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Cronologia

Cap:. 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8

Parte A e B

Cap. 1 - 2 - epilogo preghiera offerta

INDICE BIBLIOTECA

STORIA DI UN’ANIMA

di SANTA TERESA DI LISIEUX

Scritto autobiografico A

diretto a madre Agnese di Gesù (la sorella Paolina)

1.

INFANZIA RADIOSA AD ALENCON (1873-1877)

Preambolo - Dolce clima domestico - Temperamento felice - L'inseparabile Celina - Gesto rivelatore - Diavoletti in sogno - In sintonia con la natura.

J.M.J.T. Gesù Gennaio 1895

STORIA PRIMAVERILE DI UN FIORELLINO BIANCO SCRITTA DA LUI STESSO E DEDICATA ALLA REVERENDA MADRE AGNESE DI GESÙ.

1 - A lei, Madre mia cara, a lei che mi è due volte madre confido la storia dell'anima mia... Quando lei mi chiese di far­lo, pensai: il cuore si dissiperà, occupandosi di se stesso; ma poi Gesù mi ha fatto sentire che, obbedendo con semplicità, avrei fatto piacere a lui; del resto, faccio una cosa sola: comincio a cantare quello che debbo ripetere eternamente: “Le mise­ricordie del Signore!”.

2 - Prima di prendere la penna, mi sono inginocchiata davanti alla statua di Maria (quella che ci ha offerto tante prove delle materne premure da parte della Regina del Cielo verso la nostra famiglia), l'ho supplicata che mi guidi la mano: nemmeno un rigo voglio scrivere che non piaccia a lei! Poi ho aperto il Vangelo, e lo sguardo è caduto su alcune parole: «Gesù salì sopra una montagna, e chiamò a sé quelli che volle: e andarono a lui» (s. Marco, cap. III, v. 13).

3 - Questo, proprio questo il mistero della mia vocazione, della mia vita tutta, e in particolare il mistero dei privilegi di Gesù sull'anima mia. Gesù non chiama quelli che sono degni, bensì chi vuole lui, o, come dice san Paolo: «Dio ha pietà di chi vuole lui, ed usa misericordia a chi vuole lui. Non è dunque opera di chi voglia né di chi corra, bensì di Dio che usa misericordia» (Ep. ai Rom., cap. IX, vv. 15-16).

4 - Per tanto tempo mi sono chiesta perché Dio abbia delle preferenze, perché tutte le anime non ricevano grazie in grado uguale, mi meravigliavo perché prodiga favori straordinari a Santi che l'hanno offeso, come san Paolo, sant'Agostino, e perché, direi quasi, li costringe a ricevere il suo dono; poi, quando leggevo la vita dei Santi che Nostro Signore ha carez­zati dalla culla alla tomba, senza lasciare sul loro cammino un solo ostacolo che impedisse di elevarsi a lui, e prevenendo le loro anime con tali favori da rendere quasi impossibile che esse macchiassero lo splendore immacolato della loro veste battesimale, mi domandavo: perché i poveri selvaggi, per esempio, muoiono tanti e tanti ancor prima di avere inteso pronunciare il nome di Dio?

5 - Ma Gesù mi ha istruita riguardo a questo mistero. Mi ha messo dinanzi agli occhi il libro della natura, ed ho capito che tutti i fiori della creazione sono belli, le rose magnifiche e i gigli bianchissimi non rubano il profumo alla viola, o la semplicità incantevole alla pratolina... Se tutti i fiori piccini volessero essere rose, la natura perderebbe la sua veste di primavera, i campi non sarebbero più smaltati di infiorescenze. Così è nel mondo delle anime, che è il giardino di Gesù. Dio ha voluto creare i grandi Santi, che possono essere paragonati ai gigli ed alle rose; ma ne ha creati anche di più piccoli, e questi si debbono contentare d'essere margherite o violette, destinate a rallegrar lo sguardo del Signore quand'egli si degna d'abbassarlo. La perfezione consiste nel fare la sua volontà, nell'essere come vuole lui.

6 - Ho capito anche un'altra cosa: l'amore di Nostro Signore si rivela altrettanto bene nell'anima più semplice la quale non resista affatto alla grazia, quanto nell'anima più sublime; in realtà, è proprio dell'amore umiliarsi, e se tutte le anime somigliassero ai santi Dottori, i quali hanno rischiarato la Chiesa con i lumi della loro dottrina, parrebbe che Dio misericordioso non discendesse abbastanza per raggiungerli; ma egli ha creato il bimbo il quale non sa nulla e si esprime soltanto con strilletti deboli deboli; ha creato il selvaggio il quale, nella sua totale miseria, possiede soltanto la legge naturale per regolarsi; e Dio si abbassa fino a loro! Anzi, sono questi i fiori selvatici che lo rapiscono perché sono tanto semplici.

7 - Abbassandosi fino a questo punto, Dio si mostra infi­nitamente grande. Allo stesso modo in cui il sole illumina i grandi cedri ed i fiorucci da niente come se ciascuno fosse unico al mondo, così Nostro Signore si occupa di ciascuna anima con tanto amore, quasi fosse la sola ad esistere; e come nella natura le stagioni tutte sono regolate in modo da far sbocciare nel giorno stabilito la pratolina più umile, così tutto risponde al bene di ciascun anima.

8 - Certamente, Madre cara, lei si domanda dove io voglia arrivare, perché finora non ho detto parola che somigli alla storia della mia vita, ma lei mi ha chiesto di scrivere liberamente quello che mi viene al pensiero, perciò io non racconterò la mia vita vera e propria, bensì i miei pensieri riguardo alle grazie che Dio mi ha concesse. Mi trovo a un punto della mia esistenza dal quale posso guardare il passato; l'anima mia si è maturata tra prove esterne e interne, ora, come un boccio rafforzato dalla tempesta, mi risollevo, e vedo che in me si verificano le parole del Salmo XXII «il Signore è il mio Pastore, nulla mi può mancare. Mi fa riposare nelle pasture fresche e ricche. Mi guida dolcemente lungo il fiume. Conduce l'anima mia senza stancarla... E quand'anche scenderò nella valle ombrosa della morte, non temerò danno, perché tu sarai con me, Signore!».

9 - Sempre il Signore è stato pieno di compassione per me, e di dolcezza... Lento a punire e abbondante in misericordie! (Salmo CII, v. 8). Così, Madre mia, sono felice di cantare vicino a lei la misericordia del Signore. Per lei sola scriverò la storia del fiore umile colto da Gesù, e parlerò abbandonandomi, senza preoccuparmi dello stile, o delle tante digressioni che farò. Un cuore di mamma capisce sempre il suo bimbo, anche se questo balbetta soltanto, e perciò sono sicura di essere capita, indovinata da lei: è lei che mi ha formato il cuore, e l'ha offerto a Gesù!

10 - Mi pare che, se un fiorellino potesse parlare, direbbe, con gran semplicità, ciò che il Signore ha fatto per lui e non cercherebbe di nascondere i benefici divini. Per falsa modestia, non direbbe: «Sono sgraziato, non ho profumo, il sole ha portato via il mio splendore, la bufera ha infranto il mio stelo» quando riconoscesse in sé tutto il contrario.

11 - Il fiore che racconta qui la sua storia si rallegra perché farà conoscere le premure tutte gratuite di Gesù; non ha niente lui - e lo sa bene - che possa attrarre lo sguardo di Dio, ed anche sa che la sola misericordia divina ha fatto tutto il buono esistente in lui. L'ha fatto nascere in una terra santa, e quasi permeata da un profumo verginale. L'ha fatto precedere da otto gigli sfolgoranti di candore. Nel suo amore, ha voluto preservare il fiore umile dal soffio velenoso del mondo; stavano appena per aprirsi i petali, e il Salvatore l'ha trapiantato sulla montagna del Carmelo, ove già olezzavano due gigli: proprio quei due che l'avevano avvolto e cullato dolcemente al suo primo germogliare… Sette anni sono trascorsi da quando il fiore si è radicato nel giardino dello Sposo dei vergini, ed ora vicine a lui ondulano tre corolle fragranti; non lontano, un'altra si apre allo sguardo di Gesù, ed i due steli benedetti che le hanno prodotte sono riuniti per sempre nella Patria divina. Là hanno ritrovato i quattro gigli che la terra non ha visti fiorire. Oh, che Gesù voglia non lasciare a lungo sulla riva straniera coloro che sono rimaste nell'esilio: che ben presto tutto il cespo bianco sia completo nel Cielo!

12 - Madre mia, ho riassunto in poche parole ciò che il Signore ha fatto per me, ora mi addentrerò nella mia vita di bimba; so che là, dove chiunque altro non vedrebbe se non una tiritera noiosa, il suo cuore di mamma troverà un fascino. E poi, i ricordi che evocherò sono anche i suoi, perché l'infanzia mia è trascorsa vicina a lei, ed io ho la fortuna d'appartenere ai genitori ineguagliabili i quali ci hanno avviluppate delle stesse premure e di uguale tenerezza. Benedicano essi la minima delle loro figlie e l'aiutino a cantare le misericordie di Dio!

