che ho conosciuto, giovani, ricche, felici! Mi piace tornare col pensiero ai luoghi incantatori dove esse hanno vissuto, e domandarmi dove sono, che cosa giovano loro i castelli, i parchi nei quali le ho viste godere le comodità della vita? E vedo che tutto è vanità e afflizione di spirito sotto il sole... e che l'unico bene è amare Dio con tutto il cuore, ed essere, quaggiù, poveri di spirito.

101 - Forse Gesù ha voluto mostrarmi il mondo innanzi alla prima visita che mi avrebbe fatta, affinché io scegliessi più liberamente la via sulla quale mi sarei impegnata con lui. Al tempo della mia prima Comunione mi è rimasto impresso nel cuore come un ricordo sgombro da nuvole; mi pare che non avrei potuto avere disposizioni migliori, e le mie pene d'anima mi lasciarono per quasi un anno. Gesù voleva farmi gustare una gioia più perfetta che fosse possibile in questa valle di lacrime.

102 - Si ricorda, Madre mia cara, dell'incantevole libretto che lei mi aveva composto tre mesi avanti la mia prima Comunione? Proprio quelle pagine mi aiutarono a preparare il cuore in modo conseguente e rapido, perché, se da lungo tempo già lo preparavo, bisognava ben dargli uno slancio nuovo, empirlo di fiori nuovi affinché Gesù potesse riposarsi in lui gradevolmente. Ogni giorno facevo un gran numero di «pratiche», che formavano altrettanti fiori, facevo un numero anche più grande di aspirazioni che lei aveva scritte nel mio libricino per ogni giorno, e quegli atti d'amore formavano i bocci. Ogni settimana lei mi scriveva una cara lettera che mi empiva l'anima di pensieri profondi e mi aiutava a praticare la virtù, era una consolazione per la sua figliolina la quale faceva un sacrificio tanto grande accettando di non essere preparata sera per sera sulle ginocchia di lei, Madre mia, com'era stata preparata Celina.

103 - Maria sostituiva Paolina per me: mi sedevo in grembo a lei e ascoltavo avidamente ciò che mi diceva, mi pare che tutto il cuore di lei, tanto grande, tanto generoso, si versasse in me. Come i guerrieri illustri insegnano ai loro figli il mestiere delle armi, così Maria mi parlava dei combattimenti della vita, e della palma riservata ai vittoriosi. E ancora mi parlava delle ricchezze immortali che è facile ammassare ogni giorno, e della sciagura che è passare senza allungare la mano per cogliere quei tesori, poi mi indicava il modo per essere santa per mezzo della fedeltà alle cose minime; mi dette il foglietto «Della rinuncia» che io meditavo con delizia. Com'era eloquente, la mia Madrina cara! Avrei voluto non essere sola per ascoltare i suoi insegnamenti profondi, mi sentivo così commossa da credere, nella mia ingenuità, che i più grandi peccatori si sarebbero commossi come me e che, abbandonando le ricchezze caduche, avrebbero cercato soltanto quelle del Cielo.

104 - A quel tempo nessuno ancora mi aveva insegnato a fare orazione, eppure io ne avevo gran desiderio; sennonché Maria mi trovava già abbastanza pia, e mi permetteva soltanto le mie preghiere solite. Un giorno una maestra dell'Abbazia mi domandò cosa facessi nei giorni di vacanza quando mi trovavo sola. Le risposi che andavo dietro il mio letto in un po' di posto vuoto che c'era, e che potevo chiudere con la tenda: lì, «pensavo». - «Ma a che cosa pensi?» - mi domandò ancora. -«Penso al buon Dio, alla vita... all'eternità, insomma, penso!». La buona religiosa rise molto di me, più tardi le piaceva di ricordarmi il tempo in cui pensavo, e mi domandava. - «Pensi ancora?...». Capisco ora che facevo orazione senza saperlo, e che già Dio misericordioso m'istruiva in segreto.

105 - I tre mesi di preparazione passarono rapidi, ben presto dovetti entrare in ritiro e per questo diventare collegiale interna, dormendo all'Abbazia. Non posso dire il ricordo dolce che mi ha lasciato quel ritiro; veramente, se ho molto sofferto in collegio, sono stata largamente compensata dalla felicità ineffabile di quei pochi giorni passati nell'attesa di Gesù. Non credo che si possa gustare quella gioia fuori dalle comunità religiose; essendo poche le bambine, era facile occuparsi di ciascuna in particolare, e veramente le nostre maestre ci prodigavano in quel momento delle cure materne. Si occupavano ancor più di me che delle altre, ogni sera la prima maestra veniva, con la sua lucernetta, ad abbracciarmi nel mio letto, mostrandomi grande affetto. Una sera, commossa per la bontà di lei, le dissi che le avrei confidato un segreto, e tirando fuori misteriosamente il mio libretto prezioso che era sotto il guanciale, glielo mostrai con gli occhi che brillavano di gioia. La mattina, trovavo bello di veder tutte le scolare che si alzavano appena sveglie, e di fare anch'io come loro, ma non ero abituata a vestirmi e sistemarmi da sola. Maria non era li per farmi i riccioli, perciò ero costretta a presentare timidamente il mio pettine alla maestra della stanza ove ci si vestiva, che rideva vedendo una figliolona di undici anni che non sapeva sbrogliarsi; tuttavia mi pettinava, ma non con la dolcezza di Maria, e io non osavo gridare, ciò che mi accadeva tutti i giorni sotto la mano delicata della mia madrina. Ebbi modo di costatare, durante il ritiro, che ero una bambina carezzata e curata come ce ne sono poche sulla terra, soprattutto fra quelle rimaste prive di mamma! Ogni giorno Maria e Leonia venivano a trovarmi con Papà, il quale mi colmava di pensierini cari, cosicché non soffersi per la privazione della famiglia, e niente oscurò il cielo bello del mio ritiro.