13 - Nella storia dell'anima mia fino a quando sono entrata nel Carmelo, distinguo nettamente tre periodi: il primo, nonostante la brevità, non è il meno fecondo di ricordi: dall'iniziale destarsi della mia mente al transito della nostra Mamma amata.

14 - Per tutta la mia vita è piaciuto a Dio circondarmi d'amore, i primi ricordi sono sorrisi e carezze tenerissime: ma, se egli mi aveva messo intorno tanto amore, me ne aveva posto anche nel cuore, creandolo amante e sensibile; così amavo grandemente Papà e Mamma e dimostravo il mio affetto in mille modi, perché ero molto espansiva. Soltanto i mezzi che usavo erano talvolta strani, come lo prova questo passo di una lettera di Mamma: «La piccina è un furicchio impagabile, mi ha carezzata augurandomi la morte: "Oh, come vorrei che tu morissi, povera Mammina mia!..."; la rimbrottano e lei mi fa: "Ma è perché tu possa andare in Cielo, giacché tu dici che bisogna morire per andarci!". E in modo simile augura la morte al Babbo, quand'è nei suoi trasporti d'amore».

15 - Il 25 giugno 1874, avevo appena diciotto mesi, ecco ciò che Mamma diceva di me: «Papà ha installato un'altalena, Celina è felice a più non posso, ma bisogna vedere la piccina quando si dondola: è buffissima, si regge come una bimba grande, non c'è pericolo che lasci la corda, poi quando non va abbastanza forte, grida. L'attacchiamo davanti con un'altra corda e, nonostante questo, non sono tranquilla quando la vedo issata lì sopra.

16 - M'è accaduta un'avventura curiosa ultimamente con la piccina. Ho l'abitudine di andare alla Messa delle cinque e mezzo, nei primi giorni non osavo lasciarla, ma vedendo che non si svegliava mai, ho finito per decidermi. La metto nel letto mio, e accosto la culla in modo che lei non possa cadere. Un giorno dimentico di avvicinare la culla. Ritorno, la piccina non c’è più: nello stesso attimo odo uno strilletto, guardo, la vedo seduta sopra una seggiola accanto al letto, con la testina appoggiata al traversino, e dormiva agitata per la posizione scomoda. Non ho ancora capito come abbia potuto cadere seduta su una seggiola, dal momento che era distesa. Ho rin­graziato Iddio che non le sia capitato nulla, è un fatto provvidenziale davvero, avrebbe dovuto ruzzolare per terra, il suo Angelo ha vegliato, e le anime del purgatorio, che invoco per lei tutti i giorni, l'hanno protetta: io lo accomodo così, questo fatto... Voi accomodatelo come vi pare!...».

17 - Alla fine della lettera, Mamma aggiungeva: «Ecco la piccina, che mi mette le manotte sul viso e mi abbraccia. Povera bimba, non mi vuole lasciare, sta sempre con me; le piace tanto andare in giardino, ma se non ci vado anch'io, non ci rimane, e piange fino a quando me la riportano». Ecco un altro tratto di un'altra lettera: «L’altro giorno Teresa mi domanda se andrà in Cielo: le dico di si, se è proprio buona; mi risponde: "Sì, ma se non fossi proprio buona buona, andrei all'inferno... ma io lo so cosa farei: scapperei su con te, che saresti in Cielo, come farebbe il buon Dio per prendermi? Tu mi reggeresti forte tra le braccia...". Ho letto nei suoi occhi: è convinta che il buon Dio non le può fare nulla se è tra le braccia della Mamma».

18 - «Maria ama molto la sorellina, la trova deliziosa e la piccolina ha un gran timore di farle dispiacere. Ieri le volli dare una rosa perché sapevo che lei ne è felice, ma si è messa a supplicarmi di no, diceva: "Maria ha proibito di tagliarle", era rossa per il gran sottosopra, nonostante ciò gliene ho date due, non osava più tornare a casa. Avevo un bel dirle che le rose sono mie, "ma no - diceva lei -, sono di Maria".

19 - È una bambina che si emoziona facilmente. Appena ha fatto un piccolo malestro, bisogna che lo sappiano tutti. Ieri aveva fatto cadere senza volere un pezzetto di tappezzeria, era in uno stato da far pietà, poi bisognava dirlo subito a Papà; lui arrivò quattr'ore dopo, nessuno ci pensava più, ma lei corse da Maria: "Svelta, dì a Papà che ho strappato la carta". Rimane lì come un criminale in attesa della sentenza, ma ha nella sua testolina l'idea che le sarà perdonato più facilmente se lei stessa si accusa».

20 - Amavo tanto la mia Madrina. Senza parere, stavo attentissima a tutto quello che dicevano e facevano intorno a me, mi pare che giudicavo le cose come adesso. Ascoltavo con grande premura ciò che Maria insegnava a Celina, per fare come lei; dopo che uscì dalla Visitazione, ero buona buona e facevo tutto quello che voleva lei, per ottenere la grazia d'essere ammessa nella stanza durante le lezioni che dava a Celina; e lei mi faceva tanti regalini che, pur essendo di poco valore, mi davano gran contentezza.

21 - Ero fierissima delle mie sorelle grandi, ma quella che era il mio ideale di bimba, era Paolina... Quando cominciai a parlare, se Mamma mi domandava: «A che pensi?» la risposta non cambiava mai: «A Paolina». Un'altra volta lasciavo scorrere il ditino sui vetri e dicevo: «Scrivo: Paolina! ...». Spesso udivo dire che Paolina certamente si sarebbe fatta religiosa: allora pensavo, senza sapere bene di che si trattasse: “Sarò religiosa anch’io”. Quello è uno dei miei primi ricordi, e da allora non ho cambiato mai risoluzione. Fu lei, Madre cara, che Gesù scelse per fidanzarmi con lui; lei a quel tempo non era presso me, ma già un legame si era formato tra le nostre anime: era il mio ideale, volevo somigliare a lei, e fu il suo esempio che dall'età di due anni mi attirò verso lo Sposo delle vergini. Oh, quante dolci riflessioni vorrei confidarle! Ma debbo continuare la storia del fiorellino, la sua storia completa e generale, per­ché se volessi parlare minutamente delle mie relazioni con Paolina, dovrei tralasciare tutto il resto!

22 - La mia cara Leonia occupava anche lei un gran posto nel cuore mio. Mi voleva molto bene. La sera era lei che mi custodiva quando tutta la famiglia andava a passeggiare. Mi pare di ascoltare ancora le belle canzoncine che cantava per addormentarmi... in tutte le cose cercava il modo per farmi piacere, cosicché sarei stata ben triste se l'avessi contrariata.

23 - Ricordo distintamente la sua prima Comunione, soprattutto il momento in cui mi prese in braccio per farmi entrare nel presbiterio; mi pareva meraviglioso di essere portata così da una sorella grande tutta bianca come me! La sera mi misero a letto per tempo, ero troppo piccola per restare al gran pranzo, ma vedo ancora Papà che, dopo il dolce, venne a portarne un pezzetto alla sua reginetta... Il giorno dopo, o pochi giorni dopo, andammo con Mamma dalla piccola compagna di Leonia; mi pare fosse quel giorno che la nostra Mamma tanto cara ci condusse dietro un muro per farci bere un pochino di vino dopo il pranzo (che ci aveva allestito la povera signora Dagoran) perché non voleva mortificare la buona donna, ma anche voleva che non ci mancasse niente. Com'è delicato il cuore di una mamma, e come traluce la sua tenerezza in mille premure alle quali nessuno penserebbe!

24 - Ora mi resta da parlare di Celina cara, la mia compagnetta d'infanzia, ma ecco i ricordi in tanta folla che non so quale scegliere! Caverò qualche brano dalle lettere che Mamma scriveva alla Visitazione, ma non copierò tutto, sarebbe troppo lungo... ll 10 luglio 1873, anno della mia nascita, diceva: «Giovedì la balia ha portato qui Teresina, la quale non ha fatto che ridere, soprattutto le piaceva Celina, faceva gran risate con lei; si direbbe che abbia già voglia di giocare, e presto lo farà, sta ritta sulle gambette, rigida come un palettino. Credo che camminerà presto e che sarà di buon carattere, pare molto intelligente e ha un visino da predestinata. Ma soprattutto dopo che da balia tornai a casa, rivelai il grande affetto per la mia Celina. C'intendevamo a meraviglia, soltanto io ero assai più vivace e meno ingenua di lei; benché avessi tre anni e mezzo di meno, mi pareva di essere della stessa età.

25 - Ecco un brano di una lettera di Mamma che le mostrerà Celina dolce e me cattiva: «La mia Celina è proprio disposta alla virtù, è il sentimento intimo del suo essere, ha un'anima candida ed ha orrore del male. Quanto al furicchio, non si sa come butterà. E un cosino tanto piccino e tanto stordito! E anche più intelligente di Celina, ma meno dolce assai, e soprattutto di un'ostinazione quasi invincibile; quando dice no, niente da fare; la metti in cantina tutta una giornata, lei ci dorme piuttosto che dire "sì"

26 - Però ha un cuore d'oro, ed è tanto carezzevole e molto franca; è curioso vederla quando mi corre dietro per farmi le sue confessioni: - Mamma, ho dato una spinta a Celina, una sola, e le ho dato un colpetto, ma non lo faccio più. (Così per tutto quel che fa). Giovedì sera andammo a passeggiare verso la stazione, in tutti i modi volle entrare nella sala d'aspet­to per cercare Paolina, mi correva avanti con una gioia che metteva l'allegria anche a me, ma quando vide che bisognava tornarsene a casa senza salire in treno per andare a cercare Paolina, pianse per tutta la strada...».

27 - Queste ultime righe mi ricordano la felicità di quando la vedevo tornare dalla Visitazione: lei, Madre, prendeva in braccio me, Maria prendeva Celina; allora io le facevo cento carezze, e mi sporgevo dietro per ammirare la sua grande treccia, poi mi dava una tavoletta di cioccolata che aveva conservata per tre mesi. Pensi un po' che reliquia era per me! Ricordo anche il viaggio che feci a Le Mans, era la prima volta che andavo in treno. Che gioia viaggiar sola con Mamma! Però, mi misi a piangere, non so più perché, e la povera Mamma mia non poté presentare alla zia di Le Mans altro che un cosino brutto e tutto rosso dalle lacrime versate in viaggio. Non mi è rimasto nessun ricordo del parlatorio, ma soltanto del momen­to in cui la zia mi porse un topino bianco e un panierino di carta bristol pieno di dolcini e sui quali troneggiavano due anelli di zucchero, proprio grossi come il mio dito; gridai subito: «Che bellezza! C'è un anello anche per Celina». Oh, sciagura! prendo il panierino per il manico, do l'altra mano a Mamma, e partiamo; dopo qualche passo, guardo il paniere e vedo che i dolci sono tutti seminati per la via, come i Sassetti di Puccettino... Guardo meglio, e vedo che uno dei due anelli ha subito il destino tragico dei dolci: non c'è più nulla per Celina! Allora il dolore erompe, chiedo di tornare indietro, Mamma non mi dà retta, e questo è troppo, alle lacrime succedono i gridi... non capivo come mai non condividesse il mio dolore e per questo soffrivo molto di più!...

28 - Ritorno alle lettere nelle quali Mamma le parla di Celina e di me, è il miglior modo per farle conoscere il mio carattere. Ecco un brano nel quale i miei difetti brillano di vivo splendore: «Celina si diverte con la piccina al gioco dei cubi, bisticciano di quando in quando, Celina cede per avere una perla alla sua corona. Sono costretta a correggere quella povera piccolina che va in furie paurose; quando le cose non vanno secondo le sue idee, si rotola per terra come una disperata credendo tutto perduto, ci sono momenti in cui è più forte di lei, ne è come soffocata. E una bambina molto nervosa, eppure è deliziosa e intelligentissima, si ricorda di tutto».

29 - Vede dunque, Madre mia, quant'ero distante dall'essere una bambina senza difetti! E nemmeno potevano dire di me che stessi buona quando dormivo, perché la notte era ancor più movimentata che il giorno, buttavo via tutte le coperte, e poi (sempre dormendo) battevo dei colpi contro il legno del mio lettino, il dolore mi risvegliava. Allora dicevo: «Mamma, sono "picchiata"». Povera Mamma, era costretta ad alzarsi e costatava che davvero avevo dei bernoccoli alla fronte, ero “picchiata”; mi copriva bene, poi tornava nel suo letto, ma dopo un minuto io ricominciavo ad essere «picchiata», tanto che dovettero legarmi nel lettino. Sera per sera, Celina veniva ad annodare i numerosi cordoni destinati ad impedire al furicchio di farsi i bernoccoli e di svegliare Mamma, e questo mezzo riuscì bene, diventai saggia dormendo.

30 - Ma c'era un altro difetto che avevo (da sveglia) e di cui Mamma parla nelle sue lettere, era un grande amor proprio. Ne do due esempi soli per non allungare troppo il racconto. Un giorno Mamma mi disse: «Teresina, se tu baci la terra, ti do un soldo». Un soldo! Era la ricchezza per me! Per impadronirmene mi bastava abbassare la mia altezza, giacché la mia statura minima non frapponeva gran distanza tra me e la terra, e tuttavia la mia fierezza si ribellò all'idea di baciar la terra: dritta indomita dissi a Mamma: «Oh no, Mammina mia, preferisco fare a meno del soldo».

31 - Un'altra volta dovevamo andare a Grogny dalla signora Monnier. Mamma disse a Maria di mettermi un bel vestitino azzurro cielo ornato di trine, ma di non lasciarmi le braccia nude affinché il sole non me le brunisse. Mi feci vestire con l'indifferenza che dovevano avere le bimbe dell'età mia, ma intimamente pensavo che sarei stata molto più carina con le mie braccine nude. Con una natura come la mia, se fossi stata educata da genitori privi di virtù, oppure se, come Celina, fossi stata viziata da Luisa, sarei diventata un cattivo arnese, e, forse, mi sarei perduta.

32 - Ma Gesù vegliava sulla sua piccola fidanzata, ha volu­to che tutto volgesse al bene di lei; perfino i difetti che, repressi per tempo, le sono serviti per crescere nella perfezione... Poiché avevo amor proprio ed anche amor del bene, appena cominciai a pensare seriamente (e ho cominciato piccina piccina), bastava che mi dicessero: questo non è bene, che io non me lo facevo ripetere due volte. Vedo con piacere dalle lettere di Mamma che, crescendo, le davo più consolazione. Avevo soltanto buoni esempi intorno a me: naturalmente, volevo seguirli. Ecco ciò che scriveva nel 1876: “Perfino Teresa vuol prender parte a fare delle "pratiche". E’ una bimba incantevole, fina come l'ombra, molto vivace, ma il cuore è sensibile.

33 - Celina e lei si vogliono un gran bene, si bastano reci­procamente per non annoiarsi: tutti i giorni, appena abbiamo finito il pranzo, Celina va a prendere il suo galletto, poi acchiappa a un tratto la gallinella di Teresa; io non ce la faccio, ma lei è così svelta che al primo balzo la piglia; poi arrivano tutt'e due al cantuccio del fuoco, e si divertono così per un gran tempo. [Era la Rosina che mi aveva regalato gallina e galletto, io avevo regalato il gallo a Celina]. L'altro giorno Celina ha dormito con me. Teresa ha dormito al piano di sopra nel letto di Celina, ha supplicato Luisa di portarla giù perché la potessimo vestire. Luisa sale per prenderla, trova il letto vuoto. Teresa ha inteso Celina ed è discesa con lei. Luisa le dice: "Non vuoi venire a farti vestire?". "Oh, no, povera Luisa, siamo come i due polli, non ci possiamo separare!,,. E mentre dicevano così, si abbracciavano. Poi, la sera, Luisa, Celina e Leonia sono andate al circolo cattolico e hanno lasciato a casa questa povera Teresa la quale si rendeva conto benissimo di esser troppo piccola per andare anche lei; e diceva: "Oh, basterebbe che mi mettessero nel letto di Celina!". Ma no, non ce l'hanno messa... non ha detto più nulla, è rimasta sola col suo lumino e dopo un quarto d'ora se ne dormiva d'un sonno profondo».

34 - Un altro giorno Mamma scriveva: «Celina e Teresa sono inseparabili, non si possono vedere due bimbe che si vogliano più bene. Quando Maria viene a prendere Celina per darle lezione, Teresa, più piccina, è tutta in lacrime. Ahimè che sarà di lei, l'amichetta se ne va! Maria si muove a compassione, prende anche lei, e la povera bimba rimane issata sopra una seggiola per due o tre ore; le danno delle perline da infilare o un pezzetto di stoffa da ricamare, lei non osa muoversi e spesso fa dei gran sospironi. Quando l'ago si sfila, fa di tutto per rinfilarlo, è curioso vederla mentre non le riesce, e che non osa disturbar Maria; poco dopo due lacrimoni grossi scendono sulle gotine. Maria la consola subito, rinfila l'ago, e il povero angiolino sorride attraverso le lacrime...».

35 - Infatti, ricordo che non potevo restare senza Celina, preferivo uscir da tavola prima d'aver finito il dolce piuttosto che non seguirla, appena lei si alzava. Mi dibattevo sul mio seggiolone chiedendo che mi mettessero giù, e poi: via, a giocare insieme; qualche volta andavamo dalla piccola «prefetta», ciò che mi piaceva molto a causa del parco e di tutti i bei giocattoli che ci faceva vedere, ma in realtà ci andavo più che altro per far piacere a Celina, perché avrei preferito restare nel nostro giardinetto a grattare i muri, dai quali staccavamo tutte le pagliuzze brillanti che vi si trovavano per poi andare a venderle a Papà nostro, e lui le comperava con grande serietà.