106 - Ascoltavo con grande attenzione gli insegnamenti che ci dava il reverendo Don Domin, ed anche li riassumevo scrivendoli; riguardo ai miei pensieri non ne volli scrivere alcuno pensando che me li sarei ricordati bene, ciò che fu vero. Era per me gran felicità di andare con le suore a tutte le funzioni; mi facevo notare in mezzo alle compagne per un grande crocifisso che Leonia mi aveva regalato, e che io passavo nella mia cintola come fanno i missionari; quel crocifisso suscitava ammirazione nelle buone religiose le quali pensavano che io, portandolo, volessi imitare la mia sorella carmelitana. Era ben verso lei che sciamavano i miei pensieri, sapevo che la mia Paolina era in ritiro com'ero io, non già perché Gesù si desse a lei, bensì perché lei si dava a Gesù e perciò questa solitudine passata nell'attesa mi era doppiamente cara.

107 - Ricordo che una mattina mi avevano fatto andare all'infermeria perché tossivo molto (da quando ero stata malata, le mie maestre facevano una grande attenzione a me, per un leggero mal di testa mi mandavano a prendere aria o a riposarmi nell'infermeria, e lo stesso se mi vedevano più pallida del solito). Vidi entrare la mia Celina cara, aveva ottenuto il permesso di venire a vedermi nonostante il ritiro, per offrirmi un'immagine che gradii tanto, era «il fiore del divino Prigioniero». Come fu dolce per me ricevere questo ricordo dalla mano di Celina! Quanti pensieri d'amore ho avuto per merito di lei!

108 - La vigilia del gran giorno ricevetti l'assoluzione per la seconda volta, la mia confessione generale mi lasciò una grande pace nell'anima, e il buon Dio permise che nessuna nube venisse a turbarla. Nel pomeriggio chiesi perdono a tutta la famiglia che venne a trovarmi, ma riuscii a parlare soltanto con le lacrime, ero troppo commossa... Paolina non c'era, tuttavia sentivo che era vicina a me col cuore; mi aveva mandato una bella immagine per mezzo di Maria, non mi stancavo d'ammirarla e farla ammirare da tutti. Avevo scritto al buon padre Pichon per raccomandarmi alle sue preghiere, dicendogli anche che ben presto sarei stata carmelitana, e che allora sarebbe stato lui il mio direttore. (E ciò accadde davvero quattro anni dopo, poiché gli aprii l'anima quando fui al Carmelo). Maria mi dette una lettera di lui, realmente ero troppo felice! Tutte le gioie mi arrivavano insieme. Più di tutto mi fece piacere nella lettera di lui questa frase: «Domani salirò all'altare per lei e per la sua Paolina!». Paolina e Teresa furono l'8 maggio più che mai unite, poiché Gesù pareva le confondesse inondandole con le sue grazie...

109 - Un «giorno bello tra tutti» arrivò finalmente. Quali ricordi intraducibili mi hanno lasciato nell'anima i particolari minimi di quella giornata di Cielo! il risveglio gioioso dell'aurora, i baci rispettosi e teneri delle maestre e delle compagne grandi. La stanza piena di fiocchi di neve di cui ciascuna bimba veniva rivestita a turno. Soprattutto l'entrata nella cappella e il canto mattinale dell'inno tanto bello «O santo Altare che gli Angeli circondano!». Ma non voglio entrare nei particolari, ci sono cose che perdono il loro profumo appena esposte all'aria, ci sono pensieri dell'anima che non si possono tradurre in linguaggio terreno senza perdere il loro senso intimo e celeste; sono come quella “Pietra bianca che sarà data al vincitore, e sulla quale è scritto un nome che nessuno conosce se non colui che la riceve”. Ah, come fu dolce il primo bacio di Gesù all'anima mia! Fu un bacio d'amore, mi sentivo amata, e dicevo anche: «Vi amo, mi do a Voi per sempre». Non ci furono domande, non lotte, non sacrifici; da lungo tempo Gesù e la povera piccola Teresa si erano guardati e si erano capiti... Quel giorno non era più uno sguardo, ma una fusione, non erano più due, Teresa era scomparsa come la goccia d'acqua nell'oceano. Gesù restava solo, era il padrone, il re. Teresa gli aveva pur chiesto di toglierle la libertà, perché la libertà le faceva paura, lei si sentiva così debole, così fragile, che voleva unirsi per sempre alla Forza divina! La sua gioia era troppo grande, troppo profonda perché lei potesse contenerla, lacrime deliziose la inondarono ben presto, con grande stupore delle compagne le quali più tardi dicevano una all'altra: «Perché ha pianto? Aveva qualche cosa che le dispiaceva?». - «No, era piuttosto per non avere la Mamma con sé, o la sorella che lei ama tanto e che è carmelitana». Non capivano che tutta la gioia del Cielo venendo in un cuore, questo cuore esiliato non poteva sopportarla senza spargere lacrime. Oh no, l'assenza di Mamma non mi dava dolore nel giorno della prima Comunione, non c'era forse il Cielo nell'anima mia? E Mamma non aveva lì il suo posto da gran tempo? Non piangevo l'assenza di Paolina: senza dubbio sarei stata felice di vedermela accanto, ma da lungo tempo il mio sacrificio era accettato; in quel giorno, soltanto la gioia mi empiva il cuore, io mi univo a colei che si dava irrevocabilmente a Gesù: e Gesù si dava a me con tanto amore!