36 - La domenica, essendo troppo piccola per andare alle funzioni, Mamma rimaneva per badarmi; ero buona buona e camminavo in punta di piedi durante il tempo della Messa, ma appena vedevo la porta che si apriva, era una esplosione di gioia senza pari; mi precipitavo incontro alla mia bella sorellina, che ritornava «ornata a festa come una cappella» e le dicevo: «Oh Celinetta mia, svelta, dammi il pane benedetto!». A volte non ce l'aveva perché era arrivata tardi... Come si fa, allora? Impossibile rinunciarvi: era la «mia messa»! Il rimedio è trovato subito: «Non hai pane benedetto! Ebbene, fanne!». Detto, fatto: Celina prende una seggiola, apre l'armadio, acchiappa il pane, ne taglia un boccone e molto seriamente ci recita sopra un'Ave Maria poi me l'offre, e io, dopo fatto il segno della Croce, lo mangio con grande devozione e scopro proprio il sapore del pane benedetto... Spesso facevamo insieme delle conferenze spirituali. Ecco un esempio, anche questo preso dalle lettere di Mamma: «Le nostre due care bimbe Celina e Teresa sono angeli di benedizione, nature di paradiso. Teresa è la gioia, la felicità di Maria, e la sua gloria, è incredibile come Maria ne è fiera. È vero che ha delle uscite rare alla sua età, supera Celina che ha il doppio di anni. L'altro giorno Celina diceva: "Ma come può essere che il buon Dio sia in una Ostia tanto minuscola?". La piccina: "Non è tanto strano, poiché Dio è onnipotente". "Che vuol dire onnipotente?". "Ma che può fare tutto quello che vuole!"».

37 - Un giorno Leonia, pensando di essere troppo grande per giocare con la bambola, venne da noi due con un paniere pieno di vestiti e di pezzetti belli di stoffa per farne altri; su queste ricchezze stava distesa la bambola. «Prendete, sorelline, scegliete, vi do tutto». Celina allungò la mano e prese un pacchetto di gale che le piacevano. Io riflettei un attimo, poi anch'io allungai la mano e dissi: «Io scelgo tutto!», e presi il paniere senza tanti complimenti; quelli che assistevano alla scenetta trovarono la cosa molto giusta, e la stessa Celina non si sognò di protestare (bisogna dire che i giocattoli non le mancavano, il suo padrino la colmava di regali, e Luisa trovava il modo di procurarle tutto quello che desiderava). Questo minimo tratto della mia infanzia è il riassunto di tutta la vita mia; più tardi, quando la perfezione mi apparve, capii che, per diventare una santa, bisognava soffrir molto, cercar sempre il più perfetto e dimenticar se stessi; capii che ci sono molti gradi nella perfezione, e che ciascun anima è libera di rispondere agli inviti di Nostro Signore, di far poco o molto per lui, insomma di scegliere tra i sacrifici che egli chiede. Allo­ra, come ai giorni della mia prima infanzia, esclamai: «Dio mio, scelgo tutto. Non voglio essere una santa a metà, non ho paura di soffrire per Voi, temo una cosa sola, cioè di conservare la mia volontà: prendetela, perché scelgo tutto quello che Voi volete...».

38 - Bisogna che mi fermi, non devo ancora parlarle della mia giovinezza, bensì del furicchio di quattro anni. Mi ricordo di un sogno che mi capitò verso quell'età e che si incise profondamente nella mia immaginazione. Una notte sognai che uscivo per andare a spasso, in giardino, sola. Giunta agli scalmi che bisognava salire per arrivarvi, mi fermai spaventata. Davanti a me, vicino alla pergola c'era un barile di calce, e su questo barile due orribili diavolini ballavano con agilità sorprendente nonostante i ferri da stiro che avevano ai piedi; a un tratto lanciarono verso di me i loro sguardi fiammeggianti, poi, nello stesso momento, parvero assai più spaventati di me, si precipitarono giù dal barile, e andarono a nascondersi nella lavanderia ch'era di faccia. Vedendoli così poco coraggiosi volli vedere cos'andavano a fare, e mi avvicinai alla finestra. I diavolini erano li, correvano sulle tavole e non sapevano come fare per fuggire il mio sguardo; a momenti si avvicinavano alla finestra, guardavano inquieti se ero ancor li, e, vedendomi, ricominciavano a correre come disperati. Certo, questo sogno non ha nulla di straordinario, eppure io credo che il Signore mi abbia permesso di ricordarmene per provarmi che un'anima in stato di grazia non ha nulla da temere dai demoni i quali sono vigliacchi, capaci di fug­gire davanti allo sguardo di una bambina.

39 - Ecco un altro passo di una lettera di Mamma. Già quella povera Madre presentiva la fine del suo esilìo: «Le due piccole non mi preoccupano, sono tanto care tutte due, sono nature scelte, certamente saranno buone. Maria e tu potrete educarle perfettamente. Celina non commette mai la minima colpa volontaria. La piccina sarà buona anche lei, non direbbe una bugia per tutto l'oro del mondo, e ha spirito come non ne ho visto a nessuna di voi. L’altro giorno era dal pizzicagnolo, con Celina e Luisa, parlava delle sue "pratiche" e discuteva a voce alta con Celina; la padrona ha detto a Luisa: "Ma che vuol dire, quando gioca in giardino, non si sente parlar che di pratiche"? La signora Gaucherin allunga la testa dalla finestra per cercar di capire quel che vuol dire questa discussione sulle pratiche...". Cara piccina! Forma la nostra gioia, sarà buona, gia si vede il germe; non parla che di Dio, non mancherebbe alle sue preghiere per niente al mondo. Vorrei che tu la vedessi recitare una favoletta, non ho visto mai cosa tanto gentile, trova da sé l'espressione e il tono, ma soprattutto quando dice: "Bimba piccina dalla testa bionda, dove credi che sia Dio?", quando è a: "Lassù nel Cielo blu" volge in alto lo sguardo con una espres­sione di angelo. Non ci stanchiamo di farglielo dire, tanto è bello, c'è nello sguardo di lei un che di celeste che rapisce...».

40 - Oh, Madre mia! Come ero felice a quella età! Già cominciavo a godere della vita, la virtù aveva un fascino per me, ed ero, mi pare, nelle medesime disposizioni nelle quali mi trovo ora, avendo già una grande padronanza sulle mie azioni. Ah, come sono passati rapidi gli anni solatii della prima infanzia, ma che impronta dolce mi hanno lasciata nell'anima! Ricordo con gioia i giorni in cui Papà ci conduceva al «padiglione», ho ancora scolpiti nel cuore i minimi particolari... Ricordo soprattutto le passeggiate della domenica: Mamma ci accompagnava sempre. Rivivo ancora i sentimenti profondi e poetici che nascevano nell'anima mia alla vista dei campi di grano smaltati di frordalisi e di fiori campestri. Già amavo gli orizzonti lontani; lo spazio e gli abeti giganti i cui rami toccavano terra mi lasciavano un impressione simile a quella che ancora oggi provo contemplando la natura... Spesso durante quelle lunghe passeggiate incontravamo dei poveri, ed era sempre Teresa piccina a ricevere l'incarico di portare l'elemosina, e come ne era felice! Ma spesso Papà pensava che il cammino fosse troppo lungo per la reginetta, e la riconduceva a casa prima delle altre (con grande dispiacere per lei). Allora, per consolarla, Celina riempiva di margherite un bel panierino, glielo dava al ritorno; senonché, ecco la povera Nonnina, la quale trovava che la nipote ne avesse fin troppe, e ne prendeva lei una buona parte per la sua Madonna. Questo non piaceva a Teresa, ma lei si guardava bene dal dirlo perché aveva preso la gran buona abitudine di mai lamentarsi, nemmeno quando le togliessero le cose sue o l'accusassero ingiustamente. Non era merito da parte sua, bensì virtù naturale. Che peccato che questa buona disposizione sia svanita!

41 - In verità, tutto mi sorrideva sulla terra. Trovavo un fiore sotto ciascun passo, e il mio carattere felice contribuiva a rendermi gradevole la vita; tuttavia un nuovo periodo cominciava per l'anima mia. Sarei passata attraverso la prova; avrei sofferto fin dall'infanzia per potere essere offerta più presto a Gesù. Al modo stesso in cui i fiori di primavera cominciano a germogliare sotto la neve e sbocciano ai primi raggi, così il fiore umile del quale scrivo i ricordi ha dovuto passare attraverso l'inverno della sofferenza.

Breve biografia Manoscritto A Manoscritto B Manoscritto C
Cronologia

Cap:. 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8

Parte A e B

Cap. 1 - 2 - epilogo preghiera offerta

INDICE BIBLIOTECA

2.

L'OMBRA CUPA DELLA SOFFERENZA (1877-1881)

Malattia e morte della mamma - Perdita della naturale vivacita' - Trasferimento della famiglia a Lisieux - Serena vita ai Buissonnéts - Saggia educazione e prima istruzione scolastica - Visione misteriosa - Il mare.