110 - Nel pomeriggio fui io a pronunciare l'atto di consa­crazione alla Madonna; era ben giusto che io parlassi a nome delle mie compagne alla mia Mamma del Cielo, io che ero rimasta priva così giovane della Mamma terrena. Misi tutto il cuore nel parlarle, nel consacrarmi a lei, come una bambina che si getta nelle braccia di sua madre, e le chiede di vegliare su lei. Mi pare che la Vergine Santa dovette guardare il suo fiorellino e sorridergli, non era lei che l'aveva guarito con un sorriso visibde? Non aveva proprio lei deposto nel calice dell'umile fiore il suo Gesù, il Fiore dei campi, il Giglio della valle?

111 - La sera di quel bel giorno ritrovai la mia famiglia terrena; già il mattino, dopo la Messa, avevo abbracciato Papà e tutti i miei cari parenti, ma allora fu il vero riunirsi; Papà prendendo la mano della sua piccola regina si avviò verso il Carmelo. Allora vidi la mia Paolina divenuta la sposa di Gesù, la vidi col velo bianco come il mio, con la corona di rose... Ah, la mia gioia fu senza amarezza, speravo di raggiungerla presto e attendere con lei il Cielo! Non fui insensibile alla festa di famiglia che ebbe luogo la sera della mia prima Comunione; l'orologio bello che mi regalò il mio re mi fece gran piacere, ma la gioia era tranquilla e niente turbò la mia pace intima. Maria mi prese con sé nella notte che segui quel bel giorno, perché i giorni più radiosi sono seguiti da tenebre, soltanto il giorno della prima, unica, eterna Comunione del Cielo sarà senza tramonto!

112 - Il giorno dopo fu bello anch'esso, ma improntato di malinconia. Il vestito che Maria mi aveva comprato, tutti i regali che avevo ricevuti non mi colmavano il cuore, soltanto Gesù poteva contentarmi, sospiravo il momento nel quale avrei potuto riceverlo una seconda volta. Un mese circa dopo la prima Comunione andai a confessarmi per l'Ascensione, e osai chiedere il permesso di fare la santa Comunione. Al di sopra di tutte le speranze, il sacerdote me la permise ed ebbi la felicità d'inginocchiarmi alla balaustra fra Papà e Maria; che ricordo dolce ho conservato di quella seconda visita di Gesù! Le lacrime mi caddero ancora con indicibile soavità, ripetevo tutto il tempo a me stessa le parole di san Paolo: «Non sono più io che vivo, è Gesù che vive in me». Dopo quella Comunione, il mio desiderio di ricevere il buon Dio divenne più e più grande, ottenni il permesso per tutte le feste principali. La vigilia di quei giorni felici Maria mi prendeva la sera sulle ginocchia e mi preparava come l'aveva fatto per la prima Comunione; ricordo una volta in cui mi parlò del dolore, dicendomi che forse non avrei camminato su quella via, ma che Dio mi porterebbe sempre come un bambino.

113 - Un giorno dopo, le parole di Maria mi tornarono alla mente, sentii nascere in me un gran desiderio di soffrire, e al tempo stesso l'intima sicurezza che Gesù mi riservava un gran numero di croci; mi sentii inondata di consolazioni così grandi che la considero come una delle grazie maggiori nella mia vita. Soffrire divenne il mio ideale, aveva un fascino che mi rapiva senza che io lo conoscessi bene. Fino allora avevo sofferto senza amare la sofferenza, da quel giorno ne provai un vero amore. Sentivo anche il desiderio di amare soltanto il buon Dio, di non trovar gioia che in lui. Spesso durante le mie comunioni ripetevo le parole della Imitazione: «O Gesù! Dolcezza ineffabile cambiate per me in amarezze tutte le consolazioni della terra!» Questa preghiera usciva dalle mie labbra senza sforzo, senza costrizione; mi pareva di ripeterla non per mio volere, ma come una bambina la quale ripeta parole suggeritele da una persona amica. Più tardi le dirò, Madre mia cara, in qual modo Gesù si è compiaciuto di attuare il mio desiderio, e come lui solo fu sempre la mia dolcezza ineffabile; se ne parlassi subito sarei costretta ad anticipare il tempo della mia vita di giovane, mentre ho ancora da darle molti particolari riguardo all'infanzia.

114 - Poco tempo dopo la prima Comunione entrai nova­mente in ritiro per la Cresima. Mi ero preparata con grande cura a ricevere la visita dello Spirito Santo, non capivo che non si desse grande importanza a ricevere questo sacramento d'Amore. Comunemente si praticava un solo giorno di ritiro per la Cresima, ma poiché Monsignore non poté venire nel giorno stabilito, ebbi la consolazione di due giorni in solitudine. Per distrarci la nostra maestra ci condusse a Monte Cassino, e là colsi a piene mani le grandi margherite per la festa del Corpus Domini. Come era gioiosa l'anima mia! A somiglianza degli apostoli attendevo con felicità la visita dello Spirito Santo. Mi rallegravo al pensiero di essere ben presto perfetta cristiana, e soprattutto di avere sulla fronte eternamente la croce misteriosa che il Vescovo traccia dando il sacramento. Finalmente arrivò il momento felice, non sentii un vento impetuoso nella discesa dello Spirito Santo, ma piuttosto quella brezza lieve, della quale il profeta Elia intese il murmure sul monte Horeb. In quel giorno ricevetti la forza per offrire, perché ben presto il martirio dell'anima mia doveva cominciare. Mi fu madrina la mia cara Leonia, era così commossa che non poté trattenersi dal piangere tutto il tempo della cerimonia. Con me ricevette la santa Comunione, perché io ebbi ancora la felicità di unirmi a Gesù in quel bel giorno.