42 - Tutti i particolari della malattia della nostra Madre tanto cara sono presenti al mio cuore, ricordo soprattutto l'ultima settimana che passò sulla terra; eravamo, Celina e io, come povere piccole esiliate, tutte le mattine la signora Leriche veniva a prenderci, e passavamo la giornata da lei. Un giorno non avevamo avuto il tempo di fare la nostra preghiera prima di uscir di casa e durante il tragitto Celina mi disse piano: «Dobbiamo dire che non abbiamo fatto la nostra preghiera?». - «Oh, si!» le risposi: allora lo raccontò molto timidamente alla signora Leriche, e questa concluse: «Ebbene, figliette mie, ora la direte». Poi ci mise tutte due in una grande stanza e se ne partì... Celina mi guardò e dicemmo: «Ah! non è come Mamma. Lei ce la faceva fare sempre la nostra preghiera!». Quando giocavamo con i bimbi, ci perseguiva il pensiero della nostra Mamma cara, una volta Celina aveva avuto una bella albicocca, si chinò verso di me, e mi disse piano: «Non la mangiamo, la do alla Mamma». Ahimè! Povera Mamma tanto cara, era già troppo malata per mangiare i frutti della terra, non doveva più saziarsi se non in Cielo della gloria divina e bere con Gesù il vino misterioso del quale parla nell'ultima sua Cena, quando dice che lo condividerà con noi nel regno del Padre suo. Il rito commovente della Estrema Unzione mi si impresse nell'anima, vedo ancora il posto mio accanto a Celina, eravamo tutte e cinque per ordine d'età e c'era il caro povero Babbo: singhiozzava.

43 - Il giorno stesso, o l'indomani, del transito di Mamma egli mi prese tra le braccia e mi disse: «Vieni a dare un ultimo bacio alla tua povera Mamma»; senza dir nulla accostai le labbra alla fronte di mia Madre tanto amata. Non ricordo d'aver pianto molto, non parlavo con nessuno dei sentimenti profondi che provavo. Guardavo e ascoltavo... nessuno aveva tempo per occuparsi di me, perciò vedevo bene le cose che avrebbero voluto nascondermi; una volta mi trovai di fronte al coperchio della bara; mi fermai lungamente ad osservarlo, non ne avevo mai visti, e tuttavia capivo... Ero tanto piccina che, nonostante la statura non alta di Mamma, ero costretta ad alzar la testa per vedere la parte superiore, e mi pareva tanto grande. tanto trtste... Quindici anni dopo mi trovai dinanzi a un'altra bara, di Madre Genoveffa, era uguale a quella di Mamma e io mi credetti ancora ai giorni dell'infanzia! Tutti i ricordi sciamarono in folla, era pur la stessa Teresina di allora che guardava, ma nel frattempo era cresciuta e la bara le pareva piccola; non occorreva più sollevare la testa per vederla. Ora alzava il viso soltanto per contemplare il Cielo che le appariva pieno di gioia, perché tutte le sofferenze di lei erano finite e l'inverno dell'anima sua era passato per sempre.

44 - Il giorno in cui la Chiesa benedisse le spoglie mortali della nostra Mammina del Cielo, il buon Dio volle darmene un'altra sulla terra, e volle che la scegliessi liberamente. Eravamo tutte e cinque riunite, ci guardavamo con tristezza, c'era anche Luisa, e vedendo Celina e me, esclamò: «Povere piccine, non avete più Mamma...!». Allora Celina si gettò nelle braccia di Maria, dicendo: «Ebbene sarai tu la mia mamma!». Io ero avvezza a fare come lei, e tuttavia mi volsi a lei, Madre, e quasi già si fosse diradato il velame dell'avvenire, mi gettai nelle sue braccia: «Ebbene, sarà Paolina la mia mamma!...».

45 - Come ho già detto, da quel tempo entrai nel secondo periodo della mia esistenza, il più doloroso dei tre, soprattutto dopo l'ingresso nel Carmelo di colei che avevo scelta come mia seconda mamma. Questo periodo va dai miei quattro anni e mezzo fino ai quattordici, cioè fino a quando ritrovai il mio carattere di bimba pur entrando nel periodo serio della vita. Bisogna che le dica, Madre mia, che il mio carattere felice mutò totalmente dopo la morte di Mamma; vivace ed espansiva com’ero, divenni timida e dolce, sensibile fin troppo. Bastava uno sguardo per farmi piangere, bisognava che nessuno si occupasse di me perché fossi contenta, non sopportavo la compagnia degli estranei e ritrovavo la mia gaiezza soltanto nell'intimità della famiglia... Eppure, ero avviluppata ancora dagli affetti più delicati. Il cuore così ricco di Papà aveva unito all'amore che già mi dava, un amore veramente materno. E lei, Madre mia, e Maria, le mamme più tenere, più disinteressate! Ah, se il Signore non avesse profuso i suoi benefici raggi al suo fiore umile, questo non si sarebbe acclimatato sulla terra: troppo debole era ancora per sopportare pioggia e tempeste, aveva bisogno di calore, di guazza fresca, di respiro primaverile. Non gli mancarono mai questi doni, Gesù glieli fece trovare fin sotto il ghiaccio della prova.

46 - Non soffrii lasciando Alencon. I bimbi gradiscono i cambiamenti; e io venni a Lisieux con piacere. Ricordo il viaggio, l'arrivo, a sera, presso la zia, vedo ancora Giovanna e Maria sulla porta, ad aspettarci. Ero felice di avere delle cuginette tanto care, e volevo un gran bene a loro, alla zia, allo zio, soltanto che lui mi faceva un po' paura e non mi sentivo proprio tranquilla e confortata quando gli ero vicina, come, invece, mi sentivo ai Buissonnets; lì, ai Buissonnets, la mia vita diventava felice davvero... Di mattina, lei veniva da me, mi domandava se avevo offerto il cuore al Signore, poi mi vestiva parlandomi di Dio; e poi ancora, accanto a lei, dicevo le preghiere. Dopo, imparavo a leggere. La prima parola che riuscii a compitare fu «Cieli». La mia Madrina prese cura d'insegnarmi a scrivere, e lei, Madre, mi dette le altre lezioni; non imparavo molto facilmente, avevo però gran memoria. Prediligevo il Catechismo, soprattutto la Storia Sacra, li studiavo con gioia; invece, la grammatica... ho pianto spesso, per la grammatica! Si ricorda, il maschile e il femminile?...

47 - Appena finito lo studio, salivo al belvedere e portavo quaderno e voti a Papà. Com'ero felice quando gli potevo dire: «Ho avuto 10 senza riserve, Paolina me l'ha detto da sé!». Perché accadeva questo: quando le domandavo io se avevo 10 senza riserve, e che lei mi diceva di sì, agli occhi miei era un tantino meno. Così lei mi dava dei buoni voti, e quando ne avevo messi insieme un certo numero, mi toccava un premio e un giorno di vacanza. Quei giorni lì mi parevano più lunghi assai degli altri, e ciò faceva piacere a lei perché dimostrava che non mi garbava il dolce far niente.

48 - Tutti i pomeriggi facevo una passeggiatina con Papà; insieme facevamo la visita al Santissimo, cambiando chiesa ogni giorno, e così mi accadde di entrare per la prima volta nella cappella del Carmelo. Papà mi fece vedere la grata del coro, e disse che là dietro stavano le religiose. Ero ben lontana dal pensare che nove anni dopo ci sarei stata anch'io! Durante le passeggiate, Papà mi comprava sempre un regalino da un soldo o due: dopo, rientravamo a casa; allora facevo i compiti, poi, per tutto il tempo rimanente, me ne stavo in giardino a saltellare intorno a Papà, perché non sapevo giocare con la bambola. Era una gran gioia per me preparare bevande con granelli e scorze d'albero che raccattavo per terra, le portavo poi a Papà in una bella tazzina, e il mio povero caro Babbo interrompeva il suo lavoro, e sorridendo faceva finta di bere. Prima di restituirmi la tazza mi domandava (come di sfuggita) se dovesse versare il contenuto; qualche volta dicevo di sì, ma per lo più riportavo via la mia preziosa tisana affinché mi servisse per varie occasioni.

49 - Mi piaceva coltivare fiori nel giardino che Papà m'aveva dato; mi divertivo a erigere minuscoli altari nella specie di nicchia che si trovava a metà del muro; quando avevo finito, correvo da Papà e, trascinandolo, gli dicevo di chiudere bene gli occhi e di non riaprirli se non nel momento che glielo avrei detto io; lui faceva tutto quello che volevo e si lasciava condurre davanti al mio giardinetto, allora gridavo: «Papà, apri gli occhi!». Li apriva e si estasiava per farmi piacere, ammirando quello che a me pareva un capolavoro! Non finirei mai se volessi raccontare mille episodietti simili a questo che si affollano alla memoria... Ah, come potrò ridire tutte le tenerezze che Papà prodigava alla sua reginetta? Ci sono cose che il cuore sente, ma che la parola e il pensiero stesso non possono rendere.

50 - Erano giorni belli per me quando il mio «caro re» mi conduceva con sé a pescare, mi piaceva tanto la campagna, mi piacevano i fiori, gli uccelli! Qualche volta anch'io m'ingegnavo di pescare con la mia piccola lenza, ma preferivo sedermi sola sull'erba in fiore, allora i pensieri si facevano profondi e l'anima mia, senza sapere che cosa fosse meditare, s'immergeva in una vera orazione... Ascoltavo brusii lontani. Il murmure del vento ed anche la musica indefinita dei soldati, la cui risonanza arrivava fino a me, mi riempivano il cuore di malinconia dolce. La terra mi pareva un luogo d'esilio, sognavo il Cielo... Il pomeriggio passava rapido, bisognava ben presto rientrare ai Buissonnets, ma prima di partire prendevo la merenda che avevo portata in un canestrino: il bel crostino di marmellata che lei mi aveva preparato aveva mutato aspetto, invece del colore vivo non vedevo più che una scialba tinta rosa, tutta stantia e svanita. Allora la terra mi pareva ancora più triste, e capivo che soltanto in Cielo la gioia sarebbe stata senza nembi...

51 - A proposito dei nembi, ricordo che un giorno il bel cielo azzurro dell'aperta campagna si coprì, e che poco dopo la tempesta si annunciò con il suo brontolìo, i lampi solcavano la nuvolaglia cupa, e vidi cadere la folgore a poca distanza; lungi dall'aver paura, ero rapita. Mi pareva che il buon Dio mi fosse tanto vicino! Papà non era altrettanto contento, non gia che il temporale gli facesse paura, ma l'erba e le grandi margherite (più alte di me...) scintillavano di gemme, e noi dovevamo attraversare parecchi prati prima di trovare una strada; intanto, il mio babbo caro temette che i diamanti bagnassero la sua bimba e la prese sulle spalle nonostante il bagaglio delle lenze.

52 - Durante le passeggiate con Papà, gli piaceva di farmi portare l'elemosina ai poveri che incontravamo; un giorno ne vedemmo uno che si trascinava a fatica sulle stampelle, mi avvicinai per dargli un soldo, ma lui non si considerò abbastanza povero da ricevere l'elemosina; mi guardò sorridendo con tristezza, e rifiutò di prendere ciò che gli offrivo. Non posso dire ciò che accadde in me, avrei voluto essergli di sollievo, consolarlo; invece mi pareva di avergli dato un dispiacere e senza dubbio quel poveretto indovinò il mio pensiero perché si voltò e mi sorrise. Papà mi aveva comprato un dolce; avevo gran voglia di darglielo, ma non osai, e tuttavia gli volli dar qualcosa che non potesse rifiutare, perché sentivo tanta simpatia verso lui. Allora mi ricordai d'avere inteso dire che il giorno della prima Comunione si ottiene tutto ciò che si chiede: quel pensiero mi consolò e, benché non avessi ancora sei anni, dissi a me stessa: «Pregherò per il mio povero nel giorno della prima Comunione». Mantenni la promessa cinque anni dopo, e spero che il Signore abbia esaudito la preghiera che gli avevo rivolta per uno dei suoi membri sofferenti.

53 - Amavo molto Dio e gli offrivo spesso il cuore secondo la piccola preghiera che Mamma mi aveva insegnata, e tuttavia un giorno, o piuttosto una sera del bel mese di maggio, commisi una colpa che vale la pena di raccontare e che mi dette un grande spunto per umiliarmi: credo di averne provato una contrizione perfetta. Ero troppo piccola per andare al mese di Maria, perciò restavo con Vittoria e facevo con lei le mie devozioni davanti al piccolo mese di Maria che accomodavo a modo mio; erano tanto piccoli i candelieri, i vasi da fiori... che due fiammiferi funzionanti da candele illuminavano tutto perfettamente; qualche volta Vittoria mi faceva la sorpresa di darmi due mozziconi di lucignolo, ma di rado. Una sera era tutto pronto per iniziare la preghiera; le dissi: «Vittoria, per favore, cominciate il "memorare", io accendo». Fece finta di cominciare, ma non disse nulla, e mi guardò ridendo; io vedevo i miei preziosi fiammiferi che si consumavano rapidamente e la supplicai di dire le orazioni, ma lei silenzio; allora mi alzai e le dissi forte che era cattiva, e uscendo dalla mia dolcezza consueta, battei il piedi con tutte le forze... La povera Vittoria non aveva più voglia di ridere, mi guardò stupefatta e mi fece vedere il lucignolo che mi aveva portato... Dopo aver sparso lacrime di stizza, versai quelle del pentimento sincero, col fermo proposito di non ricominciare mai più.

54 - Mi accadde un'altra avventura con Vittoria, ma di questa non ebbi pentimento, perché avevo mantenuto perfettamente la calma. Volevo un calamaio che si trovava sul camino della cucina, ero troppo piccina per prenderlo e lo chiesi molto gentilmente a Vittoria, ma lei rifiutò dicendomi di salire sopra una sedia. Io non fiatai, presi una seggiola, e intanto pensavo tra me che lei era poco amabile; volendo farglielo sentire, cercai nella mia minuscola testa ciò che mi offendeva di più; lei spesso mi chiamava, quando era stanca di me, «piccola mocciosa», e questo mi umiliava molto. Allora, prima di saltar giù dalla seggiola mi voltai con dignita' e le lanciai: «Vittoria, siete una mocciosa! ». Poi fuggii, lasciandola a meditare sulla profonda parola che le avevo detto... Il risultato non tardò: ben presto la intesi che chiamava: «M’a’zelle Mari... Thérasse m'ha detto che sono una mocciosa!». Maria arrivò e mi fece chiedere perdono, ma io lo feci senza contrizione, pensando che Vittoria non aveva voluto allungare il suo grande braccio per farmi un piccolo favore, perciò meritava il titolo di «mocciosa».

55 - Tuttavia, mi voleva un gran bene e anch'io gliene volevo molto; un giorno mi cavò da un grande pericolo in cui ero caduta per colpa mia. Vittoria stava stirando e aveva accanto un secchio con dell'acqua, io la guardavo dondolandomi, come facevo spesso, sopra una seggiola; a un tratto, la seggiola mi manca e io casco, non per terra, ma nel fondo del secchio! I piedi mi toccavano la testa ed io riempivo il secchio come il pulcino riempie l'uovo... Quella povera Vittoria mi guardava con uno stupore sommo, mai aveva visto cosa simile. Quanto a me, avevo ben voglia di uscire dal mio secchio, ma impossibile, la prigione era così aggiustata che non potevo fare un movimento. Con un po' di fatica mi salvò dal mio grande pericolo, ma non salvò il mio vestito e tutto il resto che bisognò cambiare perché ero bagnata come una minestra.

56 - Un'altra volta caddi nel caminetto. Per fortuna il fuoco era spento. Vittoria non ebbe altro guaio che rialzarmi e scuotermi da dosso la cenere di cui ero coperta. Accadevano il mercoledì, quando lei era a lezione di canto con Maria, tutte queste avventure. Similmente, un mercoledì venne Don Ducellier per fare una visita, Vittoria gli disse che non c'era nessuno in casa, fuorché Teresa, la più piccina; lui entrò in cucina per vedermi, e guardò i miei compiti; ero fiera di ricevere il mio confessore, perché poco prima mi ero confessata da lui per la prima volta. Che bel ricordo per me!

57 - Madre mia cara, con quanta cura lei mi aveva preparata! Mi aveva detto che non a un uomo avrei rivelato i miei peccati, bensì al buon Dio; ne ero veramente convinta, e perciò feci la mia confessione con grande spirito di fede, e doman­dai a lei perfino se dovevo dire a Don Ducellier: «Padre, io la amo con tutto il cuore», visto che avrei parlato col Signore nel­la persona di lui. Bene istruita di tutto quello che dovevo dire e fare, entrai nel confessionale e m'inginocchiai; ma Don Ducellier aprì la grata e non vide nessuno; ero tanto piccina che là mia testa si trovava sotto la tavoletta su cui si appoggiano le mani; allora mi disse di stare in piedi. Ubbidii subito, mi alzai e volgendomi proprio a lui per vederlo bene in faccia, gli feci la mia confessione come una ragazza grande e ricevetti la benedizione con molta devozione, perché lei mi aveva detto che in quel momento le lacrime di Gesù Bambino avrebbero purificato l'anima mia. Ricordo che la prima esortazione che mi fu rivolta fu l'invito soprattutto alla devozione della Vergine Santa, e io mi ripromisi di raddoppiare di tenerezza per lei. Uscendo dal confessionale ero tanto contenta e leggera, che mai avevo provato una gioia così grande nell'anima mia. Dopo tornai a confessarmi per tutte le feste grandi, ed era una vera festa per me ogni volta che ci andavo.