115 - Dopo le deliziose indimenticabili feste, la mia esistenza rientrò nel quotidiano, cioè dovetti riprendere la vita di collegiale che mi era così penosa. Nel momento della mia prima Comunione amavo quella convivenza con bambine della mia età, tutte piene di buona volontà, le quali avevano preso come me la risoluzione di praticare seriamente la virtù; ma bisognava riprendere i contatti con delle scolare ben diverse, distratte, riottose alla regola, e ciò mi rendeva infelice. Ero un carattere gaio, ma non sapevo lanciarmi nei giochi dell'età mia; spesso durante la ricreazione mi appoggiavo ad un albero, e da là contemplavo il colpo d'occhio, abbandonandomi a riflessioni serie! Avevo inventato un gioco che mi piaceva, cioè di seppellire i poveri uccellini morti che trovavo sotto gli alberi; varie scolare vollero aiutarmi, cosicché il nostro cimitero divenne graziosissimo, piantato d'alberi e di fiori, il tutto proporzionato alle dimensioni dei nostri piccoli implumi. Mi piaceva anche di raccontare novelle di mia invenzione, via via che mi venivano in mente, allora le mie compagne mi circondavano premurosamente, e talvolta delle scolare grandi si univano al gruppo delle ascoltatrici. La medesima storia durava per parecchi giorni perché mi piaceva di renderla sempre più interessante, a mano a mano che vedevo le impressioni che suscitava e che si manifestavano sul viso delle mie compagne, ma presto la maestra mi proibì di continuare la mia professione di oratore, volendoci veder correre e non discorrere.

116 - Ricordavo con facilità il senso delle cose che imparavo, ma duravo fatica a imparare parola per parola; così per il catechismo durante l'anno che precedette la mia prima Comunione, chiesi quasi tutti i giorni il permesso d'imparano durante la ricreazione; i miei sforzi ottennero buon successo, e fui quasi sempre la prima. Se per caso, per una sola parola dimenticata, perdevo il mio posto, il mio dispiacere si manifestava con lacrime amare che il reverendo Don Domin non sapeva come calmare. Era ben contento di me (non quando piangevo), e mi chiamava il suo dottorino, a causa del mio nome di Teresa. Una volta la scolara che mi seguiva non seppe fare alla sua compagna la domanda di catechismo. Il reverendo Padre, avendo fatto il giro di tutte le scolare, ritornò a me, e disse che voleva vedere se meritavo davvero il mio posto di prima. Nella mia profonda umiltà, non aspettavo altro; mi alzai e dissi con sicurezza quello che mi era stato richiesto senza fare uno sbaglio, con grande stupore di tutte. Dopo la mia prima Comunione, il mio zelo per il Catechismo continuò fino a quando uscii dal collegio. Riuscivo benissimo nei miei studi, ero quasi sempre la prima, i più grandi successi miei erano la storia e lo stile. Tutte le mie maestre mi consideravano come una scolara molto intelligente, ma lo stesso non accadeva presso lo zio, ove passavo per una piccola ignorante, buona e dolce, dotata di un giudizio dritto, ma incapace e maldestra...

117 - Non mi sorprende questa opinione che gli zii avevano e che senza dubbio hanno ancora nei miei confronti, non parlavo quasi mai, essendo timidissima; quando scrivevo, la calligrafia da gatto e l'ortografia molto... naturale non erano fatte per sedurre. Nei lavoretti di cucito, ricamo e altri, riuscivo bene, è vero, secondo le mie maestre, ma il modo goffo e maldestro con cui tenevo il mio lavoro giustificava l'opinione poco vantaggiosa che avevano di me. Io considero ciò come una grazia; il buon Dio volendo per sé solo tutto il mio povero cuore, esaudiva già la mia preghiera «cambiando in amarezza le consolazioni della terra». Ne avevo tanto più bisogno in quanto non sarei stata insensibile alle lodi. Spesso vantavano dinanzi a me l'intelligenza degli altri, mai la mia, allora io conclusi che non ne avevo, e mi rassegnai a vedermene privata.

118 - Il cuore mio sensibile e affettuoso si sarebbe dato facilmente se avesse trovato un altro cuore atto a capirlo. Cer­cai di fare amicizia con le bambine dell'età mia, soprattutto con due, volevo loro bene, e da parte loro esse mi amavano quanto sapevano e potevano; ma ahimè! com'è angusto e volubile il cuore delle creature! Ben presto vidi che il mio affetto non era compreso. Una delle amiche dovette rientrare in fami­glia, e tornò qualche mese dopo; durante la sua assenza io ave­vo pensato a lei conservando preziosamente un anellino che mi aveva regalato. Quando la rividi, la gioia mia fu grande, ma ahimè! ottenni soltanto uno sguardo indifferente... Il mio amore non era stato capito, lo sentii, e non mendicai un'affezione che mi veniva rifiutata, ma il buon Dio mi ha dato un cuore così amante e sensibile che, quando ha voluto bene puramen­te, vuoI bene sempre, e così continuai a pregare per la mia compagna, e l'amo ancora.

119 - Vedendo che Celina voleva bene ad una delle nostre maestre, volli imitarla, ma, non sapendo ingraziarmi le creature, non ci riuscii. Oh, felice ignoranza! Quanti mali mi ha evitati! Come ringrazio Gesù di avermi fatto trovare «soltanto amarezze nelle amicizie della terra»! Con un cuore come il mio, mi sarei lasciata prendere e tagliare le ali, allora in qual modo avrei potu­to «volare e riposarmi»? Un cuore abbandonato agli affetti del­le creature come può unirsi intimamente con Dio? Sento che questo non è possibile. Senz'aver bevuto alla coppa avvelenata dell'amore troppo ardente delle creature, sento che non posso ingannarmi; ho visto tante anime sedotte da quella falsa luce volare come povere farfalle e bruciarsi le ali, poi tornare verso la vera dolce luce dell'amore che dava ad esse ali nuove più bril­lanti e più leggere, affinché potessero volare a Gesù, Fuoco divino «che brucia senza consumare» Ah, lo sento, Gesù mi sapeva troppo debole per espormi alla tentazione. Forse mi sarei lasciata bruciare tutta dalla luce ingannatrice se l'avessi vista brillare ai miei occhi... Non è stato così, ho incontrato solamente amarezza là dove anime più forti incontrano la gioia e se ne distaccano per fedeltà. Io non ho dunque alcun merito per non essermi abbandonata all'amore delle creature, poiché da esso fui preservata per grande misericordia del Signore! Riconosco che senza lui avrei potuto cade­re in basso quanto santa Maddalena, e la profonda parola di Nostro Signore a Simone mi echeggia nell'anima con grande dolcezza.

120 - Lo so, «colui al quale si rimette meno, ama meno» ma so anche che Gesù mi ha rimesso più che a santa Maddalena perché mi ha rimesso in anticipo, impedendomi di cadere. Ah, come vorrei poter chiarire ciò che sento! Ecco un esempio che spiegherà il mio pensiero. Suppongo che il figlio d'un medico abile incontri sul suo cammino una pietra che lo faccia cadere; cadendo, egli si rompe un arto, e subito il padre corre a lui, lo rialza con amore, cura le ferite impegnando tutte le risorse della sua arte, e ben presto il figlio completamente gua­rito gli dimostra la propria riconoscenza. Certamente questo figlio ha ben ragione d'amare suo padre! Ma farò ancora un'altra ipotesi. Il padre, avendo saputo che sulla strada di suo figlio si trova una pietra, si affretta, va innanzi a lui, la rimuove senza che nessuno lo veda. Certamente questo figlio, oggetto della sua tenerezza previdente, non sapendo la sventura dalla quale è liberato per mezzo di suo padre, non testimonierà a lui la propria riconoscenza e l'amerà meno che se fosse stato gua­rito da lui. Ma se viene a conoscere il pericolo al quale è stato sottratto, non amerà di più suo padre? Ebbene, io sono quel figlio, oggetto dell'amore previdente di un Padre il quale non ha mandato il Verbo a riscattare i giusti bensì i peccatori. Vuole che io lo ami perché mi ha rimesso non già molto, bensì tutto. Non ha atteso che io lo amassi molto, come santa Maddalena, ma ha voluto che io sappia com'egli mi ha amata d'un amore d'ineffabile previdenza, affinché ora io ami lui alla follia! Ho inteso dire che non si è mai incontrata un'anima pura la quale ami più di un'anima penitente; ah! come vorrei smentire questa parola!

121 - Mi accorgo di essere ben lontana dal mio sogget­to, e perciò mi affretto di tornare ad esso. L'anno che seguì la mia prima Comunione trascorse quasi tutto senza prove inti­me per l'anima mia, fu durante il mio ritiro per la seconda Comunione che mi vidi assalita dalla terribile malattia degli scrupoli. Bisogna essere passati attraverso questo martirio per capirlo bene: dire quanto ho sofferto per un anno e mezzo, mi sarebbe impossibile. Tutti i miei pensieri e le mie azioni più semplici divenivano per me oggetto di turbamento; non avevo riposo se non dicendoli a Maria, e ciò mi costava molto, perché mi credevo obbligata a dire i pensieri stravaganti che avevo riguardo a lei stessa. Appena deposto il fardello, gustavo un attimo di pace, ma questa pace passava come un lampo, e ben pre­sto il martirio ricominciava. Che pazienza è stata necessaria a Maria cara, per ascoltarmi e non darai segni di noia! Appena tornavo dall'Abbazia, lei si metteva ad arricciarmi i capelli per il giorno dopo (perché tutti i giorni, per far piacere a Papà, la pic­cola regina aveva i capelli arricciati, con grande stupore delle compagne e soprattutto delle maestre le quali non vedevano bambine così curate dai loro genitori), durante la seduta non smettevo di piangere e di raccontare tutti i miei scrupoli. Alla fine dell'anno Celina, avendo finito i suoi studi, rientrò a casa, e la povera Teresa, obbligata a tornare sola a scuola, non tardò ad ammalarsi: l'unica attrattiva che la tratteneva in collegio era vivere con la sua Celina inseparabile, senza lei la «figlioletta» non poté restarci.

122 - Uscii dunque dall'Abbazia all'età di tredici anni, e continuai la mia istruzione prendendo varie lezioni per settima­na da «Madame Papinau». Era un'ottima persona erudita, ma aveva un po' il tono della zitella; viveva con sua madre, ed era incantevole vedere il ménage che facevano in tre (perché la gatta era di famiglia ed io avevo da tollerare che mi facesse le fusa sopra i quaderni, e mi toccava anche ammirare la sua eleganza). Avevo il vantaggio di vivere nell'intimità della famiglia; i Buis­sonnets essendo troppo lontani per le gambe un po' invecchiate della mia docente, lei aveva chiesto che andassi a casa sua. Quando arrivavo, generalmente trovavo soltanto la vecchia signora Cochain la quale mi guardava «con i suoi grandi occhi chiari», e poi chiamava con voce calma e sentenziosa: «M.me Papinau... Ma.. .d'mòizelle Thè.. .rèse è qui». La figlia rispondeva prontamente con voce infantile: «Eccomi, Maman». E la lezione cominciava.