58 - Le feste! Quanti ricordi, in questa parola! Le feste, le amavo tanto! Lei mi sapeva spiegare così bene, Madre mia cara, tutti i misteri nascosti in ciascuna di esse, che diventavano davvero per me giorni di Cielo. Amavo soprattutto la processione del Santissimo. Che gioia spargere fiori sotto i passi del Signore! Ma prima di lasciarli cadere li lanciavo il più in alto possibile, e non ero mai tanto felice come vedendo le mie rose sfogliate che toccavano l'Ostensorio santo.

59 - Le feste! Ah, se quelle grandi erano rare, ogni setti­mana ne conduceva una molto cara al mio cuore: la Domenica! Che giornata era la Domenica! Era la festa di Dio, la festa del riposo. Prima restavo a nanna più degli altri giorni, poi Mamma Paolina viziava la figlioletta portandole il cioccolato ancora tra le piume ed infine la vestiva come una regina in erba. La madrina veniva a fare i riccioli alla figlioccia che non sempre era buona e dolce quando le venivano tirati i capelli, ma poi era ben contenta d'andare a prendere la mano del suo re, il quale l'abbracciava ancor più teneramente del solito; dopo, tutta la famiglia partiva per la Messa. Lungo tutto il cammino, e perfino in chiesa, la reginetta di Papà gli dava la mano, e aveva posto accanto a lui. Quando scendevamo per la predica, bisognava trovare due seggiole una presso l'altra. Ciò non era difficile, poiché tutti trovavano così gradevole vedere un vecchio tanto bello con una figlioletta così piccina, che le persone si scomodavano per offrire un posto. Lo zio, il quale si trovava sulle panche dei camarlinghi, si rallegrava vedendoci arrivare, diceva che ero il suo piccolo raggio di sole... Io non mi preoccupavo affatto se ero guardata, ascoltavo con grande attenzione le prediche di cui tuttavia non capivo gran che; la prima che capii e che mi commosse profondamente, fu di Don Ducellier, sulla Passione: da allora capii tutte le altre.

60 - Quando il predicatore parlava di santa Teresa, Papà si chinava verso me, e mi diceva piano: «Ascolta bene, reginet­ta mia, parla della Santa tua Patrona». Ascoltavo, realmente, ma guardavo Papà più spesso del predicatore, il suo bel volto mi diceva tante cose! Qualche volta, gli occhi gli si empivano di lacrime, che egli si sforzava inutilmente di trattenere, pareva che già fosse staccato dalla terra, tanto l'anima sua sapeva immergersi nelle verità eterne. E tuttavia il suo corso di vita era ancora ben lungi dal giungere a compimento, dei lunghi anni dovevano trascorrere prima che il Cielo bello si aprisse agli occhi rapiti di lui, e che il Signore asciugasse le lacrime del suo servo buono e fedele!

61 - Ma torno alla Domenica. Quella giornata gioiosa che passava tanto rapida aveva pur la sua velatura di malinconia. Mi ricordo che la mia felicità era senza mescolanze fino a Compieta; durante quell'ufficio, pensavo che il giorno del riposo stava per finire, che l'indomani bisognava ricominciare la vita, lavorare, imparare, e il cuore sentiva l'esilio della terra, sospiravo pensando al riposo eterno del Cielo, la Domenica senza tramonto nella Patria… Persino le passeggiate che facevamo prima di rientrare ai Buissonnets, mi lasciavano un senso di tristezza nell'anima; allora la famiglia non era più completa, giacché, volendo fare piacere allo zio, Papà gli concedeva Maria o Paolina per la serata di domenica; ero ben contenta quando rimanevo anch'io. Anzi, preferivo così piuttosto che essere invitata sola, perché facevano meno attenzione a me. Il piacere più grande per me consisteva nell'ascoltare tutto ciò che lo zio diceva, ma non mi andava a genio che egli mi facesse delle domande, ed avevo paura quando mi faceva far cavallucdo e intonava Barba Blu con una voce formidabile. Con piacere vedevo Papà che ci veniva a prendere.

62 - Sulla via del ritorno, guardavo le stelle che scintillavano dolcemente, e quella vista mi rapiva. Soprattutto un grappolo di perle d'oro che distinguevo con gioia, mi pareva che avesse la forma di una T , lo facevo vedere a Papà e gli dicevo che il nome mio era scritto in cielo, e poi, non volendo più scorgere nulla della brutta terra, gli chiedevo che mi conducesse; allora, senza guardare dove mettevo i piedi, abbandonavo il viso proprio verso l'alto, senza stancarmi di contemplare il firmamento.

63 - Che potrò dire delle veglie d'inverno, soprattutto di quelle domenicali? Com'era dolce per me, dopo la partita a lama, stare seduta con Celina sulle ginocchia di Papà. Con la sua bella voce cantava delle arie che empivano l'anima di pen­sieri profondi, oppure, cullandoci dolcemente, diceva delle poesie improntate di verità eterne. Dopo, salivamo per fare la preghiera in comune, e la minuscola regina era sola accanto al suo re: non aveva che da guardarlo per sapere come pregano i santi... Finalmente sfilavamo tutte, per ordine di età, a dare la buona notte a Papà e a ricevere un bacio; la regina veniva, naturalmente, per ultima, il re, per abbracciarla, la prendeva per i gomiti, e lei diceva a tutto fiato: «Buona notte, Papà, buona notte, dormi bene!»... Tutte le sere le stesse parole. Finalmente la Mammina mia mi prendeva tra le braccia e mi portava nel letto di Celina, allora dicevo: «Paolina, sono stata proprio buona, oggi? Gli angiolini mi voleranno intorno stanotte?». La risposta era sempre: «sì», altrimenti avrei passato la notte intera a piangere. Dopo avermi abbracciata - e così faceva anche la cara mia Madrina - Paolina discendeva, e la povera Teresa restava sola nel buio; aveva un bel raffigurarsi gli angiolini che le volavano intorno, ben presto lo sgomento la invadeva, le tenebre la impaurivano, perché dal letto non riusciva a vedere le stelle che scintillavano con tanta dolcezza.

64 - Considero una vera grazia di essere stata abituata lei, Madre cara, a vincere i miei timori; a volte lei mi mandava sola, di sera, a cercare un oggetto in una stanza lontana; se non fossi stata così ben diretta, sarei diventata pavidissima, mentre ora è proprio difficile che mi spaventi. Mi domando, a volte, come lei abbia potuto educarmi con tanto amore e delicatezza senza viziarmi, perché è vero che lei non mi condonava nem­meno una sola imperfezione: mai mi rimproverava senza ragione, ma altresì mai tornava su cosa decisa; lo sapevo tanto bene che non avrei potuto né voluto fare un passo se lei me l'avesse proibito. Papà stesso era costretto a conformarsi alla volontà di lei, perché senza il consenso di Paolina non andavo a spas­so, e quando Papà mi diceva di andarci, rispondevo: «Paolina non vuole»; allora veniva lui a chiedere grazia per me; qualche volta, per fargli piacere, Paolina diceva di si, ma Teresa capiva bene, dall'espressione di lei, che quel sì non era detto a cuor convinto e si metteva a piangere senza accettar conforto fino a quando Paolina dicesse «sì» e l'abbracciasse a cuore convinto.

65 - Quando Teresa si ammalava, ciò che le accadeva tut­ti gli inverni, non si può dire con quanta tenerezza materna veniva curata. Paolina la metteva nel proprio letto (favore incomparabile), e poi le dava tutto quello di cui aveva voglia. Un giorno tirò fuori da sotto il traversino un temperino graziosissimo, e lo regalò alla figlioletta, lasciandola immersa in un rapimento indescrivibile. «Ah, Paolina, tu mi vuoi tanto bene, dunque, giacché ti privi per me del tuo bel coltellino che ha una stella di madreperla? Ma poiché mi ami così, lo faresti il sacrificio del tuo orologio per impedirmi di morire?». - «Non soltanto per impedirti di morire darei il mio orologio, bensì soltanto per vederti presto guarita, farei subito tale sacrificio». Ascoltando queste parole di Paolina il mio stupore e la mia riconoscenza erano tanto grandi che non so esprimerli. D'estate, qualche volta, avevo mal di stomaco, e Paolina mi curava, come al solito, teneramente; per divertirmi, ciò che era la cura migliore, mi faceva fare il giro del giardino in carriola e poi mi faceva scendere, e metteva al posto mio un bel cespo di margherite che sospingeva con molta precauzione fino al mio giardino dove lo deponeva con grande pompa...

66 - Paolina riceveva tutte le mie confidenze intime, e gettava luce su tutti i miei dubbi. Una volta mi meravigliavo che il Signore non dia gloria uguale in Cielo a tutti gli eletti, e temevo che non tutti fossero felici; allora Paolina mi disse di andare a prendere il bicchiere grande di Papà e di metterlo accanto al mio piccolissimo ditale, poi di riempirli di acqua tutti due; e mi domandò: «Quale è più pieno?». Le risposi che erano pieni tutti e due, e che non si poteva mettere più acqua di quanta ne potevano contenere. La mia cara Madre mi fece capire così che il buon Dio dà in Cielo ai suoi eletti tanta gloria quanta possono riceverne, e che l'ultimo non avrà niente da invidiare al primo. In tal modo, mettendo alla mia portata le verità più sublimi, lei, Madre, sapeva dare all'anima mia il nutrimento che le occorreva.