123 - Queste lezioni avevano in più il vantaggio (oltre all'istruzione che ricevevo) di farmi conoscere il mondo... Chi l'avrebbe creduto! In quella stanza arredata all'antica, ingombra di libri e quaderni, assistevo spesso a visite di ogni genere: preti, signore, giovanette, ecc. La signora Cochain faceva il più possibile le spese della conversazione per lasciare alla figlia il modo di darmi lezione, ma in quei giorni non imparavo molto; col naso nel libro udivo tutto ciò che dicevano, ed anche quello che sarebbe stato meglio per me non udire; la vanità s'insinua tanto facilmente nel cuore! Una signora diceva che avevo bei capelli... un'altra, uscendo, e credendo di non essere intesa, domandava chi fosse quella giovanetta così carina; e così tali parole, tanto più lusinghiere quanto meno erano dette in presenza mia, mi lasciavano nell'anima una compiacenza dalla quale capivo facilmente di essere piena di amor proprio.

124 - Oh, come ho compassione delle anime che si perdono! E così facile smarrirsi nei sentieri fioriti di questo mondo... senza dubbio per un'anima un poco elevata, la dolcezza che il mondo offre è mescolata con amarezza, e il vuoto immenso dei desideri non potrebbe essere colmato dalle lodi d'un istante... Ma se il mio cuore non fosse stato innalzato verso Dio fin dal primo risveglio, se il mondo mi avesse sorriso fin dal mio entrare nella vita, che sarei divenuta? Oh, Madre mia cara, con quanta riconoscenza canto le misericordie del Signore! Egli mi ha, come dice la Sapienza, «ritirata dal mondo pri­ma che il mio spirito fosse corrotto dalla sua malizia e che le sue apparenze ingannevoli avessero sedotta l'anima mia». La Vergine Santa vegliava anche lei sul suo fiore umile, e non voleva vederlo appassire al contatto delle cose terrene, perciò lo portò sopra il suo monte prima che esso sbocciasse. Aspettando quel momento felice la piccola Teresa cresceva in amore verso la sua Mamma del Cielo; per provarle questo amore ella fece un atto che le costò molto, e che io cercherò di raccontare brevemente, nonostante la lunghezza di esso.

125 - Quasi subito dopo il mio ingresso nell'Abbazia, ero stata ricevuta nell'Associazione dei santi Angeli; mi piacevano molto le pratiche di devozione che essa imponeva, poiché provavo un'attrattiva particolare a pregare gli spiriti beati del Cie­lo e soprattutto quello che il buon Dio mi ha dato come compagno nel mio esilio. Qualche tempo dopo la mia prima Comu­nione, il nastro d'aspirante alle Figlie di Maria sostituì quello dei santi Angeli, ma io lasciai l'Abbazia quando ancora non ero stata accolta nell'associazione della Santa Vergine. Essendo uscita prima di aver compiuto i miei studi, non avevo il permesso di entrare come ex-allieva; confesso che questo privile­gio non eccitava il mio desiderio, ma pensando che tutte le mie sorelle erano state «Figlie di Maria», temetti di essere meno di loro figlia della mia Madre dei Cieli, e andai molto umilmente (benché mi costasse), a chiedere di essere ricevuta nell'associazione della Santa Vergine all'Abbazia. La prima maestra non volle rifiutarmi, ma mise come condizione che io rientrassi due giorni per settimana nel pomeriggio per dimostrare se ero degna di essere ammessa. Ben lungi dal farmi piacere, questo permesso mi costò moltissimo; non avevo come le altre ex-allieve, una maestra amica con la quale passare varie ore; così mi contentavo di andare a salutare la maestra, poi lavoravo in silenzio per tutta la lezione di cucito o ricamo. Nessuno faceva attenzione a me, e così salivo alla tribuna della cappella, e rimanevo davanti al Santissimo fino al momento in cui Papà veniva a prendermi; era la sola consolazione: Gesù non era forse il mio unico amico? Non sapevo parlare che a lui, le conversazioni con le creature, perfino le conversazioni pie, mi stancavano l'anima. Sentivo che è meglio parlare a Dio che di Dio, perché si mescola tanto amor proprio nelle conversazioni spirituali! Ah, proprio per la Santa Vergine soltanto venivo all'Abbazia... talvolta mi sentivo sola, molto sola, come nei giorni della mia vita di collegio quando passeggiavo triste e malata nel cortile grande, ripetevo le parole che mi facevano sempre rinascere nel cuore la pace e la forza: «La vita è la tua nave e non la tua dimora». Già da piccolissima ritrovavo coraggio in questo verso; ancora oggi, nonostante gli anni che cancellano tante impressioni di pietà infantile, l'immagine della nave affascina l'anima mia e l'aiuta a sopportare l'esilio. Anche la Sapienza dice che: «La vita è come la nave che rompe le acque agitate e non lascia dietro sé traccia del proprio passaggio». Quando penso a queste cose, l'anima mia s'immerge nell'infinito, mi sembra già di toccare la riva eterna. Mi pare di ricevere l'abbraccio di Gesù, di vedere la mia Madre del Cielo venirmi incontro con Papà... Mamma... i quattro angeli... Credo di godere finalmente e per sempre della vera, dell'eterna vita in famiglia...

126 - Prima di veder la famiglia riunita al focolare paterno dei Cieli, dovevo passare attraverso tante separazioni! L'anno nel quale fui accolta tra le Figlie della Vergine Santa, mi rapì la mia cara Maria, l'unico sostegno della mia anima... Era Maria che mi guidava, mi consolava, mi aiutava a praticare la virtù; era il mio solo oracolo. Senza dubbio, Paolina m'era rimasta bene addentro nel cuore, ma Paolina era lontana, così lontana da me! Avevo sofferto il martirio per assuefarmi a vivere senza lei, per accettare tra lei e me dei muri impenetrabili; ma finalmente avevo riconosciuto la triste realtà. Paolina era perduta per me, quasi allo stesso modo come se fosse morta. Mi amava ancora, pregava per me, ma, agli occhi miei, la mia Paolina cara era divenuta una Santa, la quale non doveva più capire le cose della terra; e le miserie della povera Teresa, se lei le avesse conosciute, avrebbero dovuto farla stupire e impedirle di amar tanto la sorellina. D'altra parte, quand'anche avessi voluto confidarle i miei pensieri come ai Buissonnets, non avrei potuto farlo, i «parlatori» erano riservati a Maria. Celina ed io avevamo il permesso di venire alla fine, appena in tempo per sentirci stringere il cuore... Così avevo realmente Maria sola, ella mi era indispensabile, dicevo i miei scrupoli unicamente a lei, ed ero tanto obbediente che il mio confessore non ha cono­sciuto mai la mia brutta malattia; gli dicevo soltanto il numero di peccati che Maria mi aveva permesso di confessare, non uno di più, e in tal modo avrei potuto passare per l'anima meno scrupolosa della terra, nonostante che lo fossi all'ultimo grado. Maria sapeva dunque tutto ciò che accadeva nell'anima mia, conosceva anche il desiderio di entrare nel Carmelo, e io l'amavo tanto che non potevo vivere senza lei.

127 - Tutti gli anni la zia c'invitava a turno da lei a Trouville, a me sarebbe piaciuto tanto andarci, ma con Maria! Quando non ce l'avevo, mi annoiavo molto. Tuttavia una volta ebbi veramente piacere a Trouville, fu l'anno del viaggio di Papà a Costantinopoli; per distrarci un poco (perché eravamo tanto dispiaciute sapendo Papà così lontano), Maria ci mandò, Celina e me, a passare quindici giorni in riva al mare. Mi ci divertii molto perché avevo la mia Celina. La zia ci procurò tutti i piaceri possibili: passeggiate sul somaro, pesca delle triglie, e così via. Ero ancora molto bambina, nonostante i miei dodici anni e mezzo; ricordo la mia gioia quando mi misi dei bei nastri azzurro-cielo che la zia mi aveva regalato per i capelli; ricordo anche di essermi confessata proprio a Trouville di quel piacere fanciullesco che mi pareva un peccato. Una sera ebbi un'esperienza che mi sorprese molto. Maria (Guérin) la quale era quasi sempre malaticcia, piangiucchiava spesso; allora la zia l'accarezzava, le dava i nomi più teneri, e la cara cuginetta continuava, nonostante ciò, a dire lacrimando che aveva mal di capo. Io che avevo mal di testa quasi ogni giorno, e non me ne lamentavo, una sera volli imitare Maria, e mi sentii in dovere di lacrimare sopra una poltrona in un angolo del salotto. Subito Giovanna e la zia si occuparono di me: «Che cos'hai?». - «Ho mal di testa». Ma pare che non mi si addicesse lamentarmi, non potei mai persuaderle che il mal di capo mi facesse piangere; invece di coccolarmi, mi parlarono come a una persona grande, e Giovanna mi rimproverò la poca fiducia nella zia, perché pen­sava che avessi una inquietudine di coscienza: insomma, fui pagata a mie spese, ben risoluta a non imitar più gli altri, e capii la favola «dell'asino e del canino». Ero l'asino che, viste le carezze prodigate al canino, era venuto a mettere le sue povere zampe sulla tavola per ricevere la sua parte di baci; ahimè! se non ricevetti le bastonate come il povero animale, ricevetti dav­vero il soldino adatto per me, e quel soldino mi guarì per sem­pre dalla voglia d'attirar l'attenzione; l'unico sforzo che avevo fatto per questo scopo mi era costato troppo! L'anno seguente, cioè quello in cui la mia cara Madrina partì, la zia m'invitò ancora, ma questa volta sola, e mi trovai tanto spaesata, che entro due o tre giorni ero malata, e bisognò che mi riconducessero a Lisieux; la malattia che temevano fosse grave, in realtà era soltanto nostalgia dei Buissonnets, appena ebbi messo piede a casa, tornò la salute... Ed era a quella bimba li che il buon Dio stava per togliere l'unico appoggio che l'attaccasse alla vita!

128 - Appena seppi la decisione di Maria, risolsi di non prendere più svago né piacere su questa terra. Da quando ero uscita dal collegio, mi ero installata nella ex stanza di pittura di Paolina e l'avevo accomodata a gusto mio. Era un vero bazar, un'accozzaglia di pietà e di curiosità, un giardino e una voliera... Così, sul fondo si stagliava una grande croce di legno nero senza il Cristo, alcuni disegni che mi piacevano; sopra un altro muro, un canestro guarnito di mussola e di nastri rosa con erbe fini e fiori; sulla quarta parete troneggiava, solo, il ritratto di Paolina a dieci anni; sotto esso c era una tavola sulla quale era posata una gabbia ampia che racchiudeva un gran numero di uccelletti, e questi, col loro cinguettio melodioso rompevano il capo ai visitatori, ma non già alla loro padroncina che li amava tanto. C'era anche il «mobiletto bianco» pieno di libri miei di studio, quaderni, ecc... Su quel mobile era posata una statua della Vergine Santa con dei vasi sempre ornati di fiori naturali, e dei candelieri; intorno varie piccole statute di santi e sante, panierini in conchiglie, scatole di carta bristol, ecc.! Finalmente il mio giardino era sospeso davanti alla finestra nella quale curavo alcuni vasi da fiori (i più rari che potessi trovare); avevo ancora una giardiniera nell'interno del «mio museo», e ci mettevo la mia pianta privilegiata. Davanti alla finestra era situata la mia tavola coperta con un tappeto verde, e su quel tappeto avevo posto, proprio in mezzo, una clessidra, una statuetta di san Giuseppe, un porta orologi, dei panieri di fiori, un calamaio, ecc... Alcune seggiole zoppe, e l'incantevole letto per la bambola di Paolina compIe­tavano tutto il mio arredamento. Davvero quella povera soffitta era un mondo per me, e come il signore de Maistre potrei comporre un libro chiamandolo «Viaggio intorno alla mia stanza». In questo ambiente restavo sola per ore intere studiando e meditando davanti alla bella vista che mi si stendeva dinanzi.