67 - Con quanta gioia vedevo ogni anno arrivare la distribuzione dei premi! In questo, come in tutto, la giustizia era rispettata ed io ottenevo soltanto le ricompense meritate; sola, in piedi in mezzo alla nobile assemblea ascoltavo la sentenza letta dal «Re di Francia e di Navarra»; il cuore mi batteva forte quando ricevevo il premio e la corona... era, per me, come una immagine del Giudizio! Subito dopo la distribuzione, la regi­netta si toglieva il suo abito bianco, poi si affrettavano a travestirla affinché potesse prendere parte alla grande rappresentazione! Com'erano gioiose quelle feste di famiglia! Allora, vedendo il mio re caro così radioso, com'ero lontana dal prevedere le prove che dovevano visitarlo!

68 - Tuttavia, un giorno il Signore mi mostrò in una visione davvero straordinaria, l'immagine vivente della prova che egli si compiaceva di prepararci Papà era in viaggio da vari giorni, ne dovevano passare ancora due prima che tornasse. Potevano essere le due o le tre del pomeriggio, il sole sfolgorava e tutta la natura pareva in festa. Mi trovavo sola alla finestra d'una soffitta che dava sul giardino grande; guardavo dinanzi a me, avevo lo spirito occupato da pensieri ridenti, quando vidi, dinanzi alla lavanderia che si trovava proprio di faccia, un uomo vestito in tutto e per tutto come Papà, medesima statura e identico passo, soltanto molto più curvo. La testa era coperta da una specie di grembiule di colore incerto, in modo che non potei vedere il viso. Portava un cappello simile a quello di Papà. Lo vidi venire avanti d'un passo regolare, lungo il giardinetto mio. Subito un sentimento di timore soprannaturale m'invase l'anima, ma in un attimo riflettei che certamente Papà era tornato, e si nascondeva per farmi una sorpresa; allora chiamai forte forte, con una voce che tremava dall'emozione: «Papà, Papà!... ». Ma il personaggio misterioso non pareva udisse, continuò il suo passo regolare senza neppure voltarsi; seguendolo con gli occhi, lo vidi dirigersi verso il boschetto che tagliava in due il viale grande, io mi aspettavo di vederlo rispuntare dall'altra parte dei grandi alberi, ma la visione profetica era svanita! Tutto ciò durò un istante solo, ma mi s'impresse così profondamente nel cuore che oggi, dopo quindici anni... il ricordo è ancora presente come se la visione stesse dinanzi agli occhi.

69 - Maria era con lei, Madre, in una stanza comunicante con quella nella quale mi trovavo io; nel sentirmi gridare «Papà», ebbe un'impressione di paura, intuendo - mi ha detto in seguito - che qualcosa accadeva di straordinario; senza far­mi vedere la sua emozione, accorse a me, mi domandò che cosa mi prendeva di chiamare Papà il quale era ad Alenncon; allora raccontai ciò che avevo visto. Per rassicurarmi Maria mi disse che certamente era Vittoria che, per farmi paura, si era coperta il capo col grembiule; ma Vittoria, interrogata, affermò di non aver lasciato la cucina; d'altra parte, ero ben sicura d'aver visto un uomo e che quell'uomo aveva l'aspetto di Papà, allora andammo tutte tre dietro il folto degli alberi, ma non trovando nessun segno che indicasse il passaggio di qual­cuno, lei mi disse di non pensarci più.

70 - Non pensarci più non era in mio potere; di frequente l'immaginazione mi ripresentava la scena misteriosa che avevo visto, e ben spesso ho cercato di alzare il velo che mi nascondeva il significato di essa, perché rimanevo convinta in fondo al cuore che quella scena avesse un senso, e che il segreto di essa mi sarebbe stato svelato un giorno... Quel giorno si è fatto attendere lungamente, ma dopo quattordici anni il Signore ha strappato egli stesso il velo misterioso. Trovandomi in «licenza» con suor Maria del Sacro Cuore, parlavamo come sempre delle cose dell'altra vita e delle nostre memorie fanciullesche, quando le ricordai la visione che avevo avuta all'età da sei a sette anni; a un tratto, mentre riferivo i particolari di questa scena strana, capimmo insieme ciò che significava. Era proprio Papa che avevo visto, camminare curvo per l'età, proprio lui che portava sul volto venerabile, sulla testa ormai bianca, il segno della sua prova gloriosa. Come il Volto adorabile di Gesù che fu velato durante la Passione, così il volto del suo servo fedele doveva essere velato nei giorni del dolore, per potere poi splendere nella Patria celeste presso il suo Signore, il Verbo Eterno! Dal seno di quella gloria ineffabile quando regnava nel Cielo, il nostro Babbo amato ci ha ottenuto la grazia di capire la visione avuta dalla sua reginetta in una età in cui non si può temere l'illusione. Dall'inti­mo della sua gloria ci ha ottenuto questa dolce consolazione di capire che dieci anni prima della nostra grande prova, il Signore ce la mostrava già, come un Padre fa intravedere ai figli l'avvenire glorioso che prepara per essi, e si compiace considerando in anticipo le ricchezze inestimabili che apparterranno loro.

71 - Ah! perché il buon Dio ha dato proprio a me quella luce? Perché ha mostrato a una bambina tanto piccola una cosa incomprensibile per lei, una cosa che, se l'avesse capita, l'avrebbe fatta morire di dolore, perché?... Ecco uno dei misteri che senza dubbio capiremo nel Cielo, e che formerà la nostra eterna ammirazione.

72 - Quanto è buono il Signore! Come proporziona le prove alle forze che ci dà! Mai, come ho detto, avrei potuto sopportare nemmeno il solo pensiero delle pene amare che l'avvenire mi riservava. Non potevo nemmeno pensare senza fremere che Papà poteva morire. Una volta era salito sopra una scala e, poiché io rimanevo proprio li sotto, mi gridò: «Allontanati, povero cosino, se casco ti schiaccio». All'udir ciò provai una rivolta interiore, invece di allontanarmi mi appiccicai alla scala pensando: «Almeno se papà cade, non avrò il dolore di vederlo morire, perché morrò con lui!». Non posso dire quanto bene volevo a Papà, tutto, in lui, mi suscitava ammirazione; quando mi spiegava i suoi pensieri (come se fossi stata una bambina grande), gli dicevo ingenuamente che certamente se egli avesse detto quelle cose ai grandi uomini del governo, lo avrebbero preso per farlo re, e allora la Francia sarebbe stata felice come non lo era mai stata... Ma in fondo ero contenta (e me lo rimproveravo come pensiero egoistico) di essere la sola a conoscere bene Papà, perché sapevo che se fosse divenuto re di Francia e di Navarra sarebbe stato infelice: è la sorte di tutti i monarchi e soprattutto non sarebbe stato più il mio re, proprio di me sola!

73 - Avevo sei o sette anni quando Papà ci condusse a Trouville. Mai dimenticherò l'impressione che mi fece il mare, non potevo fare a meno di guardarlo continuamente; la sua maestà, il fragore dei flutti, tutto parlava all'anima mia della grandezza e della potenza di Dio. Ricordo che, durante la passeggiata sulla spiaggia, un signore e una signora mi guardarono mentre correvo gioiosamente intorno a Papà; poi si avvicinarono, e gli domandarono se ero sua, e dissero che ero proprio una bella bambina. Papà rispose di sì, ma mi accorsi che faceva loro segno di non farmi dei complimenti. Era la prima volta che mi sentivo chiamare carina, mi fece molto piacere, perché non l'avrei creduto; lei, Madre mia, faceva tanta attenzione a non lasciarmi vicino nessuna cosa che potesse appan­nare la mia innocenza, soprattutto a non lasciarmi udire nessuna parola capace di farmi scivolare nel cuore la vanità! Poiché non davo retta se non alle parole sue o di Maria (e mai lei mi aveva rivolto un solo complimento), non detti grande importanza alle parole e agli sguardi ammirativi della signora. La sera, all'ora in cui il sole par che si tuffi nell'immensità delle acque, lasciandosi davanti un solco luminoso, andai a sedermi sopra una roccia con Paolina sola. Allora ricordai la storia commovente «del solco d'oro»! Lo contemplai a lungo, quel solco luminoso immagine della grazia che rischiara il cammino su cui passerà la piccola nave dalla vela bianca... Accanto a Paolina presi la risoluzione di non allontanare mai l'anima mia dallo sguardo di Gesù, affinché voghi in pace verso la Patria del Cielo. La mia vita scorreva tranquilla, felice. L'affetto da cui ero circondata ai Buissonnets direi quasi che mi faceva crescere, ma senza dubbio ero già abbastanza grande per cominciare a lottare, a conoscere il mondo e le miserie di cui è pieno.

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Cronologia

Cap:. 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7 - 8

Parte A e B

Cap. 1 - 2 - epilogo preghiera offerta

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