129 - Quando seppi della partenza di Maria, la mia stanza perse per me tutto il suo fascino, non volevo lasciare un solo attimo la sorella carissima che sarebbe partita presto. Quanti atti di pazienza le ho fatto fare! Ogni volta che passavo davanti alla porta di camera sua, bussavo fino a farmi aprire, e l'abbracciavo con tutto il cuore, volevo far provvista di baci per tutto il tempo che dovevo rimanerne priva. Un mese prima che lei entrasse nel Carmelo, Papà ci condusse ad Alencon, ma questo viaggio non somigliò lontanamente al primo, tutto fu tristezza e amarezza per me. Non posso dire le lacrime che piansi sulla tomba di Mamma, perché avevo dimenticato di portare un mazzo di fiordalisi colti per lei. Mi addoloravo veramente per tutto! Ero il contrario di ora! perché il buon Dio mi ha fatto la grazia di non abbattermi per veruna cosa passeggera. Quando ricordo il passato, l'anima mia trabocca di riconoscenza vedendo i favori ricevuti dal Cielo, in me si è operato un cambiamento tale che non sono riconoscibile. E vero che desideravo la grazia «di avere un dominio pieno sulle mie azioni, di essere la padrona di me, e non la schiava». Queste parole della Imitazione mi commovevano profondamente, ma io dovevo acquistare direi quasi con i miei desideri questa grazia inestimabile; ero ancora soltanto una bambina la quale pareva non avesse altra volontà se non quella degli altri, e ciò faceva dire alla gente di Alencon che ero debole di carattere…

130 - Fu durante quel viaggio che Leonia compì un tentativo presso le clarisse; a me fece dispiacere il suo ingresso straordinario perché l'amavo molto, e non avevo potuto abbracciarla prima che partisse. Mai dimenticherò la bontà e l'impaccio del mio carissimo Babbo quando ci annunciò che Leonia aveva già l'abito di clarissa. Come noi trovava che la cosa era assai strana, ma non voleva dir niente, vedendo quanto Maria era scòntenta. Ci condusse al convento e là sentii una stretta al cuore come mai avevo provato all'aspetto di un monastero, provavo l'effetto opposto a quello del Carmelo, ove tutto mi dilatava l'anima. La vista delle religiose non mi disse gran che di più, e non fui tentata di rimanere fra loro; quella cara Leonia era carina davvero nel suo nuovo abito, ci disse di guardar bene i suoi occhi perché non li avremmo più rivisti (le clarisse non si fanno vedere se non a occhi bassi), ma il buon Dio si contentò di due mesi di sacrificio, e Leonia tornò a mostrare i suoi occhi blu spesso velati di lacrime. Lasciando Alencon credevo che sarebbe rimasta con le Clarisse e perciò mi allontanai col cuore grosso grosso dalla triste via della Mezzaluna. Eravamo tre sole, ormai, e ben presto la nostra cara Maria ci avrebbe lasciate anche lei... Il 15 ottobre fu il giorno della separazione Della gioiosa e numerosa famiglia dei Buissonnets rimanevano soltanto le due ultime... Le colombe erano fuggite dal nido paterno, quelle che restavano avrebbero voluto sciamare con loro, ma le ali erano ancor troppo deboli perché potessero spiccare il volo. Il buon Dio che voleva chiamare a sé la più piccola e debole di tutte, si affrettò a svilupparle le ali. Lui che si compiace di mostrare la sua bontà e la sua potenza servendosi degli strumenti meno degni, volle ben chiamarmi prima di Celina la quale senza dubbio meritava più di me questo favore; ma Gesù sapeva quanto ero debole, e perciò mi nascose per prima nel cavo della roccia.

131 - Quando Maria entrò nel Carmelo ero ancora molto scrupolosa. Non potendo più confidarmi con lei, guardai verso il Cielo. Mi rivolsi ai quattro angeli che mi avevano preceduta lassù, perché pensavo che quelle anime innocenti non avendo mai conosciuto turbamenti né timori, dovevano aver pietà della loro sorellina la quale soffriva sulla terra. Parlai loro con semplicità di bambina, feci notare che, essendo l'ultima della famiglia, ero stata sempre la più amata, la più colmata di tenerezza da parte delle sorelle; che se fossero rimasti essi sulla terra, mi avrebbero certamente dato altrettante prove di affetto... La loro partenza per il Cielo non mi pareva una buona ragione pèr dimenticarmi, anzi, trovandosi essi a potere attingere dai tesori divini, dovevano prendere per me la pace, e dimostrarmi così che in Cielo si sa ancora amare! La risposta non si fece attendere, ben presto la pace inondò l'anima mia con le sue acque deliziose, e capii che, se ero amata sulla terra, lo ero anche nel Cielo... Da quel momento in poi la devozione crebbe verso i miei fratellini e sorelline, e mi piace di conversare spesso con loro parlando delle tristezze di questo esilio... del desiderio di raggiungerli presto nella Patria celeste!

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Cronologia

Cap:. 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8

Parte A e B

Cap. 1 - 2 - epilogo preghiera offerta

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